Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

e libera è fallimentare , perchè la libertà è più costrittiva di una prigione , il passato non può essere

dimenticato e una vita senza affetti e legami non può definirsi tale . Così , dopo la simulazione del

suicidio di Adriano Meis , cioè la sua seconda morte , Mattia Pascal decide di riacquistare la sua

originaria identità e torna al paese . Qui però la realtà è cambiata , gli abitanti non lo desiderano più

, la moglie si è rifatta una vita con il suo migliore amico : Mattia Pascal allora si trasforma per l'

ultima volta e decide di tornare a vivere isolandosi dalla collettività , nella biblioteca ricavata nell'

abside di una chiesa sconsacrata . Ritrovata la pace e perduta la felicità , Mattia Pascal comincia a

ricordare e a ricostruire la sua storia , nella condizione di forestiere della vita .

E' durante il soggiorno di Adriano Meis a Roma che veniamo esplicitamente a contatto con la

filosofia umoristica di Pirandello : qui infatti Anselmo Paleari espone al suo ospite due originali

teorie , che la critica usa chiamare come e Mettendo a

strappo nel cielo di carta lanterninosofia .

confronto il teatro classico con il teatro moderno , il signor Paleari propone al protagonista una

riflessione sulla differenza tra uomo antico, di cui emblema è Oreste , e l' uomo moderno ,

rappresentato da Amleto . Oreste , che vendica l' onore tradito del padre uccidendo la madre , è

convinto di conoscere una realtà assoluta ed eterna , di sapere distinguere tra bene e male . Ma se

nel momento in cui Oreste , uomo certo e risoluto , sta compiendo la sua vendetta , si aprisse uno

strappo nel cielo di carta della scenografia , che rompesse l' uniformità del fondale egli rivolgerebbe

ad esso lo sguardo e diventerebbe Amleto , uomo dubbioso e incerto. Oreste è abituato a

considerare vero ciò che non lo è , quello strappo lo costringe in una realtà straniante e priva di

certezze .Infatti basta un nulla per mettere in crisi le costruzioni che noi stessi creiamo per

mascherare il nulla che sta dietro al nostro " cielo di carta ". Oreste è abituato a considerare vero ciò

che non lo è , quello strappo lo costringe in una realtà straniante e priva di certezze .

SVEVO

Svevo scrisse nello stesso periodo di Pirandello caratterizzato dalla crisi delle certezze dovuto alla

perdita di importanza del positivismo e alla crisi della borghesia; ciò portò l’uomo alla

consapevolezza che non bastavano la sola razionalità, il determinismo scientifico, la causalità

necessaria a spiegare la realtà, a tale presa di coscienza spinse l’uomo a cercare una via di fuga in

mondi fantastici o in ideali di uomo immaginari; a ciò gli scrittori reagirono in modo diverso:

D’Annunzio con la teoria del superuomo, Pascoli col mito del fanciullino, Svevo anziché inseguire

miti o inventarsi eroi decise di parlare e descrivere l’uomo in crisi, così com’era, dandone

un’immagine in cui gli uomini del suo tempo obbligati a riflettere su se stessi non amarono

rispecchiarsi.

La tipologia che ne emerge è quella dell’”inetto”, che costituisce il tema cardine di tutta l’opera

sveviana, in pratica dell’uomo incapace, che non sa vivere e realizzare i suoi progetti.

L’inettitudine dell’uomo, secondo Svevo, è una debolezza interiore che lo rende inadatto alla vita e

ciò diventa una vera impotenza psicologica, perché non riesce più ad identificarsi con la figura

vincente tipica della borghesia, e si auto-esclude, rifugiandosi in mondi fittizi (grazie alla

letteratura) e vedendo in ogni altro uomo un antagonista, in grado di agire e reagire n elle varie

situazioni, uscendone sempre vincenti, ma anche dei punti di riferimento a cui appoggiarsi e tentare,

invano, di sollevarsi dalla propria inettitudine.

Se inizialmente per Svevo questa figura fu estremamente negativa, lentamente il suo punto di vista

mutò, perché l’analisi su sé e sugli altri a cui porta la malattia mostrò come fosse relativo il concetto

di sanità, perché ognuno ha i suoi problemi, le sue “inettitudini”, ma l’inetto risulta forse il più

avvantaggiato nella vita, infatti, non avendo sviluppato le proprie possibilità in nessun ambito della

società ha in sé un grande potenziale, che lo rende adatto ad emergere in qualsiasi situazione.

L’inetto diventa dunque colui che sa osservare il mondo dal di fuori, e può criticarlo,

evidenziandone i difetti, minando alla base le certezze che lo guidano, e per questo diventa un

personaggio positivo.

Infatti i veri malati sono coloro che hanno delle certezze immodificabili su cui basano la propria

esistenza e che non sanno analizzare se stessi, pertanto il confine fra sanità e malattia si assottiglia

notevolmente, in un clima di malattia universale, in cui tutto è soggetto ad una generale

degradazione, e questo atteggiamento è sintomo della crisi delle certezze che caratterizza l’inizio

del ‘900.

La prima forma di ironia che il romanzo di Svevo produce è quella oggettiva, cioè legata allo

sviluppo imprevedibilmente originale degli eventi. Non si tratta solo di curiosa casualità della sorte,

di bizzarria del caso, di imponderabilità: se così fosse mancherebbe la possibilità al personaggio

narratore di mettere in evidenza lo scarto tra aspettative, progetti d'azione e loro inevitabile

fallimento. L'inettitudine di Zeno,il protagonista di “La coscienza di Zeno” che si manifesta

attraverso scelte d'azione improvvide ed apparentemente perdenti, viene quasi inspiegabilmente,

ripagata dalla realtà, che lo ricambia con risposte accomodanti ed addirittura gratificanti, a lungo

termine. La realtà quindi corregge il mancato raggiungimento di obiettivi che si rivelerebbero

sostanzialmente falsi.

L'ironia oggettiva che contraddistingue la narrazione è lo strumento con il quale il narratore si

difende dall'ambiguità psicologica, legata alle sue inconfessate debolezze. Ribaltando su

contraddizioni oggettive del reale la mancata sua coerenza d'azione e l'incapacità di integrazione

nella società borghese del suo tempo.

La stessa struttura narrativa del romanzo è metafora della concezione sveviana della realtà , che non

esiste come oggettiva conoscenza , ma è frutto di una narrazione in cui il soggetto fa emergere certi

aspetti ed attribuisce loro un certo senso , un valore arbitrario . La realtà esterna dipende da quella

interna dell' uomo , poiché è solo un' attribuzione di un senso relativo : lo Zeno che scrive nel

presente , durante la cura psicanalitica , ricostruisce ed interpreta lo Zeno del passato . Il relativismo

è sottolineato dal tono umoristico usato per mettere in evidenza sia gli autoinganni costruiti dallo

Zeno passato per evitare le decisioni , sia quelli inventati dallo Zeno scrivente , per non vedere tutto

quello che il suo passato potrebbe rivelargli, per camuffarsi e presentarsi onorevolmente all'

analista. LEOPARDI

Le Operette Morali riflettono stati d’animo e atteggiamenti sentimentali e mentali diversi, anche

perché in esse si accavallano due posizioni diverse del Leopardi di fronte alla vita: pessimismo

storico e pessimismo cosmico. Leopardi, scolaro del Settecento sensista, aveva posto, come fine

dell’uomo, il piacere raggiungibile nello stato di natura, perduto poi per colpa di un processo storico

falsato e distorto. Ma, più avanti nel tempo, avvertì che se fine dell’uomo è il piacere, e questo gli è

negato, vi è un contrasto tragico tra ciò a cui l’uomo aspira e ciò che può raggiungere, e si convinse

che un essere che non può raggiungere il fine per cui è stato creato, è “naturalmente” cioè

necessariamente infelice. Partendo dalle tesi sensistiche e illuministiche, il Leopardi, travolto dalla

delusione storica del suo tempo, approdò ad un pessimismo più vasto e più profondo che

coinvolgeva nella condanna, non più l’uomo e la sua storia, ma la stessa natura. Era questa una

conclusione logica: infatti, l’ottimismo illuministico doveva sfociare o nell’avvento di un’età

effettivamente migliore o in un pessimismo radicale.

Le sono prose satiriche, fantastiche, filosofiche in cui l’autore parla con

Operette Morali ironia

dell'infelicità e della tragedia degli uomini. Nel "Dialogo della natura e di un Islandese", parla di un

uomo, islandese, che nel cuore dell'Africa incontra la Natura (sfinge) e le chiede il motivo del

dolore dell'uomo ma la Natura non si preoccupa nè della felicità nè dell'infelicità dell'uomo, perchè

lei non ha creato il mondo per l'uomo e dice ancora che la vita dell'universo è un ciclo di nascita e di

morte; alla fine l'islandese muore, non si capisce se sbranato da un leone o coperto da una tempesta

di sabbia. L’uomo, figlio di una Natura matrigna, destinato alla sofferenza e alla morte, non ha che

un solo modo per affermare la sua dignità: guardare in faccia serenamente la realtà e il proprio

destino, non aggrapparsi a illusioni, riconoscere la propria miseria, e in questo riconoscimento,

trovare una ragione di vita. Perciò, ogni volta che Leopardi pensa al dolore dell’uomo, alla vanità

delle illusioni e delle speranze, un senso di pietà lo commuove ed egli piange il triste destino suo e

degli altri. Ma se l’uomo è incapace di guardare in faccia la realtà e si culla in vane illusioni, il

Leopardi si sforza, anche con spietatezza e ironia, di “chiarirgli” quale sia il suo destino.

GOZZANO

Nell'ambito della crisi della cultura positivistica e nel pieno successo dei topoi dannunziani

spiccano le soluzioni tematiche ed espressive di l'esponente di maggior

Guido Gozzano,

importanza della poesia crepuscolare, che propone una risposta nuova alla modernità. La risposta di

Gozzano appare complessa e non riconducibile ad un semplice rifugio nostalgico nel passato e nelle

"buone che lo contraddistinguono Il suo

cose di pessimo gusto" ( L'Amica di Nonna Speranza ).

atteggiamento e in alcuni casi nei confronti di alcuni miti dannunziani ( la donna

ironico parodico

e l'amore fatale, il superuomo esteta...), il suo dalla concitazione urbana e dal progresso

distacco

esaltato dall'età giolittiana spiegano la sua incapacità ( inettitudine ) a cavalcare gli idoli della

modernità. Egli è sia storicamente che esistenzialmente a condividere l'esaltazione

inadatto

futurista per la vita, accesa dall'energia di macchine, voli, folle plaudenti. Inadatto è del resto

Gozzano ad adottare forme espressive indirette, intuitive ove trionfi l'analogia arrischiata e

proliferante del testo parolibero. Egli necessita di stabili riferimenti temporali e spaziali, che lo

riportano a toni descrittivi anche se demistificatori.

L'opera costituisce un interessante esempio di nella quale il pessimismo

lirica post-dannunziana,

ironico e la coscienza critica dell'autore appaiono mezzi nuovi di analisi delle convenzioni borghesi.

BERGSON

Il riso, la società e la vita nella teoria della comicità di Henri Bergson

Nelle pagine di questo suo libro, Bergson muove

Un'idea antica: il riso ha una funzione sociale.

innanzitutto da una constatazione di natura generale: se il riso è un gesto che appartiene a pieno

titolo al comportamento umano, allora deve essere lecito domandarsi qual è il fine che lo anima.

Ora, per comprendere il fine cui mira un comportamento si deve in primo luogo far luce sulle

occasioni in cui accade.

"Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano" .Questa affermazione può

lasciarci di primo acchito perplessi: si può ridere infatti anche di un cappello o di un burattino di

legno. E tuttavia, se non ci si ferma a questa constatazione in sé ovvia, si deve riconoscere che in

questi casi il rimando a ciò che è umano gioca un ruolo prevalente e comunque ineliminabile: di un

cappello ridiamo perché vi vediamo espresso un qualche capriccio estetico dell'uomo, così come

nella marionetta l'immaginazione scorge i gesti impacciati di un uomo sgraziato. Alla massima

antica secondo la quale l'uomo È l'animale che ride si deve affiancarne dunque una moderna:

l'uomo È un animale che fa ridere.

Il riso scaturisce solo di fronte a ciò che appartiene direttamente o indirettamente all'ambito

propriamente umano; perché possa tuttavia scaturire è necessario che chi ride non si lasci

coinvolgere emotivamente dalla scena che lo diverte. Per ridere di una piccola disgrazia altrui

dobbiamo far tacere per un attimo la pietà e la simpatia, e porci come semplici spettatori o - per

esprimerci come Bergson - come intelligenze pure: "il comico esige dunque, per produrre tutto il

suo effetto, qualcosa come un'anestesia momentanea del cuore"

Il riso chiede una sorta di sospensione del legame di simpatia che ci lega a colui di cui ridiamo. E

tuttavia tutti sappiamo che il riso è un'esperienza corale: ridiamo meglio quando siamo insieme ad

altri, ed il riso È spesso il cemento che tiene unito un gruppo di persone. "Il riso, - commenta

Bergson - [...] cela sempre un pensiero nascosto di intesa, direi quasi di complicità, con altre

persone che ridono, reali o immaginarie che siano".

Non è difficile scorgere la nota che accomuna queste tre osservazioni generali: il riso sembra essere

strettamente connesso con la vita sociale dell'uomo, con il suo essere un animale sociale. Possiamo

allora - seguendo Bergson - far convergere i tre punti su cui abbiamo dinnanzi richiamato

l'attenzione in un'unica tesi:”Il "comico" nasce quando uomini riuniti in un gruppo dirigono

l'attenzione su uno di loro, facendo tacere la loro sensibilità, ed esercitando solo la loro

intelligenza". Dunque ,se il riso come comportamento umano sorge nella vita associata, allora si

può supporre che esso risponda a determinate esigenze della vita sociale.

Molti esempi di comicità possono esserle immediatamente ricondotti: una marionetta ci fa ridere

perché i suoi gesti sono rigidi e meccanici. Qui la comicità sorge dalla ripetizione dei gesti, delle

azioni, dei pensieri. "Due volti simili, ciascuno dei quali preso isolatamente non fa ridere, presi

insieme fanno ridere per la loro somiglianza" - diceva Pascal, e tutti sappiamo come un tic fisico o

intellettuale (una frase, sempre la stessa, ripetuta troppo di sovente) sia causa di ilarità. Ma un

meccanismo non è solo ripetizione: è anche staticità. Nell'immagine della macchina si cela infine

anche l'idea del movimento che non sa più aderire al presente, ma segue una regola tanto fissa

quanto sorda alle esigenze del momento. Basta dunque che questa immagine si sovrapponga alla

vita umana perché il riso si faccia avanti. Una simile sovrapposizione si ha per esempio

quando l'anima ci si mostrerà contrariata dai bisogni del corpo - da un lato la personalità morale con

la sua energia intelligentemente variata, dall'altra il corpo stupidamente monotono interrompente

sempre ogni cosa con la sua esigenza di macchina. Quanto più queste esigenze del corpo saranno

meschine ed uniformemente ripetute, tanto più l'effetto sarà vivo.

Non è dunque un caso - commenta Bergson - se i personaggi tragici debbono tenersi lontani da gesti

che tradiscano le esigenze della corporeità, mentre il commediografo potrà senz'altro ottenere il riso

del pubblico rappresentando i suoi personaggi comici in preda a un malanno o ad un fastidioso

singhiozzo che interrompe ogni loro discorso.

Proprio come la vita dello spirito può essere ostacolata nel suo realizzarsi dalle esigenze della

macchina corporea, così la forma della vita sociale può soffocarne il senso. Ciò di cui ridiamo è -

per Bergson - tutto ciò in cui l'immaginazione scorge una sorta di meccanicizzazione della vita.

Quindi tutto ciò che si presenta come maldestro, come non agile, frutto d’automatismo cieco

anzichè di vivente duttilità, suscita il riso e fonda il comico.

Il riso come castigo sociale. La comicità morale e la funzione sociale della commedia.

Il riso deve avere una funzione sociale, e sorge dalla constatazione di una sorta di contraddizione:

ciò che dovrebbe comportarsi in modo libero e vivo sembra assoggettare i suoi gesti a leggi

meccaniche, alla cieca ostinazione del meccanismo. Al riso spetta dunque il compito di sanare

questa contraddizione, richiamando quella parte della società che è colpevole di un comportamento

rigido e ostinato ad un atteggiamento più elastico, ad uno stile di vita più duttile e desto. Il riso è

quindi un castigo sociale.

“È comico - scrive Bergson - qualunque individuo che segua automaticamente il suo cammino

senza darsi pensiero di prendere contatto con gli altri. Il riso è là per correggere la sua distrazione e

per svegliarlo dal suo sogno. [...]. Tutte le piccole società che si formano sulla grande sono portate,

per un vago istinto, ad inventare una moda per correggere e per addolcire la rigidità delle abitudini

contratte altrove, e che sono da modificare. La Società propriamente detta non procede

diversamente: bisogna che ciascuno dei suoi membri stia attento a ciò che gli È intorno, si modelli

su quello che lo circonda, eviti infine di rinchiudersi nel suo carattere come in una torre di avorio.

Perciò essa fa dominare su ciascuno, se non la minaccia di una correzione, per lo meno la

prospettiva di un'umiliazione che per quanto leggera non è meno temibile. Tale si presenta la

funzione del riso. Sempre un po' umiliante per chi ne è l'oggetto, il riso è veramente una specie di

castigo sociale “.

Di questa funzione sociale del riso, la commedia è per Bergson un'espressione esemplare. Tra tutte

le forme di comicità una in particolare sembra stringere un rapporto strettissimo con la sfera

sociale:la comicità morale. Le passioni spesso si prendono gioco di noi e subordinano tutte le nostre

azioni ad un unico meccanismo. E' questo ciò che accade ai personaggi comici di molte commedie:

lo spettatore È chiamato a ridere di un uomo, i cui gesti sembrano quelli di una marionetta, mossa

da un burattinaio - la gelosia, l'avarizia, la pavidità, ecc. - che ci è ben noto e di cui sappiamo

prevedere i movimenti. Di qui la forma di tante commedie che hanno per protagonisti non già

individualità ben determinate, ma personaggi tipici, marionette dietro alle quali traspare la passione

che li domina. Ma di qui anche il fine che si prefiggono: correggere, ridendo, i costumi. Alle forme

propriamente artistiche, caratterizzate dall'assoluta assenza di finalità pratiche si deve contrapporre

dunque la commedia, che è - per Bergson - una forma artistica non autentica, proprio perché

affonda le sue radici nella vita e perché alla vita ritorna come ad un valore da salvaguardare e cui

sottomettere i propri sforzi.

Vi è tuttavia una seconda ragione che spinge Bergson a dedicare tanto spazio alle considerazioni

sulla commedia, ed è propriamente il carattere per così dire teatrale della comicità. Possiamo ridere

soltanto quando la rigidità di un carattere o di un comportamento si fa gesto e si mostra apertamente

agli occhi dell'immaginazione. Ma lo spettacolo comico implica uno spettatore che sappia per un

attimo guardare alla vita come ad una rappresentazione teatrale:

Da ciò il carattere equivoco del comico. Esso non appartiene né completamente all'arte, né

completamente alla vita. Da un lato i personaggi della vita reale non ci farebbero mai ridere se noi

non fossimo capaci di assistere alle loro vicende come ad uno spettacolo visto dall'alto di una

loggia; essi sono comici ai nostri occhi solo perché ci danno la commedia. Ma d'altra parte, anche a

teatro, il piacere di ridere non è puro, cioè esclusivamente estetico, assolutamente disinteressato. Vi

si associa sempre un pensiero occulto che la società ha per noi quando non l'abbiamo noi stessi; “vi

è sempre l'intenzione non confessata di umiliare e con ciò, è vero, di correggere, almeno

esteriormente" .

Il riso sorge così come un gesto che per strappare la vita dalla sua negazione implica una

momentanea sospensione della vita stessa: è dunque una contemplazione della vita volta a sanare i

pericoli che la mettono in forse.

Il riso e la metafisica bergsoniana.

Se il riso È un castigo sociale, allora si deve aggiungere che talvolta sembra castigare anche là dove

non ce n'è alcun bisogno.

Non solo: di un vizio morale come l'avarizia o la gelosia, noi non sempre ridiamo, poiché - osserva

in primo luogo Bergson - il riso chiede che il vizio da castigare non ci coinvolga troppo da vicino e

ci permetta di mantenere la posizione dello spettatore.

In secondo luogo, tuttavia, Bergson attira la nostra attenzione sul fatto che uno stesso vizio -

l'avarizia, per esempio - può talvolta suscitare il riso, talvolta il nostro disprezzo. Ora, la diversità

della reazione non dipende solo dalla gravità della colpa, ma soprattutto dal modo in cui questa si

palesa. E ancora una volta il cammino da seguire ci è indicato dall'esperienza letteraria. Gli eroi

tragici ci rivelano il loro carattere nelle azioni, e con azioni Bergson intende i comportamenti

volontari della soggettività. Il personaggio comico invece si rivela nei gesti, e cioè in quei

movimenti e in quei discorsi nei quali uno stato d'animo si manifesta senza scopo e senza alcuna

premeditazione. Nell'azione la persona intera è in gioco, nel gesto una parte isolata della persona si

esprime all'insaputa o (per lo meno) in disparte dell'intera personalità .Il gesto - potremmo allora

esprimerci così - è una sorta di irruzione improvvisa dell'inconscio nella vita desta, ed è proprio

questo carattere di involontarietà e di immediatezza che ci fa apparire comico anche un vizio che

detestiamo.

Ma se il comico si esprime nel gesto, anche il riso è a sua volta un gesto sociale di cui si deve

sottolineare l'immediatezza: non bisogna dunque stupirsi se

non ha tempo di osservare sempre dove tocca [... e se] talvolta castiga certi difetti come la malattia

castiga certi eccessi, colpendo gli innocenti, risparmiando i colpevoli, mirando verso un risultato

generale, senza preoccuparsi del singolo" .

Così, accanto alla tesi secondo la quale il riso sorge come prodotto di un'antica abitudine sociale,

Bergson viene sempre più chiaramente sostenendo che "il riso è semplicemente l'effetto di un

meccanismo datoci dalla natura" . Ed in questa prospettiva, il problema di un addestramento al riso

non si pone, poiché il riso ci appare come una manifestazione diretta della natura, come una difesa

immediata della vita che è la vita stessa a donarci, armandoci di una sorta di istintiva reazione alla

comicità. Se dunque Bergson non si impegna sul terreno delle considerazioni sociologiche è proprio

perché intende rispondere alla domanda sulle origini del riso sul terreno di una autentica metafisica

della vita. La lotta tra l'urgere dinamico e multiforme della vita e la resistenza cieca e sorda che la

materia le impone trova già qui, nella disamina sul comico, la sua prefigurazione. Così, non ci si

deve stupire se l'abitudine al riso è tanto antica da affondare le sue radici in un meccanismo della

natura: il riso è sì un castigo sociale, ma le sue origini non appartengono alla società, ma alla vita

stessa e debbono essere quindi viste sullo sfondo della lotta tra lo slancio vitale e l'inerzia della

materia. MOTTO DI SPIRITO COME AZIONE INNOVATIVA

Attraverso Freud e Aristotele, Schmitt e Wittgenstein,Virno traccia un sentiero che attraversa e

connette filosofia del linguaggio e della politica. Infatti quando coniamo una battuta che altera

all’improvviso l’andamento della conversazione facciamo appello infatti alle stesse risorse

cognitive ed emotive che utilizziamo per affrontare una crisi esistenziale o un rivolgimento politico.

Un percorso in cerca di strumenti adeguati non solo a comprendere le forme di vita contemporanee,

ma anche a costruire una vera e propria «logica Fra i fenomeni

del cambiamento».

linguistici, proprio il motto di spirito racchiude in sé i meccanismi più raffinati della creatività e

dell'innovazione. Il riferimento costante è il saggio di Freud sul Witz, l’interpretazione dell’arguzia

però è rigorosamente non-freudiana. Infatti si propone come alternativa al witz freudiano

riprendendo gli spunti più interessanti della sua opera e rielaborandoli dal proprio punto di vista.

Il motto di spirito,sostiene Freud,richiede la presenza della terza persona,ovvero di un pubblico che

verifichi la riuscita del motto. Quindi il motto diventa,oltre a un’azione linguistica,un’azione

pubblica.

Il motto di spirito fa affiorare delle caratteristiche comportamentali dell'animale umano che non

dipendono dalla condizione storica e normativa in cui si è evoluto. Regredire a questo insieme di

comportamenti prepara il terreno dell'azione innovativa.

Virno ricostruisce, attraverso parole-chiave ricavate dall’”Etica” di Aristotele, le caratteristiche di

tale azione. L'animale linguistico è un essere in agguato, teso a cogliere il “kairòs”, l'occasione

propizia per fare la sua mossa e rendere comprensibile e sensato il motto. È un essere che coltiva la

“phronesis”, intesa non come saggezza o prudenza,ma come capacità o virtù dell'individuo di

attivare strategie adeguate di conservazione e innovazione applicando la giusta norma a una

situazione contingente. Un essere che,utilizzando un “orthos discorso corretto, pur

logos”,un

partendo da “éndoxa”condivisi, cioè da opinioni e credenze diffuse (gli usi linguistici di

Wittgenstein), le mette continuamente in discussione, contribuendo così a trasformare la

grammatica della propria forma di vita.

Il motto ha luogo nello scarto ineliminabile tra una regola e la sua applicazione,che corrisponde alla

stessa distinzione tra piano semiotico(segno)e piano semantico(discorso).

Una regola infatti, sia essa giuridica, linguistica o ludica, si può applicare in molti modi diversi. La

regola non può suggerire le modalità concrete della propria applicazione. Nelle “Ricerche

filosofiche” Wittgenstein mette in luce queste conclusioni in ambito linguistico e le loro ricadute sul

piano filosofico. Ogni individuo possiede delle convinzioni generali sul mondo,sull'ambiente in cui

vive, sulla propria esistenza. Convinzioni né vere né false, perché non sono oggetto di conoscenza,

bensì ereditate dal contesto in cui si sono formate. Esse rappresentano, per così dire, le norme

generali o le «regole grammaticali» di quella particolare forma di vita. Quindi sono il substrato del

sapere. A queste regole si affiancano le vicende ordinarie della vita individuale, i fatti empirici, le

decisioni prese in situazioni determinate, i giudizi formulati sullo sfondo e sulla scorta della

grammatica a nostra disposizione.

Fra quelle regole e questi fatti esiste sempre un divario entro cui si attualizza l'azione

individuale,l'applicazione concreta delle regole generali.

Ora, sostiene Virno, il motto di spirito si può definire come una specifica applicazione della regola

che mette in risalto quel divario. Le regole stesse, infatti, sono state a loro volta proposizioni e fatti

empirici, che l'uso ha progressivamente irrigidito e `congelato' in forme grammaticali. Ma nuovi

fatti e nuove proposizioni possono mettere in crisi quelle strutture,

scongelando le vecchie regole per formarne di nuove. Oltre Wittgenstein, quindi, Virno invita a

illuminare questa `zona grigia' che sussiste fra regola e applicazione, attraversata da proposizioni

semifluide o semirigide. Questo è infatti il terreno privilegiato dell'azione innovativa, vero e proprio

«stato di eccezione» su cui tracciare inediti diagrammi di trasformazione.

Freud inoltre suddivide i motti in base alle risorse fonetiche,semantiche e logiche individuando

“motti e “motti I primi rappresentano il corpo materiale di un enunciato,e

verbali” concettuali”.

sono dunque il significante ;quelli concettuali sono l’insieme dei contenuti semantici e

rappresentano il significato. Tuttavia lo stesso Freud si rende conto che si tratta di una distinzione

labile e precaria poiché molti motti si collocano da entrambe le parti. Dunque Virno individua la

loro forma logica nelle “fallacie argomentative”.

Nell’opera di Aristotele “Confutazioni sofistiche” vi è una suddivisione dei ragionamenti

paralinguistici in quelli basati sull’espressione(motti verbali) e quelli indipendenti

dall’espressione(motti concettuali).

Virno,invece,supera questa distinzione e li suddivide in paralogismi che combinano in modo

diverso i dati di partenza,quindi in questo modo un enunciato contiene due significati contradditori

e in fallacie che deviano il discorso introducendo elementi molteplici. Nella tassonomia di Freud si

parla di “impiego e di “spostamento

molteplice dello stesso materiale” dell’accento psichico”

considerati da Virno i due principali generi di motto e le risorse logiche dell'azione innovativa.

Questo aiuta a cogliere le forme più specificamente politiche dell'azione innovativa, che Virno

definisce come «innovazione imprenditoriale» ed «esodo». La prima non ha niente a che vedere con

l'imprenditorialità tipica del modo di produzione capitalistico, ma indica la capacità tipica

dell'animale linguistico che si attiva solo in certe condizioni, per rompere equilibri esistenti,

giocando sulla polisemia degli elementi a disposizione. L'esodo corrisponde invece a un

cambiamento di discorso improvviso e inaspettato,un'attività che consiste nel porre problemi nuovi

e immaginare soluzioni inedite che sfuggano alla grammatica sociale e politica esistente.

Le parole del motto di spirito, conclude Virno, sono sempre troppo poche. La dinamica del motto è

come una carta geografica appoggiata sul terreno che intende descrivere. Immagine imperfetta della

totalità ma anche sua parte circoscritta, con l'ambivalenza dei propri simboli e diagrammi, talvolta

utili talvolta ingannevoli, perché riduttivi. Ma per cambiare rotta, potremmo dire, non occorre una

carta del nostro futuro. Le mappe dell'azione innovativa sono già a nostra disposizione.

Il motto di spirito,scrive in sintesi Virno, «è il microcosmo nel quale si danno nitidamente a vedere

quei mutamenti di direzione argomentativa e quegli spostamenti di significato che, nel macrocosmo

della prassi umana, provocano la variazione di una forma di vita».

IL MOTTO DI SPIRITO E LA SUA RELAZIONE CON L’INCOSCIO

Il riso (o il sorriso) che scatta con il comico, mostra in atto un fenomeno energetico, i cui aspetti

1.

quantitativi sono in primo piano ed evidenti per tutti. Per Freud nel riso si scarica una tensione ed è

spesa un'energia che nella serietà corrente della vita deve essere altrimenti impegnata. E' questa

dissipazione improvvisa, che il riesce a promuovere, ad essere piacevole.

Witz

Freud è quasi ossessionato in quest'opera da una sorta di contabilità psichica che il il comico e

Witz,

l'umorismo attivano e presuppongono. Il valore dei motti di spirito, delle barzellette e della

comicità, in genere, è per Freud di tipo economico: infatti con questo metodo la nostra psiche riesce

a liberare energie, altrimenti bloccate nell'inconscio, e contemporaneamente raggiunge un preciso

obiettivo: la liberazione di desideri sessuali o aggressivi al fine di raggiungere il piacere.

Il motto di spirito riesce a «stornare» investimenti impegnati comunemente

nel lavoro logico

o nei processi di astrazione

o nell'impiego richiesto dall'aderenza al reale, dal rapporto con la realtà - nelle

o limitazioni e inibizioni imposte dalla censura, cosciente o inconscia.

Dunque la funzione del riso consiste in parte nell' «alleggerire momentaneamente le pressioni

utilitarie». Ma la concezione freudiana sembra estendere notevolmente l'area rispetto alla quale il

riso rappresenta un disimpegno.

Qualsiasi cosa si voglia pensare oggi di quest'impostazione economica ed «energetica», si manifesta

in essa l'esigenza di non disgiungere la componente psicofisiologica e edonica del riso dagli altri

importanti fattori (morfologici, linguistici, circostanziali) che caratterizzano il ma di cogliere

Witz,

la necessaria connessione tra le strategie psicosociali, linguistiche, retoriche del comico e il

fenomeno di dissipazione piacevole che si scarica nel riso attraverso il corpo, la motilità e la voce.

La metapsicologia del e del comico cercano di rendere pensabile questa connessione,

Witz

l'articolazione tra le forze in gioco e il senso specifico che qui si manifesta. In questa prospettiva

Freud stesso sintetizza conclusivamente la sua analisi così:

Il piacere dell'arguzia (Witz) deriva dal il piacere della comicità

dispendio inibitorio risparmiato,

dal (o d'investimento) risparmiato e il piacere dell'umorismo dal

dispendio rappresentativo

dispendio emotivo risparmiato.

Nella formulazione del motto di spirito e della comicità Freud trova gli stessi meccanismi

2.

operanti nel sogno: la condensazione, come quella, divenuta celebre, di «familionari», il gioco di

parole che creato da Heine; le sostituzioni, i travestimenti, le trasposizioni, lo smascheramento, la

caricatura, la contraffazione, eccetera.

Ma sarebbe sbagliato identificare semplicisticamente comicità e sogno, perché sono assai diversi sia

i regimi di coscienza implicati (nel sogno si dorme, nel motto di spirito si è ben svegli); sia la

funzione comunicativa, che il sogno non possiede altrettanto esplicitamente rispetto al e infine

Witz;

il carattere pluripersonale del motto di spirito, che comporta come minimo il coinvolgimento di due

o tre persone.

Una volta compiuta la distinzione tra sogno e motto di spirito, la si deve subito attenuare, perché

anche il motto è senz'altro una via di accesso all'inconscio, nel quale si tuffa istantaneamente per

subito riemergere. Quindi l'affinità col sogno è evidente.

Freud assegna un ruolo complementare alla seconda e alla terza persona nel compimento del motto

in azione.

E' tuttavia innegabile che il motto «viene», zampilla involontariamente nella mente di chi lo crea,

che ne può ridere anche fra sé e sé - . Esso si genera nel gioco tra preconscio e inconscio di chi lo

produce, con un automatismo che può essere talvolta socialmente imbarazzante e trascurare le

convenienze o le alleanze con una parte, se non con tutto l'uditorio, che pure è implicato nella sua

produzione.


PAGINE

21

PESO

157.88 KB

AUTORE

MrStout

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MrStout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di analisi dell'umorismo in italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Analisi dell'umorismo in italiano

Analisi dell'umorismo in italiano - Appunti
Appunto
Nietzsche - Rapporto con Schopenhauer
Dispensa
Creatività e arte
Dispensa
Crisi delle certezze - Tesina
Appunto