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5- Maturazione

Questa fase si realizza attraverso la formazione delle cariossidi, l’accumulo delle

sostanze di riserva e l’essiccazione delle cariossidi dove si ha una notevole perdita di

acqua. La maturazione può essere suddivisa in 4 stadi successivi:

- Maturazione LATTEA: La pianta è ancora verde, così pure i granelli,

che contengono un liquido lattiginoso più o meno denso e molta acqua. La cariosside

è fragile.

- Maturazione CEROSA: Si nota un ingiallimento avanzato, ma non

totale. Soltanto alcune parti della pianta sono ancora turgide e vitali. Le cariossidi,

prive di clorofilla assumono una consistenza cerosa un pò più solida della fase

precedente. Si ha ancora un accumulo di sostanze di riserva e si ha ancora una

discreta quantità d’ acqua con un’umidità del 40%.

- Maturazione FARINOSA: Tutta la pianta è gialla e secca;

le cariossidi, gialle anch'esse, hanno una struttura più solida. Nei granelli la

percentuale di acqua è del 25-30% e l’accumulo di sostanze di riserva è terminato.

Questa fase è quella migliore per la mietitura.

- Maturazion DI MORTE: Si ha un ulteriore perdita di acqua nei granelli

(contenuto 12-13%). Però il culmo e il rachide sono fragili e si rischiano perdite nella

raccolta. L’ umidità deve essere inferiore al 14% se no la pianta marcisce.

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Tesina Esame di Produzioni erbacee in ambiente montano - - Scienze Forestali e Ambient.

Triticum aestivum

FRUMENTO TENERO

Il grano tenero è la specie di frumento che, per il suo largo impiego nella

panificazione e nella produzione di paste alimentari fresche, assume maggior

importanza fra i cereali in coltivazione oggi.

- Origine

Il frumento è un cereale autunno-primaverile, noto fin dai tempi antichi e fu una

delle prime colture su larga scala. È originario dell’Asia sud-occidentale,

precisamente in quella che veniva definita la Mezzaluna Fertile tra il Tigri e l’Eufrate

e fu tra le prime piante ad essere coltivate stabilmente da popoli sedentari.

- Apparato radicale

È del tipo fascicolato e presenta delle radici

Avventizie.

Le radici avventizie spuntano poco sotto la

superficie del terreno, dai nodi alla base dei

culmi: sono molto numerose e sviluppate, tanto

che costituiscono la grande massa del sistema

radicale. Le radici più profonde servono per

l’apporto di acqua e Sali minerali. La profondità

cui possono raggiungere le radici del frumento

dipende dallo stato nutritivo della pianta e della

natura del terreno e di norma si aggira tra 25 e

35 cm dalla superficie.

- Stelo e Foglie

Il fusto del frumento è un culmo costituito da

nodi e internodi; è provvisto di foglie e

all’estremità inferiore di infiorescenze. Il culmo ha

una sezione circolare, con diametro decrescente

dalla base all’apice e nella parte interna, in

corrispondenza degli internodi, di solito è vuoto.

I nodi sono il punto di origine delle foglie,

costituite da una guaina avvolgente il culmo

stesso. Il numero e la lunghezza degli internodi, l’ampiezza e il portamento delle

foglie, il diametro e lo spessore del culmo sono caratteri mutevoli con la specie, la

varietà e con le condizioni colturali. Essi hanno importanza, in particolare per quanto

riguarda i caratteri morfologici e anatomici del culmo, per la resistenza e la

suscettibilità della pianta a malattie come per esempio l’allettamento. L’altezza che

può essere raggiunta dai culmi del frumento varia molto con lo stato di nutrizione

della pianta e, soprattutto con la varietà: da 60–70 cm delle varietà nane a 160–180

cm.

- Infiorescenza

Ogni culmo porta all’apice l’infiorescenza che nel frumento è una spiga, che

presenta fiori sessili semplici, cioè attaccati direttamente all’asse. Ogni spiga è

formata da un rachide, costituito da corti internodi, che portano ad ogni dente una

spighetta. Ognuna è formata da due glume, che racchiudono diversi fiori, non tutti

fertili, contenenti ognuno un ovario. Ciascuno dei fiori protetto da due glumette, una

inferiore e una superiore. Filizzola

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- Frutto

La granella o chicco del frumento è una cariosside, ovvero non ha semi distinti dal

resto dell'involucro. Essa è un frutto secco indeiscente, ossia non si apre a

maturazione completa.

Ha una forma ovoidale ed è composto:

a- Dall'embrione o germe

b- Dai tegumenti o endosperma che protegge il seme

c- Dall'involucro contenente amido glutimido e proteine

L’embrione rappresenta una piccola parte del granello; però ha un compito

essenziale ai fini della riproduzione della specie. Contiene soprattutto grassi,

sostanze azotate, enzimi, vitamine e ormoni. La forma, le dimensioni e l’aspetto

delle cariossidi mutano con la specie e la varietà. D’importanza notevole nei confronti

della qualità del prodotto e del suo impiego sono la consistenza e l’aspetto

dell’endosperma, che può apparire ambraceo, vetroso, farinoso, bianco, tenero,

secondo la specie la varietà e l’ambiente di coltura.

- Adattamento all’ambiente ed esigenze pedoclimatiche

Il frumento tenero si adatta soprattutto ai terreni di medio impasto ed argillosi,

mentre dà produzioni scadenti in suoli sabbiosi, poveri e a reazione acida.

Le varietà di frumento tenero coltivate in Italia sopportano bene i freddi invernali

e richiedono, a partire dalla levata, temperature crescenti.

Negli ambienti di alta collina e montagna è necessario evitare varietà non

sufficientemente resistenti al freddo invernale. Nei fondovalle e negli ambienti dove

frequentemente si verificano ritorni tardivi di freddo è bene non coltivare il frumento

tenero. In fase di maturazione il frumento tenero si avvantaggia di un clima

caldo e poco piovoso.

- Esigenze idriche e programmazione degli interventi irrigui

Il frumento tenero è una pianta a medie esigenze idriche, concentrate soprattutto

nel periodo tra la levata e le prime fasi di maturazione. Per evitare stress idrici è

necessario intervenire quando il 50-60% dell’acqua disponibile nel terreno è stato

consumato. Posto in terreni con buone capacità di ritenzione idrica non necessita di

interventi irrigui. Teme il ristagno idrico nel terreno in quanto si creerebbe un

microclima atto a far sviluppare le più comuni micotossine e teme inoltre i forti venti

ed i temporali primaverili in quanto causa di allettamento e rottura della spiga.

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- Esigenze nutritive e programmazione delle concimazioni

La concimazione rappresenta l’intervento agronomico più efficace per migliorare la

produzione e la sua qualità. Criterio base di una buona tecnica di concimazione è il

soddisfacimento delle esigenze fisiologiche della coltura, ottenuto assicurando la

massima possibile efficienza produttiva dei nutrienti forniti con la fertilizzazione.

Concorrono a tale finalità la corretta definizione delle dosi e delle epoche di

somministrazione e la scelta del tipo di concime.

- CONCIMAZIONE AZOTATA

Le dosi di azoto per ettaro si stabiliscono sulla base della curva dosi di elemento-

rese produttive. Tale curva indica in circa 150 kg/ha di azoto, essa è la dose oltre la

quale non si hanno ulteriori incrementi significativi della resa in granella del

frumento. Non sono previste quote aggiuntive di azoto nel caso di interramento dei

residui delle colture precedenti.

La definizione delle epoche migliori per la concimazione minerale discende dalle

seguenti considerazioni:

- L’assorbimento di azoto dal terreno non procede in misura significativa prima dello

stadio di 3° foglia, che segna l’inizio dell’accestimento;

- L’assorbimento di azoto si protrae dalla fase predetta sino alla piena formazione

della cariosside;

- È preferibile evitare la distribuzione di azoto, sotto qualsiasi forma chimica, prima o

in concomitanza della semina. Tutto l’azoto previsto per la coltura dovrebbe essere

fornito in copertura, frazionato in più dosi.

La concimazione azotata dovrebbe essere effettuata in tre volte, corrispondenti agli

stadi di:

- Inizio accestimento (distribuzione del 20% della dose totale di azoto)

- “viraggio” (35% della dose)

- “spiga a 1cm” ( 45% della dose).

- CONCIMAZIONE FOSFATICA

Il frumento è specie poco esigente nei confronti del fosforo, le dosi di questo

nutriente da apportare con la concimazione dipendono fondamentalmente dalle

disponibilità del terreno in fosforo assimilabile rilevate dall’analisi chimica. La

quantità di P O da apportare per il cereale deve limitarsi alla restituzione della quota

2 5

che sarà effettivamente asportata dalla coltura.

- CONCIMAZIONE POTASSICA

La concimazione potassica è regolata dalle disponibilità del terreno in termini di

potassio scambiabile. Il frumento, ha modeste esigenze nei riguardi del potassio. È

consigliabile non eseguire la concimazione potassica del frumento tenero, salvo casi

di accertata carenza del terreno.

- Tecniche di lavorazione

Le tecniche di lavorazione consigliate sono:

- Aratura fino a 25-30 centimetri di profondità;

- Minima lavorazione a 10-15 centimetri di profondità;

- Semina diretta su terreno non lavorato(sodseeding);

È consigliabile che i lavori preparatori del terreno, in particolare l’aratura, non

superino, 25 cm di profondità.

L’operazione di affinamento finale, va effettuata immediatamente prima della

semina, per evitare che eventuali piogge compattino il terreno affinato.

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- Epoca di semina

L’epoca ottimale per la semina del frumento tenero in Italia si colloca tra la

seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre. La semina viene

effettuata con una seminatrice a convenzionale in linea, che distribuisce le cariossidi

in file parallele poco distanziate, interrandoli a una profondità regolare di 2–3 cm. La

migliore densità di semina è quella corrispondente a 450 cariossidi germinabili per

m².

- Tecnica di raccolta

La raccolta del frumento tenero avviene in Italia verso Giugno-Luglio.

Il raccolto comporta il taglio della pianta chiamato mietitura e, la separazione dei

chicchi dalla paglia cioè la trebbiatura.

In genere queste due operazioni sono svolte

contemporaneamente, con l’impiego di una mietitrebbia.

Dalla trebbiatura si ottengono la granella, la paglia data dai

culmi e dalle foglie, la quale è raccolta in rotoballe per essere

utilizzata.

Poiché nel corso della notte la granella riacquista umidità

dall’atmosfera, la mietitrebbiatura non deve iniziare prima del

mattino inoltrato né proseguire nel tardo pomeriggio.

- Rese, destinazioni e conservazione dei prodotti

La resa annua varia da 2,1 a 8 t/ha.

Il grano tenero è particolarmente adatto alla produzione di farine per pane e

pasta. L’industria molitoria assorbe gran parte del prodotto per la riduzione di farine

utilizzate nella panificazione.

Farine panificabili ricavate dalla molitura del grano tenero sono:

- FARINA 00 (è la più bianca in quanto priva della sia pur minima traccia di

materiale di scarto)

- FARINA 0 (ancora bianca)

- FARINA 1

- FARINA 2

Dalla molitura si ottengono, oltre alle farine panificabili, numerosi sottoprodotti di cui

i più importanti sono:

- Crusca

- Cruschello o Tritello

- Farinaccio

- Utilizzazione degli scarti

Il sottoprodotto della raccolta in campo del frumento è la paglia: essa può essere

pressata e commercializzata, cioè venduta ad aziende che ne abbisognano o venire

reimpiegata in azienda. Lo scopo può essere molteplice: per lettiere dei bovini

nelle stalle, coadiuvare una razione alimentare per

aumentare oltre il volume nell'unifeed anche la

sensazione di sazietà dell'animale, o per la

fabbricazione della carta. Sarebbe molto utile per

aziende che non dispongono di concimi organici

l'interramento in campo della paglia per restituire in

parte gli asporti del frumento di macroelementi N,P,K,

anche per fornire sostanza organica a tutto vantaggio

della struttura del suolo.

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Secale cereale

SEGALE

La segale è un cereale diffuso nelle zone temperate.

Esiste la segale invernale e la segale estiva. Nell'Europa

centrale viene coltivata quasi esclusivamente la segale

invernale, che può sfruttare meglio l'umidità invernale e

resiste meglio a un'eventuale siccità primaverile, dando

un raccolto migliore. La segale estiva viene coltivata solo

in regioni con pericolo di gelate tardive e in posizioni

montuose esposte. Viene seminata in settembre/ottobre e

raccolta in autunno. La segale si adatta meglio del

grano ai climi asciutti e ventilati.

- Utilizzo

La segale viene usata soprattutto in Europa centrale e

orientale e in Scandinavia per produrre il pane.

In Germania la segale viene impiegata soprattutto come

mangime nel nutrimento degli animali e come cereale per

pane. Dal 2004/05 la segale viene tuttavia coltivata

anche come elemento fondamentale per la produzione di

bioetanolo. La segale viene utilizzata anche per produrre

alcool. Per esempio i tipi migliori di vodka vengono

prodotti con la segale. Il famoso "Kornbrand" bevuto

spesso in Germania del nord è perlopiù un prodotto della

segale. Filizzola

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Hordeum vulgare

ORZO L’orzo è tra le specie del genere Hordeum, quella

economicamente più importante, da cui si ricava l'orzo

alimentare da cui dipende una considerevole parte

dell'alimentazione mondiale.

- Caratteri botanici

L'orzo è un'erba annuale; nell’ambito dei diversi tipi di

orzo troviamo cultivar primaverili e cultivar autunnali,

inoltre si distinguono orzi aristati e orzi mutici (senza

reste sulle glume). La cariosside può essere nuda (le

glume si staccano durante la trebbiatura) o vestita (le

glume sono saldate alla cariosside)

- Descrizione della pianta

L'orzo è una pianta erbacea annuale, che a maturità può

raggiungere un'altezza di 60-120 cm, a seconda delle

cultivar.

L’apparato radicale è fascicolato, formato da radici

seminali (radici primarie) che si sviluppano alla

germinazione del seme e radici avventizie derivanti dai

culmi di accestimento che si formano dalla base del fusto

nella zona detta corona.

In terreni idonei può raggiungere, nella pianta adulta, la profondità di 2 metri.

Il culmo è cilindrico, suddiviso in 5-8 internodi cavi, separati da setti trasversali ai

nodi.

Le foglie, disposte in modo alterno sul culmo, prendono origine dai nodi, e sono

costituite da guaina (avvolgente il culmo), lamina, ligula poco appariscente ed

auricole più lunghe rispetto ad altri cereali microtermi.

L'infiorescenza è una spiga composta caratterizzata da rachide breve, a zig-zag, ai

cui nodi (in numero variabile da 10 a 30) sono inseriti tre spighette uniflore.

Tali spighette sono formate da glume sterili, ridotte a semplici formazioni pelose, che

racchiudono al loro interno i fiori protetti da piccole brattee fertili: lemma (glumetta

inferiore) e palea (glumetta superiore). La lemma avvolge la palea ed entrambe alla

maturazione aderiscono alle cariossidi (frutto vestito), ad eccezione delle varietà

dette a cariosside nuda. Nelle forme esastiche i tre fiori sono tutti fertili, quindi le

spighe presenteranno tre file di cariossidi, mentre nelle forme distiche è fertile solo

il fiore centrale per cui le spighe avranno solo due file di cariossidi. Le lunghe setole

caratteristiche di questa specie (dette reste o ariste) prendono origine dalla

nervatura mediana della lemma.

Il fiore, ermafrodita, è formato da tre stami e due stimmi pelosi; sono presenti

anche due lodicole. L'impollinazione è anemofila.

Il frutto è una cariosside con pericarpo aderente al seme. Il colore è generalmente

giallognolo anche se alcune cultivar presentano cariossidi biancastre o addirittura

rossastre o nere. Le dimensioni sono variabili da 8 a 12 mm in lunghezza e 3- 4mm

in larghezza, il peso di 1000 semi “vestiti” varia da 25 a 55 g (mediamente 45 – 50 g

nei distici e 35 - 45 g nei polistici). Filizzola

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- Esigenze ambientali

Rispetto agli altri cereali autunno-vernini come ad esempio il frumento, l’orzo

presenta una buona resistenza alla siccità e può sopportare temperature di 38 °C

se l’umidità ambientale non è troppo elevata. Più problematiche sono le condizioni

caldo-umide che favoriscono varie malattie fungine. Per quanto riguarda l’altitudine

può essere coltivato dal livello del mare fino ai 4500 m delle Ande o dell’Himalaya;

alle alte latitudini riesce a maturare nelle brevi estati di quelle zone. Resiste molto

bene alla salinità del suolo garantendo una buona produzione anche a 8 – 10 mS cm,

tollera il freddo anche se in misura minore rispetto ad altri cereali vernini quali il

frumento e la segale.

L’orzo germina ad una temperatura minima di 5 °C, la temperatura ottimale per la

crescita è di 15 °C, mentre 17 – 18 °C sono idonei per la fioritura. Nel periodo

invernale, con una coltre nevosa che protegge da deleteri sbalzi termici, può

sopportare anche temperature di –20 °C.

Con temperature primaverili superiori ai 20 °C e in assenza di precipitazioni si

osserva un significativo accorciamento del ciclo colturale. L’accestimento è favorito

da temperature basse e fotoperiodo breve. Ha una bassa capacità di competere per

la luce, è quindi sconsigliabile la consociazione con colture arboree.

I terreni più adatti risultano essere quelli di medio impasto, ben drenati, con pH

compreso tra 7 e 8. È preferibile che i terreni siano ben dotati in fosforo e potassio,

mentre un eccesso di azoto favorisce una produzione eccessiva di paglia a scapito

della granella e favorisce l’allettamento.

La sensibilità allo stress idrico è diversa a seconda della fase del ciclo della coltura;

L’azione concomitante di carenza idrica e vento caldo secco provocano il fenomeno

della “stretta“ con cariossidi piccole e striminzite. L’eccesso idrico è altrettanto

pericoloso: provoca asfissia radicale ed eccessivo sviluppo della vegetazione con

rischi maggiori di allettamento.

- Semina

La data di semina varia in relazione all’andamento meteorologico del singolo anno

oltre che in base alle caratteristiche pedoclimatiche del luogo; è però opportuno

distinguere in:

- Semine autunnali:

effettuate nel Nord Italia verso metà ottobre, ricordando che un ritardo eccessivo

causa un’emergenza posticipata. Al Sud viene generalmente seminato dalla prima

decade di novembre alla prima decade di dicembre.

- Semine primaverili:

devono essere effettuate appena si hanno condizioni climatiche idonee, per evitare

che la coltura si trovi nella fase di maturazione con temperature troppo elevate.

Questo provocherebbe lo sviluppo di cariossidi piccole e striminzite

La semina autunnale consente l’ottenimento di rese superiori (anche di un 30

– 50%), in particolare al Sud, si avvantaggia delle precipitazioni del periodo

autunno-invernale e soffre meno per la siccità primaverile.

Per questi motivi la semina primaverile è da considerarsi un ripiego se non si è

potuta effettuare la semina autunnale.

La quantità di seme varia indicativamente da 120 a 170 kg ad ettaro, in base alla

varietà, all’epoca di semina, alle condizioni del terreno e alla germinabilità del seme.

La semina viene effettuata a spaglio o più frequentemente a file distanti 15-20 cm

(12-15 cm per gli orzi distici, per ridurre l’accestimento), con profondità di semina di

30 – 40 mm. Filizzola

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- Concimazione

Vengono indicate come quantità orientative 70 – 110 kg a ettaro di azoto (a seconda

della fertilità del terreno), 70 – 100 kg a ettaro di fosforo (espressi come P O ) e 60

2 5

–120 kg a ettaro di potassio (espresso come K O).

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Fosforo e potassio vengono somministrati alla semina in quanto non

dilavabili, mentre l’azoto va dilazionato distribuendone un 15 – 20% in pre-

accestimento (metà dicembre - gennaio), un 35 – 40% a febbraio per favorire il

viraggio e il restante 45 – 50% a marzo, nel periodo della levata.

È consigliabile evitare l’ultima azotatura durante la levata per gli orzi destinati alla

produzione di malto, riducendo l'apporto di azoto a 40 – 50 kg totali. In questo caso

infatti, il contenuto di proteine nella granella deve essere il più basso possibile.

- Raccolta

La raccolta dell’orzo da granella è effettuata nelle prima decade di giugno, mentre

l’impiego come foraggio verde prevede la trinciatura nella prima decade di maggio al

Nord Italia e tra il 15 marzo e il 15 aprile al Sud Italia.

Alla mietitura la cariosside deve presentare un tenore in umidità del 12 – 24%,

anche se viene spesso raccolto con un elevato tenore di umidità per evitare che il

disseccamento della pianta provochi la caduta delle cariossidi. In questo caso però,

aumentano i costi per l’essiccazione della granella al fine di garantirne la

conservazione.

Le macchine per la raccolta dell’orzo sono le mietitrebbie, utilizzate anche per altri

cereali, cambiando le testate in base alla coltura.

Particolare attenzione deve essere rivolta verso la raccolta degli orzi distici in quanto

non sono accettabili rotture di cariossidi e sgranatura. Inoltre, queste varietà,

possono germinare già sulla spiga, causando una perdita di valore della cariosside; è

quindi indispensabile non ritardare eccessivamente la raccolta.

L’umidità di conservazione della granella deve essere inferiore al 14% per evitare

l’insorgenza di funghi sulla cariosside. Se alla raccolta il contenuto idrico della

granella è maggiore può essere essiccata, con passaggi in appositi essiccatoi dove

non devono essere superati i 40 – 45 °C per evitare riduzione alla germinabilità del

seme.

La produzione unitaria varia tra le 2–6 t per ettaro, le produzioni maggiori (5 – 6

tonnellate per ettaro) si hanno in Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e

Friuli. Filizzola

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Avena sativa

AVENA COMUNE

L'avena è una pianta della famiglia delle Graminacee ed è la specie più nota del

genere Avena.

- Descrizione

L'avena presenta il tipico fusto erbaceo delle graminacee,

detto culmo, cavo e sottile e suddiviso in diversi internodi.

Le foglie sono sottili e allungate, a nervature parallele,

avvolte a guaina intorno al culmo in modo da ricoprire un

intero nodo ciascuna.

Dai fiori, riuniti a gruppi di 2 o 3 in infiorescenze lasse a

spighette, si sviluppano le cariossidi, vale a dire frutti

secchi e indeiscenti, ricchi di amido. Le glumette, le brattee

che avvolgono le cariossidi, si prolungano in due

caratteristiche ariste sottili.

- Coltivazione

Le varietà utilizzate in agricoltura furono selezionate circa

4500 anni fa a partire da specie selvatiche, da coltivatori

europei e mediorientali.

L'avena viene generalmente seminata all'inizio della

primavera e raccolta in piena o tarda estate; nelle

regioni meridionali dell'Europa e del Nord America può

essere seminata anche in autunno.

La specie più diffusamente coltivata è Avena sativa, mentre

Avena fatua, nota con il nome comune di avena folle, è considerata una

pianta infestante difficile da eliminare, che cresce in Europa, nel Nord

America e in Asia.

- Caratteristiche

Al momento del raccolto i chicchi d'avena consistono di cariossidi (frutti)

altamente digeribili avvolte da un tegumento non digeribile. Rispetto ad

altri cereali, l'avena integrale produce un alimento ricco di proteine

(12%), grassi (7%), fibre (dal 12 al 14%) e carboidrati (circa 64%).

Ha anche un buon contenuto di sali minerali, soprattutto calcio, magnesio, potassio,

silicio e ferro, che ne fa un ottimo remineralizzante.

Rispetto alle varietà comuni fino a qualche tempo fa, quelle attualmente coltivate

hanno rese più elevate e sono più ricche di proteine e di sostanze energetiche; sono

inoltre più resistenti alla ruggine, ai virus e alle aggressioni di insetti. Se consumata

sotto forma di cereali ottenuti dai chicchi tostati, l'avena è un'ottima fonte di

proteine e di tiamina o vitamina B1.

- Valore economico

I chicchi di avena vengono destinati all'alimentazione umana o animale; le piante

verdi sono spesso messe a fieno, immagazzinate nei silos e utilizzate come foraggio,

mentre le piante essiccate costituiscono un ottimo materiale da lettiera per il

bestiame. L'avena rappresenta un'importante coltura da rotazione nelle aziende

agricole che dispongono di bestiame e di terreno arabile.

L'avena contiene antiossidanti che impediscono ai cibi grassi di irrancidire; per

questa proprietà, viene generalmente usata come additivo di diversi cibi e nella

produzione delle carte in cui si avvolgono gli alimenti.

Inoltre, l'avena viene impiegata in distilleria per la produzione del whisky.

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Lolium multiflorum

LOIESSA La Loiessa è una pianta della famiglia delle Graminacee, di

tipo prativo, detta anche "loglio" o "loietto italico", adatta per

erbai monofiti autunno-primaverile.

Di origine mediterranea; la loiessa è stata introdotta in coltura

proprio in Italia, nella Valle padana, da cui si è diffusa in

Europa ed anche in altri continenti, divenendo una delle

graminacee di maggior impiego.

- Caratteri botanici

Specie annua o biennale, alta 40-100cm, a cespi eretti che

non fanno tappeto, si differenzia dal loietto perenne per il

maggior vigore, per le foglie più larghe con orecchiette e ligule

più pronunciate e, per le spighette aristate. Accanto a forme

tipicamente annuali indicate per erbai, esistono forme

biennali adatte anche per prati di breve durata.

- Esigenze ambientali

Le caratteristiche salienti del loietto italico sono, la rapidità di

insediamento e l’aggressività che lo portano a dominare nei

miscugli, precocità di produzione, scarsa resistenza al freddo,

attitudine a rispiegare ripetutamente con conseguente facilità

di disseminazione a vantaggio della persistenza della coltura.

Talvolta viene consociato con il trifoglio violetto; più spesso nei

prati irrigui, con il trifoglio bianco, ma in genere tende a

prendere il sopravvento sulle leguminose. Per questo nei

miscugli polifiti, dove la loiessa viene di solito impiegata per

rinforzare il primo ciclo produttivo, conviene limitarla nella

quantità.

Si adatta al pascolamento meno del loietto inglese.

- Tecnica colturale

La semina non presenta difficoltà e si effettua in epoca

autunnale (settembre-inizio ottobre). Alcune varietà sono

sensibili al gelo. L'erbaio in purezza necessita di concimazioni

azotate di 50 kg/ha all’impianto (+ 100-150 in copertura).

- Utilizzi

È una essenza tipicamente da sfalcio: il primo sfalcio avviene

a metà maggio, poi ogni 5 settimane (rifiorente). Il

foraggio di loiessa, di buona qualità, può essere consumato

fresco, affienato o insilato. La coltura inoltre, viene utilizzata,

soprattutto in centro Europa, per il pascolo.

- Varietà

Le numerose varietà oggi disponibili (circa 250 in Europa, di

cui 54 iscritte al Catalogo italiano) provengono dai più disparati

Paesi, coprono una gamma di precocità di circa 2 settimane, e

si distinguono in alternative e non alternative.

Le varietà italiane più affermate sono: “Asso” alternativa,

biennale e precoce; “Crema” e “Menichetti”. Filizzola

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Lolium perenne

LOIETTO INGLESE

Il Loietto perenne o loglio è una graminacea originaria

dell’Asia occidentale e del Bacino del Mediterraneo, è una

delle piante maggiormente diffuse nelle regioni temperate

e anche quella introdotta per prima in coltura (nel 1600 in

Inghilterra).

Si trova in ambienti freschi e fertili. È sensibile alla siccità

e alle basse temperature.

- Caratteri botanici

Pianta vivace, cespitosa, di taglia media (50-80 cm), il

loietto inglese è caratterizzato da: apparato radicale

superficiale, culmi eretti, spesso pigmentati di rosso alla

base, foglie lucenti nella pagina inferiore, provviste di

ligule e orecchiette corte, infiorescenza a spiga, con

spighette mutiche, con 5-10 fiori, semi piccoli (1.000 semi

= 2 g) rivestite dalle giumelle, con rachilla a sezione

quadrata.

- Esigenze ambientali

La specie presenta una elevata velocità di insediamento.

La sua durata in coltura è di 3-4 anni, ma può

prolungarsi anche molto in condizioni favorevoli e con particolari accorgimenti

(irrigazione, concimazione, tagli frequenti), come si usa nei prati ornamentali.

Pur assicurando una nascita pronta ed una resa abbondante fin dal primo anno, la

sua produttività non è eccezionale, la qualità e l’appetibilità dell’erba sono però

molto buone e l’abbondante accestimento e la rapidità di ricaccio gli conferiscono

un’ottima adattabilità al pascolamento che tuttavia, quando è insistente, tende a far

prevalere i culmi.

Fra le caratteristiche negative del loietto è da annoverare la scarsa resistenza alla

siccità, anche se non mancano tipi di adattamento mediterraneo, per questo si

presta bene soprattutto alle terre fresche, anche caratterizzate da eccessi idrici.

Nelle aree mediterranee a clima dolce, esso permane foglioso anche in inverno. Non

troppo aggressivo verso le altre specie, si presta alla consociazione con

leguminose, specialmente con il trifoglio bianco.

- Tecnica colturale

la semina può avvenire in primavera, se consociata a leguminose o a fine estate

(non oltre metà settembre) se in purezza. La coltura necessita di concimazioni

azotate di 30–60 kg/ha all’impianto e di 100–200 kg/ha negli anni successivi.

-Utilizzazione

La capacità di adattamento del loietto si è ampliata per la disponibilità di numerose

varietà che si distinguono per attitudine al pascolamento o allo sfalcio, alternatività,

resistenza alle avversità e precocità, la cui gamma è molto estesa, potendo nei nostri

ambienti superare il mese.

- Varietà

Le varietà europee sono più di 600; nel catalogo italiano ne figurano 46, di varia

provenienza (Stati Uniti, Olanda, Danimarca, Germania, Polonia). Fra le 12 cultivar

italiane iscritte sono da ricordare, per adattamento e produttività: “Pamir”, tipo da

sfalcio, molto precoce, resistente alla siccità; e “Vejo”, di media precocità.

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Lolium x hybridum Hausskn

LOGLIO IBRIDO

Il Loglio ibrido è stato ottenuto dall’incrocio artificiale fra Lolium multiflorum e Lolium

perenne, il loglio ibrido presenta caratteristiche intermedie fra queste due specie,

abbinando la maggiore produttività della prima con la maggiore durata della

seconda.

- Caratteri botanici

Di taglia alta, buona qualità, durata compresa fra i 2-3 anni.

- Esigenze ambientali

Il loglio ibrido si presta meglio della loiessa, di cui è meno aggressivo, alla

costituzione di miscugli.

- Varietà

Esistono varietà migliorate in Europa, Nord America e Nuova Zelanda. In Italia

trovano modesto impiego le cultivar “Fleurial”, francese, e “Aberstorm”, inglese.

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Bromus willdenowii

BROMO CATARTICO

Il Bromo catartico è originario del Sud America (Uruguay) è diffuso

in Argentina e oggi anche in Australia ed Europa.

- Caratteri botanici

Il Bromo catartico è una specie triennale di alta taglia (70-150

cm) e potente apparato radicale da cui dipartono culmi eretti,

schiacciati alla base, ricchi di foglie provviste di ligule allungate e

senza orecchiette. Infiorescenze a pannicolo con semi piuttosto

grossi e appiattiti (1000 semi = 7 g). È una delle poche

graminacee da prato a impollinazione autogamia.

- Esigenze ambientali

Specie adatta a climi miti, in Italia si è messo in evidenza per:

l’alta produttività (uguale a quella della Festuca arundinacea),

l’alternatività, l’elasticità di utilizzazione, la precocità, la buona

ripartizione stagionale della produzione con possibilità di apporti

anche invernali in aree mediterranee, il facile insediamento in

qualsiasi condizione di suolo, la resistenza alla siccità,

l’attitudine all’autorisemina che prolunga molto la durata della

coltura, la buona qualità e l’ottima appetibilità del foraggio.

Questi pregi lo pongono fra le graminacee più interessanti per i

terreni di media fertilità delle regioni centro-meridionali (e oggi

anche in Val Padana), sia in coltura pura per lo sfalcio (un pò meno

per il pascolamento data la sua sensibilità al calpestio), sia in

consociazione con l’erba medica.

Fra gli aspetti negativi sono da annoverare la mediocre resistenza

al freddo, le grandi esigenze in azoto, la scarsa adattabilità ai

terreni asfittici e la sensibilità al carbone (Ustilago bullata), che

però è superabile adottando varietà resistenti.

- Utilizzazione

L’utilizzazione principale è lo sfalcio, in quanto non adatto al

pascolamento perché sensibile al calpestio.

- Varietà

Poche le cultivar disponibili, provenienti da America, Australia,

Francia e Ungheria, e differenziate per longevità, resistenza al

freddo e al carbone. In Italia, oltre alla varietà nazionale "Cabro",

sono disponibili le cultivar francesi "Luprime" e "Meribel". Sono

oggetto di valutazione anche due specie affini al bromo catartico:

B. sitchensis Trin. (più resistente al freddo), e B. carinatus Hook. e

Arn. (più tardivo e foglioso). Filizzola

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Dactylis glomerata

ERBA MAZZOLINA

L’Erba mazzolina o dattile è una specie erbacea della famiglia delle

Graminacee (Poaceae) ampiamente coltivata come pianta foraggera.

Originaria dell’Europa e delle zone temperate asiatiche e africane, l’erba

mazzolina è una graminacea d’importanza mondiale e certamente tra le

più interessanti per quasi tutti gli ambienti italiani.

- Caratteri botanici

Pianta vivace di taglia alta (60-140 cm), dotata di sistema radicale

profondo e persistente, è provvista di culmi eretti appiattiti alla base,

foglie scabre con ligula bianca allungata e senza orecchiette.

L’infiorescenza è una canicola ramificata con spighette che si

dispongono caratteristicamente a mazzetti e sono provviste di 2-6 fiori.

Semi piccoli (peso di 1000 semi = 1,1 g) vestiti, brevemente ristati e

incurvati, di facile distacco dal rachide dopo la maturazione.

- Esigenze ambientali

È una pianta molto rustica, sopporta temperature

invernali basse, condizioni di siccità e tutti i tipi di

terreno.

È anche molto produttiva (100-120 q/ha) tra le perenni

seconda solo a Festuca arundinacea) e molto longeva

(fra i 5 e gli 8 anni).

È una specie a lento insediamento, non forma subito

cotici serrati, ma ricaccia prontamente producendo foglie

in abbondanza.

Dotata di ottima resistenza al freddo (tranne che allo

stadio di plantula) e discreta resistenza alla siccità e per

di più poco sensibile all’ombreggiamento, l’erba

mazzolina ha un’ampia adattabilità, palesando difficoltà

solo nei terreni molto acidi o in quelli soggetti a ristagni

idrici.

- Tecnica colturale

Per la semina necessita buona preparazione del terreno.

Può essere seminata sia in primavera (a marzo, per

evitare le gelate tardive a cui è sensibile) sia in autunno

(entro fine agosto, per consentire lo sviluppo prima dei

rigori invernali).

- Utilizzi

L’erba mazzolina è un'essenza da sfalcio (possibilmente a inizio spigatura) o da

pascolo. La composizione chimica del foraggio è soddisfacente e l’appetibilità buona,

purché utilizzata tempestivamente, in quanto il peggioramento qualitativo dopo la

spigatura è molto rapido. Alquanto aggressiva, controlla bene le infestanti sia in

coltura pura che in consociazione e si presta bene a miscugli oligofiti o polifiti con

erba medica, trifoglio violetto, trifoglio bianco, lupinella e sulla. La gamma di

precocità si estende per oltre un mese. Filizzola

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Festuca arundinacea

FESTUCA

Festuca arundinacea è una specie di

angiosperme monocotiledoni appartenente alla

famiglia delle Graminacee (Poaceae).

- Caratteri botanici

Pianta vivace, cespitosa di taglia ragguardevole

(80-170 cm), la Festuca arundinacea ha un

sistema radicale molto profondo, steli eretti,

foglie larghe e portamento rigido, ruvide al tatto

per la presenza di scaglie silicee, con nervature

mediana accentuata, ligule corte, orecchiette

forti e denticolate.

L’infiorescenza è un pannicolo con spighette

provviste di 3-10 fiori, semi piuttosto piccoli

(1.000 semi = 2,5 g) con rachide a sezione

circolare.

- Esigenze ambientali

Specie microterma, molto utilizzata nella

realizzazione di tappeti erbosi poiché tollera

caldo, siccità e ombra. Rimane verde tutto

l'anno e resiste a molte malattie, sopporta

molto bene l'usura ed è molto persistente anche

in caso di scarsa manutenzione.

È la specie più adatta al clima italiano e predilige

suoli fertili, con un pH di 6 - 6,5.

Viene spesso usata anche nei campi di calcio.

È certamente fra le graminacee più produttive e anche fra le

più longeve potendo fornire buone rese per 6-10 anni.

Per contro essa presenta due notevoli difetti: il lento

insediamento, che può rendere pressoché improduttivo il

primo anno, e la scarsa appetibilità del foraggio che, pur

presentando una buona composizione chimica, viene sovente

rifiutata dal bestiame oltre lo stadio di spigatura.

L’impianto e l’utilizzazione di questa graminacea costituiscono

quindi due problemi piuttosto delicati.

- Utilizzi

L’alta taglia e il rapido accrescimento rendono la Festuca arundinacea più adatta allo

sfalcio che al pascolamento, che è attuabile solo se condotto razionalmente. Specie

precoce, ma con un ventaglio fra le cultivar di circa tre settimane, la Festuca

arundinacea può essere impiegata in coltura pura o in consociazione con erba medica

o trifoglio bianco oppure, in ambienti marginali, far parte di miscugli polifiti.

In campo agronomico riveste una notevole importanza per la produzione di fieno, in

quanto specie a rapido essiccamento, seguita da Dactylis glomerata e Phleum

pratense.

- Tossicologia

Nei bovini alimentati per almeno due settimane con F. arundinacea contaminata dalle

micotossine prodotte dal fungo Acremonium coenophalium può comparire la

sindrome Fescue foot caratterizzata da gangrena secca preceduta da alopecia e

cianosi alle estremità (arti, padiglioni auricolari, scroto, coda).

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Festuca pratensis

FESTUCA DEI PRATI

Spontanea in Europa, la festuca dei prati è coltivata in tutto

il mondo.

- Caratteri botanici

Di caratteristiche simili alla Festuca arundinacea, ne

differisce per la taglia più bassa 60-120 cm,

l’infiorescenza più corta, le foglie più lucenti e meno

rigide, le orecchiette non denticolate, i semi più piccoli

(1.000 semi = 1 g).

- Esigenze ambientali

Presenta caratteristiche agronomiche quasi del tutto

opposte alla Festuca arundinacea, è infatti assai meno

rustica, meno produttiva, meno longeva (5-8 anni), meno

resistente alla siccità.

Per contro, più tollerante al freddo, più rapida

nell’insediamento e più appetita dal bestiame. La sua

area di diffusione corrisponde essenzialmente alle regioni

temperate per cui la festuca dei prati è da considerarsi

pianta dei climi freschi e di montagna.

- Utilizzi

La Festuca dei prati è adatta a consociazioni con

leguminose non troppo aggressive, per prati pascoli di

qualità.

- Varietà

Le cultivar europee attualmente disponibili sono 45 e

coprono una gamma di precocità di circa due settimane e si

differenziano per attitudine al pascolo e allo sfalcio. Il

Registro italiano annovera due varietà di provenienza

polacca, una slovena e una italiana “Full”.

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Phalaris tuberosa

FALARIDE TUBEROSA

Di origine mediterranea, ma selezionata e largamente utilizzata in Australia, dove è

una delle foraggere preminenti, la Phalaris tuberosa o acquatica si profila

interessante per l’Italia mediterranea.

- Caratteri botanici

È una pianta vivace di alta taglia (90-180 cm), a radici

profonde, con culmi eretti, rigonfi alla base, molto fogliosi,

con foglie ruvide provviste di ligula allungata.

Infiorescenza a pannicolo spiciforme, cilindrica con

numerose spighette a più fiori e semi molto piccoli (1000

semi = 1,3 g).

- Esigenze ambientali

Adatta a tutti i terreni, ma longeva solo in quelli di maggiore

fertilità (5-7 anni), resiste ottimamente alla siccità per la

sua dormienza estiva (ma in climi caldo umidi produce bene

anche in estate). Vegeta in inverno, palesando però una certa

sensibilità al freddo. Rapida nell’insediamento, dà produzioni

elevate, concentrate in primavera, di buona qualità e

appetibilità.

- Utilizzazione

Si presta sia al pascolamento che allo sfalcio, ma l’ingestione prolungata ed

esclusiva può portare a forme di avvelenamento per l’accumulo di sostanze

tossiche. Questo inconveniente viene però superato con una preventiva

somministrazione agli animali di composti a base di cobalto. Molto aggressiva, la

Phalaris può consociarsi con erba medica e con altre leguminose perenni, oppure si

usa in Australia, con il trifoglio sotterraneo.

- Varietà

Le varietà disponibili in Europa ("Sirocco", "Sirolan" e altre) sono australiane.

Nell’Italia meridionale è in atto il miglioramento genetico del materiale locale.

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Phleum pratense

CODA DI TOPO Il Coda di topo è una specie spontanea in quasi tutta l’Europa

e ormai diffusa in tutto il Mondo.

- Caratteri botanici

Il Phleum pratense è una pianta perenne (5-8 anni), di

taglia alta (80-140 cm) caratterizzata da un sistema radicale

superficiale e da cespi poco serrati provvisti di corti rizomi,

con culmi eretti dotati di bulbo basale, foglie allungate e

leggermente spiralate, di colore glauco, a nervature poco

marcate, con ligula bianca e senza orecchiette.

L’infiorescenza è un pannicolo spiciforme, cilindrica,

composta di numerosissime spighette uniflore, con semi

globosi molto piccoli (1.000 semi = 0,4 g).

- Esigenze ambientali

Il Phleum pratense svolge un ruolo importantissimo per la

produzione foraggera in zone fredde e montane,

specialmente alpine. Resistentissimo alle basse

temperature e all’acidità, predilige infatti ambienti umidi e

freddi, senza sbalzi termici eccessivi e terreni da neutri ad

acidi, non troppo sabbiosi o secchi, mentre non riesce a

sopravvivere in condizioni di aridità prolungata. Fra le

foraggere pratensi è la più tardiva, anche se la gamma di

precocità delle diverse cultivar copre tre settimane.

- Utilizzazione

Graminacea di lunga persistenza (5-8 anni), tende a

concentrare la produzione al primo ricaccio, mettendosi in

riposo nel prosieguo della stagione. Il passaggio dalla fase

vegetativa a quella riproduttiva è graduale, per cui non vi

sono grossi problemi nell’utilizzazione. La produttività è

paragonabile a quella dell’erba mazzolina.

Il foraggio lascia un pò a desiderare quanto a contenuto

proteico, ma l’appetibilità è ottima. Può essere impiegato

in coltura pura per assicurare produzioni tardive; in

consociazione, data la sua modesta aggressività, è più

indicato con il ginestrino e il trifoglio bianco e ibrido, che con

l’erba medica che tende a soffocarlo.

- Varietà

Esistono numerose varietà che si differenziano per precocità, ritmo di vegetazione e

tipo di utilizzazione (sfalcio e pascolamento). Quasi tutte le cultivar provengono dal

Nord e Centro Europa, Canada e Stati Uniti. Nel Registro italiano figurano 7 varietà,

di cui 3 nazionali e 3 polacche; la più diffusa è “Toro”, precoce e a utilizzazione

bivalente (pascolamento e sfalcio). Filizzola

Tesina Esame di Produzioni erbacee in ambiente montano - - Scienze Forestali e Ambient.

LEGUMINOSE

Le Leguminose (da legume, il frutto più tipico) o Fabacee (da faba = fava, una delle

specie coltivate più antiche) o anche Papilionacee (da papilio = farfalla, per la forma

del fiore) sono una famiglia di piante dicotiledoni dell'ordine delle Fabales.

RADICI

Le radici sono fittonanti, raggiungono profondità elevate

andando a toccare le riserve idriche profonde (anche 2 m).

Sulle radici delle leguminose vivono, in simbiosi con la

pianta, dei batteri (Rhizobium leguminosarum) in

grado di fissare l’azoto atmosferico: per questo motivo le

leguminose rivestono un’importanza particolare in

agricoltura, venendo utilizzate come piante per la pratica

agronomica del sovescio (un sistema utilizzato allo scopo

di arricchire il terreno di sostanze organiche e di azoto

atmosferico sotterrando con vanga o aratro delle

leguminose in piena fioritura, per esempio lupinella o

vulneraria).

Le radici delle leguminose hanno elevata capacità di

scambio cationico (capacità di assorbimento degli Ioni

+

Ca ). I terreni appenninici sono argillosi, molto ricchi di

potassio. Sono molto esigenti di Zolfo, perché nelle loro

proteine sono presenti strutture di Zolfo (Perfosfato

minerale, utile per la pianta bivalente con terreni acidi).

AZOTOFISSAZIONE

I Noduli radicali sono il segno della presenza della simbiosi Pianta/Batteri

azotofissatori.

La fissazione dell’Azoto atmosferico consiste in una trasformazione chimica dell’Azoto

che, dalla forma Molecolare (N ) viene metabolizzato dai batteri e trasformato in

2

3- 4+

Nitrato (NO ) o ione Ammonio (NH ) direttamente utilizzabile dalla pianta.

La simbiosi più conosciuta è quella che si instaura tra le Leguminose e il

microrganismo Rhizobium.

La simbiosi si instaura quando i Batteri, entrati nel parenchima della

radice, producono un nodulo (visibile ad occhio nudo) che è una

struttura costituita da sacchi membranosi che circondano i gruppi di

batteri.

I Noduli che sono a stretto contatto con il sistema vascolare della

radice, permette ai batteri di alimentarsi e alla pianta di assimilare

l’Azoto ammoniacale prodotto dai Batteri. Filizzola

Tesina Esame di Produzioni erbacee in ambiente montano - - Scienze Forestali e Ambient.

CHIOMA

Rametti con foglie per lo più composte (pennate e trifogliate) inserite sul

fusto in modo puntiforme. Con lo sfalcio si staccano facilmente,

soprattutto durante l’imballaggio provocando un’elevata perdita in peso

di biomassa.

INFIORESCENZA

I fiori delle leguminose sono pentameri, prevalentemente papilionati.

La fioritura è il momento migliore per la raccolta, se lo sfalcio

avviene tardivamente dal momento della fioritura (30% di piante fiorite)

si ottiene sempre un foraggio di buona qualità.

SEMI

Le piante sono caratterizzate dall’avere frutti costituiti da un baccello o

legume (da cui il nome): si tratta di un frutto secco deiscente (una volta

maturo si apre longitudinalmente liberando i semi) di forma allungata.

UTILIZZAZIONE

Forniscono un ottimo foraggio la veccia (*Vicia sativa), la vescicaria (*Colutea

arborescensis) dai fiori gialli, diffusa nei boschi mediterranei, l’erba medica o erba

Spagna (*Medicago sativa), la lupinella (*Onobrychis viciaefolia) dai rosei fiori a

grappolo, il trifoglio comune (*Trifolium pratense) e la vulneraria barba di Giove

(*Anthyllis barba-jovis) dai fiori gialli, bianchi o rossi, diffusa nei nostri prati.

Molto importante è l’epoca dello sfalcio, bisogna aspettare la fioritura delle

leguminose, assicurandosi che le radici si siano ricaricate di sostanze di riserva.

Il foraggio, in generale, è ricco di Calcio e proteine (Azoto), possiede un’umidità

superiore alle graminacee.

Sistema Prato-Pascolo

1° utilizzazione, sfalcio a Giugno (Prato)

2° utilizzazione, pascolo degli animali

Il pascolo degli animali si utilizza a causa delle scarse produzioni estive (siccità).

Importante è l’ultima utilizzazione prima dell’inverno, perché per superare la

stagione avversa, la radice deve essere ben costituita, ricaricata di sostanze di

riserva.

Durante le prime fasi di ricaccio, le radici perdono peso, perché si svuotano delle

sostanze di riserva. Dopo i primi 20-25 giorni dal taglio, la radice riprende il suo

processo di accumulo, per questo motivo è buona norma evitare pascolamenti

troppo intensivi. Importanti sono, il metodo, l’epoca e la frequenza dei tagli, tutti

questi fattori influenzano la durata della coltura (persistenza).

All’inizio della fioritura abbiamo il giusto equilibrio tra quantità e qualità del prodotto

foraggero. Il ritmo delle leguminose ricade nel periodo primaverile/estivo, in

primavera si ha un forte ricaccio ed una veloce crescita, ma il tutto avviene più tardi

rispetto alle graminacee che sono più precoci.

La quantità di foraggio del primo sfalcio è sempre maggiore del secondo, inoltre sono

sensibili al calpestio degli animali e provocano *meteorismo negli erbivori

(ruminanti). Si consiglia di utilizzare le leguminose soprattutto come sfalcio.

Filizzola

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METEORISMO

È caratterizzato dal rapido accumulo di gas di fermentazione nelle parti superiori

del rumine. Sono più esposti alla malattia i bovini e le pecore, in minor grado le

capre. Il meteorismo acuto è causato dall'ingestione di alimenti facilmente

fermentabili, come sono in special modo le leguminose molto giovani allo stato

verde, specie se di prato non irriguo o irrigato da parecchio tempo, perché in tal

modo le erbe si rendono più sapide e più appetite. La malattia è più facile negli

animali al pascolo che in quelli che si nutrono in stalla; Gli animali dopo un certo

tempo dall'inizio del pasto, si mostrano in preda a un particolare malessere, sono

irrequieti, cessano di mangiare, il ventre e specialmente il fianco sinistro, aumentano

rapidamente in volume. Quando si ha il ripristino dei movimenti del rumine, come

avviene di frequente, i gas contenutivi vengono in breve eruttati, con rapido ritorno

in condizioni normali, quando, al contrario, lo stato d'inattività del rumine persiste, il

grado di distensione delle sue pareti conduce l'animale a morte per asfissia.

Il compito principale della cura mira a promuovere l'evacuazione dei gas. Lo scopo

può essere raggiunto eccitando la motilità del rumine con bevande alcooliche, con il

massaggio, le docce o le compresse d'acqua fredda, oppure favorendo la fuoruscita

dei gas costringendo l'animale a camminare in forte salita.

L'applicazione d'una sonda esofagea razionalmente costruita è destinata a dare buon

esito. Come ultima risorsa a esito sicuro, resta la puntura del rumine in

corrispondenza del punto più

prominente del fianco sinistro.

Il meteorismo negli animali al

pascolo, si previene facendoli

sostare breve tempo nei prati di

leguminose, alternando il

pascolo di leguminose con quello

di graminacee o somministrando

agli stessi erbivori, prima di

essere condotti al pascolo, una

certa quantità di foraggio secco.

CICLO DI SVILUPPO

1- Semina

La semina avviene a Feb-Mar (fine inverno), a Settembre producono seme. Le

specie che seminate producono seme nello stesso anno di semina, sono dette

“Alternative”.

Nel corso dell’inverno, le leguminose assumono una formazione a rosetta (stasi

invernale o adattamento invernale).

2- Germinazione

La germinazione è difficoltosa a causa delle piccole dimensioni dei semi, che

richiedono un interramento superficiale con terreno molto fine. Successivamente si

utilizzano Erpici e Rulli per creare contatto col terreno.

3- Sviluppo

La radice forma un fittone, mentre la ramificazione è a corona, più essa è larga e più

l’età è maggiore. Successivamente avviene l’accrescimento degli steli (rami), dei

bottoni fiorali con relativa fioritura con la formazione dei legumi con all’interno i semi

e la loro successiva maturazione. Per le leguminose foraggere il ciclo di sviluppo

arriva massimo alla fioritura e poi si sfalcia. Filizzola

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Medicago sativa

ERBA MEDICA L’Erba medica, detta anche alfa-alfa (dall'arabo al-fal-

fa "padre di tutti i cibi"), è una pianta erbacea

appartenente alla famiglia delle Leguminose (o

Fabacee).

Il nome "erba medica" (già in latino medica e in greco

mediké) non ha nulla che a vedere con la medicina,

ma deriva dalla Media (Persia), da cui era considerata

originaria: "erba medica" = "erba della Media".

Originaria dell'Asia sud-occidentale, è diffusa in Italia

prevalentemente in Emilia-Romagna, Lombardia,

Marche, Veneto.

- Caratteri botanici

L’erba medica è una pianta perenne che in genere

vive 3-4 anni, con apparato radicale fittonante che

può arrivare anche a una lunghezza di 3–5 m;

Il seme è piccolo (1000 semi pesano 2 g), reniforme,

di colore giallo verdognolo; Dal seme spunta una

radice fittonante che penetra rapidamente nel

terreno e giunge di solito a superare di molto il metro.

È un vegetale azotofissatore (per la presenza del

batterio Rhizobium meliloti) e quindi la sua

coltivazione produce anche il risultato di arricchire

nuovamente il suolo di azoto, in modo naturale, dopo

l'impoverimento dato da precedenti coltivazioni di altre

famiglie di vegetali.

I residui dei suoi apparati radicali inoltre migliorano la permeabilità

del suolo.

La pianta di erba medica presenta una corona basale da cui si

originano numerosi steli eretti alti 0,80-1 m, che si sviluppano dal

cespo dopo la raccolta degli steli precedenti. Questa del rapido

ributto che rigenera la vegetazione dopo ogni taglio è una delle più

importanti e apprezzate caratteristiche di questa foraggera.

Le foglie sono trifogliate; le foglioline sono allungate e

denticolate nel terzo superiore del loro margine; le foglioline

costituiscono circa il 45% del peso dell’intera pianta e sono le parti

più nutrienti.

I fiori dell’erba medica comune si formano in numero di 10-20 su

piccoli racemi ascellari e sono di colore azzurro-violaceo.

Il suo fiore è nettarifero, tent'è che in presenza di coltivazioni

abbastanza estese si riesce a produrre facilmente miele

monofloreale.

Il frutto è un legume a spirale, che di solito contiene da 2 a 8 semi.

La Medicago sativa è pianta moderatamente resistente al freddo, in quanto

manifesta la tendenza a continuare a vegetare anche durante l’autunno, così

rimanendo esposta al danno delle successive basse temperature.

È invece molto resistente al caldo e al secco. Filizzola

Tesina Esame di Produzioni erbacee in ambiente montano - - Scienze Forestali e Ambient.

- Esigenze ambientali

Negli ambienti caldi e aridi del

bacino del Mediterraneo le

popolazioni coltivate di erba

medica sono riferibili a

Medicago sativa pura; nelle

zone dell’Italia centro-settentrionale

e, soprattutto, nell’Europa centrale,

dove ai fini della resistenza al

freddo, le erbe mediche coltivate

sono del tipo “variegato”.

L’erba medica è una forte consumatrice

d’acqua: ne consuma 700-800 litri

per formare un chilogrammo di

sostanza secca; nonostante ciò è la

foraggera più resistente alla siccità

grazie al suo apparato radicale

capace di scendere a grande

profondità e di accedere a riserve

d'acqua profonde, purché non trovi ostacoli.

L’erba medica teme moltissimo l’eccesso di umidità nel terreno, per la

persistenza del medicaio è fondamentale la buona sistemazione idraulica dei terreni.

Il terreno più confacente alla medica è quello di medio impasto e quello argilloso di

buona struttura, profondo, in modo da non ostacolare l’approfondimento delle radici.

Nei confronti del pH l’erba medica non tollera l’acidità.

- Avvicendamento

Attualmente nel medicaio la norma è di utilizzare il prato per 3-4 anni, inserendolo in

rotazione. Essendo una grande miglioratrice del terreno, di norma segue e

precede il frumento. L’unica incompatibilità dell’erba medica quanto a successione

colturale è verso se stessa.

- Consociazione

Con le consociazioni permanenti dell’erba medica con graminacee foraggere perenni

(erba mazzolina, avena altissima, festuca arundinacea) si realizza qualche vantaggio

(fienagione e insilamento più facile), ma si ha l’inconveniente di ridurre la quantità,

assoluta e percentuale, di proteine producibili.

- Preparazione del terreno

Nel caso di semina è quanto mai opportuno un lavoro profondo, da rinnovo, per

favorire l’approfondimento radicale. Questo lavoro va fatto presto nell’estate, per

poter aver il tempo di realizzare quello stato di perfetto affinamento superficiale che

la piccolezza del seme rende indispensabile in modo che le semine abbiano buon

esito.

Nel caso di disponibilità di impianto d’irrigazione a pioggia, una tecnica che dà buoni

risultati è quella di seminare il medicaio in estate sulle stoppie del frumento

sottoposte solo alla “lavorazione minima” cioè ad un erpicatura superficiale.

- Concimazione

La concimazione di fondo per il medicaio si basa sul fosforo, del quale le

leguminose sono oltremodo esigenti; l’azoto non è importante data l’azotofissazione;

il potassio in genere è abbondante nei terreni e nelle regioni dove la medica è

diffusa. È opportuno che il concime fosforico, e quello potassico eventuale, sia dato

prima della semina o, meglio ancora, prima dell’aratura. In modo da arricchire di

fosforo gli strati profondi nei quali opererà l’apparato radicale.

Il letame sarebbe utilissimo al medicaio per il miglioramento delle proprietà fisiche

del terreno, alle quali la medica è assai sensibile. Filizzola

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- Semina

L’erba medica può essere seminata:

- 1 All’uscita dell’inverno dal momento in cui la temperatura raggiunge i 5-6 °C;

- 2 In fine estate perché le piantine possano raggiungere un buono sviluppo epigeo

(4-5 foglie) e radicale (almeno 5 cm) all’arrivo dei freddi; infatti le piantine di erba

medica quando sono molto giovani non resistono al freddo.

La semina di fine inverno (febbraio-marzo) è quella più praticata nel caso non si

disponga di possibilità irrigue; potendo fare una o due irrigazioni ausiliarie, per

assicurare l’emergenza, la semina estiva è senz’altro la più razionale.

La semina può essere fatta con diverse modalità:

1- Semina in purezza su terreno nudo, per lo più primaverile;

2- Semina in purezza in estate dopo un cereale, con irrigazione ausiliaria.

La semina può farsi a spaglio, interrando il seme con una leggerissima erpicatura, o

con la seminatrice del frumento, a file distanti 0,14-0,16 m. è della massima

importanza curare che l’interramento dei semi non sia eccessiva: 20-30 mm è la

profondità massima a cui si possono deporre i semi perché essi siano in condizioni di

nascere.

- Quantità di seme

Per avere le 350-400 piante a metro quadro che si considera il popolamento iniziale

migliore di un medicaio è da ritenere che curando la perfezione del letto di semina e

della semina risultati pienamente soddisfacenti possano essere conseguiti con

quantità di seme non superiori a 15-20 Kg/ha.

In molti casi la rullatura può risultare utile per favorire le nascite.

- Cure colturali

La concimazione fosfatica e fosfo-potassica in copertura del medicaio, anche se è

una pratica corrente, non è molto razionale data la scarsa mobilità di questi

elementi, come è stato detto P e K dovrebbero essere stati dati tutti prima della

semina.

- Controllo delle infestanti

Molto temibile è la *cuscuta che può causare estesi diradamenti a macchia d’olio.

Il diserbo dell’erba medica può essere articolato come segue:

1- Durante il riposo vegetativo.

2- Alla ripresa vegetativa.

3- Controllo della cuscuta: La lotta specifica a questa fanerogama parassita è quella

a base di Propizamide, da fare localizzata o a tutto campo subito dopo lo sfalcio.

- Irrigazione

Limitati sono i casi di erba medica irrigua. Solo nelle estreme regioni meridionali

a clima eccessivamente asciutto e caldo, l’irrigazione è necessaria e costituisce

condizione indispensabile per ottenere produzione costante ed elevata.

Filizzola

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- Utilizzazione

Nell’anno di semina la produzione è scarsa. La piena produttività si raggiunge

nell’anno successivo alla semina, al 3° anno la produzione comincia a declinare

per progressivo diradamento. Al momento in cui si scende sotto le 100 piante a

metro quadro il medicaio deve essere rotto perché la sua resa è compromessa.

Nel corso dell’anno il medicaio fornisce il suo prodotto, l’erba, in parecchi tagli: da

un minimo di 2, nel caso di clima e terreno aridi, a 4-5 in condizione irrigua o di

notevole freschezza.

Lo stadio vegetativo ottimale per il taglio è a fioritura iniziata da qualche giorno.

Tagli precedenti forniscono foraggio di qualità migliore, ma riducono la capacità

dell'erba di riprendersi dello stress del taglio: infatti la medica comincia ad

accumulare riserve nelle radici solo in corrispondenza della fioritura.

L’erba medica viene impiegata nel foraggiamento verde o affienata. Come per molte

leguminose da prato, parte delle riserve di carboidrati dell'erba medica non sono

localizzate in posizione ipogea (radici) ma epigea (colletto) per cui nei casi in cui

venga sfalciata è importante non procedere a tagli troppo bassi.

Il pascolamento dell’erba medica è da fare con prudenza perché l’erba giovane può

provocare agli animali ruminanti il meteorismo, sindrome patologica anche mortale

che consiste nell’abnorme gonfiore del rumine. In generale si procede ad un pre-

appassimento dell'erba sfalciata o alla pre-somministrazione di concentrati o foraggi

agli animali mandati al pascolo. Tali accorgimenti non sono invece necessari se la

medica è coltivata in consociazione con una graminacea.

La fienagione è piuttosto delicata, specialmente al primo taglio in cui l’erba è

grossolana per la presenza delle infestanti, e la stagione poco propizia per piovosità,

umidità dell’aria e del terreno e scarsa radiazione solare.

La resa media annua di fieno del prato di erba medica

può giungere fino a 13 t/ha, in condizioni più normali le

rese si aggirano su 8-10 t/ha. Un fieno di erba medica di

ottima qualità ha un contenuto di prodotti grezzi del 18-

22% (su s.s.); il valore nutritivo è di circa 0,6 U.F. per Kg

di s.s.

La raccolta del fieno va fatta con moltissima cura per

evitare che manipolando il foraggio troppo secco si perdano

le foglie, che sono la parte più pregiata, oltre a costituire

circa il 45% del peso dell’intera pianta e ad essere le parti

più nutrienti. Filizzola

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Trifolium pratense

TRIFOGLIO VIOLETTO Il trifoglio pratense o violetto è senz’altro una

delle leguminose foraggere perenni più diffuse

in Europa.

- Caratteri botanici

Il sistema radicale del trifoglio pratense è

costituito da un piccolo fittone molto

ramificato, per cui è piuttosto superficiale.

Gli steli sono eretti, ramificati, cavi, alti fino a

80 cm.

Le foglie sono trifogliate, con foglioline

ovali a margine intero, recanti sulla loro faccia

superiore una banda a V di colore verde

chiaro.

Le infiorescenze sono globose, a capolino,

composte da numerosi (80-100) fiori piccoli,

tubolari, di colore roseo più o meno intenso,

tendente al violaceo. La fecondazione,

esclusivamente incrociata, è assicurata da

insetti impollinatori (api, bombi).

Il frutto è un piccolo legume uniseminato,

i semi sono piccoli (1000 pesano 1,6-1,8 g), di

forma quasi a pera, di colore brillante giallo

con sfumature di violetto variabilissime da

seme a seme e da una parte all’altra di uno

stesso seme.

Il trifoglio pratense è specie fisiologicamente poliennale, in

pratica, però, si comporta come una specie biennale, in

quanto alla fine del 2° anno quasi tutte le piante sono morte o

per siccità o per attacchi di funghi. Pertanto il trifoglio

pratense nei paesi dell’Europa meridionale dura in coltura

soltanto due anni, solo nel Nord-Europa le varietà locali

durano 4-5 anni.

- Esigenze ambientali

Il trifoglio pratense ha un’area di distribuzione più

settentrionale di quella dell’erba medica, in quanto resiste

meglio al freddo, arrivando a popolare suoli fino ai 2600 m,

ma non si adatta ai climi caldi e siccitosi per il suo apparato

radicale piuttosto superficiale.

Quanto al terreno, preferisce quello di medio impasto, fresco,

sopporta bene terreni umidi, molto pesanti, poco calcarei,

acidi (pH 5-7,5, optimum 6-7), inadatti all’erba medica.

Filizzola

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- Tecnica colturale

Il trifoglio pratense è un’ottima coltura miglioratrice che, perciò, è adatta a seguire e

precedere il frumento o un altro cereale affine. È impossibile coltivare trifoglio

pratense su un terreno che lo abbia ospitato poco tempo prima, perciò è

assolutamente indispensabile che il trifoglio pratense entri in rotazioni lunghe, nelle

quali cioè passi un lungo periodo (almeno 5 anni) tra due colture successive di

questa leguminose.

Il trifolium pratense non è eliofilo quanto le altre leguminose, quindi si presta alla

trasemina. Tuttavia è notevolmente danneggiato dal secco, quindi per tutto il ciclo

vegetativo necessità di regolari apporti d'acqua. Non sopporta comunque i

ristagni: nel caso di irrigazione è importante irrigare con piccoli quantitativi apportati

regolarmente, piuttosto che fornirgli elevati apporti idrici che possono essere anche

più dannosi della siccità.

Data la brevità del ciclo produttivo e la lentezza del suo sviluppo nel 1° anno, non c’è

convenienza a seminare il trifoglio pratense in coltura specializzata, in Italia la

tecnica normale è la semina insieme alle Graminacee.

L’epoca più usuale per la semina è febbraio-marzo, per la semina si adoperano

30-35 Kg/ha di seme.

- Utilizzazione

Nel trifoglio pratense la fecondazione incrociata è la regola assoluta, in quanto, le

piante sono totalmente autoincompatibili.

La produzione nel 1° anno è scarsissima, si hanno solo stoppie inerite che, al

massimo, possono essere sfruttate con un prudente pascolamento. La produzione

piena, falciabile, si ottiene solo nel 2° e ultimo anno in cui il prato dà due ottimi

sfalci, uno a metà maggio, l’altro a fine giugno, solo in ambienti e annate molto

favorevoli talora può aversi un modestissimo terzo taglio.

Ottima erba da foraggio, tanto era chiamata nei secoli passati "erba da latte" per i

bovini (tale appellativo è ancora in uso presso gli anziani contadini).

Le rese in fieno sono di 5-6 t/ha. Un fieno ottimo di trifoglio violetto tagliato a

inizio fioritura ha un contenuto di s.s di 86% circa, di protidi grezzi del 17-18% (su

s.s.) e un valore nutritivo di 0,6-0,65 U.F. per Kg di s.s.

Filizzola

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Trifolium repens

TRIFOGLIO BIANCO Il trifoglio bianco è forse, con l’erba medica, la

leguminose da foraggio più diffusa. Nativo del

continente europeo, del Nordafrica e dell'Asia

occidentale, il trifoglio bianco è stato ampiamente

introdotto in tutto il mondo come coltivazione da

pascolo

- Caratteri botanici

Il trifoglio bianco è una leguminose diffusissima

allo stato spontaneo in tutto il continente euro-

asiatico, nei pascoli, negli incolti, nei bordi delle

strade.

Nei prati, forma vasti tappeti che si espandono ad

una velocità di circa 18 cm l'anno. Difficilmente

supera i 30 cm di altezza. La sua caratteristica di

avere fusti striscianti gli permette di

moltiplicarsi per via vegetativa, da cui il suo

comportamento da pianta perenne. Il trifoglio

bianco è pianta vivace, con steli prostrati,

striscianti sul terreno, detti catene, capaci di

emettere radici avventizie dai nodi, queste catene

che si estendono e si rinnovano continuamente

conferiscono alle colture una durata notevole,

infatti i nodi delle catene, dai quali spuntano radici,

foglie e fiori, si comportano come tante nuove

piantine indipendenti dalla pianta madre.

Le foglie sono trifogliate, glabre, portate da un lungo

picciolo eretto. Le foglioline sono leggermente ovali,

denticolate su tutto il margine, con forte nervature e

frequente macchia verde chiaro.

I fiori sono bianchi con frequenti sfumature rosee, riuniti

in gran numero di grossi capolini portati anch’essi da un

lungo peduncolo eretto che fa loro raggiungere un livello

superiore a quello delle foglie. Dopo la fioritura, che

avviene da aprile a ottobre, i fiori diventano penduli e

bruni.

Il foraggio falciabile di trifoglio bianco è costituito esclusivamente dalle foglie e dalle

infiorescenze con i loro piccioli: è perciò molto acquoso, ma anche molto digeribile.

I legumi sono piccoli, quasi sempre riseminato.

I semi sono piccolissimi (1000 semi pesano 0,6-0,7 g), giallo dorati che

invecchiando diventano giallo-rossi. Filizzola

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- Esigenze ambientali

Il trifoglio bianco è adatto ai climi temperato umidi, quanto a terreno esige quelli

sciolti, leggeri, ben provvisti di calce, non necessariamente profondi purché irrigati.

Cresce su tutti i tipi di terreni (ad eccezione di quelli troppo compatti e quelli troppo

sabbiosi): in Italia è possibile trovare questa pianta ai margini dei boschi, sui grandi

prati e lungo i percorsi campestri. In montagna, non sopravvive oltre i 2.000 m.

Il trifoglio bianco cresce su prati erbosi, campi coltivati e in un gran numero di altri

habitat. Resiste alla falciatura e prolifera su terreni dall'acidità assai diversa,

preferendo tuttavia suoli argillosi. È considerato un componente benefico per la cura

organica del prato grazie alla propria abilità azotofissante e alla capacità di eliminare

le erbacce. L'azotofissazione naturale riduce, inoltre, l'assorbimento di azoto dal

terreno ed aiuta a ridurre l'incidenza di quelle malattie dei prati che possono essere

favorite dalla presenza di fertilizzanti sintetici.

- Tecnica colturale

Nell’avvicendamento prende il posto tra due cereali: frumento o riso, il riso è il

precedente migliore perché rinettando perfettamente il terreno dalle erbe terrestri

garantisce un ladinaio puro e di lunga durata.

La semina del ladinaio può farsi in diversi modi:

- in bulatura nel frumento, in primavera con 5-6 Kg/ha di seme;

- col sistema di prato forzato: quando si voglia avere un ladinaio puro, di alta

produttività e di lunga durata, si seminano in autunno, su terreno precedentemente

coltivato a frumento e ben lavorato, 5-7 Kg/ha di seme di ladino e 100 Kg/ha di

seme di segale; in aprile la segale viene falciata, così come il suo ributto dopo una

ventina di giorni, dopo di che crescerà rigoglioso il ladino puro.

L’irrigazione del prato è assolutamente necessaria, con acqua abbondante e

turni frequenti, applicata generalmente con il metodo irriguo della spianata.

Le adacquature si sospendono all’avvicinarsi dei tagli per impedire che il foraggio,

troppo acquoso, possa nuocere e per evitare calpestii eccessivi e dannosi.

Utili si rivelano le erpicature autunnali miranti ad arieggiare il terreno troppo

rassodato ed a favorire la formazione delle catene: vanno usati erpici con organi

taglienti, che taglino le catene, piuttosto che strapparle.

Particolare importanza per la buona produzione e il mantenimento del prato ha

l’impiego del terricciato in copertura: questo concime organico (si tratta di letame

mescolato a terra e fatto maturare) rincalza e fertilizza le piante e facilita

l’allungamento e il radicamento di nuove catene.

- Varietà

Il trifoglio bianco coltivato nei prati monoliti è diverso da quello che si trova

spontaneo nei pascoli e negli incolti, infatti per la coltura intensiva si impiega uno

speciale ecotipo, selezionato nella Valle padana, noto col nome di ladino e

corrispondente alla varietà botanica Trifolium repens var. gigantem.

Il ladino è caratterizzato da maggior sviluppo e rigoglio vegetativo rispetto al trifoglio

bianco comune. Il ladino più pregiato è quello diffuso nella pianura di Lodi e perciò

denominato gigante lodigiano..

Il trifoglio bianco è il più adattabile dei trifogli e per questo ha un’importanza

grandissima nel miglioramento dei pascoli o nell’impianto dei prati-pascoli.

- Utilizzazione

Il ladinaio offre da 4 a 6 tagli all’anno e dura in genere 4 anni.

La resa media annua è di 10-12 t/ha di ottimo fieno, con punte di 12-15 t/ha.

Il buon fieno di ladino ha la seguente composizione: s.s. 84%, protidi grezzi 18-

19%, U.F. 0,6 per Kg di s.s. Filizzola

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Hedysarum coronarium

SULLA La Sulla è una leguminosa spontanea in quasi tutti i

Paesi del bacino del mediterraneo. L’Italia tuttavia, è

l’unico Paese mediterraneo, dove la Sulla viene

sottoposta a coltivazione su superfici significative e dove

viene inserita negli avvicendamenti colturali. È infatti

una leguminosa molto apprezzata sia dal punto di vista

agricolo (come migliorante del terreno e della

fertilizzazione dello stesso) che botanico in quanto è

capace di colonizzare terreni argillosi e pesanti (tipici

delle colline centro meridionali adriatiche) grazie al

fittone di cui dispone. Viene utilizzata come coltura di

copertura per la preservazione del suolo.

Il termine “Hedysarum” farebbe riferimento al concetto

di sapore dolciastro o profumo zuccherino, mentre

"coronarius" rimanda invece all’idea di una corona, ed è

riferito al fiore (fiori a corona). Il nome comune “Sulla”

fa invece riferimento al termine “zulla” usato per

indicare la pianta in Spagna, nome si è poi diffuso anche

in Italia.

- Caratteri botanici

La Sulla ha radice fittonante, unica nella sua capacità di

penetrare e crescere anche nei terreni argillosi e di

pessima struttura, come ad esempio le argille

plioceniche. Alcuni studiosi hanno sostenuto che

essendo un apparato radicale molto consistente

nell'attimo in cui esso si decompone crea dei cunicoli

che permettono l'aerazione del terreno e quindi ha la

capacità di "arare" il terreno.

Gli steli sono eretti, alti da 0,80 a 1,50 m, grossolani

cosi da rendere difficile la fienagione, che rapidamente si

lignificano dopo la fioritura.

Le foglie sono imparipennate, composte da 4-6 paia

di foglioline, leggermente ovali.

Le infiorescenze sono racemi ascellari costituiti da un asse non ramificato sul

quale sono inseriti con brevi peduncoli i fiori in numero di 20-40.

Il fiore, tipico delle leguminose, è piuttosto grande, di colore rosso vivo, è

costituito da un'infiorescenza a racemo ascellare allungato, denso e di forma conico-

globosa, formata da un asse non ramificato sul quale sono inseriti con brevi

peduncoli 20-40 fiori piuttosto grandi e dai peduncoli lunghi.

La Sulla presenta una corolla vistosa rosso porpora, raramente bianca, un vessillo

poco più lungo delle ali e della carena, lunga 11-12mm.

Questa leguminosa fiorisce verso la fine della primavera da aprile a giugno.

La fecondazione, incrociata, è assicurata dalle api e da altri insetti.

Il frutto è un lomento con 3-5 semi, cioè un legume che a maturità si disarticola

in tanti segmenti quanti sono i semi; questo seme vestito si presenta come un

discoide irto di aculei, contenente un seme di forma lenticolare, lucente, giallognolo.

1000 semi vestiti pesano 9 g, nudi 4,5.

La pianta di Sulla è molto acquosa, ricca di zuccheri solubili e abbondantemente

nettarifera, per cui è molto ricercata dalle api. Filizzola

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- Esigenze ambientali

È pianta originaria del bacino

mediterraneo, dal piano fino alla

bassa montagna, nei prati erbosi

incolti, ma anche ai margini di

strade sterrate e fossi, su terreni

per lo più argillosi sino a 1.200

m. La Sulla è resistente alla

siccità, ma non al freddo:

muore a 6-8 °C sotto zero.

Quanto al terreno si adatta

meglio di qualsiasi altra

leguminose alle argille calcaree o

sodiche, fortemente colloidali e

instabili, che col suo grosso e

potente fittone riesce a bonificare

in maniera insuperabile,

rendendole atte ad ospitare altre

colture più esigenti: è perciò pianta preziosissima per bonificare, stabilizzandone

e riducendone l’erosione delle argille anomale dei calanchi, delle crete, ecc.

- Tecnica colturale

La sulla è un ottima coltura miglioratrice, per cui si inserisce tra due cereali.

Attualmente una tecnica d’impianto assai seguita è quella di seminare, a fine estate

sulle stoppie del frumento, seme nudo. Alle prime piogge la Sulla nasce, cresce

lentamente durante l’autunno e l’inverno e dà la sua produzione al 1° taglio, in

aprile-maggio. Gli eventuali ricacci, sempre assai modesti, possono essere pascolati

prima di lavorare il terreno per il successivo frumento.

Se il terreno non ha mai ospitato questa leguminosa ed è perciò privo del rizobio

specifico, non è possibile coltivare la sulla, che senza la simbiosi col bacillo

azotofissatore non crescerebbe affatto o crescerebbe stentatissima. In tal caso è

necessario procedere all’"assullatura", inoculando il seme al momento della semina

con coltura artificiali del microrganismo.

Essendo un'ottima coltura miglioratrice, si inserisce tra gli avvicendamenti di due

colture cerealicole, come grano e orzo.

- Utilizzazione

Il Sullaio produce un solo taglio al secondo anno, nell’anno d’impianto e dopo il

taglio fornisce solo un eccellente pascolo. L’erba di sulla è molto acquosa

(circa 80-85%) e piuttosto grossolana: ciò che ne rende la fienagione molto difficile.

Le produzioni di fieno sono variabilissime, con medie più frequenti di 4-5 t/ha.

Il foraggio si presta bene ad essere insilato e pascolato.

Un buon fieno di sulla ha la seguente composizione: s.s. 85%, protidi grezzi 14-15%

(su s.s.), U.F. 0,56 per Kg di s.s.

Per l’alto valore proteico e il contenuto di tannini viene utilizzata per ridurre le

infezioni gastro-intestinali degli animali al pascolo come i bovini o il pollame.

Sicuramente è una pianta prativa in quanto il suo ciclo biologico è poliennale, in

regime agrario è biennale anche se la pianta potrebbe durare tre anni.

il prato va rotto alla fine del secondo anno perché agronomicamente non conveniente

perché da una densità del 400 piante/m² si passa a 180 piante/m² e perché la

pianta senescente diviene suscettibile alle malattie.

La pianta è considerata anche ottima mellifera, così che il miele di sulla è fra i più

apprezzati e conosciuti, anche se le aree di produzione si stanno riducendo ad aree

meridionali mentre fino a non molto tempo fa i mieli uniflorali di Sulla venivano

prodotti abbondantemente dall’Appennino romagnolo alla Sicilia.

Filizzola

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Lotus corniculatus

GINESTRINO Il ginestrino è pianta di origine euro asiatica presente

normalmente nei pascoli e nei prati naturali europei.

- Caratteri botanici

Il Ginestrino è una pianta erbacea, perenne, alta

40-70 cm, ad apparato radicale fittonante e robusto,

ricco di tubercoli.

Il fusto è sottile ed eretto, per lo più glabro, porta

foglie trifogliate, divise in tre foglioline romboidali.

I fiori sono gialli riuniti in capolini in numero da 2 a

7 (maggio-agosto).

Il legume è cilindrico, bruno a maturità, facilmente

deiscente, contenente 10-20 semi tondi, di color

marrone.

La facile disseminazione da un lato è un

inconveniente perché rende difficile la produzione

commerciale del seme, dall’altro è vantaggioso

perché contribuisce ad assicurare un certo

rinnovamento del popolamento e quindi la sua lunga

durata.

L’impollinazione è entomofila ed è garantita da varie

specie di imenotteri.

Nell’ambito della specie sono poi individuati tipi

diversi:

1. tipo nano o da pascolo

2. tipo eretto a foglia stretta

3. tipo eretto a foglia larga (forma tipica).

- Esigenze ambientali

Il ginestrino si adatta bene a condizioni di clima e di

terreno anche molto diverse. Esso, infatti, resiste

agli eccessi di umidità del terreno meglio della

medica e nello stesso tempo è caratterizzato da

notevole resistenza al secco, tanto da essere in

grado di fornire, anche in condizioni non ottimali, una

buona produzione estiva.

I limiti termici del ginestrino sono all’incirca quelli

della medica alla quale è del tutto paragonabile in

quanto a resistenza al freddo. Questa caratteristica e

la sua conosciuta tolleranza nei confronti di una certa

acidità del terreno rendono il ginestrino specie adatta

ad essere coltivata in terreni organici anche di

montagna.

Valori ottimali di pH si aggirano intorno a 6,5.

Filizzola

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- Tecnica colturale

Il ginestrino è impiegato raramente per l’impianto di prati monofiti, più spesso lo si

trova componente di miscugli per prati polifiti.

La durata del prato in purezza è solitamente di 2-4 anni, ma essa può variare a

seconda delle esigenze di avvicendamento.

Il ginestrino presenta sviluppo molto lento ed è sensibile alla competizione. La

modalità di semina più corretta è su terreno nudo, finemente preparato, rassodato,

interrando il seme appena sotto la superficie.

In coltura pura nel primo anno sono possibili 1 taglio (in asciutto) o 2 (in irriguo) con

resa media in s.s. per taglio di 2-3 t/ha. Negli anni successivi sono possibili 3-4 sfalci

con produzioni complessive di 6-7 t/ha di s.s. negli ambienti di montagna e

10-11 t/ha in ambienti irrigui di pianura.

- Utilizzazione

L’utilizzazione può essere l’affienamento, l’insilamento o il pascolo.

Nei riguardi dell’utilizzazione come pascolo è da annotare prima di tutto che,

diversamente dalla medica, il ginestrino non dà luogo a fenomeni di

meteorismo. In secondo luogo è opportuno tener presente che anche nel ginestrino

sono presenti individui, in percentuale variabile a seconda delle popolazioni, in grado

di liberare Acido Cianidrico (HCN). Non si è tuttavia a conoscenza di fenomeni di

avvelenamento da parte degli animali in seguito al pascolamento anche intenso di

seminati di ginestrino.

Il fieno, fine e aromatico, è di norma molto appetito se ottenuto con foraggio

falciato appena prima della fioritura. Filizzola

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Onobrychis viciifolia

LUPINELLA La lupinella è una leguminosa originaria delle regioni

calcaree e aride dell’Asia e dell’Europa centrale e

meridionale.

- Caratteri botanici

Il sistema radicale è fittonante, profondo e robusto,

ricco di numerosi e grossi tubercoli radicali.

Gli steli sono eretti, grossolani e fistolosi tanto da

rendere difficile la fienagione.

Le foglie sono imparipennate con 7-12 paia di

foglioline. Queste sono ovali assai allungate, intere,

pubescenti sulla pagina inferiore.

L’infiorescenza è un racemo ascellare non

ramificato, lungamente peduncolati, di colore roseo.

L’impollinazione, quasi esclusivamente incrociata, è

assicurata dalle api (i fiori sono fortemente

nettaniferi).

I frutti sono legumi uniseminati, reticolati e rugosi.

Il seme è reniforme, di colore bruno-verdognolo, 1000

semi pesano 20 g se vestiti, 15 g se nudi.

- Esigenze ambientali

La lupinella resiste al freddo e soprattutto alla siccità.

Si adatta meglio dell’erba medica alle terre magre,

sciolte, calcaree, ciottolose.

- Tecnica colturale

La lupinella, ottima pianta miglioratrice che resta in coltura

2-3 anni, si colloca bene tra due cereali.

Spesso è consociata ad erba medica in consociazione

permanente. Normale è la consociazione temporanea col

frumento o altro cereale affine, su cui viene seminata in bulatura.

La semina al Sud viene fatta in autunno impiegando 120 Kg/ha di

seme vestito, al centro è fatta alla fine dell’inverno (marzo) con

60 Kg/ha di seme nudo, più pronto a germinare.

- Utilizzazione

La lupinella ha scarsa attitudine a ributtare dopo il 1° taglio che

quindi, dà il grosso della produzione. La produzione di foraggio, di

buona appetibilità, digeribilità e non meteorizzante, è fornita da

un ottimo primo taglio e da un modesto ributto.

Le rese sono di 20-25 t/ha di erba piuttosto acquosa (80% di

umidità e più), corrispondenti a 4-5 t/ha circa di fieno.

Il fieno di lupinella tagliata all’inizio della fioritura ha la seguente

composizione: s.s. 85%, protidi grezzi 15-16% (su s.s.), U.F.

0,55 per Kg di s.s. Filizzola

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Vicia sativa

VECCIA

È caratterizzata da un elevato polimorfismo. Adatta

soprattutto per le zone meridionali d'Italia perché al

Nord può andare incontro a moria a causa delle basse

temperature.

Viene generalmente usata in consociazione con

graminacee, come la loiessa o l'avena. Produce un

foraggio di buona qualità che può essere anche

affienato. Filizzola

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CONSOCIAZIONI FORAGGERE

Consiste nel coltivare sullo stesso appezzamento

due o più specie foraggere differenti allo scopo di

difendersi da eventuali calamità atmosferiche

impreviste, tipiche dell’ambiente montano/collinare.

A seconda del numero di specie parleremo di:

- Bifite (2) presenti negli ambienti più intensivi,

- Oligofite (3-5) nelle aree più svantaggiate

- Polifite (più di 5) in montagna e collina.

L’obiettivo delle consociazioni fra graminacee e

leguminose è quello di sfruttare al meglio i vantaggi

derivanti dal comportamento complementare delle

specie appartenenti alle due famiglie.

FINALITÀ

Negli ambienti marginali montani il problema più difficile è quello dell’adattamento

delle specie al clima sfavorevole montano. Coltivare più specie significa disporre

di una maggiore elasticità di adattamento e resistenza alle avversità. Infatti se

una specie risente negativamente delle condizioni sfavorevoli, l’altra specie ci

assicura un raccolto, rendendo più stabile la produzione (suddivisione del rischio,

andando a creare un miscuglio di piante appartenenti a specie differenti).

Le consociazioni:

- Incrementano il mantenimento della produzione rispetto alle colture monofite;

- Stabilizzano le rese negli anni (nei primi maggiori leguminose)

- Stabilizzano le rese tra i tagli dell’annata (in primavera maggior graminacee, in

estate le leguminose);

- Maggiore perennità del prato;

- Maggior resistenza al freddo;

- Possibilità del pascolamento;

- Maggiore competizione verso le malerbe;

- Minori esigenze di azoto rispetto al prato monofita di graminacee,

- Migliore difesa contro l’erosione del suolo;

- Migliore struttura del suolo

COMPETIZIONE

La competizione è un fenomeno di interferenza che si instaura quando più

organismi vegetali necessitano dello stesso fattore di crescita (luce, acqua), nel

momento in cui le quantità disponibili sono inferiori alle richieste. Ai fini del successo

della consociazione è necessario limitare al massimo la competizione fra gli individui

di specie diverse.

Non sempre queste interferenze sono sfavorevoli, infatti si possono avere fenomeni

di indifferenza, commensalismo e simbiosi (le Leguminose fissano l’Azoto

atmosferico e le Graminacee lo utilizzano).

La competizione aumenta in momenti difficili (stress idrici, bassa fertilità del terreno,

struttura del terreno asfittica, elevata densità di impianto, *allelopatie radicali).

Allelopatia

Emissione, da parte delle radici o delle foglie delle piante, di sostanze che

impediscono la nascita di altre piante in un raggio di alcuni metri dalla pianta

preesistente, producendo un conflitto tra una coltura e l’altra. Fra le più note piante

allelopatiche, il noce e la salvia, che crescono solitamente in singoli esemplari isolati,

proprio perché le loro radici producono sostanze che inibiscono la germinazione di

semi nel terreno limitrofo.

L’Avena ad esempio inibisce la crescita di altre piante con essudati radicali (poco

socievole), in questo modo va a controllare la crescita delle piante infestanti,

interferendo con il loro sviluppo. Filizzola

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La DIFFERENZA DI PRECOCITÀ nella germinazione comporta competizione di acqua,

luce e fertilità.

La competizione per l’ACQUA dipende dalla struttura dei sistemi radicali

(fittonante, fascicolato).

La LUCE è il fattore più importante, infatti, poca luce, poco accrescimento, piccolo

apparato radicale, difficoltà di assorbimento idrico e nutritivo.

L’indice fogliare (AIF) indica la capacità fotosintetica e la quantità di biomassa

2

prodotta (superficie fotosintetizzante della pianta/superficie area coltivata, m ).

TIPI DI COMPETIZIONE

- Interspecifiche: fra specie diverse

- Intraspecifiche: fra individui della stessa specie

- Intraplanta: tra foglie della stessa pianta (la foglia superiore ombreggia quella

inferiore)

Fenomeni di competizione vanno anche a interferire con fenomeni di simbiosi o

indifferenza. TECNICHE COLTURALI ANTI COMPETIZIONE

Queste tecniche sono state elaborate da un Botanico Svizzero, Caputa.

Si basano sulla definizione di un “Indice di aggressività”

- Indici di aggressività

In una scala da 1 a 4 dove al 1° posto vi è la specie meno aggressiva.

Questi indici variano a seconda degli ambienti di coltivazione per questioni

climatiche, ad esempio la stessa specie ha valore 4 al Nord e 2 al Sud.

La complessità delle interferenze fa intuire che:

- Più si limita il numero di componenti e minori sono gli effetti negativi della

competizione e, migliore è il controllo della coltivazione.

- Migliori sono le condizioni pedoclimatiche e minori sono le competizioni.

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MODALITÀ DELLE CONSOCIAZIONI

In sistemi marginali montani le consociazioni sono efficaci.

Gli aspetti fondamentali da considerare sono la scelta delle specie e delle varietà con

cui formare i miscugli (prendendo in considerazione piante con indice di

aggressività simile, così nessuna prende il sopravvento sull’altra).

Allo scopo di mantenere il più possibile la presenza e l’equilibrio tra le specie

coltivate, c’è la necessità di seguire alcuni parametri nella scelta della tecnica

colturale da adottare:

- Specie con simile longevità

- Specie con simile comportamento al Fotoperiodismo

- Specie con simile precocità e ritmo di vegetazione (spigatura e fioritura nello

stesso periodo)

Prati oligofiti avvicendati

Incremento produttività e durata

(1 leguminosa + 1 graminacea)

– erba medica + erba mazzolina (centro-nord);

– erba medica + festuca arundinacea (cosmopolita);

– erba medica + bromo catartico (Più produttivo, ma meno longevo)

– trifoglio violetto + loiessa (breve longevità)

– trifoglio bianco + festuca arundinacea (cosmopolita)

– trifoglio bianco + erba mazzolina (pianura Padana)

– trifoglio bianco + loglietto inglese (Appennino)

– trifoglio ibrido + fleolo (terreni di montagna)

– ginestrino + fleolo (terreni silicei di montagna)

– lupinella + erba mazzolina (terreni calcarei)

– sulla + erba mazzolina (terreni argillosi)

In montagna si tende più alla complementarietà delle specie: cioè che si completano

a vicenda (Avvicendamento), differenziando la produzione (alternanza produttiva):

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FASE RIPRODUTTIVA NELLE CONSOCIAZIONI

Nella fase riproduttiva del ciclo di sviluppo delle due principali coltivazioni foraggere,

osserviamo che le Leguminose fioriscono, mentre le Graminacee spigano.

Da queste due differenze sostanziali si possono analizzare gli aspetti positivi e

negativi di una consociazione tra le due diverse colture foraggere che, presuppone

piante che fioriscono e spigano nello stesso periodo.

INTERVALLO DI PRECOCITÀ DI UNA SPECIE

N° di giorni intercorrenti tra la fioritura della varietà più precoce e la fioritura della

varietà più tardiva.

- Le leguminose hanno gamma di intervallo molto ristretto (3-4 giorni).

- Nelle graminacee è più ampia (30 giorni).

ARCO DI PRECOCITÀ

Periodo di tempo che differenzia la specie più precoce con la specie più tardiva.

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CATENE DI FORAGGIAMENTO

Consistono nel seminare su appezzamenti diversi specie foraggere con diversa

precocità.

In tal modo si allarga il periodo di raccolta con un duplice vantaggio:

- Si dispone di foraggio fresco per un lasso di tempo maggiore;

- Si evita una eccessiva concentrazione delle operazioni di raccolta che potrebbe

comportare problemi di organizzazione aziendale e/o peggioramento della qualità del

foraggio.

Catena a 2 anelli: 1°anello (precoce): Festuca arundinacea, cv precoce

2°anello (tardivo): Dactylis glomerata, cv tardiva

Catena a 3 anelli: 1°anello (precoce): Festuca arundinacea, cv precoce

2°anello (intermedio)Festuca arundinacea, cv tardiva

3°anello (tardivo): Dactylis glomerata, cv tardiva

Catena a 4 anelli: 4°anello: Phleum pratense, cv tardiva

Alla graminacea possono essere associate 2 o 3 specie leguminose (anche le stesse).

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LE RISORSE FORAGGERE

Per foraggio si intende il prodotto destinato all'alimentazione animale, ottenuto

dall'intera pianta o da parte di essa, caratterizzato da una elevata percentuale di

fibra.

Numerosissime sono le specie destinate alla produzione di foraggi e molte le tecniche

di coltivazione. La classificazione più usata, distingue le colture foraggere in

permanenti e temporanee. LE PERMANENTI

Restano per molti anni in produzione. Si parla di pascolo quando il foraggio è

utilizzato direttamente dall'animale e di prato quando viene raccolto dall'agricoltore

ed è portato alla stalla. Per prato-pascolo si intende invece la coltura foraggera che

normalmente viene sfalciata ma che in alcuni periodi dell'anno viene pascolata.

LE TEMPORANEE o AVVICENDATE

sono quelle che restano in produzione per un periodo di pochi mesi, come nel caso

degli Erbai, fino a un massimo di 5-8 anni nel caso dei prati avvicendati.

Come indica la tabella, negli ultimi anni le superfici e le produzioni di foraggio sono

considerevolmente diminuite. Si nota una sensibile differenza nella produttività delle

colture permanenti rispetto a quelle temporanee. I pascoli, per esempio, producono

solo il 10% della quantità globale di foraggio, pur occupando il 51% della superficie a

foraggere. Filizzola

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LE RISORSE FORAGGERE NATURALI:

I PASCOLI

Il pascolo è una formazione vegetale permanente, naturale o naturalizzata,

composta essenzialmente da piante erbacee perenni, vivaci o autoriseminanti, che

producono foraggio consumato dagli animali sul posto.

Il pascolo può essere una formazione foraggera permanente (di solito su

appezzamenti non adatti alla coltivazione per eccessiva pendenza, scarso profilo,

rocce affioranti, ecc...) oppure saltuaria, cioè preceduta o seguita da colture diverse

dal pascolo (ad esempio seminativi abbandonati, stoppie, maggesi inerbiti, colture a

diversa destinazione, ecc...).

Da un punto di vista agronomico e zootecnico, la validità di un pascolo quale risorsa

foraggera va valutata in base a:

· Composizione botanica;

· Stagione vegetativa, dalla ripresa primaverile alla stasi invernale;

· Intensità di crescita, in un determinato momento della stagione

vegetativa;

· Produzione e qualità della produzione, in un determinato periodo di

tempo.

COMPOSIZIONE FLORISTICA DEI PASCOLI

Come già accennato, in un pascolo convivono molte specie, erbacee, arbustive e

anche (talvolta) arboree, appartenenti a diverse famiglie botaniche, anche se in

termini ponderali, il contributo più elevato è dato soprattutto da graminacee e

leguminose, seguite da composite, ombrellifere e chenopodiacee.

Si tratta in genere di specie annuali riseminanti oppure poliennali: le annuali tendono

a prevalere laddove vi siano condizioni di siccità estiva piuttosto spinte, che

impediscono la sopravvivenza della gran parte delle specie poliennali, mentre le

poliennali prevalgono ad esempio nei pascoli alpini e montani in genere.

Di tutte le specie botaniche ci interessa fondamentalmente una caratteristica, cioè la

pabularità, vale a dire la sua attitudine ad essere consumata dal bestiame al

pascolo (ovini e bovini), in condizioni normali di alimentazione.

La composizione floristica di un pascolo di buona qualità dovrebbe prevedere una

notevole abbondanza di specie pabulari, con una scarsa presenza di specie senza

interesse pabulare e l’assenza di specie velenose. È tuttavia evidente che la

composizione botanica di un pascolo è una caratteristica dinamica, strettamente

collegata con l’ambiente pedo-climatico e con la tipologia di utilizzazione.

In particolare, la composizione floristica dipende da:

1. Clima (altitudine e latitudine)

2. Natura del terreno (pH, tessitura)

3. Età del pascolo

4. Pressione di pascolamento

5. Interventi colturali

Inoltre, bisogna considerare che il mantenimento di un

cotico erboso adeguato non è solo un obiettivo di

carattere agro-zootecnico, ma un vero e proprio

imperativo ambientale, in quanto è proprio il cotico

erboso a garantire un’efficiente protezione contro

l’erosione del suolo, soprattutto quando la pendenza è

rilevante e nel caso di pendici orientate a sud, dove la

copertura vegetale è soggetta a maggior stress, a causa

di sbalzi termici più accentuati.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Alpicoltura prati e pascoliper l'esame del professor De Franco contenenti una tesina d'esame riguardante gli aspetti climatici della montagna, le caratteristiche chimico fisiche dei terreni alpini e appenninici, gli scopi delle lavorazione del terreno, le concimazioni per migliorare la fertilità dei terreni in collina, fino alla definizione e caratteristiche delle specie foraggere coltivate, in riferimento principalmente a Graminacee e Leguminose, per finire nella classificazione dei prati, dei pascoli e degli erbai con rispettivi metodi di utilizzazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze forestali e ambientali
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GPL1987 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Alpicoltura prati e pascoli e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Basilicata - Unibas o del prof De Franchi Sergio.

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