IL SANGUE
COMPOSIZIONE DEL SANGUE
Il sangue, pur avendo consistenza liquida, è un tessuto, ed in particolare è un tessuto
connettivo. Un adulto possiede da 4 a 6 litri di sangue; la massa sanguigna costituisce
circa l’8% del peso corporeo. Esso presenta due componenti: una componente
liquida (o plasma) e una componente corpuscolata (globuli rossi, globuli
bianchi e piastrine) sospesa nel plasma.
Il 55% del sangue totale è costituito da plasma, che a sua volta è costituito da molte
sostanze, tra cui:
Proteine (7%);
Molecole organiche (glucosio, aminoacidi, lipidi, ormoni, composti di scarto
azotati, come urea);
Ioni (sodio, potassio, cloro, idrogeno, calcio e bicarbonato);
Sostanze gassose (ossigeno ed anidride carbonica);
Vitamine.
La frazione proteica del sangue è costituita principalmente da albumine, globuline e
fibrinogeno. L’albumina è la più abbondante proteina presente nel plasma e viene
prodotta dal fegato. Essa è importante perché trasporta sostanze di scarto, come la
bilirubina, acidi grassi ecc, che vengono poi espulsi con le urine. La bilirubina è un
pigmento giallastro che si forma in seguito a degradazione dei globuli rossi vecchi a
livello della milza. In pratica, i globuli rossi vivono per circa 110 giorni, al termine dei
quali possono andare incontro a rottura spontanea mentre tentano di passare nei
capillari. Per evitare di sprecare il ferro legato al gruppo prostetico EME dei globuli
rossi, quelli che vanno incontro a rottura, vengono inglobati in un pigmento detto
biliverdina a livello della milza. La biliverdina viene prontamente convertita in
bilirubina. La bilirubina deve essere eliminata dall’organismo, ma prima di essere
espulsa dovrà essere solubilizzata in acqua. Quindi la bilirubina viene trasportata
dall’albumina fino al fegato utilizzando il circolo sanguigno. Nel fegato, la bilirubina
viene associata all’acido glucuronico, formano la bilirubina diglucuronide o
bilirubina diretta. La bilirubina che deve essere ancora processata è detta
bilirubina indiretta. La bilirubina diretta viene convogliata nella bile, che arriverà
all’intestino. Nell’intestino alcuni enzimi rimuovono l’acido glucuronico dalla bilirubina,
trasformandola in urobilinogeno. Una piccola quota di questo viene riassorbita
dall’intestino, un’altra piccola parte viene ossidata ed eliminata con le urine, una
minima parte raggiunge l’intestino crasso e verrà eliminata con le feci. La piccola
parte di urobilinogeno assorbito dall’intestino arriva nuovamente al fegato dove verrà
riconiugato con l’acido glucuronico e ripercorrerà la stessa via appena vista. Un’altra
proteina plasmatica, sintetizzata dal fegato, è il fibrinogeno o fattore I della
Bisogna evitare questo perché il ferro
coagulazione. Questa proteina viene prodotta con lo scopo di favorire l’emostasi (vedi
nello stato di ossidazione +2 lega
dopo). reversibilmente l’ossigeno, nello stato
di ossidazione +3 non è in grado di
I globuli rossi sono le cellule (anucleate) più numerose del sangue, presenti in numero
legare questo gas e può, invece, legare
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pari a 4-5 milioni/mm di sangue. Occupano circa il 40% del volume del sangue.
l’acqua. Le quattro catene
Essendo anucleati sono più propriamente chiamati con il nome di componenti
polipeptidiche (cioè le quattro subunità)
corpuscolate. I globuli rossi presentano una concavità sia sull’una che sull’altra faccia.
dell’emoglobina sono uguali a due a
Inoltre, essendo privi di nucleo, i globuli rossi hanno una vita molto breve. Molto
due: si distinguono due catane α e
due catene β. Dall’analisi ai raggi X, è
stato possibile vedere che l’emoglobina
è presente in due conformazioni: lo
stato R (rilassato) e lo stato T
importante per la funzionalità dei globuli rossi è la membrana di queste cellule. Il
primo elemento della membrana è rappresentato dalle glicoforine, che si distinguono
in glicoforine A, glicoforine B e glicoforine C. Tutte queste tipologie di glicoforine
hanno un alto contenuto di acido sialico, che è un monosaccaride fortemente
negativo. Questo significa che ogni globulo rosso è caratterizzato da una carica
negativa. Sapendo che cariche di segno uguale si respingono, i globuli rossi si
respingeranno tra loro e mai aderiranno, evitando che avvenga una agglutinazione
(unione tra più globuli rossi) all’interno dei vasi più piccoli, dove, cioè, per forza di
cose, i globuli rossi sono fortemente ravvicinati tra loro. I globuli rossi non si attaccano
nemmeno alle pareti dei vasi, le cui cellule endoteliali sono caratterizzate da
proteoglicani, che conferiscono alla parete dei vasi una carica negativa. Un’altra
componente molto importante della membrana dei globuli rossi è la proteina della
banda 3, la quale lega e trasporta l’anidride carbonica. Questa viene trasportata
attraverso il sangue sotto forma di HCO3-. Cioè all’anidride carbonica viene aggiunto
uno ione OH- per renderla una molecola polare, dato che il plasma è composto per il
90% di acqua. Il citoplasma dei globuli rossi è formato per una grossa percentuale
dall’emoglobina. L’emoglobina è una proteina avente struttura quaternaria, dotata di
quattro subunità. Ognuna delle sue quattro subunità è legata ad un gruppo prostetico
(non proteico), detto gruppo eme. L’eme ha una struttura ad anello, in cui si
riconosce una protoporfirina che circonda un atomo di Fe, avente ossidazione +2. Il
ferro forma quattro legami distinti con quattro distinti atomi di azoto facenti parte
dell’anello porfirinico. Gli atomi di azoto legati al ferro fanno sì che l’atomo di ferro non
si ossidi da +2 a +3. Bisogna evitare questo perché il ferro
nello stato di ossidazione +2 lega
reversibilmente l’ossigeno; nello stato
di ossidazione +3 non è in grado di
legare questo gas e può, invece, legare
l’acqua. Le quattro catene
polipeptidiche (cioè le quattro subunità)
dell’emoglobina sono uguali a due a
due: si distinguono due catane α e
due catene β. Dall’analisi ai raggi X, è
stato possibile vedere che l’emoglobina
è presente in due conformazioni: lo
stato R (rilassato) e lo stato T
(teso). L’ossigeno ha una maggiore
per lo stato R, che viene stabilizzato per mezzo dell’interazione con il gas, mentre lo
stato T è quello più stabile in assenza di ossigeno ed è la conformazione della
cosiddetta deossiemoglobina. Ogni subunità dell’emoglobina lega una molecola di
ossigeno, quindi ogni emoglobina lega e trasporta quattro molecole di ossigeno. La
prima molecola di ossigeno lega l’emoglobina che si trova nello stato T (teso), quindi
avrà parecchia difficoltà a legare una delle subunità. Nel momento in cui questa prima
molecola di ossigeno lega l’emoglobina, la proteina modifica il suo stato e passa dallo
stato T allo stato R. Pertanto le altre tre molecole di ossigeno che legheranno
l’emoglobina saranno più facilitate a interagire con le varie subunità. Il legame in
questione, proprio per questa dinamica, prende il nome di legame cooperativo. Una
proteina il cui ligando modifica la conformazione della proteina stessa è detta
proteina allosterica. L’emoglobina è una proteina allosterica. Nei tessuti periferici,
in cui il pH è basso, la concentrazione di CO2 è alta, l’affinità dell’emoglobina per l’O2
è ridotta e il gas viene rilasciato nei tessuti. Nei polmoni, invece, l’anidride carbonica
viene espulsa e, quindi, si trova in piccolissime quantità. Ciò fa sì che l’affinità
dell’emoglobina per l’ossigeno sia elevata e il gas può legarsi all’emoglobina per
essere trasportato ai tessuti. Il monossido di carbonio (CO) ha una affinità per
l’emoglobina di circa 250 volte maggiore rispetto all’ossigeno. Il monossido di carbonio
viene prodotto, ad esempio, dal fumo delle sigarette e quando è presente in
concentrazione maggiore rispetto all’ossigeno legherà l’emoglobina che, a sua volta,
prenderà il nome di carbossiemoglobina. In un individuo sano meno dell’1%
dell’emoglobina totale è presente sotto forma di carbossiemoglobina.
Oltre ai globuli rossi, sono costituenti della componente corpuscolata anche i globuli
bianchi (o leucociti), che sono le cellule propriamente dette del sangue e, quindi, le
cellule nucleate che si presentano nel sangue. I globuli bianchi sono presenti in
numero minore rispetto agli eritrociti (globuli rossi); si contano circa 4.000-8.000
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globuli bianchi in un mm di sangue. Esistono due grandi famiglie di globuli bianchi: la
famiglia dei granulociti (o polimorfonucleati) e la famiglia degli agranulociti. I
primi hanno al loro interno una elevata quantità di granuli e possiedono un nucleo
polilobato da cui deriva il nome (polimorfonucleati); gli agranulociti non hanno granuli
evidenti (ma sono comunque presenti) ed hanno un nucleo che non è mai formato da
più lobi. I granulociti possono uscire dal sangue ma non possono rientrarvi
differentemente dagli agranulociti che possono uscire e rientrare in modo molto libero
dal vaso sanguigno. La famiglia dei polimorfonucleati comprende tre tipologie di
cellule: i neutrofili, i basofili e gli eosinofili; la famiglia degli agranulociti
comprende due tipologie di cellule: i linfociti e i monociti. Una caratteristica
peculiare del nucleo dei neutrofili è la presenza del cosiddetto Drumstick o corpo di
Barr (cromosoma X inattivo), presente nei neutrofili degli individui di sesso femminile.
I granuli presenti all’interno dei neutrofili prendono il nome di granuli primari o
azzurrofili. Essi contengono importanti enzimi, come idrolasi, catalasi, fosfatasi
acida e il lisozima. Ai granuli primari si accompagnano anche i granuli secondari,
contenenti molecole come collagenasi, lattoferrina, e il lisozima. In ultimo, sono
presenti anche i granuli terziari, contenenti la gelatinasi. I neutrofili hanno
generalmente una vita molto breve. I granuli primari e secondari sono presenti anche
all’interno degli eosinofili. All’interno dei granuli secondari degli eosinofili è presente la
proteina basica maggiore (MBP). La vita media di un eosinofilo è leggermente più
lunga di quella di un neutrofilo. Anche nei basofili si presentano granuli primari e
granuli secondari. In questi ultimi sono presenti instamina ed eparina. Per quanto
riguarda i linfociti, sappiamo che esistono i piccoli linfociti e i i grandi linfociti. I
piccoli linfociti possono essere, a loro volta, di due tipi: linfociti B e linfociti T. i
leucociti rappresentano in generale una popolazione cellulare eterogenea che assolve
a funzioni di difesa grazie alla loro capacità migratoria (diapedesi) per raggiungere
sedi opportune per esplicare la loro funzione.
Insieme ai globuli rossi e ai globuli bianchi, le piastrine costituiscono la componente
corpuscolata del sangue. Le piastrine derivano da una cellula che prende il nome di
megacariocita e si formano mediante distacco laterale di pezzi del citoplasma del
megacariocita. Le piastrine sono presenti in numero minore rispetto ai globuli rossi,
ma maggiore rispetto ai globuli bianchi (si contano 150.000-400.000 piastrine in un
litro di sangue). Nella piastrina distinguiamo una zona centrale più scura
(cromomero) e una porzione periferica più chiara (ialomero). Cromomero e ialomero
sono entrambe porzioni di citoplasma; il cromomero è più scuro perché contiene un
grosso numero di granuli. Tra questi granuli si ricordano i granuli α, che contengono
fattori della coagulazione e fattori della crescita; granuli δ, che contengono ioni
calcio, ADP, fattori della coagulazione e la serotonina; e granuli λ, che contengono
idrolasi. Le piastrine producono anche le prostraglandine, molecole molto importanti
nel processo di coagulazione. Le piastrine sono, inoltre, gli attori principali che
intervengono nel processo di riparazione delle ferite. Questo processo di riparazione è
detto, più specificatamente, emostasi, cioè mantenimento del sangue all’interno dei
vasi. L’emostasi si sviluppa in due fasi: la prima è l’aggregazione piastrinica; la
seconda è la coagulazione. In condizioni normali le piastrine producono le
prostaglandine G2. Queste arrivano a livello delle cellule endoteliali dei vasi e
vengono convertite in prostacicline. Le prostacicline vengono ricaptate dalle
piastrine e le inattivano: in un certo senso le piastrine capiscono che tutto va bene. Se
c’è un’interruzione nel vaso, succede che le prostaglandine G2, prodotte dalle
piastrine, vengono convertite in prostacicline da parte delle cellule endoteliali della
parete del vaso in tutte le parti tranne laddove è presente l’interruzione, cioè la ferita.
Nel momento in cui la piastrina “vede” che è presente ancora una piccola percentuale
di prostaglandina G2, si attiva. Da questo momento inizia l’aggregazione
piastrinica, cioè le piastrine cambiano forma e si associano tra loro nel punto in cui il
vaso è stato danneggiato e rilasciano serotonina, che è un potente vasocostrittore.
Inizialmente la vasocostrizione è un evento di natura nervosa riflessa; solo
successivamente è sostenuta dal rilascio di serotonina. Se il vaso danneggiato è un
capillare, l’arresto dell’emorragia può essere affidata unicamente a questo
meccanismo. Al contrario, se il vaso danneggiato è di più grandi dimensioni,
successivamente alla vasocostrizione, le piastrine rilasciano il contenuto dei granuli α
e, quindi, il fibrinogeno. Il fibrinogeno, prodotto da tutte le piastrine, va a costituire un
tappo che chiude la zona lesionata. Si parla, quindi, di trombo bianco o coagulo
provvisorio. Si conclude così la fase dell’aggregazione piastrinica. In seguito, le
piastrine producono i fattori della coagulazione e comincia la fase della coagulazione
piastrinica. Questa fase ha come scopo ultimo la conversione del fibrinogeno in fibrina.
TEST DI LABORATORIO PER LO STUDIO DELLE
EMOSTASI (provetta celeste)
In presenza di un sanguinamento dovuto, ad esempio, ad un trauma o un taglio, si
attiva il processo emostatico (emostasi), un complesso processo che porta alla
formazione del coagulo sanguigno tramite l’attivazione sequenziale di numerosi fattori
della coagulazione; tale processo prende il nome di cascata coagulativa. La cascata
culmina con la formazione di una rete insolubile di fibrina in grado di creare, insieme
alle piastrine, un aggregato e formare così un tappo stabile. La formazione del coagulo
determina l’interruzione della perdita ematica e consente la riparazione del danno
tissutale. Il processo coagulativo è un processo di tipo dinamico; esistono infatti altri
fattori in grado di dissolvere il coagulo in un processo noto con il nome di fibrinolisi.
Nei soggetti sani infatti, dopo la riparazione del danno tissutale, il coagulo viene
rimosso. L’equilibrio tra formazione e distruzione del coagulo assicura l’assenza di
sanguinamento eccessivo ma anche l’eccessiva formazione dei coaguli qualora questi
non siano più necessari. I fattori della coagulazione, in generale, sono delle proteine e
sono conservate nei granuli delle piastrine e riversate nel plasma al momento
opportuno. Il sistema della coagulazione è un sistema coinvolto in numerose funzioni:
viene attivato anche in seguito, ad esempio, a una risposta infiammatoria allo scopo di
rendere il sangue meno fluido e, quindi, di rendere più difficile la diffusione di
eventuali patogeni. La produzione dei fattori della coagulazione richiede come
elemento essenziale la presenza della vitamina K. Questa esiste in tre forme: vitamina
K1, K2, K3. A livello del fegato, la vitamina K svolge un ruolo molto importante nella ϒ-
carbossilazione di alcuni aminoacidi, presenti nella struttura dei fattori coagulativi.
Questa carbossilazione rende questi residui particolarmente negativi con conseguente
2+
attrazione del Ca , che attiva i fattori stessi. Senza la vitamina K, quindi, vengono
prodotti fattori della coagulazione la cui attivazione è molto difficoltosa. Questa
reazione di carbossilazione si verifica nella sintesi dei fattori della coagulazione II, VII,
IX e X. Gli eventi che innescano una cascata coagulativa sono due. Ci sarà, infatti, una
via intrinseca e una via estrinseca. Nel caso della via estrinseca, il primo
complesso che si forma è costituito dal fattore VII della coagulazione e dal TF (fattore
tissutale o fattore III o tromboplastina). Il TF è espresso sulla superficie di quelle
cellule che normalmente non sono esposte a sangue fluente; ad esempio è espresso
sulla superficie delle cellule sub-endoteliali del vaso sanguigno (ad esempio le cellule
muscolari),
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