La tratta degli esseri umani, praticata per secoli tra Africa e America lungo le rotte
transatlantiche, divenne un tema distintivo nel dibattito giuridico e politico tra il XVII e il XIX
secolo. Contrapposizione tra interessi economici, politici e razziali da un lato, e principi morali e
filosofici dall'altro, portò all'affermazione della libertà naturale come diritto fondamentale. La
sfida consisteva nell'identificare categorie giuridiche idonee a contrastare la tradizione della
schiavitù e del commercio di esseri umani. Questo periodo segnò la transizione dal diritto
medievale a quello moderno, con il concetto di persona e il suo status giuridico che divennero
centrali. Si sviluppò anche il dibattito sul diritto internazionale, le sue fonti e la relazione con il
diritto interno degli Stati. La tratta degli schiavi divenne quindi una questione cruciale nella
riorganizzazione politica e giuridica delle relazioni tra governanti e governati, e tra Stati.
Il pensiero occidentale si distingue per due aspetti principali: la giustificazione della libertà o
della servitù degli esseri umani, e lo sviluppo del diritto delle genti, poi diritto internazionale, che
mira a regolare le relazioni tra gli Stati e moderare la sovranità statale. Questo diritto cerca di
stabilire che i principi naturali e razionali siano sovraordinati alle leggi degli Stati. Nell'Ottocento,
nonostante le grandi rivoluzioni americane e francesi, la schiavitù e il commercio degli esseri
umani restano legittimi, anche a causa di interessi economici consolidati e della tradizione
giuridica che li giustifica. Tuttavia, movimenti religiosi, filosofici e sociali, come quelli dei
Quaccheri e degli illuministi, condannano la schiavitù, portando a una crescente consapevolezza
morale. Nonostante i tentativi di riforma, la schiavitù persiste fino al XX secolo, sebbene vari
trattati internazionali cercassero di limitarla. La lotta contro il traffico di esseri umani ha avuto
successo grazie alla collaborazione tra religioni, cultura, diplomazia e diritto, ma i risultati sono
stati parziali. Oggi, il commercio di esseri umani continua, con circa 40 milioni di persone
coinvolte. La protezione dei diritti umani resta un obiettivo incompleto, nonostante la
proclamazione dei diritti universali delle Nazioni Unite nel 1948.
Il commercio di esseri umani attraverso l'Atlantico, iniziato nel XV secolo, si distingue per la sua
brutalità e la sua lunga durata. Sebbene la tratta di schiavi fosse già conosciuta nell'antichità,
con le origini del termine "schiavo" legate alla deportazione degli slavi, fu con l'espansione
europea nel Nuovo Mondo che la schiavitù assunse proporzioni enormi. Il commercio atlantico
iniziò nel 1400, con la colonizzazione portoghese di Madeira, dove gli schiavi africani furono
impiegati nelle piantagioni di zucchero. Successivamente, anche le colonie europee nelle Indie
Occidentali adottarono la manodopera africana dopo il fallimento dello sfruttamento degli
indigeni.
Nel XVII secolo, l'olandese Ulrich Huber definì la tratta degli schiavi come la forma più crudele di
commercio. Tra il XIV e il XIX secolo, circa 12 milioni di africani furono deportati come schiavi,
con un sistema che implicava separazioni violente dalle loro terre, lunghi viaggi disumani
attraverso l'Africa e l'Oceano Atlantico, e la vendita all'asta nei mercati delle Americhe. Le
condizioni a bordo delle navi negriere erano terribili, con una mortalità media del 50% durante il
viaggio.
Questo commercio alimentava enormi ricchezze per l'Europa, le colonie e le autorità locali
africane che collaboravano al traffico. Gli europei, pur essendo i principali protagonisti del
commercio, riuscivano a mantenere il fenomeno confinato ai margini del continente, evitando che
le proprie terre fossero direttamente coinvolte. Nonostante i tentativi di fermarlo, la tratta rimase
radicata fino alla fine del XVIII secolo, con la convinzione che fosse impossibile da abolire.
. TRATTA E DIRITTO
La tratta degli schiavi e lo sfruttamento del lavoro degli schiavi sono fenomeni distinti:
l'abolizione dello sfruttamento dimostra la necessità di fermare la tratta. Chi sosteneva
l'abolizione della tratta riteneva che, senza la possibilità di rimpiazzare gli schiavi morti con nuovi
schiavi, i padroni avrebbero dovuto trattare meglio quelli esistenti. Fino al XVII secolo, la tratta
era considerata una pratica accettabile, ma a partire da quel periodo iniziò a suscitare
indignazione, in quanto contrastava con i principi di dignità e libertà umana. Per combatterla, si
cercò di definirla come crimine, escludendola dalla categoria del commercio legittimo.
Per lungo tempo, però, legislatori e giudici non riuscirono a
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