ASSISTENZA ALLA PERSONA NELLA TERMINALITÀ: QUALITÀ DI VITA E SUPPORTO
ALLA FAMIGLIA
EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI MORTE ED EPIDEMIOLOGIA DELLA MALATTIA TERMINALE
Che dire della morte?
L’idea centrale è che la morte è l’unica certezza della vita, ma l’uomo non sa né quando né come
arriverà. Per i latini era chiaro: mors certa, hora incerta. È una condizione che appartiene a tutti, e
nessuno può evitarla. Molti pensatori hanno riflettuto su questo tema: si sa di dover morire, ma la
morte rimane qualcosa di misterioso e inconoscibile. Imparare ad accettarla, secondo alcuni, aiuta
anche a vivere meglio, perché porta a dare valore al tempo che abbiamo.
Nella società moderna si tende a rimuovere il pensiero della morte: la si considera un evento casuale -
un incidente, una malattia, la vecchiaia - invece che una realtà necessaria.
Allo stesso tempo, i media ne offrono una continua spettacolarizzazione, mostrando soprattutto la
morte violenta. Questa appare meno angosciante perché sembra un’eventualità da cui si può
scampare; la morte biologica invece è temuta perché è davvero ineluttabile.
In sintesi: l’uomo prova a sfuggire al pensiero della morte pur sapendo che è la sua unica vera
certezza. La vita è il tempo che va dalla nascita alla morte.
Secondo Philippe Ariès, la storia della morte in Occidente attraversa quattro grandi fasi.
La prima è la morte addomesticata, tipica del primo Medioevo. La morte era un evento familiare,
atteso e vissuto nel proprio letto. Il morente compiva il gesto di volgersi verso il muro e riceveva
l’unica assoluzione prevista. Dopo la morte veniva sepolto lontano dalle case. Era una morte semplice
e condivisa dalla comunità.
Segue la morte di sé, tra X e XIV secolo, periodo segnato dall’aumento della cultura cattolica e dalla
paura del giudizio. La morte diventa più personale: cresce l’attenzione verso il “salvare l’anima” del
morente, come mostrano lapidi e pratiche religiose.
Arriva poi la morte dell’altro, tra la fine del XVI e il XVIII secolo. La morte assume un tono quasi
eroico, la famiglia osserva e partecipa emotivamente. Il cadavere però inizia a essere percepito come
un problema igienico, e per motivi sanitari i cimiteri vengono spostati fuori dalle città.
Infine, dal XIX secolo si sviluppa la morte proibita. La morte diventa un tabù: il malato perde il ruolo
centrale, le decisioni vengono prese dall’équipe sanitaria e il luogo della morte diventa l’ospedale. La
società tende a fingere che la morte non esista. I familiari devono comunque mantenere certe emozioni
di lutto, mentre le condoglianze diventano sempre più tacite e imbarazzate, nel tentativo di
minimizzare il dolore.
Con il passare degli anni si è verificato un cambiamento profondo nel modo di intendere la medicina,
soprattutto dopo gli anni ’50, nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. Lo sviluppo della
tecnologia ha permesso un grande aumento delle capacità diagnostiche e terapeutiche, spesso però
a discapito della riflessione sui valori che guidano la cura.
L’eticista Kevin Wildes parla di un vero paradosso: mentre sembra che la medicina non abbia più limiti,
in realtà è sempre governata dai limiti stessi. Nella pratica clinica, infatti, si tende a mettere da parte il
concetto di limite, ma esso accompagna inevitabilmente ogni intervento.
Non esiste una risposta per tutte le domande: esiste un limite di ragionevolezza e un limite di
efficacia clinica. Possiamo certamente migliorare la qualità delle cure, spostare “l’asticella verso l’alto”,
ridurre la mortalità di molte malattie, ma non possiamo abolire la morte. Ignorare questi limiti porta al
rischio di un delirio di onnipotenza nella medicina. 1
Oltre a ciò, esiste anche un limite di senso: ogni azione di cura deve essere valutata dal punto di vista
del significato e della sua accettabilità etica. In altre parole, non basta chiedersi se si può fare
qualcosa dal punto di vista tecnico, ma anche perché farlo e se questo ha davvero senso per la persona
assistita.
A differenza del resto del regno animale, l’essere umano possiede una caratteristica distintiva
fondamentale: la consapevolezza di sé e, di conseguenza, la consapevolezza del proprio limite
estremo. L'uomo è l'unico essere che sa di dover morire. Questa conoscenza non è solo una nozione
astratta, ma influenza profondamente il nostro agire: persino il tentativo di fuggire dall’idea della morte o
lo sforzo costante di nasconderla rappresentano, paradossalmente, la conferma più netta della profonda
consapevolezza che ne abbiamo.
Per l'essere umano, la morte si presenta come una minaccia costante alla propria vita. Tuttavia, essa
smette di essere un concetto lontano e diventa reale quando colpisce coloro che amiamo. In questo
senso, l'esistenza umana è definibile come un "essere per la morte": una condizione che ci pone
costantemente di fronte all'angosciante orrore del nulla. Eppure, la filosofia e la medicina ci insegnano
che solo attraverso un confronto realistico con l'idea della nostra fine è possibile trovare un senso
autentico alla nostra esistenza.
La morte possiede un forte potere sociale: essa relativizza tutti i ruoli, abbattendo le gerarchie (un
concetto espresso magistralmente nella celebre poesia "‘A livella"). Quando la morte sopraggiunge, essa
fissa l’esistenza: in quel momento, nulla può più essere cambiato o riparato; la vita diventa un tutto
compiuto e definitivo.
La consapevolezza del limite umano non deve essere vista solo come un peso, ma come un elemento
che conferisce importanza a ciascun momento vissuto. In ambito clinico, questo è evidente nei pazienti
che affrontano malattie gravi, come un tumore: chi riesce a superare tali prove spesso percepisce di aver
ricevuto una "nuova vita", ricalibrando le proprie priorità.
Senza il limite invalicabile della morte, la vita perderebbe di profondità: tutto verrebbe eternamente
ripreso e rimandato, svuotando le nostre azioni di serietà e responsabilità. È la fine a rendere ogni scelta
decisiva.
Il quadro di Klimt
Questo intreccio tra vita e morte trova una sintesi visiva nel quadro di Gustav Klimt (Morte e Vita).
Nell'opera, la morte è raffigurata in disparte, mentre osserva un groviglio morbido e confuso di corpi che
rappresentano tutte le età dell’uomo.
● La zona franca: La sensualità e l'abbandono al piacere costituiscono una sorta di "area
libera" in cui la fine inevitabile sembra momentaneamente sospesa.
● L'oblio e il piacere: L'uomo cerca un momento di oblio indissolubilmente legato al piacere
per illudersi di una provvisoria intangibilità. Tuttavia, si tratta di un destino senza scampo: la
morte resta lì, in attesa di riaffermare il proprio potere sul trascorrere del tempo.
Infine, il discorso sul limite si scontra con le derive sociali moderne come l'ageismo. Si tratta di una
forma di discriminazione basata sull'età, che porta a svalutare l'individuo anziano ("siccome sei vecchio,
non devo più fare niente per te"). Questo atteggiamento nega la dignità del fine vita e la continuità del
valore della persona, indipendentemente dalla vicinanza al traguardo finale.
EPIDEMIOLOGIA DELLA MALATTIA TERMINALE
Principali cause di morte in Italia
Secondo i dati relativi all'evoluzione della mortalità (periodo 2002-2015), le malattie che portano al
decesso con maggiore frequenza seguono un ordine preciso. Le prime tre cause: 2
1. Malattie del sistema circolatorio: (Ischemie, infarti, insufficienza cardiaca) rappresentano
la prima causa di morte sia per i maschi che per le femmine.
2. Tumori (Neoplasie): seconda causa di morte, con tassi standardizzati significativi ma
differenti tipologie tra i sessi.
3. Malattie del sistema respiratorio: terza causa di frequenza nel determinare il decesso.
Le traiettorie della Terminalità
La "traiettoria" mette in relazione l'autonomia funzionale del paziente con il tempo. Esistono tre modelli
principali: ● Malattie Oncologiche: Il paziente mantiene un buon
livello di autonomia per la maggior parte del tempo,
seguito da un "crollo" rapido e finale. In questa fase
l'intervento palliativo diventa massivo. Il caregiver
sostiene molto meglio questa fatica che non la
traiettoria 3.
● Insufficienza d'Organo (es. Scompenso
Cardiaco/BPCO): La traiettoria è a "gradini". Il
paziente vive periodi di stabilità alternati a
riacutizzazioni (scompensi). Dopo ogni crisi,
l'autonomia torna a stabilizzarsi ma a un livello
sempre inferiore rispetto a prima. Ruolo
infermieristico: promuovere l'attività fisica e
l'aderenza terapeutica per rallentare il decadimento e
prevenire le riacutizzazioni.
● Demenze e Fragilità estrema: si assiste a una lenta
e progressiva perdita di autonomia lungo un arco
temporale molto esteso. In questa e nella situazione
precedente bisogna educare i caregiver e
preoccuparsi anche della loro salute, sia a livello
fisico che psicologico.
L’impatto assistenziale del caregiver
Il carico assistenziale ricade spesso sui caregiver, prevalentemente di sesso femminile, che tendono a
dedicarsi totalmente al malato.
● Rischio di salute: i caregiver spesso rinunciano alla cura di sé, smettono di fare screening
preventivi e soffrono di disturbi del sonno o dell'alimentazione. Questo porta a un aumento
della loro mortalità (stimata tra l'8% e il 12%).
● Intervento infermieristico: l'infermiere deve monitorare non solo il paziente ma anche il
caregiver, verificando che mangi, dorma e mantenga i propri controlli sanitari. Nel caso di
morte improvvisa, il ruolo si sposta sul sostegno al lutto e sulla sensibilizzazione alla
donazione di organi.
La piramide della stratificazione dei bisogni
Il modello a piramide spiega la distribuzione dei costi e dell'assistenza:
● Alla base: la maggior parte dei pazienti con bisogni di base. 3
● Al vertice: una percentuale minore di pazienti che
però richiede l'intensità assistenziale massima.
● Relazione: più si sale verso l'alto nella piramide, più
aumentano i bisogni sanitari complessi e,
proporzionalmente, i costi per il sistema sanitario.
“Come” si muore
Esiste una differenza sostanziale tra il modello tradizionale e quello
moderno (soprattutto nei paesi ricchi):
● Modello Tradizionale: le cure palliative iniziavano
solo quando le cure oncologiche specifiche fallivano ("non c'è più nulla da fare").
● Modello Moderno (Simultaneous Care): le cure palliative iniziano contemporaneamente
a quelle oncologiche. Ad esempio, si somministra il Plasil per la nausea da chemio subito,
non alla fine. Lo scopo è garantire la qualità di vita trattando i sintomi fin dall'esordio.
● Divario geografico: Nei paesi poveri, la mancanza di risorse economiche rende difficile
l'accesso a questa integrazione terapeutica.
Dove si muore
Il decesso oggi avviene raramente nel contesto naturale di un tempo; i luoghi principali sono:
1. Ospedale: luogo per acuti.
2. RSA / Case di Residenza: per lungodegenti e anziani fragili.
3. Hospice: luogo d'elezione per la terminalità, dove l'obiettivo non è la guarigione ma il
"prendersi cura" della persona nella sua interezza.
Il carico assistenziale richiesto per gestire un decesso in queste strutture è estremamente elevato e
richiede competenze specifiche sia tecniche che relazionali.
DIRITTO, DEONTOLOGIA ED ETICA: CENNI
Sebbene spesso usati come sinonimi, i due termini hanno sfumature diverse basate sulle loro origini
etimologiche:
● Etimologia: etica: dal greco ethos (consuetudine, costume) parte della filosofia che prende
in esame le azioni umane, i valori e i principi cui esse si ispirano o cui si dovrebbero
conformare.
1. Morale: dal latino mos/moralis (traduzione di ethos).
● Definizione di Morale: è l'insieme di valori e regole, su cui vengono elaborate norme di
carattere generale a guida dei comportamenti umani, condivise da un gruppo sociale in
un’epoca storica.
● Definizione di Etica (Filosofia Morale): è la dottrina filosofica che ha per oggetto queste
regole e questi valori e unisce un aspetto descrittivo, della condotta morale e dei valori di
fatto a cui si ispirano gli uomini, ad un aspetto normativo con l'indicazione dei criteri e
principi che le azioni umane dovrebbero essere seguire.
In sintesi: L'etica è il modo in cui "si sta al mondo", la consapevolezza del contesto in cui ci muoviamo e
la coerenza con i valori che scegliamo di abitare.
Diritto
Il diritto si occupa della sfera dei rapporti tra esseri umani, condividendo con l'etica alcune norme
fondamentali (es. il divieto di omicidio). La norma giuridica vale per tutti i cittadini di un dato territorio
soggetto alla sovranità di un certo stato e la violazione della norma è punita con una sanzione. 4
Diritto Etica
- Presuppone un codice (scritto o non scritto) ed - Non riconosce un’autorità esterna
un'autorità (Stato) - Assicurare l’adozione interiore del soggetto alle
- Assicura la conformità esteriore del norme
comportamento - Non esistono sanzioni per chi non si attiene alle
- Prevede sanzioni per chi non si adegua alle norme
norme
Dall’Etica alla Deontologia
La deontologia (dal greco deon-ontos, "ciò che è necessario fare", e logos, "scorso/scienza") è l'etica
professionale declinata in regole concrete, ovvero l’insieme di valori che guidano ed orientano l’azione
del professionista. La Deontologia professionale è l’insieme di doveri e regole di comportamento
eticamente fondati, che impegnano una professione e i suoi professionisti nei confronti della società e
delle persone con le quali entrano in relazione. Si posiziona "di traverso" tra etica e diritto perché:
1. Si ispira a valori etici profondi.
2. È scritta in un Codice (come il diritto).
3. Prevede sanzioni disciplinari in caso di inosservanza.
Il Codice Deontologico
Coniato da J. Bentham nel 1834, deriva dalgreco “to deon”, ossia ciò che deve essere e che si deve
fare, e “logos”, cioè discorso, parola, scienza. Il Codice è un corpo di regole che i professionisti
(infermieri, medici, ecc.) scelgono democraticamente di darsi per uniformare il proprio comportamento.
● Natura Giuridica: non è una "fonte primaria di diritto" (come una legge dello Stato), ma ha
un carattere extra-giuridico.
● Impegno del Professionista: l'osservanza del codice è sancita da un giuramento che il
professionista compie al momento dell'iscrizione all'Ordine.
● Finalità: impegna il professionista nei confronti della società e delle persone assistite,
garantendo che l'agire sia sempre guidato da doveri eticamente fondati.
Salute come diritto (dovere) e salute come valore
Essere sano è, oggi, scopo dell’individuo, della famiglia, dei sistemi educativi, dei medici, di tutto il
personale sanitario e di tutti coloro che si muovono a contatto con il benessere dell’individuo.
La salute non è solo un parametro biologico, ma un valore fondamentale a cui tendono l'individuo, la
famiglia e la società.
● Connessione Etica: esiste un legame stretto tra virtù e felicità. La "virtù" del professionista
è la capacità di dirigere l'uomo verso la sua condizione migliore.
● Oltre la Salute: il senso profondo della salute risiede nel progetto di vita buona che ogni
persona desidera realizzare. La salute è quindi lo strumento che permette di attuare tale
progetto.
Ciascun individuo ha quindi diritto alla salute, intesa non più come assenza di malattie e/o infermità
fisiche/psichiche, ma come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, così come
modernamente definita dall’OMS. Si tratta quindi di diritto non solo programmatico, ma
immediatamente precettivo ed efficace. Connesso alla tutela della salute è il miglioramento della
qualità della vita, per cui si estende contro tutti gli elementi nocivi, ambientali o a causa di terzi, che
possano ostacolarne il reale esercizio.
In quanto diritto “sociale” del cittadino a pretendere una serie di interventi a difesa del suo bene-salute, vi
è l’obbligo dello Stato a predisporre, tramite un’organizzazione sanitaria idonea, le prestazioni positive
per realizzarne il godimento effettivo e globale. L’intervento sociale si colloca in funzione della persona
e della sua sfera auto-determinativa e non viceversa. Le stesse riforme sanitarie realizzate hanno
5
come principi ispiratori tra l’altro l’universalità dei destinatari, l’uguaglianza di trattamento, il rispetto
della libertà e della dignità della persona, la volontarietà dei trattamenti sanitari.
La “giuridificazione” della dignità, a lungo considerata come un concetto eminentemente morale,
filosofica o religioso, oggi ha acquisito lo status di norma giuridica vincolante, e viene spesso indicata
come la pietra angolare della costruzione dei diritti umani. Il dovere di rispettare la dignità di ogni
individuo è dichiarato solennemente da numerose Dichiarazioni e Convenzioni internazionali, nonché da
molte Costituzioni nazionali e dalla Carte sovranazionali. Il concetto di dignità:
a) la dignità come diritto negativo: «norma di non interferenza»
b) la dignità come fonte del dovere pubblico di protezione: Il dovere di protezione è dunque
implicito in una concezione della dignità come diritto positivo, che richiedere al legislatore
non solo di astenersi da qualsiasi interferenza con esso (il “rispettare”), ma anche di
adottare misure concrete volte a prevenire le violazioni della dignità derivanti dall’azione di
terzi (il “tutelare”)
c) la dignità come fonte del dovere pubblico di garantire prestazioni di sicurezza sociale: Il
dovere di protezione può essere esteso a un obbligo di più ampia portata in capo allo Stato
per garantire che nessuno scenda al di sotto di condizioni di vita «dignitose». Particolare
considerazione in un momento di disuguaglianze sociali.
Il testo esordisce con un’idea potente: la dignità è ascolto della vita a partire dalla malattia. Spesso
tendiamo a vedere la malattia come una "interruzione" o un "guasto", invece qui viene proposta come il
punto di partenza per ascoltare la persona.
● L'Ascolto: in psicologia, non è solo "sentire dei suoni", ma uno strumento sensoriale per
mappare lo spazio e il tempo, per capire chi abbiamo di fronte e, soprattutto, per entrare in
contatto con noi stessi mentre assistiamo l’altro.
● La Curiosità (Etimo): è interessante notare l'origine latina curiosus, che deriva da cura.
Essere "curiosi" del paziente non significa essere indiscreti, ma avere sollecitudine,
premura e un progetto verso di lui. La cura nasce proprio da questa tensione verso l’altro.
Modello ABCD delle Dignità nella cura
Per rendere operativa la dignità nella pratica clinica, il professor Chochinov ha elaborato un modello
mnemonico chiamato ABCD. Analizziamolo punto per punto:
A - Attitude (Atteggiamento/Consapevolezza): riguarda l'auto-analisi dell'operatore. Prima di
interagire col paziente, l'infermiere deve chiedersi: "Cosa provo io di fronte a questa persona?".
È fondamentale riconoscere i propri pre-giudizi e il proprio coinvolgimento emotivo. L'età del paziente,
la gravità della prognosi o il tipo di malattia influenzano il mio modo di curare? La consapevolezza di sé è
il primo passo per non proiettare le proprie paure sul malato.
B - Behaviour (Comportamento): qui si passa all'azione concreta. Il concetto chiave è che mentre per il
sanitario la malattia può essere "routine", per il paziente è la crisi della vita.
● Umanità e Gentilezza: non devono essere invadenti. Bisogna sempre chiedersi: "Sto
facendo questo gesto perché serve al paziente o perché serve a me per sbrigarmi?".
● Narrazione e Privacy: dare valore alla storia del paziente (la sua "anima") tanto quanto al
suo corpo ("carne"). Rispettare la sua intimità (non scoprire il corpo inutilmente, non dare
per scontati i gesti quotidiani) è l'essenza del rispetto della dignità.
C - Compassion (Compassione): non è una competenza tecnica che si impara sui libri; è qualcosa che
si sente. È la consapevolezza profonda della sofferenza altrui unita al desiderio di alleviarla. La
compassione è legata al piacere del proprio lavoro; se non senti l'umanità dell'altro, il lavoro diventa
solo un carico meccanico. 6
D - Dialogue (Dialogo): è lo strumento per riconoscere la persona oltre l'etichetta clinica. Viene citato
Ippocrate per ricordare una verità eterna: è più importante capire chi è la persona che ha la malattia,
piuttosto che studiare solo la malattia che ha la persona. Il dialogo serve a riportare l'individuo al centro
del percorso di cura.
L'infermiere e il medico devono bilanciare tre principi cardine:
1. Autonomia: rispetto delle scelte del soggetto. Se il paziente è incapace di libera scelta
(minori, patologie psichiatriche, soggetti deboli), subentra la protezione dei genitori, tutori o
amministratori di sostegno. In ultima istanza, è il sanitario a dover decidere per il bene del
paziente.
2. Giustizia: distribuzione equa delle risorse (Economia Sanitaria). Garantire uguale accesso
alle cure (es. popolazioni in via di sviluppo), uso del placebo e investire nella ricerca per le
malattie rare (farmaci orfani).
3. Beneficialità: il principio cardine del Primum non nocere. Ogni azione deve mirare al
beneficio del paziente minimizzando i rischi.
Il rapporto OMS evidenzia che la salute dipende da fattori esterni al solo
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