Biodiversità è una dinamica di variazione. Alghe sono il laboratorio della biodiversità, poiché sono partite
dall’acqua. Le piante sono una risorsa importante per la nostra vita, esse ci forniscono: - cibo (agricoltura e
indirettamente allevamento); - materie prime (legno, sughero, carta, fibre); - medicinali e metaboliti
secondari in genere; - sono produttori primari negli ecosistemi; - sono produttori di ossigeno che serve per
la respirazione; - sono capaci di trasformare l’energia luminosa in energia chimica (Fotosintesi). Le piante
sono molto importanti per i biologi: Molti meccanismi biologici di base sono identici tra i diversi organismi
viventi (es. vie metaboliche principali); La sperimentazione sulle piante ha meno problemi etici che quella
svolta sugli animali o sull’uomo. I geni, i genomi ed i meccanismi ad essi legati sono analoghi in piante e
animali. Pertanto le piante sono buoni organismi modello per studi di biologia molecolare; Un biologo che
si occupa di ambiente, biodiversità, ecologia ma anche alimentazione deve avere una conoscenza delle
piante e dei sistemi vegetali in genere per poter eseguire valutazioni corretti o interventi di conservazione
di una determinata area o valorizzazione di una varietà; Le piante mostrano una grande variabilità e
capacità di adattamento, maggiore di quella riscontrata negli animali a causa della loro staticità. I fenomeni
di stress e adattamento possono quindi essere studiati meglio nelle piante che in altri organismi superiori.
L’agricoltura moderna, le biotecnologie vegetali, gli OGM richiedono le capacità di un biologo che conosca i
Sistemi Vegetali…solo così è possibile comprendere come e dove intervenire.
La nostra mente ha l’esigenza di classificare gli oggetti che vede in base a caratteristiche precise al fine di
poter comprendere la loro entità, utilità, ecc. Classificare significa fare ordine all’interno di un insieme
eterogeneo, raggruppando gli elementi in categorie più o meno omogenee al loro interno. Il mondo che ci
circonda è pieno di oggetti da “classificare” e di questo gruppo fanno parte anche le entità vegetali,
animali, batteri, ecc. è più facile classificare quando ci sono più caratteri diversi invece che pochi.
La botanica sistematica è una branca della botanica che si occupa di studiare e comprendere la diversità
degli organismi viventi. È uno strumento che permette di classificare la biodiversità. In passato era vista
come una scienza descrittiva che si occupava principalmente di evidenziare le differenze tra i taxa detta
quindi anche Tassonomia. Gli studi tassonomici forniscono gli elementi per la Classificazione. Classificare
significa mettere in ordine le diverse entità secondo schemi logici. Bisognava trovare dei modelli di
relazione tra i diversi elementi tassonomici così da poterli mettere in una gerarchia. Ciò significa
classificare. La logica più seguita è quella evolutiva. Si ha un albero della vita che riunisce i taxa in base alle
loro parentele evolutive. Una moderna visione della Botanica Sistematica prevede che essa si occupi di
“individuare tutti i rami dell’albero evolutivo della vita e studiare i cambiamenti che sono avvenuti nel
corso dell’evoluzione ai diversi rami in base alle caratteristiche delle specie poste agli apici dei rami stessi.”.
la botanica sistematica vuole identificare tutti i rami dell’albero evolutivo così da capire quali individui sono
simili tra loro e quali cambiamenti hanno portato a trasformare e diversificare le specie.
Il primo punto per ordinare un insieme caotico è quello di individuare l’unità elementare (il singolo
oggetto). In botanica questa unità è tuttora la SPECIE. La specie è un bisogno, è una imposizione artificiale
dell’uomo. È una unità utile a noi. Ad esempio serve a capire il valore di biodiversità di un’area oppure se
ne devo sostituire una con un'altra devo sapere quali sono quelle più affini. Specie e biodiversità sono
elementi di praticità, devono servire per avere un impatto. La specie ha tante definizioni. Gli antichi
usavano i loro occhi per identificare caratteristiche morfologiche. Quindi si aveva una descrizione delle
caratteristiche esteriori, si tratta di una Morfospecie. È un insieme di individui morfologicamente simili fra
loro più di quanto non siano simili ad altri individui, sulla base di caratteri stabili e trasmissibili alla
discendenza. La prole sarà simile ai genitori. Il concetto di specie morfologica è talvolta basto sul
riconoscimento di minime differenze tra taxa ed il rischio di errore è elevato. E’ quindi idoneo solo se le
caratteristiche distintive sono molto chiare e nette. Le piante in base alle caratteristiche ambientali
modificano leggermente la loro struttura. Alcune volte siamo in grado di distinguere queste piccole
differenze, in alcuni casi si va addirittura a trovare delle sottospecie. Le sottospecie sono individui della
stessa specie molto simili che cambiano solo per alcune caratteristiche. È complicato capire se è una
sottospecie oppure un’altra specie. Il sistema della morfospecie è utile e veloce perché basta guardare la
pianta, ma le condizioni ambientali influenzano alcune caratteristiche morfologiche che possono poi essere
fuorvianti. Ad esempio dove le condizioni sono stressanti, quindi al limite di confine è possibile che le
caratteristiche della pianta cambino leggermente.
Gli evoluzionisti usano il concetto di specie biologica. La specie è costituita da “popolazioni di individui in
grado di incrociarsi fra di loro effettivamente o potenzialmente per produrre una discendenza a sua volta
fertile, riproduttivamente isolate da altre popolazioni simili” (Mayr, 1963 ). Ci sono due elementi principali:
- potenzialità riproduttiva. Individui compatibili tra di loro sono della stessa specie. – discendenza: il
potenziale ibrido non può essere sterile. Il figlio sarà sessualmente compatibile con i genitori stessi e con
altri individui provenienti dallo stesso tipo di incrocio. Questa definizione non è sempre adattabile alle
piante. Hanno una grande varietà di meccanismi riproduttivi che consentono l’ibridazione con progenie
fertile anche tra specie diverse (autoimpollinazione, propagazione vegetativa, incrocio e anche i tempi
possono essere diversi). Non è semplice dimostrare l’interfertilità nella stessa specie. Ad esempio due
individui sono potenzialmente fertili, ma ci sono elementi di genetica che non lo permettono(Es. Spesso
nelle angiosperme esistono meccanismi che obbligano all’impollinazione incrociata impedendo la
fecondazione tra polline e ovuli dello stesso fiore o di fiori dello stesso individuo). Inoltre le piante possono
riprodursi anche per via asessuata (o propagazione vegetativa) e produrre quindi individui della stessa
specie senza che avvenga gamia. Ci possono essere taxa che usano strategie di gamia differente.
Quindi si usa la specie evolutiva. Per gli evoluzionisti come Simpson (1961) la SPECIE EVOLUTIVA è una
sequenza di popolazioni che discendono da un progenitore comune e che si evolvono separatamente da
altre popolazioni simili in un certo luogo e per un certo periodo di tempo. indica dinamicità infatti Wiley
(1978) dice che “La specie è una linea di popolazioni che mantiene la propria identità da altre linee simili,
avendo una propria tendenza evolutiva ed un proprio destino storico”. Esistono quindi tante definizioni di
specie, tutte teoricamente corrette ma di difficile applicazione. Perché non esiste una definizione
“naturale” di specie universalmente accettabile? In Botanica Sistematica il concetto di specie morfologica è
quello più funzionale. La maggior parte delle specie oggi classificate nelle flore nazionali e mondiali sono
basate sulle caratteristiche morfologiche degli individui che le compongono. Perché la specie è una
categoria astratta artificiale inventata dall’uomo per schematizzare una realtà che è in continuo
mutamento, sia nel tempo che nello spazio.
I primi passi della Botanica Sistematica furono realizzati dai filosofi del passato quali Aristotele e
successivamente Teofraste (IV secolo a.C). Essi si concentrarono su specie di interesse medicinale e
descrissero molto bene le strutture fiorali di molte specie. Nel periodo Romano si svilupparono molto le
scienze applicate e tra queste anche la botanica. Tra i tanti si ricordi Plinio il Vecchio che classificò oltre 600
specie descritte tutte minuziosamente. Dopo la caduta dell’Impero Romano la botanica sistematica
sopravvisse solo nei pressi dei monasteri dove vi erano gli “Orti dei Semplici” e dove si coltivavano piante
medicinali. E’ anche il periodo degli “erbari figurati” testi in cui le piante venivano raffigurate più sulla base
delle loro proprietà medicinali. Figure con colori surreali e forme che ricordavano le proprietà
farmacologiche o gli organi su cui esse avevano attività. Infatti le piante possono presentare dei metaboliti
secondari che sono sintetizzati e possono avere effetti positivi o negativi per noi. I monaci coltivavano e
testavano le piante, ma allo stesso tempo crearono delle biografie in cui le piante venivano rappresentate.
Tra il 1500 e 1600, Andrea Cesalpino è considerato uno dei primi grandi sistematici in quanto non solo egli
descrisse e classificò 1500 specie (De Plantis Libri XVI) ma fù il primo a suggerire una relazione tra struttura
e funzione dei caratteri morfologici usati nella classificazione. Cesalpino non fu solo un tassonomo ma
anche un classificatore e raggruppo le entità da lui descritte in gruppi superiori e questi a sua volta in
gruppi ancora superiori. Questo potrebbe ricordare in un certo senso il nostro attuale sistema. In Italia ci
sono circa 7000 piante a fiori, in Europa 14000. Cesalpino ha introdotto anche il concetto dell’erbario (cioè
mettere foglia in un libro per farla seccare). Le piante quando seccano mantengano le loro strutture grazie
alle loro pareti rigide. Così si poteva vedere la morfologia di una pianta sempre (come se fosse una foto).
Il crescente interesse per le scienze botaniche portò allo sviluppo di diversi sistemi di classificazione ma
senza dubbio quello più efficiente fu sviluppato dal naturalista svedese Carlo Linneo nell’opera Species
Plantarum (1753). Linneo inventò il sistema della nomenclatura binomia: ogni specie è designata da un
binomio latino seguito dal nome dell’autore che per primo ha descritto la specie. Per convenzione, il
binomio si scrive in corsivo e l’autore in tondo. Il genere ha la prima lettera maiuscola. Il nome dell’autore
viene abbreviato in una maniera stabilita, che si trova in appositi repertori. Il binomio è univoco per una
determinata specie. I nomi di tutte le specie e le regole di attribuzione sono raccolte nel Codice
internazionale di nomenclatura botanica. Linneo oltre alla classificazione aveva introdotto la nomenclatura
binaria. Si possono prendere caratteri arbitrari per poi riunire le piante in base alle sfaccettature del
carattere. Lui inizialmente prese in considerazione stami e pistilli. Il vantaggio del sistema è che è aperto
ovvero si possono aggiungere nuove caratteristiche. Egli introdusse i primi sistemi di classificazione
artificiali basati su pochi ma ben definiti caratteri morfologici. Il sistema di classificazione di Linneo era
sostanzialmente basato sui caratteri degli stami e in subordine su quelli degli altri organi riproduttivi. Oltre
al sistema di classificazione di Linneo ne furono sviluppati molti altri tuttavia il metodo di Linneo
presentava 2 vantaggi principali: 1- Era un sistema aperto in cui si potevano aggiungere continuamente
nuove entità; 2- Permetteva di classificare anche specie pressoché sconosciute sulla base di pochi caratteri
(numero di stami, ecc). Gli svantaggi di questo metodo erano: 1- L’arbitraria scelta dei caratteri diagnostici
(si dava peso ai caratteri meglio conosciuti) 2- In questi schemi non necessariamente le piante più simili si
trovavano vicine tra loro. Questi sistemi basati su pochi caratteri sono detti Artificiali. Sono artificiali
perché siamo noi a decidere quali sono gli elementi da considerare e non tiene conto dell’evoluzione.
Quello di Linneo è un sistema facile per classificare le specie e pratico per classificare. I metodi linneani
sono stati usati anche successivamente da Ray e Anderson. A Ray si deve per esempio la distinzione delle
Angiosperme in Monocotiledoni e Dicotiledoni in base all’analisi delle caratteristiche dei semi e della loro
germinazione.
Con lo sviluppo dei sistemi naturali viene generalizzato e fissato l’uso delle principali categorie sitematiche
o taxa (singolare taxon) tuttora in uso: specie, genere, famiglia, ordine, classe, divisione (o phylum). Al di
sopra del genere, ciascuna di queste categorie ha una sua desinenza caratteristica: -aceae per la famiglia -
ales per l'ordine -opsida per la classe -phyta per la divisione o phylum.
Il 1800 fu sicuramente un secolo importante per la scienza in genere si accettarono i sistemi di
classificazione naturali e la nomenclatura binomia ma si iniziò anche a discutere di Evoluzione. Si scopre il
concetto di evoluzione, selezione naturale, relazione con l’ambiente. 1859 Darwin scrive “L’origine delle
specie”. Il concetto di specie come entità fissa entra in crisi. Selezione naturale e poi artificiale sono posto
come motore dell’evoluzione. Il concetto di specie non è rigido, ma dinamico. Gli individui, le popolazioni si
evolvono in seguito alla selezione naturale e creano altre specie. Gli individui di una specie derivano quindi
dall’evoluzione di una specie ancestrale: tutte gli organismi ai diversi livelli della scala di classificazione
sono interconnessi da parentele più o meno forti. L’obiettivo della botanica sistematica può essere la
ricostruzione filogenetica. Quindi bisogna fare un’analisi dei caratteri. Si sfruttano i caratteri sotto
pressione evolutiva e grazie a ciò si è evoluto in un modo o nell’altro a seconda dell’ambiente. L’ambiente
ha selezionato gli ambienti più favorevoli. Questi elementi diventano chiave e caratteristici della linea
evolutiva.
I primi tentativi di costruire alberi filogenetici erano basati sul creare vicinanze tra alberi. Maggiore sarà la
diversità filogenetica riscontrata tra due taxa più elevata sarà la probabilità di raggiunger la radice
dell’albero prima di unirli. È importante lo sviluppo di tools che permettano di classificare le specie. Non
sempre è facile ricostruire la storia evolutiva di un taxa. Andare a ritroso per definire le caratteristiche
evolutive a volte non è facile. Nascono quindi 2
discipline di analisi ed interpretazione della diversità
biologica: 1) Fenetica: valuta i rapporti tra gli
organismi considerando tutti i caratteri disponibili
senza dare peso filogenetico. Conto quante cose due
individui condividono rispetto ai parametri totali
analizzati. L’assenza o presenza di un carattere da un
peso evolutivo. Per Anderson due individui sono
probabilmente fratelli se condividono numericamente
tanti tratti. Il carattere non ha un peso evolutivo, ma
lo conto. 2) Cladistica: interpreta gli organismi viventi
in chiave evolutiva. Vuole che l’albero della vita abbiamo una polarità a partire da un organismo più
ancestrale fino ai suoi derivati. È difficile capire però cerco di interpretare i caratteri. Esempio: so che in
periodo della storia evolutiva si sono ridotte le dimensioni dei fiori, posso dire che i taxa con fiori piccoli di
quel periodo possono essere correlati. Poi guardando altre caratteristiche posso vedere se sono fratelli,
gemelli o cugini. Nella cladistica si cerca di capire se il carattere di interesse non c’è nell’altro taxa perché è
stato perso oppure perché non è stato in grado di farlo.
Un carattere è l’insieme di caratteristiche misurabili. Possono essere morfologici (struttura fiore, radici,
tronco) o molecolari (Sequenze di geni del DNA nucleare o degli organelli). In questo modo possono
assimilare o distanziare degli organismi. I caratteri sono binari se caratterizzati solo da presenza o assenza.
Esempi: Piante legnose/ Piante erbacee Piante a fiore/ piante senza fiore Piante con sistema
vascolare/Piante senza sistema vascolare. I caratteri multistato prevedono più varianti per lo stesso
carattere. Esempio le infiorescenze delle angiosperme.
La Cladistica ha come fine quello di interpretare i caratteri in chiave evolutiva ovvero comprendere quale
carattere è derivato dal progenitore e quale invece è il frutto di eventi indipendenti come fenomeni di
Convergenza evolutiva (es. Comparsa di parenchimi acquatici in molte specie succulenti appartenenti
addirittura a famiglie differenti). La Cladistica riconosce quindi i Cladi come insiemi di più unità
tassonomiche che condividono caratteri derivati da un ancestrale comune. Questi cladi sono raggruppati
tra loro secondo parentele nei cladogrammi. La Cladistica impone che i gruppi siano MONOFILETICI, ovvero
composti da organismi tutti derivati da un comune antenato. Questo si contrappone a quelle entità
(Famiglie, generi, ecc) che nascono da sistemi di classificazione non cladistica e che riuniscono organismi
che presentano similarità morfologiche e non necessariamente derivati da antenati comuni. Tali gruppi si
dicono POLIFILETICI. Gli studi del passato hanno sicuramente fatto errori di classificazione, ma adesso è
difficile spostarli perché le flore ormai sono su carta (col digitale si corregge).
Il carattere è una caratteristica distintiva univoca che caratterizza quel gruppo di specie. Ma il carattere è
anche un elemento funzionale in quanto l’organismo vuole comunicare con l’ambiente esterno. La
costruzione di un cladogramma prevede quindi l’analisi dei caratteri dei diversi
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