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Teorie del cambiamento politico

Introduzione

La razionalità economica è diversa dalla razionalità politica: mentre per quella economica il valore equivale all'utilità, per quella politica il valore desiderato e conquistato è il potere, sia internamente ad uno stato, sia internazionalmente. Potenzialmente, qualsiasi cosa è un mezzo per raggiungere questo obiettivo, compresi i nostri valori, idee ed opinioni. Correlatamente, anche le crisi economiche differiscono dalle crisi politiche: quelle economiche sono risolvibili attraverso programmi ed aiuti, quelle politiche provocano invece guerre civili, colpi di stato, che rompono l'ordine politico e che non garantiscono più le libertà e le funzionalità della società. L'ordine politico è infatti la base per garantire ciò.

Il corso si basa interamente sul libro di Huntington “Ordine politico e cambiamento sociale”, il quale fin da subito chiarisce l'aspetto principale che intende studiare: non tanto la forma di governo, ma il grado in cui un governo esiste. Sia gli Stati totalitari che gli stati democratici dell'occidente hanno un sistema politico efficiente, per cui lo scopo del corso non è quello di studiare la differenza tra i diversi sistemi politici (confronto tra USA e Russia), ma la differenza tra questi grandi governi forti ed efficienti e tutti gli altri considerati deboli, quelli in via di modernizzazione (Asia, Africa, America Latina - terzo mondo, in via di sviluppo), dove è evidente il disordine politico, l'instabilità e un governo inefficiente.

Il concetto di ordine politico riguarda i paesi poveri che vogliono svilupparsi e diventare ricchi. Quando il sistema politico diventa civile, il problema dell'ordine politico non c'è più: ma questa è l'unica critica che si può fare a Huntington, in quanto questo problema non scompare mai, le società sono in continua evoluzione e trasformazione, e questo può avere un impatto sulla politica e sulla sua stabilità.

Modernizzazione socioeconomica

Non è un processo politico, ma ha conseguenze economiche. Determinerà il problema politico, dell'ordine. È un processo molto complesso, composto da molti aspetti. Il modo più efficace è partire dall'esperienza. Si tratta di un fenomeno che investe prima di tutto l'Occidente, e solo molto più tardi si estenderà su base comunitaria. In questo modo si riuscirà a capirne le componenti e i problemi.

In Europa, questo processo si dipana per un lungo arco di secoli, con conseguenze spesso separate da una distanza temporale molto vasta. Non accadrà lo stesso per i paesi che si svilupperanno più tardi, i quali incontreranno conseguenze in modo sincronico, non per tappe. Le principali tappe si possono distinguere in:

  • Le grandi trasformazioni del '500: la riforma protestante, la rottura dell'unità della Chiesa, la frantumazione dell'universo che teneva insieme l'Europa fino a quel momento. Il successo della riforma protestante (nelle aree alto-tedesche) si ha con Lutero e con la nascita delle chiese riformate. Dal punto di vista culturale, ha effetti drammatici senza precedenti: per la prima volta, per tutti, nobili e contadini, il problema della gerarchia dei valori (con al vertice il papa di Roma) viene messo in discussione. Si vede una spaventosa e straordinaria innovazione, che genera conflitti: le guerre di religione nella seconda metà del '500, la controriforma romana. Si crea una linea di divisione che avrà poi conseguenze anche sulla politica (nascita di partiti religiosi, partiti protestanti e partiti cattolici).
  • La rivoluzione scientifica del '600, che porta alla nascita della scienza moderna, un nuovo modo di concepire la cultura e la conoscenza. Si inizia ad affermare la teoria secondo cui il mondo reale può essere studiato attraverso l'intelletto umano. Galileo, Newton, Copernico fondano sulla base dell'esperienza la possibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso: è vero ciò che è controllato e scoperto, con il lavoro di specialisti. Questo porta con sé una contrapposizione tra atto di fede e ciò che deriva dall'esperienza e conoscenza empirica del mondo. Emerge la possibilità della coscienza laica, senza dover essere reietti ed esclusi dalla società. Si separa il mondo degli atei da quello dei credenti. Si può quindi vivere anche senza venerare un dio immortale. La coscienza atea acquista una dignità.
  • La rivoluzione industriale del 1760: si assiste ad una trasformazione dei modi di produzione, all'accesso a beni e servizi naturali, alla nascita della grande industria e alla produzione su larga scala. Nascono le prime fabbriche, nelle periferie delle città, che funzionano come una calamita per la campagna: i contadini abbandonano le campagne per inserirsi in questa nuova realtà. Le campagne perdono posti di lavoro e potere, il quale si sposta nella città, diventata ormai il centro motore. Anche qua si generano linee di divisione. Emerge una nuova classe di produttori, che non producono beni di consumo, merce da mercato, ma manufatti: al capitalista agrario si affianca il capitalista moderno, l'imprenditore, impegnato nella produzione industriale. Emergono anche i nuovi lavoratori delle fabbriche, occupati in condizioni disumane, senza garanzie di sicurezza e igiene, che formano la classe del proletariato urbano, cioè il lavoratore salariato, che prima non esisteva. I gruppi sociali vecchi maturano risentimento verso le città, che portano via lavoro e impoveriscono la campagna. L'operaio lavora in fabbrica, sulla macchina, e deve quindi avere una base di conoscenza, un livello minimo di scolarizzazione e istruzione, deve sapere almeno leggere e scrivere. Questo spinge a una maggiore istruzione e scolarizzazione anche nelle campagne, in cui nasce la figura del “maestro”, visto come un perturbatore della quiete pubblica, così come il medico, che sostituisce il cosiddetto “guaritore”, solitamente laico e quindi anch'egli visto male dalle campagne. Arrivano oggetti nuovi: i libri.

Si tratta di un processo composto da archi di tempo molto lunghi, tra i quali non c'è immediatezza, e questo favorisce l'assorbimento dei cambiamenti. Essi impattano su generazioni diverse. Durante questo processo avviene il passaggio dall'idea dei valori ascrittivi, secondo cui non c'è mobilità verticale, ascesa e discesa sono sconosciuti; quindi, i nobili rimangono nobili e i poveri rimangono poveri, all'idea dei valori acquisitivi, secondo cui conta di più ciò che fai, cosa sei in grado di fare e di acquisire. Il valore del merito rende la società più fluida, si crea la mobilità, sia di territorio che verticale.

Le trasformazioni culturali, il passaggio da valori ascrittivi ad acquisitivi, la riduzione del peso delle autorità religiose, che vengono confinate e tolte dal centro, sono un valore tra tanti, e vanno a creare un'unica nozione che indica appunto lo stato di queste società in fase di modernizzazione: la mobilizzazione sociale. Questo fenomeno indica che la società diventa mobile, che individui e gruppi coltivano aspettative e aspirazioni che in passato non avevano, aspirano a migliorare la loro condizione, al successo, a essere più ricchi, più colti, più potenti. Queste aspirazioni devono però fare i conti con le opportunità e le risorse offerte dalla società, strettamente collegate al concetto di industrializzazione, che aumenta sicuramente queste risorse, ma comunque non abbastanza per soddisfare tutte queste aspirazioni. Lo sviluppo economico, quindi, sostituisce l'economia di sussistenza, ma non abbastanza per soddisfare le aspirazioni di tutti. L'ampiezza delle aspirazioni contro l'effettiva possibilità di concretizzarle provoca un aumento di disuguaglianze. Nelle prime fasi del processo di sviluppo, infatti, le diseguaglianze crescono.

Mobilizzazione sociale/sviluppo economico = frustrazione sociale, lo stato di coloro che pensano di ottenere meno rispetto a ciò che meriterebbero, a ciò che avrebbero il diritto di ottenere. Si diffonde un intenso sentimento di frustrazione sociale, gli individui sono insoddisfatti. Questa insoddisfazione potrebbe essere assorbita da una società che garantisce effettive opportunità di mobilità sociale, nuovi posti di lavoro. L'emigrazione diventa una valvola di sfogo per la frustrazione sociale. Quando la frustrazione sociale non viene assorbita, accade che questi individui investono le loro energie direttamente nella politica, avanzando domande direttamente ad essa. Si ha quindi una spinta all'espansione della partecipazione politica: i gruppi che prima erano passivi o inesistenti iniziano ad avanzare domande politiche, espresse attraverso la partecipazione politica, rivolgendo le domande al governo. Dal punto di vista politico, quindi, la modernizzazione socioeconomica produce l'espansione della partecipazione politica. La partecipazione politica è per cui l'azione politica rivendicativa e attiva delle persone comuni. Può avere o meno canali precostituiti entro il quale esprimersi. Questi canali sono il voto, i partiti politici, essere militanti, ecc. Se questi canali non sono ben espressi, la partecipazione politica si esprime in forma di protesta e violenza. Se l'istituzionalizzazione politica non è abbastanza, si crea disordine politico. Dalla mobilizzazione sociale si può arrivare quindi al disordine politico.

Il fulcro, il problema principale, quindi, sta nel creare istituzioni politiche capaci di assorbire la partecipazione politica ed impedirle di “esondare”. Il “risveglio verde” dei contadini per Huntington (green uprising) è la mobilizzazione politica del gruppo sociale più passivo di tutti, cioè dei contadini. È l'ultima tappa della mobilizzazione politica, perché si devono trovare nella disperazione massima e con una spinta dell'intellettuale rivoluzionario urbano.

Il problema dei paesi del terzo mondo è non avere un governo, o avere un governo debole, che non riesce ad assorbire le frustrazioni sociali e a creare opportunità di mobilità sociale.

Forze sociali e istituzioni politiche; partecipazione politica

Mobilizzazione sociale / sviluppo economico = frustrazione sociale
Frustrazione sociale / opportunità di mobilità = partecipazione politica
Partecipazione politica / istituzionalizzazione politica = instabilità/disordine politica

Il brusco incremento della partecipazione politica crea disordine politico. L'instabilità dei paesi in via di modernizzazione è in gran parte funzione del divario tra le aspirazioni e le aspettative, generato dall'escalation delle aspirazioni, che interviene specialmente nelle prime fasi della modernizzazione. L'istituzionalizzazione politica è legata al concetto di istituzione. L'istituzione politica è un concetto controverso, una nozione difficile da definire. Sono organizzazioni, regole, procedure. Astrae il ruolo dalla persona. Il compito delle istituzioni è quello di contenere le forze sociali e di integrarle. Le forze sociali sono gli attori, i titolari di azioni. Tuttavia, si può criticare che ci sono istituzioni sociali e anche forze politiche.

Secondo Huntington le istituzioni possono essere deboli o forti, e la loro forza si basa su:

  • L'ampiezza del sostegno di cui gode: il grado in cui le organizzazioni e le procedure politiche inglobano l'attività sociale, cioè la capacità di tenere a freno le forze sociali.
  • Il livello di istituzionalizzazione: richiama il processo tramite cui un'istituzione acquisisce valore e stabilità. Secondo Huntington, le istituzioni acquisiscono stabilità e valore durante il processo di istituzionalizzazione.

Il livello di istituzionalizzazione può essere definito in termini di complessità/semplicità, autonomia/subordinazione, compattezza/disunione, flessibilità/rigidità delle sue organizzazioni. Autonomia e flessibilità si riferiscono al rapporto tra organizzazione e il suo ambiente, mentre compattezza e complessità riguardano le caratteristiche proprie dell'organizzazione. Ciascuna coppia individua tensione: complessità vs compattezza; autonomia vs flessibilità. Sembrano farsi freno l'uno con l'altro.

Rapporto tra organizzazione e ambiente

  • Flessibilità (/Rigidità): più un'organizzazione è flessibile, più è istituzionalizzata. È una caratteristica organizzativa acquisita, funzione delle sfide ambientali e dell'età. Più è flessibile, più sarà in grado di adattarsi ai cambiamenti dell'ambiente. La flessibilità può essere misurata in termini di età, in particolare troviamo tre principali modi:
    • Età cronologica: più un'organizzazione è stata in vita, maggiore sarà il suo livello di istituzionalizzazione. Questo metodo però non ci dice nulla sul rapporto con l'ambiente (un'organizzazione può avere solo cinque anni ma aver affrontato molte sfide). È una misura impropria.
    • Età generazionale: un'organizzazione che passa da una generazione a un'altra indica che ha affrontato e superato delle sfide e che ha superato il problema della successione pacifica.
    • Età funzionale: un'organizzazione che si adatta ai mutamenti del suo ambiente ed è sopravvissuta ai cambiamenti delle sue funzioni è più istituzionalizzata di una che non l'ha fatto. È la misura reale di un'organizzazione altamente sviluppata.
  • Autonomia (/Subordinazione): un'organizzazione forte è un'organizzazione autonoma, non subordinata ad altre strutture esterne. Come la flessibilità, è relativa al rapporto tra organizzazione e ambiente: quando si parla di autonomia, si intende che l'organizzazione è in grado di agire senza essere controllata da forze esterne, dell'ambiente. Riguarda indirettamente anche il rapporto tra istituzione politica e le forze sociali. Un'organizzazione politica autonoma, infatti, non dipende da alcuna forza sociale. Non è l'apparato esecutivo di una particolare forza sociale. Un'organizzazione politica forte e istituzionalizzata ingloba più forze sociali, pertanto non dipende da nessuna. Per questo, Huntington rifiuta la tesi Marxiana (partito della classe operaia): finché un partito è ancorato ad una forza sociale specifica, non sarà mai autonomo. È autonomo solo quando saprà incorporare più classi sociali, permettendogli di non essere dipendente e schiavo di nessuna in particolare.

Abbiamo una doppia interpretazione di autonomia:

  • Vera e propria autonomia non dipendenza;
  • Controllo esercitato dall'organizzazione politica sulle forze sociali/ambiente.

Componenti dell'organizzazione presa per sé stessa

  • Complessità (/Semplicità): un'organizzazione forte è anche complessa, cioè costituita da molteplici unità interne. Un'organizzazione semplice invece non ha un'articolazione interna che la differenzi e la pluralizzi, ed è una sorta di una singola funzione, cioè tutto converge in capo a una singola funzione (esempio: capo tribù, che assume in sé una serie di ruoli diversi (militare, religioso, di pace)). Un sistema politico moderno invece rappresenta una complessità e pluralità di ruoli, che rende le funzioni specializzate (divisione del lavoro come moltiplicatore di efficacia ed efficienza).

Troviamo poi nella complessità un'ambivalenza:

  • Pluralismo interno, inteso come complessità pluralistica, differenziazione di poteri e attività;
  • Complessità "a tastiera"/tecnica, che ha bisogno di impulsi esterni. C'è una mera articolazione tecnica dei compiti interni.
  • Compattezza-coesione (/Disunione): un'organizzazione forte è anche un'organizzazione coesa e compatta, in cui le parti, seppur complesse e con funzioni diverse, sono tenute insieme da un principio unificatore, un accordo di fondo su cui si regge la differenza delle attività/funzioni. Anche qui, troviamo un'ambivalenza di questa componente:
  • Accordo sulle regole, meramente procedurale (es. la competizione tra partiti si regge su un accordo, per esempio, che i voti non si possono comprare)
  • Accordo su fini/sostanza/morale (idem sentire): identità comune compattezza morale

Relazioni empiriche tra proprietà

  • Relazione tra complessità e flessibilità: un'organizzazione complessa è più adattabile di un'organizzazione semplice.
  • Relazione tra compattezza e autonomia: un'organizzazione disunita non sarà mai autonoma, è la porta aperta al nemico esterno, alla penetrazione dell'ambiente. Le parti sono in competizione, o in conflitto. Quando c'è conflitto in un'organizzazione, sarà facile agire sull'organizzazione dall'esterno ma soprattutto trovare l'ingresso per entrarvi. L'ambiente entra nell'organizzazione e ne prende il controllo. Esempio: se durante la campagna elettorale il partito va cercando "supporto" dall'esterno (per es. unione europea) vorrà dire che c'è un'influenza dall'ambiente esterno. Solo un'organizzazione compatta può ambire all'autonomia.

Queste 4 proprietà possono essere ridotte a due, perché ciascuna di esse trova un limite nell'altra.

  • Flessibilità ma non penetrabilità = organizzazione autonoma (flessibilità = non dipendenza)
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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher claudia.od99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie del cambiamento politico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Battegazzorre Francesco.
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