INTRODUZIONE
L’elettroencefalografia, comunemente indicata con la sigla EEG, è una metodica neurofisiologica
che consente di registrare l’attività elettrica del cervello mediante elettrodi applicati sulla superficie
del capo. Si tratta quindi di un esame funzionale, che studia il funzionamento del cervello nel
tempo, a differenza delle metodiche di neuroimmagine come la TAC o la risonanza magnetica, che
forniscono informazioni prevalentemente strutturali.
È importante chiarire fin dall’inizio che l’EEG non registra i pensieri, né l’attività dei singoli neuroni.
Il segnale elettroencefalografico rappresenta invece l’espressione dell’attività elettrica globale di
grandi popolazioni neuronali, in particolare della corteccia cerebrale. Solo quando un numero
elevato di neuroni si attiva in modo sincronizzato, il segnale risultante diventa sufficientemente
ampio da poter essere rilevato dallo scalpo.
Dal punto di vista biologico, l’EEG si basa sul fatto che le cellule nervose utilizzano anche
meccanismi elettrici per comunicare. I neuroni possiedono una membrana cellulare che separa
l’ambiente intra ed extracellulare, creando una differenza di potenziale elettrico. Le variazioni di
questo potenziale, in particolare a livello sinaptico, generano campi elettrici che, se
adeguatamente sommati, possono essere registrati.
L’elettroencefalogramma non registra i potenziali d’azione, che sono fenomeni rapidi e localizzati,
ma registra prevalentemente la sommazione dei potenziali postsinaptici, che sono più lenti e più
facilmente sommabili nello spazio e nel tempo. Questo spiega perché l’EEG rifletta soprattutto
l’attività sinaptica corticale.
Dal punto di vista clinico, l’EEG è una metodica non invasiva, indolore, ripetibile e relativamente
economica, caratteristiche che ne hanno favorito una diffusione molto ampia. Le sue principali
applicazioni riguardano lo studio dell’epilessia, dei disturbi della coscienza, del sonno, delle
encefalopatie e il monitoraggio dei pazienti in terapia intensiva.
Storicamente, l’idea che il cervello producesse attività elettrica nasce nel contesto più ampio degli
studi sull’elettricità biologica tra il XVIII e il XIX secolo. Tuttavia, la vera nascita
dell’elettroencefalografia umana è legata alla figura di Hans Berger, un neuropsichiatra tedesco che
nel 1929 pubblicò il primo lavoro sull’EEG registrato nell’uomo.
Berger osservò la presenza di un’attività ritmica regolare nelle regioni posteriori del cervello in
condizioni di veglia rilassata a occhi chiusi, che chiamò ritmo alfa. Notò inoltre che questa attività si
attenuava con l’apertura degli occhi o con l’attività mentale, lasciando spazio a un’attività più
rapida, che definì ritmo beta. Queste osservazioni costituiscono ancora oggi una base
fondamentale per l’interpretazione dell’EEG.
Inizialmente i risultati di Berger furono accolti con scetticismo, ma negli anni successivi vennero
confermati da altri studiosi, sancendo definitivamente la validità scientifica
dell’elettroencefalografia. Da allora, l’EEG si è evoluto dal punto di vista tecnologico, passando da
registrazioni analogiche su carta a sistemi digitali avanzati, ma ha mantenuto intatto il suo valore
clinico.
In conclusione, l’elettroencefalografia rappresenta una metodica storicamente consolidata e
tuttora indispensabile nello studio del funzionamento cerebrale, soprattutto per la sua elevata
risoluzione temporale e per la capacità di fornire informazioni uniche sull’attività elettrica del
cervello.
Basi neurofisiologiche dell’EEG
Per comprendere davvero l’elettroencefalogramma è necessario entrare nel merito delle basi
neurofisiologiche che stanno all’origine del segnale EEG. L’EEG, infatti, non è un fenomeno astratto
o puramente tecnico, ma è l’espressione diretta del funzionamento biologico delle cellule nervose.
Il sistema nervoso centrale è costituito principalmente da due grandi categorie cellulari: i neuroni e
le cellule gliali. I neuroni sono le cellule deputate alla ricezione, all’elaborazione e alla trasmissione
dell’informazione nervosa, mentre le cellule gliali svolgono funzioni di sostegno, nutrizione,
protezione e regolazione dell’ambiente extracellulare. Sebbene oggi si sappia che la glia ha un
ruolo attivo nella modulazione dell’attività neuronale, l’EEG registra principalmente l’attività
elettrica dei neuroni.
Dal punto di vista morfologico, ogni neurone è costituito da un corpo cellulare, o soma, da cui si
dipartono i dendriti e un prolungamento unico chiamato assone. I dendriti sono deputati alla
ricezione dei segnali provenienti da altri neuroni, mentre l’assone trasmette il segnale verso altre
cellule. Questa organizzazione permette la comunicazione all’interno di reti neuronali
estremamente complesse.
Tutti i neuroni sono rivestiti da una membrana cellulare che separa l’ambiente intracellulare da
quello extracellulare. Questa membrana è elettricamente attiva, poiché presenta una distribuzione
asimmetrica degli ioni, in particolare sodio, potassio, calcio e cloro. La diversa concentrazione di
questi ioni determina una differenza di potenziale elettrico tra l’interno e l’esterno della cellula,
detta potenziale di membrana.
In condizioni di riposo, il neurone presenta un potenziale di membrana negativo all’interno rispetto
all’esterno. Quando il neurone riceve uno stimolo, questo equilibrio ionico può modificarsi, dando
origine a variazioni del potenziale di membrana. Queste variazioni possono essere di tipo rapido,
come il potenziale d’azione, oppure di tipo più lento, come i potenziali postsinaptici.
È fondamentale sottolineare che l’EEG non registra i potenziali d’azione. Il potenziale d’azione è
infatti un fenomeno estremamente rapido, di brevissima durata e confinato a una singola cellula o
a un singolo assone. Al contrario, l’EEG registra prevalentemente i potenziali postsinaptici, che
sono fenomeni più lenti e duraturi e che possono sommarsi tra loro.
I potenziali postsinaptici si generano a livello delle sinapsi, ovvero i punti di contatto funzionale tra
neuroni. Le sinapsi possono essere elettriche o chimiche, ma nel sistema nervoso centrale
prevalgono le sinapsi chimiche, mediate dal rilascio di neurotrasmettitori. A seconda del tipo di
neurotrasmettitore e del recettore coinvolto, il potenziale postsinaptico può essere eccitatorio o
inibitorio.
Il principale neurotrasmettitore eccitatorio del sistema nervoso centrale è il glutammato, che
aumenta la probabilità di attivazione del neurone postsinaptico. Il principale neurotrasmettitore
inibitorio è invece il GABA, che riduce l’eccitabilità neuronale. L’equilibrio tra eccitazione e
inibizione è essenziale per il corretto funzionamento delle reti neuronali e si riflette direttamente
sull’attività EEG.
Dal punto di vista anatomico, l’EEG registra soprattutto l’attività della corteccia cerebrale, che è la
porzione più superficiale del cervello ed è organizzata in sei strati. All’interno della corteccia, un
ruolo centrale nella genesi del segnale EEG è svolto dalle cellule piramidali.
Le cellule piramidali sono particolarmente importanti perché presentano una disposizione
altamente ordinata: sono orientate tutte nello stesso modo, con i dendriti apicali diretti verso la
superficie corticale e l’assone diretto verso la sostanza bianca. Questa disposizione parallela
permette la sommazione dei campi elettrici generati dai potenziali postsinaptici.
Quando un grande numero di cellule piramidali si attiva in modo sincrono, i singoli campi elettrici
prodotti da ciascuna cellula si sommano, generando un campo elettrico sufficientemente ampio da
attraversare la corteccia, il liquor, il cranio e la cute, fino a raggiungere gli elettrodi posti sullo
scalpo. È proprio questa sommazione spaziale e temporale che rende possibile la registrazione
dell’EEG.
In conclusione, le basi neurofisiologiche dell’EEG risiedono nell’attività sinaptica delle cellule
piramidali corticali, nella loro organizzazione geometrica e nella sincronizzazione dell’attività
neuronale. Senza queste condizioni, l’attività elettrica del cervello rimarrebbe confinata a livello
microscopico e non sarebbe registrabile dall’esterno.
Origine del segnale EEG
Dopo aver chiarito quali sono le basi neurofisiologiche dell’elettroencefalogramma, è possibile
comprendere in modo più preciso come nasce concretamente il segnale EEG e perché solo una
parte dell’attività cerebrale risulta registrabile dallo scalpo.
Un concetto fondamentale da cui partire è che non tutta l’attività elettrica del cervello può essere
vista con l’EEG. Affinché un segnale sia registrabile, devono essere soddisfatte alcune condizioni
precise, che riguardano il tipo di attività neuronale, il numero di neuroni coinvolti, la loro
disposizione geometrica e il grado di sincronizzazione.
Come già accennato, l’EEG non registra i potenziali d’azione, che sono fenomeni rapidi, di
brevissima durata e confinati a singole cellule. Il segnale EEG deriva invece dalla sommazione dei
potenziali postsinaptici eccitatori e inibitori, che sono più lenti e si estendono nel tempo. Proprio
questa lentezza permette ai potenziali postsinaptici di sommarsi tra loro.
Un altro elemento cruciale è la sincronizzazione dell’attività neuronale. Se i neuroni si attivano in
modo casuale e non coordinato, i campi elettrici che producono tendono ad annullarsi
reciprocamente. Al contrario, quando grandi popolazioni neuronali si attivano in modo sincrono, i
campi elettrici si sommano e generano un segnale macroscopico.
In questo contesto assumono un ruolo centrale le cellule piramidali della corteccia cerebrale.
Queste cellule, oltre a essere numerose, sono orientate tutte nello stesso modo e organizzate in
colonne corticali. I loro dendriti apicali sono disposti perpendicolarmente alla superficie corticale,
mentre il corpo cellulare e l’assone sono orientati in profondità. Questa disposizione geometrica
ordinata è essenziale per la genesi del segnale EEG.
Quando su un gruppo di cellule piramidali agisce un potenziale postsinaptico, si crea una
distribuzione asimmetrica di cariche elettriche. In particolare, nelle zone in cui gli ioni positivi
entrano nel neurone si crea una regione di negatività extracellulare, mentre nelle zone circostanti
si ha una relativa positività. Questa separazione di cariche genera un campo elettrico.
La combinazione di una regione negativa e di una regione positiva costituisce un dipolo elettrico.
Nell’EEG si parla quindi di dipoli corticali, che rappresentano l’unità elementare del segnale
registrato. Ogni dipolo ha una sua orientazione e una sua intensità, che dipendono dall’attività
sinaptica sottostante.
Un concetto importante è quello di source e sink. Con il termine sink si indica la zona in cui la
corrente entra nel tessuto, cioè la regione in cui si verifica l’ingresso di cariche positive nel
neurone. Le source sono invece le regioni circostanti da cui la corrente esce. Source e sink insieme
costituiscono il dipolo responsabile del segnale EEG.
L’orientamento del dipolo è determinante per la sua registrabilità. I dipoli orientati in senso radiale,
cioè perpendicolari alla superficie del cranio, proiettano meglio il loro campo elettrico verso lo
scalpo e sono quindi più facilmente registrabili. I dipoli orientati in senso tangenziale, tipici delle
pareti dei solchi corticali, contribuiscono invece meno al segnale EEG di superficie.
Affinché un dipolo sia visibile all’EEG, inoltre, è necessario che l’attività coinvolga un numero molto
elevato di neuroni, dell’ordine di decine o centinaia di migliaia, distribuiti su un’area
sufficientemente ampia di corteccia. Attività troppo piccole, troppo profonde o troppo localizzate
non producono un segnale rilevabile.
Questo spiega perché l’EEG sia una metodica particolarmente sensibile all’attività della corteccia
cerebrale, ma poco sensibile alle strutture profonde come il talamo, l’ippocampo o i nuclei della
base. Il segnale proveniente da queste strutture, infatti, viene fortemente attenuato durante il suo
percorso attraverso il cervello, il liquor, il cranio e la cute.
Durante questo percorso, il segnale EEG subisce una notevole attenuazione e dispersione spaziale.
Per questo motivo l’ampiezza del segnale EEG registrato sullo scalpo è molto bassa, dell’ordine dei
microvolt, e la risoluzione spaziale della metodica è limitata.
Al contrario, l’EEG possiede un’elevatissima risoluzione temporale, poiché è in grado di seguire le
variazioni dell’attività elettrica cerebrale nell’ordine dei millisecondi. Questa caratteristica rende
l’EEG insostituibile nello studio dei fenomeni rapidi, come le crisi epilettiche e le transizioni tra
diversi stati di vigilanza.
In conclusione, il segnale EEG nasce dalla sommazione dei potenziali postsinaptici di grandi
popolazioni di cellule piramidali corticali, organizzate in modo ordinato e attivate in maniera
sincrona. La genesi del segnale dipende dalla formazione di dipoli corticali, dal loro orientamento e
dalla loro estensione spaziale, fattori che spiegano sia le potenzialità sia i limiti
dell’elettroencefalografia.
Elettrodi EEG
Per poter registrare l’attività elettrica cerebrale è necessario un elemento fondamentale di
mediazione tra il cervello e l’apparecchiatura di registrazione, rappresentato dagli elettrodi. Senza
gli elettrodi, infatti, l’elettroencefalogramma non potrebbe esistere, perché non ci sarebbe alcun
modo di captare le variazioni di potenziale presenti sullo scalpo.
Un elettrodo EEG è un dispositivo che viene applicato sulla cute del capo e che ha la funzione di
rilevare le differenze di potenziale elettrico generate dall’attività cerebrale sottostante. È
importante chiarire che l’elettrodo non produce elettricità, ma si comporta come un sensore
passivo, capace di registrare variazioni di potenziale già esistenti.
Un concetto fondamentale dell’EEG è che non viene mai registrato un potenziale assoluto, ma
sempre una differenza di potenziale tra due punti. Questo significa che ogni segnale EEG è il
risultato del confronto tra almeno due elettrodi. Anche quando si parla di un elettrodo “attivo”,
esiste sempre un elettrodo di riferimento con cui il segnale viene confrontato.
Affinché un elettrodo possa funzionare correttamente, è necessario che il contatto tra l’elettrodo e
la cute sia stabile e di buona qualità. La cute, infatti, rappresenta una barriera naturale alla
conduzione elettrica, per cui è indispensabile ridurre al minimo la resistenza di contatto.
Questa resistenza al passaggio della corrente viene indicata con il termine impedenza. In
elettroencefalografia, un’impedenza elevata peggiora la qualità del segnale e aumenta la
probabilità di artefatti. Per questo motivo, prima di iniziare una registrazione EEG, si controlla
sempre che l’impedenza degli elettrodi sia sufficientemente bassa e possibilmente omogenea tra i
vari canali.
Per ridurre l’impedenza di contatto, la cute viene adeguatamente preparata, rimuovendo il sebo e
le cellule superficiali, e si utilizza un mezzo conduttivo, come un gel o una pasta conduttiva. Questo
accorgimento consente di migliorare la trasmissione del segnale elettrico dallo scalpo all’elettrodo.
Dal punto di vista dei materiali, gli elettrodi EEG sono generalmente realizzati in argento clorurato,
indicato come Ag/AgCl. Questo materiale è particolarmente adatto perché garantisce una buona
stabilità elettrica, riduce i fenomeni di polarizzazione e consente una registrazione fedele delle
variazioni di potenziale.
La clorurazione dell’argento è un passaggio importante, perché permette di mantenere costante il
potenziale dell’elettrodo nel tempo. Un elettrodo non adeguatamente clorurato può introdurre
distorsioni del segnale e aumentare il rumore di fondo.
Per quanto riguarda la forma, gli elettrodi EEG di superficie più utilizzati sono quelli a coppetta o a
disco, che vengono applicati sullo scalpo mediante paste o gel conduttivi. In alcuni contesti
particolari possono essere utilizzati elettrodi adesivi monouso, soprattutto per ridurre il rischio
infettivo o per registrazioni in emergenza.
Esistono anche elettrodi ad ago, che penetrano superficialmente nella cute e garantiscono
un’impedenza molto bassa, ma il loro utilizzo è limitato perché sono invasivi, dolorosi e
comportano un rischio infettivo. Per questo motivo non vengono impiegati di routine nell’EEG
standard.
Un altro aspetto importante riguarda il fissaggio degli elettrodi. Poiché la registrazione EEG può
durare diversi minuti o ore, è fondamentale che gli elettrodi siano ben fissati per evitare
movimenti, distacchi e la comparsa di artefatti. A questo scopo si possono utilizzare paste adesive
o, in registrazioni prolungate, sostanze come il collodio.
Dal punto di vista della sicurezza, gli elettrodi EEG sono dispositivi sicuri, poiché non introducono
corrente nel paziente ma si limitano a registrare segnali. Tuttavia, è fondamentale rispettare le
norme igieniche, soprattutto nelle registrazioni ripetute o prolungate, per prevenire irritazioni
cutanee o infezioni.
In conclusione, gli elettrodi rappresentano un elemento cruciale della catena di registrazione EEG.
La qualità del segnale elettroencefalografico dipende in larga misura dalla corretta scelta del
materiale, dalla preparazione della cute, dal controllo dell’impedenza e dalla stabilità del contatto
elettrodocute. Un EEG di scarsa qualità tecnica, infatti, può compromettere l’interpretazione clinica
anche in presenza di un’attività cerebrale normale.
Posizionamento degli elettrodi e sistema internazionale 10–20
Una volta chiarito che cosa sono gli elettrodi e come funzionano, il passo successivo è capire come
questi vengano posizionati sul capo. Il posizionamento degli elettrodi nell’EEG non è casuale, ma
segue regole precise e standardizzate, perché solo in questo modo è possibile confrontare tracciati
diversi, interpretare correttamente l’attività cerebrale e localizzare eventuali anomalie.
Il sistema di riferimento universalmente utilizzato per il posizionamento degli elettrodi EEG è il
cosiddetto sistema internazionale 10–20. Questo sistema prende il nome dal fatto che le distanze
tra gli elettrodi vengono calcolate come il 10% o il 20% di alcune misure craniche di riferimento. In
questo modo il sistema è adattabile a crani di dimensioni diverse, mantenendo una disposizione
proporzionale degli elettrodi.
Per applicare il sistema 10–20 è necessario individuare alcuni punti anatomici di riferimento sul
cranio. I principali sono il nasion, che si trova alla radice del naso, l’inion, che corrisponde alla
prominenza ossea occipitale, e i due punti preauricolari, situati anteriormente al trago
dell’orecchio. Questi punti permettono di misurare le distanze anteroposteriori e trasversali del
cranio.
Una volta individuati questi punti, la distanza tra nasion e inion viene suddivisa in segmenti
corrispondenti al 10% e al 20% della lunghezza totale, e lo stesso viene fatto per la distanza tra i
due punti preauricolari. I punti ottenuti da queste misurazioni definiscono le posizioni standard
degli elettrodi sullo scalpo.
Gli elettrodi posizionati lungo la linea mediana del capo sono identificati dalla lettera “z”, che sta
per zero. Tra questi troviamo elettrodi come Fz, Cz e Pz, che registrano l’attività proveniente da
regioni centrali e simmetriche dei due emisferi.
Gli altri elettrodi sono identificati da una lettera che indica la regione cerebrale sottostante e da un
numero che indica la lateralità. Le lettere principali sono F per le regioni frontali, C per le regioni
centrali, P per le regioni parietali, T per le regioni temporali e O per le regioni occipitali. Le regioni
frontopolari sono indicate con la sigla Fp.
Per quanto riguarda i numeri, una regola fondamentale è che i numeri dispari indicano l’emisfero
sinistro, mentre i numeri pari indicano l’emisfero destro. Ad esempio, F3 corrisponde a un
elettrodo frontale sinistro, mentre F4 indica il corrispondente frontale destro. Questa convenzione
permette di riconoscere immediatamente la lateralità di un segnale EEG.
Il sistema 10–20 classico prevede l’utilizzo di 19 elettrodi di registrazione, a cui si aggiungono un
elettrodo di riferimento e un elettrodo di massa. Questo numero rappresenta lo standard minimo
per una registrazione EEG clinicamente affidabile.
Uno dei vantaggi principali del sistema 10–20 è la sua standardizzazione. Grazie a questo sistema,
un EEG registrato in un centro può essere interpretato e confrontato con un EEG registrato in un
altro centro, perché la disposizione degli elettrodi segue le stesse regole.
Tuttavia, il sistema 10–20 presenta anche alcuni limiti. In particolare, la risoluzione spaziale è
relativamente grossolana e alcune aree corticali, soprattutto quelle basali o profonde, non vengono
esplorate in modo ottimale. Per questo motivo, in alcuni contesti clinici o di ricerca vengono
utilizzate varianti del sistema 10–20, come il sistema 10–10 o il sistema 10–5, che prevedono un
numero maggiore di elettrodi e una copertura più densa del cranio.
È importante sottolineare che, indipendentemente dal numero di elettrodi utilizzati, l’EEG non
registra mai l’attività di un singolo elettrodo isolato, ma sempre una differenza di potenziale tra due
elettrodi. Questo concetto introduce il tema delle derivazioni e dei montaggi, che rappresentano il
passo successivo nell’interpretazione del tracciato EEG.
In conclusione, il sistema internazionale 10–20 rappresenta la base del posizionamento degli
elettrodi nell’EEG clinico. La sua standardizzazione consente una corretta interpretazione dei
tracciati e una correlazione affidabile tra attivit&
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