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Storia romana

La nascita di Roma

La storia arcaica di Roma viene ricostruita con Tito Livio e Dionisio da Alicarnasso, storici di età cesariano-augustea che riportano notizie di Roma dalla fondazione della civiltà fino all’età Augustea e che attingono a fonti che non risalgono più indietro del III secolo. Le parti più antiche sono quindi frutto di ricostruzione spesso fantasiosa; Livio cerca di dare un senso alle informazioni frammentarie di cui disponeva, influenzandole dalla sua ideologia. La storia romana nasce nel XVIII secolo come critica delle fonti antiche e dei documenti che abbiamo a disposizione.

21 aprile 753 a.C. Diversamente da come dichiarano le fonti – Romolo segna i confini della città – non c’è stato un giorno preciso per la fondazione della città. Roma è stata preceduta da secoli in cui le comunità sul Palatino, Celio e Velio hanno vissuto con istituzioni e rapporti sociali che continuano nella città romulea. La città distingue politicamente le vecchie comunità di villaggio dalla nuova città, non è coeva al luogo e il fenomeno cittadino ha una faticosa nascita da organismi che non sono predisposti per diventare città; i villaggi che precedono Roma hanno una struttura sociale che non si lascia inquadrare in una struttura cittadina. Nella città repubblicana si conservano istituti che appartengono alle comunità precedenti, come il Rex (sacerdote) – collegato alla realtà proto-urbana dei colli di Roma, priva di esercito, con assemblee gentilizie – egli possiede gli auspicia, ovvero è in grado di comunicare con gli dèi in nome della comunità (religione politica, dev’esserci qualcuno a cui gli dèi parlano). Si tratta quindi di un capo militare, personaggio religioso, che dopo la tradizione storica diventa un nel momento in cui egli muore gli auspicia ad patres redeunt – tornano ai patres (padri, qualifica indipendente dall’esistenza di figli), gli auspicia tornano ai patres alla morte del rex, essi lo esercitavano a turno con il titolo di interrex sino alla scelta del nuovo rex.

I villaggi sono organizzati per gentes, famiglie che possiedono collettivamente la terra, non c’è ancora la proprietà privata (idea che nasce da uno stato che può garantirla) ma è presente quella gentiliziale. Una gentes è un clan patriarcale in cui appartengono tutti coloro che hanno lo stesso gentilizio (in età repubblicana i romani hanno due nomi, il secondo elemento dell’onomastica è il gentilizio; nomen prenomen cognome). Nella società più arcaica solo pochi avevano il nomen, coloro che facevano parte delle gentes patrice (patrizi), cosa distingueva questi personaggi da coloro che non erano patrizi?

I plebei sono coloro che non sono patres (le fonti diranno poi “coloro che non sanno dire chi è il loro padre”), le gentes patrizie detengono il possesso della terra collettivamente che possedeva molti clientes, dipendenti che non avendo una terra e nulla da trasmettere vivono, lavorano e sono protetti dalla gentes – essi non avendo un lignaggio da esaltare non hanno neanche rapporti matrimoniali stabili, non c’è una famiglia intesa come un gruppo che possiede terra, animali, strumenti, ecc. Essere pater vuol dire avere sotto la propria patria potestas i propri figli, nel diritto romano non esiste la maggiore età, ed è con la morte del pater che il figlio è svincolato dalla patria potestas. Le famiglie patrizie controllano quindi il territorio e stanno sotto ad un pater, attorno hanno numerosi clientes, senza pater ed auspicia, il che porta ad una distinzione di tipo sacrale:

  • I patres possono parlare con gli dèi, i plebei no.
  • I patrizi si sposano per individuare la linea di successione, i figli nati dalla donna sposata sono gli eredi legittimi. I plebei non hanno nulla da lasciare, non sono quindi sottoposti alla patria podestas.

La distinzione non è di ricchezza, dal punto di vista dei patrizi i plebei sono inabili a parlare con gli dèi. I mores romani non hanno costituzione scritta, ma esempi e pratiche con la stessa forza di una costituzione; il mos interrenium (di età monarchica, tra un regno ed un altro) serve a chiarire chi ha gli auspicia, che ritornano ai patres (membri dei club gentilizi, coloro che si spartiscono il controllo del territorio e si avvicendano nella detenzione degli auspicia). L’interrenium si conserva anche in età repubblicana, dove il rex continua ad esistere in quanto sacerdote (rex sacrorum) con la distinzione che non detiene più gli auspicia, ma che consultano gli dèi (quando entrambi i consoli muoiono/si dimettono avviene l’interrenium e sono i patrizi a detenere l’auspicia). Nel 366 si fa una legge in cui si obbliga ad eleggere un console plebeo, perché questo accada ci vogliono quasi 200 anni, nel 772 verranno eletti due consoli plebei (fasti Capitolini, elenco di tutti i consoli – ambo primi de plebe).

Ordini sacerdotali: il rex, i flamines e il pontefice massimo

La nascita della città richiederà secoli di molteplici rivoluzioni, presuppone evoluzioni urbanistiche e sociali, essa si porta dietro tradizioni e istituzioni che appartengono alle società pre-cittadine, una di queste è quella del rex. In Ordo sacerdotum trattato di cui Festo scrive un riassunto, in prima età imperiale, originariamente creato da Verio Flacco, cultore delle antichità e delle tradizioni romane che scrive un'opera sul significato delle parole, di cui Festo fa un riassunto. Nella traduzione del testo (ordine dei sacerdoti, la gerarchia), in età imperiale il sacerdote più importante politicamente è il pontefice massimo, mentre la gerarchia tradizionale serviva a disporre i sacerdoti nei grandi eventi secondo un ordine dato secondo la loro importanza (il cui più importante è il rex, personaggio che gode di grande prestigio sociale ma senza alcuna importanza politica): Nell’ordo sacerdotum il maggiore è il rex, seguono i Flamen (15) in cui i 3 più importanti sono Flamen Dialis, Martialis e Quirinalis, Quirino, Marte (triade sentita come più importante) e all’ultimo posto il pontifex Maximus.

I primi quattro sono sacerdoti inaugurati, mentre il quinto è un sacerdote non inaugurato (l’inauguratio antica è il trasferimento di una potenza magica, si trasferisce su una persona/cosa una potenza da parte degli dèi), il rex ha una tradizione antichissima che risale ad un passato in cui occidente ed oriente avevano istituzioni comparate ed esiste in quei villaggi di capanne i cui resti sono stati trovati sul Palatino. Livio fa del rex come un capo militare, è in realtà un personaggio fortemente religioso senza cui la popolazione non può stare in quanto ha gli auspici.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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