Architettura barocca e rococò a Napoli
Il Rinascimento: Alfonso I (1442-58) e Alfonso II (1494-95)
La storia dell’architettura rinascimentale a Napoli segue uno schema analogo a quello di molte aree d’Italia e d’Europa. Prima, l’acquisizione di opere create nei grandi centri toscani e lombardi, quindi l’arrivo di artisti provenienti da quei luoghi e, dopo, la graduale assimilazione del nuovo linguaggio da parte di artisti locali, che sviluppano una variante locale con caratteri propri. A Napoli questo processo è meno lineare che altrove. La ragione di ciò è in parte politica: il governo veniva identificato con la dinastia angioina e il suo impiego, dopo che i re aragonesi si erano dichiarati entusiasti per la nuova maniera, correva il rischio di essere preso come una dichiarazione di appartenenza al partito filofrancese. Il primo monumento innalzato a Napoli nel nuovo stile è la Tomba del cardinale Rinaldo Brancaccio a Sant’Angelo a Nilo, la cui struttura architettonica fu realizzata su progetto di Michelozzo.
Michelozzo
Sebbene nelle sue forme generali il monumento si conformi a modelli medievali, i raffinati dettagli all’antica dell’ordine principale e delle piccole paraste corinzie sul sarcofago devono essere stati una rivelazione per un ambiente abituato al gotico angioino. Tra i primi atti del re aragonese Alfonso I, detto il Magnanimo, vi fu la ricostruzione di Castelnuovo. Il castello, così come rinnovato su progetto dell’architetto catalano Guglielmo Sagrera, mostra ancora una sensibilità medievale, ma una certa simmetria rivela già le nuove aspirazioni del committente. Queste però si palesano appieno nell’arco trionfale che costituisce l’ingresso principale del castello. La scelta di erigere un arco di trionfo si legava alla celebrazione della vittoria sugli angioini e del suo conseguente insediamento sul trono di Napoli. L’arco principale è inquadrato da colonne binate e sormontato da un arco a tutto sesto che doveva accogliere una statua equestre del re richiesta a Donatello, che non fu mai completata – vi è solo la Testa di cavallo – mentre nel registro superiore compare una schiera di figure entro nicchie.
Tra gli obiettivi principali dell’architetto era quello di creare un’opera in grado di competere con i grandi archi dell’antichità, tuttavia la posizione dell’arco, stretto fra due torri, gli ha imposto di ricercare l’ispirazione non negli archi trionfali degli imperatori romani, bensì nelle porte fortificate delle cinte murarie urbane. Un modello di questo genere era l’arco di Federico II di Capua: innalzato, come quello di Alfonso, per competere direttamente con l’antichità e ornato da due statue entro nicchie. L’arco di Alfonso, però, è di concezione più audace dei suoi modelli: la sua maggiore altezza lo rende più impressionante degli archi romani e il suo splendido apparato scultoreo supera quello dell’arco di Federico II.
Per ben comprendere le vicende della storia architettonica di Napoli è essenziale sottolineare come l’arco trionfale di Alfonso non sia solo un esempio di creatività locale, ma rappresenti una tra le creazioni più originali del Quattrocento, per la quale non può essere trovato un parallelo né in Toscana né in Lombardia. Inoltre, la sua decorazione scultorea dimostra una conoscenza matura del dettaglio all’antica e deve essere attribuita a un gruppo di artisti tra i migliori del tempo. Nel 1485 Alfonso riesce ad attirare a Napoli l’architetto e scultore fiorentino Giuliano da Maiano, uno tra i più abili architetti della generazione successiva a quella di Brunelleschi; il suo primo incarico fu la costruzione di Porta Capuana. Il contrasto con l’arco trionfale è sorprendente: laddove il monumento più antico è impressionante per dimensioni, ricchezza e varietà, Porta Capuana è invece piccola, delicata e armoniosa. Non discende da un preciso prototipo, antico o medievale: si offre invece come l’applicazione alla costruzione e decorazione di una porta ubica del linguaggio fiorentino del tardo Quattrocento. Nel 1487 Alfonso commissiona a Giuliano il progetto di due ville; tuttavia, sono state lasciate cadere in rovina e oggi non ne rimangono tracce. Nel caso della prima, la Duchessa, non si ha alcuna testimonianza iconografica; sull’altra, Poggioreale, siamo meglio informati. La villa era costituita da un blocco rettangolare con padiglioni angolari composto da quattro ali intorno a un cortile. A sud della villa si estendeva un giardino quadrato, diviso in quattro settori con una fontana al centro. Tra il giardino e la villa correva un ampio viale, coperto da una pergola che conduceva a una loggia. Questa loggia era parte di un corpo di fabbrica, dinnanzi alla quale era un’ampia scalinata che scendeva a una piattaforma protesa su una piccola vasca d’acqua. Le fonti iconografiche e le testimonianze scritte concordano nel rappresentare Poggioreale come una delle più splendide ville d’Italia: per la regolarità dell’impianto e per lo splendore dei suoi giardini appariva molto più moderna delle ville fiorentine costruite fino a quel momento ed era paragonabile soltanto a Poggio a Caiano. Sia gli edifici costruiti che quelli soltanto progettati dimostrano che Alfonso era riuscito a richiamare a Napoli un’eccezionale squadra di artisti, le cui opere, per qualità e originalità, erano al livello di quelle romane e toscane e che, dunque, aveva dato vita a un polo artistico tra i più importanti d’Italia. I due successori di Alfonso non costruirono alcunché di importante e quando, nel 1503, la corona di Napoli passa a Ferdinando il Cattolico, l’interesse della dinastia si è concentrato sull’unificazione dell’Aragona e della Castiglia e sull’espulsione dei mori dalla Spagna. Fra le priorità della Casa Reale, Napoli era passata in secondo piano.
L’architettura residenziale del Rinascimento (1460-1550)
La committenza di Alfonso rappresenta il fattore determinate dell’evoluzione architettonica di Napoli, tuttavia durante il suo regno e quello dei successori anche la ricca nobiltà aveva promosso la costruzione di numerosi palazzi e di cappelle di famiglia. Il palazzo più significativo è Palazzo Carafa, voluto da Diomede Carafa, consigliere del re. Reca la data 1466 sopra il grandioso portale d’ingresso, il quale, tuttavia, appare molto più moderno del resto del palazzo e sicuramente deve essere stato l’ultimo elemento costruito. Il cortile è uno dei più rari esempi di ibrido tra elementi gotici e rinascimentali. L’arco interno del vestibolo ha il profilo depresso tipico dell’architettura tardogotica catalana e napoletana e la scala è sostenuta da due piccoli archi del medesimo tipo. Questi ultimi, però, poggiano su un’antica colonna romana che si erge su un piedistallo decorato con le armi dei Carafa. L’impianto del palazzo rivela un rinascimentale desiderio di simmetria: la facciata è composta da blocchi di pietra tagliati uniformemente a bugnato ed è forata da semplici finestre rettangolari. L’elemento di maggior interesse dell’intero palazzo è il portale: la sua struttura è sostanzialmente tradizionale per il Quattrocento, con un’architrave semplice; su entrambi i lati dell’architrave, però, sono collocate due mensole che sostengono una fascia d’alloro che si prolunga oltre le mensole stesse. Sebbene il portale discenda da prototipi antichi, esso assume come più immediato riferimento un modello di Leon Battista Alberti, poiché il paragone più prossimo è quello con la chiesa di San Sebastiano a Mantova. Rispetto a quest’ultimo, però, la versione napoletana differisce per la maggiore lunghezza della fascia d’alloro che nel portale mantovano segue invece gli esempi antichi ed è trattenuta fra le due mensole.
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