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Riassunto “Ecologia della parola”

Capitolo 1 = L’io quantico e la forza delle parole

Paragrafo 1 = Alcuni assunti erronei della comunicazione

1° assunto erroneo = Nel senso comune pensiamo che parlare signi chi

essenzialmente scambiare contenuti verbali, informazioni sui differenti stati

del mondo ai quali di volta in volta siamo interessati. Non è vero. La

conversazione è in primo luogo un movimento, non è un atto statico: quando

parliamo e quando ascoltiamo, costruiamo letteralmente mondi e non

scambiamo semplicemente contenuti verbali. Come vedremo, nella

conversazione si producono le reciproche de nizioni delle identità degli

interlocutori che vi prendono parte; si de nisce inoltre la natura della

relazione che lega chi parla a chi ascolta. In questo senso, partecipare a una

conversazione signi ca mettersi in gioco e richiede sempre anche una certa

dose di coraggio.

2° assunto erroneo = Specialmente quando parliamo, tendiamo a partire dal

presupposto che il nostro interlocutore comprenda esattamente ciò che noi

desideriamo comunicare e viceversa, quando ascoltiamo, pensiamo che ciò

che comprendiamo corrisponda esattamente a ciò che il nostro interlocutore

intendeva dirci.

3° assunto erroneo = Tendiamo a pensare che i processi comunicativi

funzionano soltanto se si elimina il fraintendimento. Al contrario, il

fraintendimento è una parte ineliminabile ed essenziale di ogni processo

comunicativo un po’ complesso e pertanto, al posto di ostinarci a ignorarlo,

escluderlo o tentare in ogni modo di minimizzarlo, è meglio farci i conti e

«riderci sopra» quando qualcosa va totalmente «storto». Il fraintendimento,

in realtà, è ciò che trasforma ogni processo comunicativo in un’avventura

degna di essere vissuta, dagli esiti sorprendenti, esilaranti, dolorosi o

inaspettati che siano.

fi fi fi fi

4° assunto erroneo = Ciò che comunichiamo dipende prevalentemente dalle

parole che pronunciamo. In realtà noi parliamo con il corpo, le mani, i gesti, lo

sguardo, la postura, l’in essione della voce, le pause, le interiezioni. Dice molto

più di noi all’interlocutore una mano che tamburella nervosamente sul tavolo,

di tutto ciò che diciamo a parole, cercando di mascherare il nostro

nervosismo.

5° assunto erroneo = «Per essere interessanti e intelligenti, occorre avere

qualcosa da dire». Questo assunto è del tutto falso. In realtà, talora è proprio

il contrario: se parliamo continuamente, non potremo dare spessore alle

nostre parole, dif cilmente riusciremo ad allineare tutti i nostri sistemi

comunicativi e, quindi, a comunicare ef cacemente.

6° assunto erroneo = Le parole non contano, contano soltanto le azioni.

Tuttavia le parole, così come i pensieri, sono semplicemente azioni di natura

diversa. Che cosa le rende diverse? Usando una metafora, potremmo dire che

esse differiscono per l’intensità e la densità della materia di cui sono

composte e che pertanto, mentre le conseguenze di un’azione sono visibili in

tempo reale, quelle di una parola e, a maggior ragione, di un pensiero

richiedono un lasso di tempo più ampio per divenire visibili nei loro effetti. Le

parole sono tutte atti performativi, nel senso proposto da John Austin.

7° assunto erroneo = Comunicare è un processo ipnotico. In realtà non è così.

Infatti, è nella gentile resistenza che si manifesta la nostra presenza. Quando

conversiamo dobbiamo esercitare una vigile attenzione: saper essere dentro e

fuori dal discorso, sempre capaci di mantenere la nostra attenzione anche su

ciò che avviene nello spazio esterno alla nostra conversazione. È importante

che «il sistema conversazione» a cui partecipiamo rimanga un sistema

aperto.

8° assunto erroneo = Le emozioni non contano. Le emozioni altrui non possono

essere ignorate, soprattutto se il soggetto in questione transita nelle nostre

vicinanze, ma possiamo constatare che sono appunto altrui e non

necessariamente nostre e, in secondo luogo, decidere cosa vogliamo fare di

esse. Esiste sempre un’alternativa e, anche se probabilmente ce ne

fi fl fi

accorgeremo soltanto a posteriori, potremo dire: meglio tardi che mai. Il

processo di trasformazione delle emozioni è, a tutti gli effetti, un processo

alchemico che, tra l’altro, si può realizzare in uno spazio atemporale, cioè

anche a decenni di distanza.

Paragrafo 2 = Il processo di signi cazione è un atto creativo

Il processo attraverso cui attribuiamo signi cato a ciò che ascoltiamo nella

vita quotidiana e le modalità con cui lo facciamo superano di gran lunga

l’immaginazione del più sagace dei nostri interlocutori. Il fraintendimento è

totalmente connaturato a qualsiasi scambio comunicativo.

Non esiste una risposta che può considerarsi universalmente giusta, perché

dipende dal contesto, dalle circostanze, dalle singole persone coinvolte nel

dialogo. Quello che ci interessa è mostrare come la stessa frase, la stessa

identica sequenza di parole possa produrre risultati interpretativi e, quindi,

generare risposte molto diverse.

In questo senso, le conversazioni nel nostro quotidiano si intersecano le une

con le altre, come se danzassero insieme: le parole che diciamo e ascoltiamo

formano sequenze, storie, abitudini, consolidano credenze e identità. I ussi di

parole che diciamo e che ascoltiamo tracciano solchi nel terreno, percorsi

invisibili che si trasformano in sentieri e strade sterrate, che nel tempo

diventano talmente consolidate da sembrarci asfaltate.

L’atto di dare signi cato è potentissimo, può nutrire o distruggere, può

liberarci o incatenarci. Dare signi cato è un atto di per sé potenzialmente

rivoluzionario, nel quale si esprime compiutamente il senso del libero arbitrio.

Tuttavia, af nché possa divenire tale, l’atto di signi cazione richiede

un’assunzione piena di responsabilità, richiede di immedesimarsi nelle parole

dell’altro.

fi fi fi fi fi fi fl

Paragrafo 2.1 = Le domande sono come degli specchi e le risposte sono i

ritratti

Noi non possiamo cambiare le domande dell’altro, ma possiamo cambiare le

nostre risposte, riconoscendo che non sono le uniche possibili e prendendoci la

responsabilità di quell’unica risposta che decidiamo di scegliere. In una

conversazione non c’è mai un’unica strada, né un percorso obbligato, quindi

possiamo sperimentare sequenze alternative, possiamo innovare. La risposta

che scegliamo è letteralmente il nostro ritratto.

Paragrafo 2.2 = La sindrome dell’orecchio deforme

Friedemann Schulz von Thun ci rammenta che alcune persone hanno una

sorta di inclinazione speci ca a interpretare tutto quello che viene loro detto

come un commento, una valutazione sulle loro abilità e/o qualità. Altre

pensano che qualcuno le stia inducendo a fare qualcosa, sebbene, inizialmente,

possa non sembrare così. Ciò si chiama “Sindrome dell’orecchio deforme”.

Paragrafo 3 = I sistemi della comunicazione

“Comunicazione” è un termine molto ampio nella lingua italiana, riferibile a

innumerevoli concetti. Possiamo de nire comunicazione quel processo

attraverso il quale un mittente, utilizzando un insieme di codici espressivi,

formula un determinato messaggio (codi ca) e lo af da a un determinato

canale. A sua volta, il ricevente dovrà fare un lavoro di decodi ca (trascrizione,

interpretazione ed eventuale feedback) per appropriarsi di tale messaggio. Se,

così formulata, la questione potrebbe apparire abbastanza semplice, in realtà

non lo è affatto. Dobbiamo, in realtà, tenere conto dell’intenzionalità. Se viene

a mancare, secondo alcuni studiosi sarebbe utile distinguere tra

comunicazione (sempre intenzionale) e informazione (non intenzionalmente

trasmessa).

Quando parliamo, utilizziamo contemporaneamente molti differenti sistemi

di comunicazione, anche se ngiamo di esprimerci soltanto attraverso il

sistema verbale. Noi parliamo (cioè esprimiamo i nostri pensieri oppure li

fi fi fi fi fi fi

vestiamo di parole) usando:

a) il sistema verbale;

b) il sistema intonazionale (letteralmente il tono con cui pronunciamo le

parole che usiamo);

c) il sistema paralinguistico (le interiezioni che usiamo nel nostro discorso);

d) il sistema prossemico (il modo in cui usiamo la distanza spaziale);

e) il sistema cinesico (che comprende le espressioni del volto, il contatto

oculare, la postura del corpo, la gestualità delle mani);

f) il sistema aptico (il modo in cui comunichiamo attraverso il tatto, quando

tocchiamo un’altra persona, ad esempio dandole la mano in segno di saluto).

Inoltre parlano di noi, anche se in modi differenti, i vestiti che usiamo, la

nostra acconciatura, il modo in cui decoriamo il nostro corpo e tutti gli

oggetti ai quali in qualche modo leghiamo la nostra identità. Persino il modo

in cui mangiamo e i cibi che assumiamo parlano di noi ed entrano nelle

conversazioni.

Paragrafo 3.1 = Le fedeltà invisibili

Cosa sono le fedeltà invisibili? Sono parole che abbiamo ascoltato nell’infanzia

che rivestono pensieri e credenze che non abbiamo nemmeno mai del tutto

compreso e alle quali abbiamo aderito in un’età in cui non era ancora lecito

dire di no, affrancarsi, avere un’opinione propria. Perché sono così potenti?

Perché eludono la nostra sorveglianza? Perché le abbiamo sentite pronunciare

da coloro in cui abbiamo riposto per anni la nostra ducia, perché dinanzi alla

loro parola abbiamo imparato a obbedire.

Paragrafo 4 = “Parlo, dunque sono” - La formazione discorsiva dell’identità

A George Herbert Mead si deve uno dei contributi più signi cativi sulla

formazione del sé, che mette a tema il ruolo del linguaggio e delle interazioni

sociali. Quando conversiamo, comunichiamo agli altri ciò che pensiamo di noi

stessi e di loro: si tratta di vere e proprie aspettative, «pretese identitarie»

che scambiamo con i nostri interlocutori. In un’interazione sociale avviene

fi fi

costantemente una sorta di scambio: ciascun interlocutore conferma o meno

all’altro le aspettative reciproche.

C’è un altro aspetto da considerare: non tutti i pensieri, non tutte le parole e

non tutte le azioni hanno la stessa capacità di costruire la nostra identità. Ci

sono pensieri, parole e azioni che pesano piú degli altri, che sono piú capaci di

altri di sigillare «per sempre» o, perlomeno, molto a lungo, la rappresentazione

del nostro self. ci sono azioni, parole e pensieri che hanno la capacità di

saturare più velocemente di altre il processo di formazione del self.

Potremmo de nire questa capacità come un indice di saturazione identitaria:

ci sono parole che, se messe in gioco nella formazione dell’identità di un

soggetto, presentano un carattere sigillante, cioè chiudono lo scarto come se

fossero di silicone. Con queste parole la persona in questione viene come

croci ssa e determinata per sempre da ciò che è avvenuto in quel brevissimo

lasso di tempo in cui ha compiuto un’azione che è stata descritta da quella

speci ca parola.

Paragrafo 5 = L’io quantico

The Quantum Self è il titolo di un famoso libro di Danah Zohar e Ian N.

Marshall in cui si sostiene che, a partire dalle nuove teorie proposte dalla sica

contemporanea, sia possibile ripensare e rifondare i concetti di coscienza e di

soggettività.

Proviamo a immaginare una teoria quantistica della vita quotidiana, della

soggettività e degli eventi. Immaginiamo che l’organo di percezione del farsi

della realtà non sia la mente, ma il sentire corporeo. Immaginiamo che la

mente sia come una macchina fotogra ca che riprende a posteriori ciò che è

già successo: la mente, dunque, sarebbe sempre in ritardo, come una vecchia

carrozza che arriva sempre dopo. I pensieri che formuliamo sarebbero

riproduzioni di ciò che è già stato, non di ciò che sta per essere. Tuttavia, l’io

quantico non si pone il problema della crisi, non parte dalla considerazione

della stabilità quale condizione necessaria. È come se l’accettazione

dell’incessante uire ci trasformasse in acrobatici sur sti, capaci di cadere e

di rialzarci, consapevoli che il gioco vero consiste nell’onda. La teoria dell’io

fi fi fi fl fi fi fi

quantico getta il soggetto nell’abisso della coscienza del mondo, rendendolo

partecipe di qualcosa di più ampio. Di questo processo noi cogliamo il uire

costante, l’irrequietezza (restlessness) di ogni evento.

In questo uire costante in cui siamo onda e particella, «forma e vita», l’io è

un campo di possibilità sincroniche e diacroniche, in cui passato, presente e

futuro sono malleabili e disponibili al nostro pensiero e alla nostra azione di

dare un nuovo signi cato. Parrebbe in questo modo che il soggetto possa

diventare onnipotente, ma non è affatto così. Diventa soltanto libero di

assumersi la responsabilità di ciò che è, ma non onnipotente. Anzi, al

contrario, il soggetto così de nito rinuncia al controllo, diviene un campo di

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher idril117 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Luchetti Lia.
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