Essere etichettati
La procedura di etichettatura è analizzata dagli psicologi sociali. Un esempio si ha nell’esperienza scolastica e riguarda il primo e l’ultimo della classe etichettati come il negativo per eccellenza o l’irrecuperabile. Può succedere che nella classe uno scolare venga etichettato in un modo piuttosto che in un altro e questo pregiudica il rendimento scolastico, ma quanto più un insegnante è accorto di questo rischio, tanto meno gli effetti possono essere deleteri.
- Effetto pigmalione: l’insegnante decide che uno scolare sia lodevole e, in funzione di questo pregiudizio, sottostima tutte le cadute didattiche di uno scolare. Poiché lui è migliore degli altri, il docente sottostima tutti i progressi degli altri alunni. Questa è una distorsione cognitiva che è molto frequente fra maestro e discente, avviene perché questa è una relazione e all’interno di queste ci sono preferenze relazionali. Molte volte gli insegnanti, compiaciuti magari dalla competenza dimostrata dall’allievo capace e dalla sua partecipazione pronta e costante al dibattito in aula, operano inavvertitamente a favore dell’accrescimento ipertrofico del suo io, con il rischio di farne un “diverso” e un qualche imprevisto insuccesso potrebbe addirittura far franare psicologicamente.
- Profezia di Merton: Merton, sociologo, parla di profezia che si auto avvera, cioè il convincersi di qualcosa che finisce per avverarsi al di là della sua realizzabilità. Essa può avere una funzione negativa o positiva: positiva quando l’insegnante fa in modo che all’interno del contesto classe tutti raggiungano un livello di apprendimento elevato e tutti gli sforzi sono diretti a questo obiettivo così si profetizza qualcosa che si auto avvera in termini positivi. Ha una funzione negativa se invece si pensa che gli scolari sono indisciplinati perché provenienti da famiglie disagiate e ci si pone in un’ottica punitiva, i risultati a livello di apprendimento saranno autoavveranti ma in senso negativo. Questa profezia, quindi, può avere una valenza positiva o negativa a seconda di come si utilizza, mentre l’effetto pigmalione ha sempre una valenza negativa perché si fa promotore di uno scolaro e trascura tutti gli altri. Tutto ciò può succedere perché nelle relazioni si è all’interno di una qualità relazionale e perciò si esprimono delle preferenze. In tutte le relazioni si occupa uno spazio tempo, infatti ciò che avviene all’interno di questa dipende sempre da entrambi i poli interagenti e non solo di uno; ci sono due poli che interagiscono.
Convincersi di non valere
In funzione di queste distorsioni che si possono verificare nelle relazioni didattiche, ritroviamo il cosiddetto “ultimo”, il pluri-rimandato o il pluri-ripetente, nei cui confronti il corpo docente ha deciso di non scommettere più educativamente. Si parla di scommessa perché quando si educa non si è certi dell’esito, del prodotto del processo che ho posto in essere. Quando si educa si ha un’intenzione educativa che muove in una direzione piuttosto che in un’altra, ma non è detto che il soggetto educando risponda a questa intenzionalità.
Se non si scommette più, si sceglie la strada più facile. Bisogna essere consapevoli che tutti hanno margini di miglioramenti e infatti nessuno è privo di questi, tutti hanno aree potenziali di sviluppo e gli insegnanti devono comprendere le aree dello scolaro che ha di fronte. Spesso dell’“ultimo” si minimizza o scredita ogni suo possibile avanzamento, ancorché modesto, e può trovarsi nella condizione di convincersi di non valere.
Di segno totalmente differente è la disconferma. Mentre i primi due stili (conferma e rifiuto) implicano il riconoscimento dell’altro come persona, la disconferma ne nega ogni visibilità ed equivale al messaggio: “Tu per me non esisti”.
- La valutazione non riguarda me come persona o scolaro, ma il contenuto del compito svolto.
- La seconda verità è che, anche sapendo che non siamo le nostre azioni, la valutazione incide sulla nostra autostima.
L’insegnante non deve confondere lo studente con il rendimento; deve sapere che l’attribuzione di una valutazione incide sull’autostima del bambino. Quindi, il problema è come esprimere quella valutazione e soffermarsi sulle modalità attraverso le quali lo scolaro può migliorare, riconoscerli, premiarli e renderlo partecipe del processo, così percepisce di potercela fare.
Forme di disconferma
Corsi enumera una serie di forme di disconferme: sono le tante espressioni della cattiva pigrizia di troppi soggetti che negano valore e dignità alla vita altrui, che hanno deciso di non accorgersi degli sforzi compiuti dagli altri nel voler cambiare, migliorarsi, progredire, che prendono tutto sotto gamba e banalizzano ogni esperienza umana.
Nella relazione didattica un esempio di disconferma si ha quando si ritiene sempre lo stesso scolaro o cerchia colpevole di indisciplina perché avviene etichettatura. Le forme di disconferma sono molteplici e possono essere implicite, si parla del carattere in-intenzionale dell’intenzionalità, cioè anche quando si esprime un’intenzione esiste un implicito dell’intenzionale che non viene socializzato (ragazze più richiamate rispetto ai ragazzi perché c’è un pregiudizio che le femmine devono essere più educate). Il comportamento di disconferma è negativo sul piano del riconoscimento della persona e dell’allievo ed è un ostacolo nei progressi dell’allievo, anche se non tutti possono arrivare allo stesso livello di rendimento scolastico. Infatti, la scuola è egualitaria, cioè si premia il merito, il progresso e si promuove l’uguaglianza. Alla base di ciò c’è la consapevolezza che il punto di partenza di ognuno è diverso.
Essendo consapevole che le tappe di crescita e di sviluppo, sistematizzate dagli psicologi, in verità dal punto di vista esistenziale non trovano riscontro. Tutte le valutazioni hanno un carattere circostanziale, relativo quindi non assoluto, e incidono sull’autostima che è la premessa per il miglior percorso scolastico possibile. Non esiste il non posso ma il non voglio; tutti potremmo ma non vogliamo. L’insegnante sa che dietro il non posso c’è una mancanza di stima di sé, anche i bambini la possiedono e dipende da come si sono sentiti amati dalla famiglia, dal sentimento di dignità: la radice di questa deriva dall’amore da parte dei genitori che in teoria è un atto dovuto e non qualcosa che si deve meritare. Il bambino arriva a scuola con un tipo di educazione comportamentista perciò crede che può essere amato solo se mette in atto comportamenti premiali; l’insegnante non deve seguire questo atteggiamento perché l’amore è un diritto che sussiste a prescindere dalle valutazioni. Il valore di un insegnante si misura quando porta l’ultimo ad essere il primo; c’è un ascensore sociale.
Terzo tema
Il terzo tema della pratica di Watzlawick è l’interpretazione della relazione comunicativa come un sistema aperto, con le proprietà che lo caratterizzano. Si parla di sistema aperto perché è continuamente modificabile e attraversabile da tutto ciò che lo circonda. Esiste una differenza tra sistema: ci devono essere almeno due elementi perché devono essere tra loro in relazione per potersi autodefinire, l’uno ha bisogno dell’altro, all’interno del sistema ci sono molte relazioni che possono essere asimmetriche e simmetriche e insieme: gli elementi non hanno bisogno l’uno dell'altro per autodefinirsi e infatti l’insieme può anche essere vuoto o avere anche un solo elemento, ognuno rimane tale anche in assenza dell’altro.
Poiché tutte le relazioni nel processo educativo sono differenti, dal punto di vista pedagogico si parla di personalizzazione dell’intervento educativo e non individualizzazione, perché se si parla di un individuo si fa riferimento ad una unità di misura quantitativamente significativa, come se fosse un numero (individuo + individuo = 2). Personalizzazione cioè nel rapporto con ogni studente si considerano i poli come persone (persona + persona = tre perché io, tu e noi). Nella relazione ci sono due polarità in gioco, entrambe hanno responsabilità. Il rendimento scolastico è il prodotto di un processo relazionale che avviene tra ogni singolo scolaro e i suoi maestri, ma l’unità di misura del sistema è la relazione, perciò non esiste una relazione triangolare. Per considerare un sistema in quanto tale bisogna scomporlo in tutte le singole relazioni di cui si compone e bisogna operare su ogni singola relazione del contesto classe; bisogna dare importanza all’inclusione, cioè l’insegnante deve operare su tutti e non si lavora solo sul singolo, se uno ha un problema, quest’ultimo riguarda tutti.
Proprietà formali e operative
Sono tre le sue proprietà formali e operative: la totalità, l’equi-finalità, la retroazione (e la calibrazione o funzione a gradino).
- La prima proprietà: interdipendenza tra tutte le persone o i tratti di un sistema; infatti, il cambiamento, pur se minimo, implica il mutamento dell’intero sistema. Tutto ciò incide totalmente sul contesto classe e non solo sui singoli, perciò nel contesto classe c’è un’interdipendenza reciproca, infatti non siamo individui ma persone in relazioni tra loro.
- Trasformazione della relazione: la seconda proprietà è chiamata equi-finalità: le stesse cause non portano agli stessi effetti e viceversa i medesimi effetti non sono la conseguenza delle medesime cause (in mezzo ci sono le decisioni e i vissuti delle persone coinvolte), cioè a causa di una stessa situazione i risultati siano gli stessi e non è detto che alcuni risultati retroagiscano sui processi allo stesso modo. All’interno del contesto scolastico non è detto che le strategie funzionali in una classe possano esserlo anche per un’altra, sennò si agisce nella logica del determinismo mentre la pedagogia si muove nel probabilismo che afferma che i destini non sono segnati.
- La terza proprietà: la retroazione: nell’interazione c’è un dato di feed-back comunicativo che può essere a favore o della massima stabilità consentita del sistema (la retroazione negativa) o del suo rapido e significativo cambiamento (la retroazione positiva). Retroazione significa che tutte le dinamiche che avvengono all’interno dei sistemi retroagiscono tra loro e perciò ciò che si verifica nella classe finisce a partire dalla singola relazione per scaricarsi sull’intero contesto classe. In questa prospettiva, la calibrazione (o funzione a gradino) si ritaglia come un’esortazione a introdurre, quanto più possibile, in ogni sistema, un elemento di moderazione e di trasformazione graduale e convenuta. Se si ha un problema nel contesto classe che può legarsi ad un singolo allievo, non si può agire in modo diretto ma gradatamente a partire non dall’allievo ma dalle relazioni, iniziando da quella con il docente e poi si coinvolgono le altre.
Nel sistema devono esserci ruoli, che devono essere chiari a tutti e spesso non sono scelti ma assegnati (etichettatura). In realtà, il problema del soggetto all’interno del contesto classe è l’aspetto manifesto di un problema latente che coinvolge l’intero contesto classe, perciò non si deve cadere nella rete dei fraintendimenti. Affinché si eviti ciò, si deve sapere che nella classe ci sono varie relazioni e si deve agire su ognuna, poi si riporta al contesto la sua totalità e quindi si deve avere controllo dell’ambiente.
Sinceri ma non brutali
L’esito educativo del soggetto o i tanti esiti educativi ai quali aspira, nella dimensione dell’intenzionalità, sono infatti davvero delle decisioni sane e vincenti come la sincerità praticata e praticabile, quando l’individuo è libero e autonomo; in altri termini quando l’educando è in ultima istanza solo con sé stesso, senza rendersi conto della vetta acuminata su cui il suo cuore e la sua mente insistono. L’educazione è un processo interpersonale in cui l’ultimo atto è rappresentato proprio dalla solitudine pesante e pensante del soggetto con sé stesso, in merito a sé stesso e alle sue scelte.
L'analisi transazionale
Una persona autonoma è un soggetto che, riconoscendo sé e l’altro in un contesto, “si dà legge a sé stesso”, non si priva del suo potere e lo mantiene integro. L’analisi transazionale interpreta il mondo psichico degli individui e il loro processo-prodotto educativo.
Contenuto e relazione
La paura immotivata è parte del copione, mentre la speranza fondata è il segno manifesto dell’autonomia. Il terzo assioma della pragmatica della comunicazione umana afferma che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione in modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione.
Educare alla fiducia critica
- L’opposto del sospetto è il rispetto.
- Non ci si può poi fidare dell’altro se correlativamente non ci si fida di sé stessi.
La fiducia implica anche dei rischi, anche se alcuni calcolati, altrimenti l’educazione sarebbe improvvisa; è legata all’osare infatti va provata, sperimentata, a volte persino tentata. La fiducia si situa tra rischio e calcolo, come l’educazione, ed è bene che si avvalga di contratti convenuti e condivisi democraticamente, aperti e flessibili.
Educare all'intimità
Carlo Moiso e Michele Novellino hanno scritto alcune pagine sui permessi a proposito dell’intimità. Permesso: è un concetto dell’analisi transazionale che tratta della dignità che non è mai posta in discussione nel campo educativo ed esistono in base alla propria storia. Il modo in cui si interpretano i ruoli dipende dal modo in cui ci si relaziona ad essi e ai modelli. I primi modelli di riferimento per tutti sono i genitori, ci sono permessi che riceviamo dai genitori e possono essere delle sfide.
- Il primo e più importante permesso, che ogni individuo deve poter accogliere, è il permesso di esistere. Il bambino riceve dai genitori dei messaggi verbali e non verbali concernenti il fatto che lo si sia voluto o meno. Se il bambino è ignorato, tenuto a distanza, maneggiato con paura o con rabbia, egli può tradurre tutto ciò con il “Non esistere”. Mentre il permesso fondamentale di esistere si situa nei primi due anni di vita, l’idea di non esistere può essere, invece, assunta dal bambino anche più tardi in risposta a frasi del tipo “Vai via”, “Sparisci”, “Vorrei che tu non fossi mai nato”. Una persona che ha questo pensiero ha difficoltà ad entrare in relazione-intimità con gli altri e spesso i bambini per dimostrare che esistono sono aggressivi.
- Sensazioni e sentimenti: il secondo permesso utile al bambino è di avere delle sensazioni corporee ed esserne cosciente. Se questo permesso non viene dato o comunque il bambino non lo percepisce, egli ne ricava “Non provare sensazioni”. Si sviluppano attraverso il contatto corporeo, perciò il corpo è uno strumento importante per l’apprendimento. Un altro permesso fondamentale è quello di avere sentimenti. Se questi sentimenti sono accettati dalle figure genitoriali, il bambino riceve il permesso di averli e di esprimerli. Se invece vengono svalutati, il bambino ne può trarre “Non avere sentimenti” o “Non avere (o mostrare) quel dato sentimento”. Senza sensazioni corporee coscienti e in assenza di sentimenti provati e comunicati, l’intimità è impossibile.
- Essere sano, pensare, fare parte: il permesso di essere sano si riferisce all’accettazione da parte del padre e della madre delle espressioni vitali ed energiche del bambino. Questo permesso viene negato quando i genitori gli offrono un’attenzione molto maggiore se è malato rispetto a quando è sano. In tal caso il bambino può dedurne: “Non essere sano”. La malattia è un atto di volontà dell’ammalato; la persona si predispone a questa condizione perché ci si predispone delle posture che ci portano a questa e per i bambini la malattia è una richiesta di attenzione oppure si tratta di bambini che non tengono conto dei loro limiti perché sono adultizzati, sovra-stimolati, si trovano di fronte a esperienze al di sopra delle loro possibilità. Il permesso di essere sani è dato dai genitori.
- A partire dall’età di due o tre mesi il bambino comincia a sviluppare la capacità di pensare. Sin da allora, e per tutto il tempo dello sviluppo, egli avrà bisogno del permesso di pensare, che gli viene dato rispondendo ragionevolmente e senza ironia alle sue domande, non negandone le reazioni, non impedendogli di esplorare il mondo e lodando le sue scoperte, così da evitare: “Non pensare”. Parimenti, una persona non sana e incapace di pensare adeguatamente non è in grado di strutturare un’intimità vincente. La vera libertà umana è la libertà di coscienza, che non è qualcosa che si riceve ma che si conquista.
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