Forme e modelli seconda parte-dalla guerra a oggi
Introduzione
Niente sarà più come prima, dopo l'estate del 1914. È una fase storica che si apre con la
triplice rivoluzione tardo settecentesca (industriale, americana, francese); che passa
attraverso la nascita dell'ideologia nazionalista, l'esplodere dei conflitti sociali, l'emergere
delle tensioni raiziali e di genere; che vede ampliare i contrasti dagli anni Settanta
dell'Ottocento e la formazione di quella che può essere chiamata una «società di massa».
È solo attraverso la riflessione su questi processi che si possono capire meglio le ragioni
che portano alla grandissima tragedia della Grande Guerra.
Il passaggio della cultura di guerra e del modo di vedere il conflitto politico, insanguina
l'Europa dopo il 1918: guerre civili o interetniche sconvolgono per mesi, o per anni, l'Italia,
la Germania, l'Ungheria, la Turchia, la Russia, più tardi la Spagna, ci sono inoltre ideologie
che negano gli individui e pensano solo collettivamente (il fascismo, il comunismo, il
nazismo) e che acquistano un prestigio e una forza straordinari, tali da realizzare piani
di guerra e di morte che faranno impallidire la memoria della Grande Guerra.
Certo non è il caso di fare della Grande Guerra l'origine di «tutto».
Alcuni processi hanno altre ragioni: formazioni politiche come il nazi-fascismo o il
comunismo, e quindi questioni sociali; dinamiche di decolonizzazione, sollecitate sia
dalla storia culturale e religiosa di quei singoli paesi, sia dalle modalità con le quali vi si è
imposto l'imperialismo occidentale.
Dall'altro lato, il Novecento è anche un laboratorio di innovazioni e sperimentazioni.
Già negli anni venti, e poi negli anni sessanta, movimenti culturali e politici richiedono
una rottura delle censure, la libertà di espressione, un diverso modo di vivere le relazioni
sociali, razziali, familiari, sessuali e di genere…
Alcuni processi meritano di essere ricordati sin da ora per la loro carica di novità:
- Il nuovo rispetto per le istituzioni democratiche dell'Europa post-1945, bruciata dalla
violenza pianificata dei totalitarismi;
- Una nuova paura della morte abita l'Occidente di fine XX-inizio XXI secolo; una paura
che si specchia in malinconiche fantasie di immortalità, fatte di interventi di chirurgia
estetica, cure cosmetiche, narrazioni pubblicitarie che insistono con ossessione cieca
sull'idea che l'unica bellezza tollerabile sia quella di corpi giovani, sani, efficienti, in forma;
- La paura della morte si specchia anche in un nuovo modo di guardare alla guerra
come una sventura e alla pace come a un valore: mai, prima degli anni del secondo
dopoguerra, si è visto un movimento pacifista avere una tale influenza negli Usa al
tempo della guerra del Vietnam, o nell'Occidente post 11 settembre 2001 al tempo delle
«guerre di civiltà» con l'Oriente islarnico.
Diverse prospettive metodologiche offrono gli strumenti necessari a studiare e
ricostruire varie dimensioni dell'esperienza storica: la storia culturale si occupa del
significato che i soggetti attribuiscono al loro agire; la storia sociale studia i modi
attraverso i quali le persone si riuniscono o si distinguono all'interno della medesima
società; la storia economica esamina le ragioni e le conseguenze (individuali e collettive)
delle scelte economiche; la storia politica ricostruisce le modalità dell'azione politica e le
forme istituzionali.
Vi è chi ha pensato che le scelte economiche fossero la chiave di una corretta
comprensione storica; vi è chi ha assunto una prospettiva tutta incentrata sul politico; vi
è chi ha considerato le idee prodotte dagli intellettuali come l'elemento esplicativo
essenziale. E così via.
In questo periodo storico i rapporti fra mentalità-economia-società-politica non sono
sempre gli stessi, ma mutano costantemente nel corso del tempo.
Se si vuole capire l'intera complessità degli svolgimenti storici, bisogna dunque cercare
di osservare con attenzione i rapporti e le interazioni reciproche che collegano politica,
economia, società e cultura, senza privilegiare nessuno di questi ambiti.
La storia culturale, mentre osserva il processo di formazione di comunità che, nell'epoca
contemporanea sono comunità «di massa», tende a portare in primo piano anche la
dimensione soggettiva che struttura l'esperienza delle singole persone. Così facendo,
invita a includere nell'osservazione storica momenti di vita che molto spesso sono stati
trascurati dalla storiografia: le emozioni, gli affetti, le relazioni familiari, i sentimenti,
l'amore, la sessualità, la concezione delle generazioni, il sentimento della morte. Lo si fa
per due motivi:
- Il primo è che nella vita delle persone (sia del passato che del presente) gli affetti e i
sentimenti sono molto importanti, in quanto spesso hanno a che fare con le scelte
economiche o politiche.
- Il secondo motivo ha a che fare con la politicità della dimensione privata: nonostante
ciò di tempo in tempo, più di un intellettuale e più di un politico hanno sostenuto, la
sessualità, la riproduzione, la struttura delle famiglie, il mondo degli affetti, la cura del
proprio corpo, il modo di affrontare la morte propria e degli altri.
1. La Grande Guerra
1.1. Giorni d'estate
Strana estate quella del 1914. I giornali richiamano l'attenzione di tutti. Grandi titoli a
caratteri cubitali, poi arrivano cartoline ufficiali, dispacci, telegrammi, specie nelle case
dove ci sono ragazzi che hanno tra i diciotto e i venticinque anni: è la guerra; una guerra
alla quale quasi tutti gli Stati più potenti al mondo stanno per partecipare.
Dovrebbe essere un momento di lutto e tristezza, eppure non è così. Quella guerra
sembra quasi non fare veramente paura. Solo pochi politici, intellettuali o militari
capiscono che questa guerra sarà una catastrofe. Molti altri, invece, se la immaginano
breve e quindi non troppo terribile.
Il sistema delle alleanze tra 1914 e 1917. dell'arciduca austriaco Francesco
II casus belli che provoca il conflitto è l'assassinio
Ferdinando, erede al trono dell’Austro-Ungheria, avvenuto con un colpo di pistola a
Sarajevo il 28 giugno 1914 da parte di un nazionalista serbo (l’attentato era stato
organizzato da un gruppo di persone appartenenti alla Mano Nera, un’associazione
serba). ultimatum
L'Austria-Ungheria, contando sull'appoggio tedesco, manda un chiedendo che
il governo serbo condanni la propaganda antiaustriaca, i militari e i politici serbi
coinvolti nell'attentato, e che all'inchiesta giudiziaria per l'individuazione dei colpevoli
possano partecipare anche magistrati austroungarici. La Serbia accetta tutti i punti
tranne l'ultimo.
Un mese più tardi l'Austria-Ungheria attacca la Serbia, ritenuta responsabile
dell'attentato.
A quel punto il sistema di alleanze internazionali entra in funzione: la Germania si schiera
a fianco dell'Austria-Ungheria, mentre Russia, Francia e Gran Bretagna entrano in guerra
a fianco della Serbia. Nel novembre del 1914 l'Impero ottomano entra in guerra come
alleato di Austria-Ungheria e Germania. Più avanti, tra il 1915 e il 1917 entreranno in guerra
anche Italia, Portogallo, Romania, Grecia e Usa, tutte a fianco dell' “intesa” , mentre la
Bulgaria entrerà in guerra nel 1915 come alleata degli “imperi centrali”.
In India il giovane Gandhi invita i suoi connazionali ad arruolarsi nell'esercito inglese.
Perfino Sigmund Freud si fa prendere, almeno per un momento, dalla passione
patriottica: scrive a un amico e collega: «Forse per la prima volta in trent'anni mi sento un
austriaco, e disposto a concedere a questo impero un'ultima possibilità». Un movimento
sin allora pacifista, come quello delle suffragiste inglesi, si spezza: una parte largamente
maggioritaria segue Emmeline e Christabel Pankhurst, le quali si fanno convinte
sostenitrici della guerra patriottica e della necessità che le donne diano un contributo
attivo allo sforzo bellico del proprio paese. Perfino i partiti socialisti sono travolti dalla
febbre patriottica.
Fino a poco prima dello scoppio della guerra i loro dirigenti hanno professato con
convinzione l'ideale internazionalista; ma, allo scoppio della guerra, tutti i partiti
socialisti votano i crediti di guerra, ad eccezione del Partito socialista serbo e del Partito
socialdemocratico russo.
Il caso più emblematico dell'ambivalenza di questi giorni è quello (tragico) del leader
socialista francese Jean Jaurès: pacifista convinto, viene ucciso da un nazionalista
esaltato, desideroso che la Francia entri in guerra.
Eppure lo stesso Jaurès solo pochi giorni prima di essere ucciso aveva dichiarato: «Non
c'è alcuna contraddizione nel fare il massimo sforzo per assicurare la pace e, nel caso in
cui scoppi la guerra, nel fare il massimo sforzo per assicurare l'indipendenza e l'integrità
della nazione». Come dire “alla fine di tutto, le ragioni del nazional-patriottismo superano
quelle dell'internazionalismo.
Tutto ciò può apparire sconcertante, se solo si considera come va a finire.
Dal 1914 al 1918 sono in 70.000.000 a vestire l'uniforme e a partecipare alla guerra: di questi,
all'incirca 10.000.000 muoiono in battaglia o per le ferite.
È un numero terrificante, mai raggiunto da alcuna guerra precedente che contiene un
dolore inesprimibile: dieci milioni di morti, tutti con una loro storia, che fa provare
sofferenza su chi resta in vita e li piange (padri, madri, figli, mogli, fidanzate, amici). Poi ci
sono i feriti, che sono egualmente tantissimi: 30.000.000 circa, tra cui 8.000.000 sono
gravissimi invalidi, mutilati, ciechi, traumatizzati, incapaci di riprendere una vita normale.
Ci sono anche le devastazioni economiche e sociali, che si fanno sentire anche negli anni
che seguono la fine della guerra: povertà, fame, dolore, depressione per lo shock di aver
combattuto, depressione per aver perduto persone amate.
Che cosa ci aiuta a capire tutto quello che è accaduto?
● Intanto nell'agosto del 1914 non molti sanno che tipo di guerra sia quella a cui
stanno per combattere. Sebbene le notizie delle recenti guerre abbiano parlato di nuove
tecnologie enormemente distruttive, l'idea che ancora ci si fa della guerra è quella di uno
scontro cavalleresco, condotto con tecniche e strategie simili a quelle Napoleoniche:
attacchi contro il fronte nemico, mentre un fuoco di copertura protegge gli eroici
guerrieri.
● Inoltre la mascolinità ottocentesca si è costruita intorno all'immagine dell'uomo
combattente, e della donna da difendere. Questa immagine viene ripetuta in una grande
quantità di articoli, immagini, pitture, e perfino nelle fotografie o nelle cartoline che
accompagnano la vita di chi combatte, come di chi resta a casa.
● Infine ci sono gli ideali patriottici, da cui si alimentano gli ideali della mascolinità
bellica e del neomedievalismo cavalleresco. La difesa della patria, l'onore della nazione,
l'obbligo di sacrificarsi per la comunità nazionale sono doveri a cui risulta difficile
sottrarsi e che spiegano la strana conversione dei socialisti europei alla guerra.
1.2. La brutalità della guerra.
Col passare dei mesi appare chiaro che la guerra non è affatto qualcosa di
«cavalleresco». L'idea di una guerra rapida si rivela uno dei più tremendi errori di
valutazione che i responsabili degli eserciti potessero fare. Quasi nessuno riesce a
sfondare le linee avversarie.
I combattenti devono scavare trincee nel terreno, fosse lunghe per decine e decine di
chilometri, fortificate, attrezzate con le ultime novità tecniche (tra cui il filo spinato,
un'invenzione di questi anni) e protette da armi tecnologicamente sofisticate: i fucili a
ripetizione, le mitragliatrici, le granate e le bombe a mano.
Le trincee nemiche distano poco. Teoricamente si può percorrere di corsa lo spazio
mediano e andare contro le trincee avversarie, alla disperata ricerca dell'attacco decisivo
che «sfondi» le linee e apra la strada per la conquista del territorio o delle città più
importanti, al di là del fronte. Ma è un'illusione. Le trincee sono protette da quattro o
cinque barriere di filo spinato, in cui è facile impigliarsi e diventare un bersaglio per i
fucili nemici. E comunque, anche dove non ci sono i reticolati, gli attaccanti si espongono
ai colpi dei difensori.
La tecnica dell'assalto alle trincee provoca moltissime morti.
Vanno citati anche i gas asfissianti: sono i tedeschi i primi a sperimentarli nel 1915. Nelle
prime applicazioni si aprono le bombole in modo che il vento trasporti i gas verso le linee
nemiche; poi si usano più sofisticate granate ricche di gas asfissiante. Rapidamente
vengono messe a punto le maschere antigas, capaci di salvare da questo tipo di attacco.
E poi ci sono i primi aerei da combattimento, sperimentati per la prima volta in questa
guerra come strumenti per bombardare le postazioni nemiche, oltre che per i «duelli»
nell'aria.
In poche parole tutti questi ingegni tecnologici fanno sì che la guerra diventi
un'esperienza assolutamente infernale.
Lo stare «protetti» dentro le trincee è poco meno tremendo: lì i soldati sprofondano nel
fango e nella polvere, tra i topi e le pulci, in condizioni igieniche terribili. Le granate
piovono costantemente dalle linee nemiche. L'odore della carne in putrefazione che viene
dai corpi dei morti, specie di quelli che restano nella terra di nessuno, tra una trincea e
l'altra, e l'odore degli escrementi dei vivi, mescolati insieme, sono insopportabili.
Occorrono quindi strategie per non far tirare indietro la gente, vengono pubblicati testi
ricchi di patriottismo bellicista che hanno successo: nonostante le notizie che arrivano
dal fronte nel Regno Unito, sono in 2.500.000 ad arruolarsi volontari. Viceversa, sempre nel
Regno Unito, sono solo 16.000 gli uomini che si oppongono.
Diventa però difficile distinguere tra le atrocità che sono state commesse davvero, anche
contro i civili, e le amplificazioni dovute all' azione della propaganda. Senza alcun dubbio
sono innumerevoli le aggressioni o i maltrattamenti contro i civili, compiuti dai soldati
occupanti; altrettanto li sono i casi di donne stuprate dai soldati occupanti.
Tutte queste atrocità, che hanno accompagnato ogni altra guerra del passato, sono per
la prima volta oggetto di una clamorosa propaganda. Regolarmente i nemici vengono
descritti come esseri mostruosi e pericolosi che meritano di essere uccisi senza alcun
rimorso. Questa degradazione dell'immagine del nemico è una delle tecniche più efficaci
della propaganda di guerra. Quando le parole non bastano più, la stampa ospita le
vignette di guerra, sulle quali i grafici e i disegnatori illustrano le brutalità dei nemici, a
volte facendo apparire come sicuramente veri, fatti per cui si ha dei dubbi.
Ci sono anche le allucinazioni collettive, le false notizie, dicerie che si spargono
rapidamente tra i combattenti.
Nel quadro della generale brutalizzazione imposta dalla guerra un evento spicca
particolarmente: l'Impero ottomano è entrato in guerra a fianco di Germania e
Austria-Ungheria. II motivo principale di questa scelta è l'ostilità storica contro la Russia,
con la speranza di riconquistare terre.
Genoicidio armeno= il termine genocidio armeno, talvolta olocausto degli armeni o
massacro degli armeni, si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate
dall'Impero ottomano tra il 1915 e il 1916.
Nel maggio del 1915 il governo ottomano decide di trasferire le popolazioni armene dalla
zona del fronte, spostandole in Siria. La decisione è giustificata dal timore che gli
indipendentisti armeni possano aiutare le truppe russe. L'operazione è affidata a truppe
speciali, che la mettono in atto con una fortissima violenza contro tutti gli armeni
(uomini, donne e bambini).
Si stima che un numero imprecisato, ma comunque altissimo, sia stato ucciso durante
tutta l'operazione (le stime oscillano tra 300.000 e l. 000. 000 di persone). Di chi sia stata la
responsabilità di tutte queste morti è una domanda presente ancora tutt’oggi: vi è chi
sostiene che si è trattato di un vero e proprio genocidio pianificato dal governo; e vi è chi
sostiene che i morti siano stati causati dalle terribili circostanze del trasferimento. Tutto
ciò non cambia il fatto che, mentre prima della guerra in Turchia si trovavano all'incirca
1.500.000 armeni qualche anno dopo la guerra ve ne sono solo 70.000.
Avvengono, nel periodo seguente a questa tragedia, numerosi inviti alla ribellione da
parte di socialisti e appelli alla pace del papa, che però non hanno alcun effetto,
nemmeno su gran parte dell'opinione pubblica.
Neanche i militanti socialisti, prima operai o contadini, adesso soldati al fronte, sono
sfiorati dall'idea di usare le armi che hanno in mano per una rivoluzione sociale; infatti
per tre anni, cioè fino al 1917, quasi a nessuno viene in mente di reagire, protestare,
ammutinarsi.
1.3. Disagi e ribellioni
In Europa, che è il principale teatro di guerra, l'esperienza bellica è ovunque. I civili non
combattenti non sono risparmiati. Se vivono in territori occupati, o vicino al fronte,
imparano presto che cos'è una guerra moderna. Se abitano lontano non si salvano. Gli
uomini giovani devono partire per il fronte. Chi resta vive e lavora per lo sforzo che si
compie al fronte. E con ciò anche le donne sono reclutate a lavoro, anche per impieghi
che prima erano rigorosamente riservati agli uomini.
In ogni paese che partecipa alla guerra i governi assumono un coordinamento quas
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