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Dantea cura di Roberto Rea e Justin Steinberg

Opere

Rime di Marco Grimaldi

Che cosa sono le Rime

Dante ha scritto in tempi e luoghi diversi circa 90 componimenti lirici (canzoni, canzoni monostrofiche, ballate, sonetti, tenzoni) a partire dal 1280 fino al 1310. Una parte di essi venne raccolta e pubblicata da Dante nella Vita nuova (31 testi, sonetti, ballate) e nell’incompiuto Convivio (3 canzoni: Voich’ entendendo il terzo ciel movete; Amor che nella mente mi ragiona; Le dolci rime d’amor ch’io solea; ma nel trattato dovevano essercene 14). Il resto della produzione lirica dantesca ha avuto una produzione estravagante (non compresa in una raccolta ufficiale): singolarmente, per nuclei di due o tre testi o per agglomerati più ampi. Questa dispersione testuale si riflette nella tradizione manoscritta e nella definizione del corpus.

Nel 1921 Michele Barbi dà alle stampe il primo testo critico delle Rime, senza apparato e introduzione filologica. L’edizione era inserita nelle Opere complete pubblicate dalla Società Dantesca Italiana in occasione della morte del poeta e riunisce sotto il titolo di Rime tutte le poesie liriche, comprese quelle della Vita nuova e del Convivio. La numerazione procede da 1 (A core, il primo sonetto della Vita nuova) a 118 (la risposta di Aldobrandino da Padova al sonetto di Dante Per quella via che la bellezza corre). L’edizione è ordinata in 7 libri secondo un criterio tematico e cronologico:

  • Poesie della Vita nuova
  • Poesie riconducibili agli stessi anni
  • Tenzone con Forese (composta prima del 1296)
  • Rime allegoriche e dottrinali (seconda metà anni Novanta)
  • Rime d’amore e di corrispondenza
  • Rime petrose (per la donna “petra”, scritte attorno al 1296)
  • Rime varie del tempo dell’esilio (1302-1310)

Segue un’appendice di 30 testi di dubbia attribuzione. Il corpus di Barbi è ora riproposto nell’edizione della NECOD “Nuova edizione commentata delle Opere di Dante”, Grimaldi, 2015. Nel 1939 Gianfranco Contini propone un’edizione commentata delle Rime in cui conserva l’ordinamento cronologico di Barbi, escludendo però i testi della Vita nuova e del Convivio e alcune rime di corrispondenza. La numerazione procede per le rime certe da 1 (primo sonetto della corrispondenza con Damte da Maiano) a 54 (Per quella via) e da 55 a 80 per le dubbie, disposte in un ordine diverso da quello di Barbi. L'edizione De Robertis del 2002, pubblicata dopo un intenso lavoro durato cinquant’anni, offre il primo testo dotato di apparato e di studio e classificazione dei testimoni, mutando radicalmente il corpus e l’ordinamento. Inserisce solo i 13 sonetti della Vita nuova per i quali ritiene dimostrabile l’esistenza di una prima redazione d’autore precedente l’immissione nel libro; inoltre colloca le 15 canzoni distese (tra le quali le 3 del Convivio) in apertura dell’ordinamento, delle quali ha dimostrato che la serie è presente in maniera costante in un ampio settore della tradizione e che è riconducibile a uno stadio ectodicamente più alto rispetto alle copie di Boccaccio (benché cronologicamente successive): ciò permette di riprodurre la struttura più frequente nei canzonieri medievali che si aprivano con le canzoni, sia al fine di presentare al lettore moderno una forma della trasmissione delle rime che fu accessibile a un ampio numero di lettori antichi. Non è invece dimostrabile che tale ordine sia ricondubile a Dante e che sia effettivamente leggibile come un canzoniere d’autore sul modello petrarchesco. Si può supporre che Dante dopo la stesura della canzone 1 “montanina” Amor, da che convien pur ch’io mi doglia, abbia messo in circolazione un quadernino contenente un gruppo di canzoni in un ordine paragonabile a quello previsto teoricamente per il Convivio, e che abbia avuto vasta fortuna tra i primi lettori.

Il corpus è incerto anche sul piano delle attribuzioni: i testimoni assegnano a Dante moltissimi componimenti che oggi si considera spuri (a partire dal Credo di Dante) e spesso le attribuzioni nei mss. oscillano tra Dante e Cino da Pistoia, e talvolta il Dante delle attribuzioni potrebbe essere Dante da Maiano. Dopo la radicale selezione compiuta da Barbi, confermata da De Robertis, il quadro è rimasto relativamente stabile: nessun testo che non fosse già tra le certe o tra le dubbie dell’edizione di Barbi è stato incluso nell’ordinamento di De Robertis e nessun testo tra le certe è stato retrocesso alle dubbie. De Robertis ha invece restituito con certezza a Dante una canzone trilingue e tre sonetti. L’unico componimento presente in DR e assente in Barbi è la canzone Traggemi de la mente Amor la stiva nel De vulgari eloquentia. Edizione commentata di Claudio Giunta del 2011: compie una scelta analoga a quella di Contini eliminando le poesie della Vita nuova e del Convivio, adottando il testo critico e i componimenti ritenuti certi da De Robertis.

La tradizione è pluricentrica e ardua da razionalizzare: i testimoni sono circa 350 (500 se si contano anche quelli contenenti un solo componimento apocrifo) e non ne esiste nessuno che raccolga tutti i testi compresi nei canoni stabiliti dagli editori moderni. Le tipologie codicologiche sono molto differenziate: ci sono mss. che contengono un solo componimento e altri che raccolgono tutte le canzoni o solo le 15 distese. Si può tentare una sintesi storico-geografica della tradizione: nel Duecento i testi lirici danteschi sono copiati nei Memoriali bolognesi, dove compare il più antico componimento databile, il sonetto Non me poriano zamai far emenda, trascritto dal notaio Enrichetto delle Querce nel 1287, composto da Dante in bolognese. Dante è escluso dai canzonieri lirici duecenteschi dedicati prevalentemente agli autori delle generazioni precedenti, dai Siciliani fino a Guittone d’Arezzo e Guido Guinnizzelli. Le uniche eccezioni sono la trascizione della ballata Fresca rosa novella comunemente ritenuta di Guido Cavalcanti, assegnata nel canzoniere Palatino a Dante e la presenza della canzone Donne ch’avete intelletto d’amore nel canzoniere fiorentino Vat. Lat. 3793 del Duecento, trascritta da una mano diversa da quella del copista principale, assieme a una risposta attribuibile all’“Amico” di Dante.

Il Vat. Lat. 3793 è il più ampio ms della lirica italiana delle origini con circa 1000 componimenti dalla scuola siciliana, ai siculo-toscani, fino a Dante e all’Amico di Dante (autore anonimo a cui si attribuisce la scrittura di alcuni componimenti danteschi nelle ultime carte del canzoniere V). È possibile individuare 4 nuclei di diffusione:

  • Tradizione settentrionale localizzabile prevalentemente in Veneto i cui principali testimoni sono il canzoniere Escorialense (fine Duecento e primo quarto del Trecento) e il Canzoniere di Niccolò Rossi (Barb. Lat. 3953, anni trenta del XIV sec); e altri più tardi come il Codice Mezzabarba (Veneto, datato 1509). Questa tradizione testimonia la diffusione della poesia lirica dantesca oltre i confini della Toscana già alla fine del Duecento e la fortuna di Dante in Veneto nei primi decenni del Trecento.
  • Tradizione toscano-umbra trecentesca costituita dal ms. Martelli 12 databile attorno al 1310 copiato in area eugubina e terminato a Firenze; dal Chigiano L VIII 305 (codice fiorentino composto tra 1330 e 1350). Entrambi contengono anche la Vita nuova. Il Chigiano è il codice che segna il trapasso rispetto al canone letterario dei canzonieri duecenteschi: gli autori principali non sono più Guittone d’Arezzo ma Dante, Cavalcanti, Giacomo da Lentini e Guinnizzelli e Cino da Pistoia, gli Stilnovisti.
  • Famiglia Boccaccio: Tre codici autografi (Toledano 104 6, Riccardiano 1035, Chigiano L V 17 + Chigiano L VI 213) nei quali Boccaccio ha inserito le copie di quindici canzoni di Dante, oltre alla Vita nuova e la Commedia precedute dal Trattatello in laude di Dante dello stesso Boccaccio e da altri scritti di carattere esegetico. I tre codici ebbero un’influenza determinante sulla tradizione manoscritta delle opere dantesche: il ramo più ricco dell’albero genealogico tracciato da Barbi per i testimoni che discendono dal Toledano; Petrocchi ha basato l’edizione della Commedia secondo l’antica vulgata sui testimoni più antichi dei mss di Boccaccio ipotizzando che le sue copie abbiano influenzato tutta la tradizione successiva (oggi questa ricostruzione pare poco plausibile: l’influenza di Boccaccio non sembra essere stata decisiva); e anche nelle Rime un gruppo significativo di testimoni deriva dagli autografi boccacciani. Secondo De Robertis Boccaccio non è il padre del gruppo noto come famiglia Boccaccio (circa 80 unità), ne è il primo erede. Dai suoi studi risulta che: è esistito uno stadio ectodico molto altio nel quale era già presente la serie delle 15 canzoni che ritroviamo nei tre mss. di Boccaccio; dal quale ha ereditato tale ordinamento, errori e lectiones caratteristiche; per poi trasmettere l’ordinamento alla maggior parte dei testimoni della famiglia.
  • Raccolta Aragonese: antologia poetica allestita tra 1476 e 1477 da Agnolo Poliziano per Federico d’Aragona, su commissione di Lorenzo de Medici. L’originale non è conservato ma la raccolta è nota attraverso le copie che ne furono tratte. La prima stampa è l’edizione fiorentina del Convivio del 1490 che contiene solo 3 canzoni che ha rappresentanto fino all’Ottocento il canone rime antiche pubblicata a Firenze nel 1527, editoriale di Dante e dei maggiori poeti del Due-Trecento.

Di che cosa parlano le Rime

L’argomento principale delle Rime è l’amore. Dante nella Vita nuova offre una giustificazione teorica a questa scelta, fondata sulla centralità dell’argomento amoroso in tutta la tradizione poetica romanza medievale. Più precisamente, la maggior parte delle poesie liriche duecentesche prima dell’esilio canta dell’amore per Beatrice. Tuttavia Dante ha messo in versi anche altre figure femminili difficilmente identificabili: le due donne dello schermo e la donna gentile della Vita nuova, il personaggio che nel Convivio è identificato allegoricamente con la Filosofia che si oppone al pensiero di Beatrice; la donna petrosa, la pargoletta e la giovane di Amor che movi tua virtù dal cielo che potrebbero costituire un’unica entità, Lisetta, Fioretta e la nemica figura presente nella canzone montanina, la destinataria della canzone Doglia mi reca ne lo core ardire.

Accanto ai componimenti amorosi fra le Rime troviamo una serie di testi teorici sull’amore: sonetto Amore e ‘l cor gentil sono una cosa, il dubbio Molti volendo dir che fosse Amore, le tenzoni con Dante da Maiano e una parte della corrispondenza con Cino da Pistoia (i due discutono dei loro casi personali e di fenomenologia dell’amore). Il discorso amoroso si affianca spesso anche ad altri argomenti: sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io e alcuni testi di corrispondenza che parlano di affari e desideri privati di Dante e dei poeti a lui più vicini (Guido Cavalcanti e Lapo Gianni). Inoltre ci sono alcuni testi d’occasione che in parte confluiscono nella Vita nuova, alcuni ricondotti al genere del compianto funebre; ed Era venuta dedicato al primo anniversario della morte di Beatrice.

Dopo la Vita nuova Dante sembra mutare prospettiva: nel De vulgari eloquentia si propone di descrivere i temi degni di essere cantati in volgare, introduce una classificazione basata sulla tripartizione aristotelica dell’anima in vegetativa, animale e razionale. L’uomo procederebbe lungo un triplice cammino, in quanto creatura dotata di potenza vegetativa va in cerca dell’utile; in quanto animale cerca il piacere; in quanto potenza razionale cerca l’onesto e in questo si avvicina agli angeli. Per questi tre scopi l’uomo agirebbe e si interesserebbe alle cose più importanti: lo scopo di chi cerca l’utilità è la sopravvivenza (salus), quello di chi cerca il piacere è l’amore carnale (venus) e di chi persegue l’onesto è la virtù (virtus). I tre grandi contenuti sono salus, venus e virtus e gli argomenti a essi connaturati sono la prodezza nelle armi, la passione amorosa e la volontà diretta al bene. Dante assegna a se stesso il primato della virtù e a Cino da Pistoia quello dell’amore carnale, sostenendo che in Italia nessuno si è interessato alla sopravvivenza.

Dante dopo la Vita nuova introduce nella lirica il tema della virtù: in Poscia ch’Amor tratta la leggiadria come caso particolare della virtù; in Le dolci rime tratta il rapporto tra virtù e nobiltà; in Doglia mi reca l’avarizia è la conseguenza dell’allontanamento dalla virtù; in Tre donne canta la decadenza della giustizia, una delle virtù etiche della filosofia aristotelica.

Nell’ambito della poesia di argomento amoroso merita un approfondimento il gruppo delle rime petrose, costituito da quattro canzoni: Io son venuto al punto de la rota; Al poco giorno ed al gran cerchio d’ombra; Amor, tu vedi ben che questa donna; Così nel mio parlare vogli’esser aspro. Queste canzoni sono accomunate dalla parola rima pietra e dal riferimento a una donna caratterizzata dall’essere “di pietra”. Si intuisce che la donna è giovane perché viene definita “pargoletta”. Le canzoni sono caratterizzate da un’ambientazione invernale, ragion per cui è stata estesa la datazione presumibile di Io son venuto a dicembre 1296 a tutto il gruppo. Inoltre queste canzoni sono assimilabili per un elevato tasso di sperimentalismo linguistico e metrico-formale. La durezza e la crudeltà della protagonista si traducono nell’utilizzo frequente di vocaboli e parole rima che nel De vulgari eloquentia definisce “irsuti” e di un lessico aspro. Sul piano metrico formale il punto più alto è raggiunto dalle due canzoni-sestine (Al poco giorno e Amor, tu vedi ben) che introducono in Italia una forma trobadorica che avrà notevole fortuna nel Trecento (Petrarca) e oltre. Lo sperimentalismo delle petrose è debitore di una conoscenza più ampia e diretta della produzione lirica occitana, in particolare del trobar clus.

La concezione dantesca dell’amore muta profondamente nel corso del tempo. L’evoluzione rispetto alle poesie giovanili diviene più netta con la canzone Amor, che movi. Il problema principale della poesia romanza medievale è la corrispondenza del sentimento amoroso: mentre la poesia trobadorica si regge sul paradosso dell’irraggiungibilità di un’equivalenza perfetta tra il desiderio dell’amante e dell’amata, Dante trova una diversa soluzione, fondando la poetica della lode; che si realizza nella canzone Donne ch’avete intelletto d’amore e nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare. La felicità dell’amante non sta nella possibilità che l’amore venga ricambiato, ma nell’elogio della donna amata. La morte di Beatrice dà inizio a questa fase. La più alta lode concepibile è rivolta a una donna che si trova ormai in Paradiso, al di là di ogni possibile corrispondenza dei sensi.

Nei testi della maturità Dante cerca altre soluzioni ideologiche e stilistiche e in Amor, che movi giunge a una concezione del tutto nuova: l’amore non è generato dalla visione della donna e alle “intermittenze del cuore” tipiche della poesia erotica medievale romanza; è invece una forza cosmica, come il sole, che illumina di sé il mondo intero. L’amore suscita negli uomini il desiderio di comportarsi correttamente, una predisposizione ad amare e a contemplare tutto ciò che è bello. Per effetto di questo amore nascono gli amori terreni, compreso quello del poeta per una donna, la cui bellezza è una prova del potere dell’amore. La corrispondenza tra amante e amata è garantita dalla potenza dell’amore; il poeta sa che la donna finirà per conoscerla. La concezione dell’amore cortese subisce una profonda trasformazione, al passaggio in Italia la lirica cortese subisce generalmente un processo di adattamento: riduzione della scenografia, scomparsa degli attori secondari (marito geloso, maldicenti, amico-aiutante). Ciò che resta è la struttura ideologica di base, l’idea che il rapporto amoroso sia paragonabile a un legame sociale all’interno del quale la donna è il signore e l’amante il servitore (metafora feudale). Il poeta è felice di servire la dama, è disinteressato a sé stesso, ha di mira solo il bene della sua signora e padrona, è persino pronto a morire per amore. Amare nel modo giusto equivale a comportarsi correttamente e l’educazione all’amore e alla virtù sono complementari.

Il legame amore-virtù è evidente nella canzone Io sento sì d’amor la gran possanza: testo di argomento amoroso nel quale il poeta dichiara l’assoluta sottomissione alla donna-padrona, concluso da un congedo di contenuto morale che esorta un destinatario non precisato a comportarsi correttamente.

Una questione ancora diversa riguarda le canzoni che Dante avrebbe collocato nel Convivio. La prima, Voi ch’entendo, canta il contrasto tra un antico e un nuovo amore: il tema è quello della consolatrice che allontana il ricordo dell’amata defunta, innestato sul motivo della chanson de change trobadorica (encomio della nuova dama e ingiuria della precedente).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/05 Filologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gaia.daniello di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia e critica dantesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pirovano Donato.
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