Hitler e il potere dell'estetica
Nella prefazione Spotts scrive che il libro parla della vita di Hitler dal punto di vista estetico e della sua convinzione che il fine ultimo dell'impresa politica dovesse consistere nell'affermazione artistica e il suo sogno di fondare lo stato culturalmente più grandioso dell'antichità, o forse di tutti i tempi.
Hitler sostiene continuamente di essersi dedicato alla politica contro la sua volontà; se avessero "trovato" qualcun altro sarebbe diventato un artista o un filosofo. Nel 1933, appena diventato cancelliere, fece costruire una galleria d’arte. La guerra e l’arte sono due facce di una stessa medaglia: Hitler voleva sia la guerra che l’arte; vinto il conflitto e fondato uno stato ariano che avesse un ruolo primario tra le potenze mondiali, si sarebbe dedicato alla realizzazione di monumenti che avrebbero cambiato il volto della Germania e avrebbero reso lui immortale: distruggere sarebbe stata la via per costruire, scrive Spotts.
Lo scopo di Hitler fu quello di rimpiazzare il senso di sconfitta e di isolamento della Germania con l'orgoglio e la fiducia nei propri mezzi: questo rappresenta un elemento cruciale nel suo carisma politico. Spotts scrive che il talento estetico di Hitler contribuisce a spiegare la sua misteriosa presa sul popolo tedesco: quello che Stalin ottenne con il terrore, Hitler lo ottenne con la seduzione. Raggiunse le masse con una combinazione di simboli, miti, riti, spettacoli e atteggiamenti teatrali.
Il motivo per il quale per molti anni questo aspetto della vita di Hitler è stato tralasciato è perché, non solo la maggior parte degli storici dell'arte non vuole sapere nulla di questa connessione, ma anche perché, come osserva Braudel, uno dei massimi storici del XX secolo, la storia scritta nell'ultimo secolo si è quasi sempre focalizzata sulla drammaticità dei “grandi eventi” e, in questo caso, su quello che Hitler fece “dopo”.
George Masse, a nome della sinistra liberale, afferma che non si è saputo vedere, all'interno della stessa estetica fascista, che questa rifletteva i bisogni e le speranze della società contemporanea e che ciò che veniva definita sovrastruttura, in realtà, era lo strumento con cui la popolazione assimilò il messaggio fascista, trasformando la politica in religione civica.
L'interesse di Hitler per l’arte fu profondo come il suo razzismo, quindi, ignorare un aspetto è una distorsione grave tanto quanto tralasciare l’altro. Il primo a notare che Hitler fu un artista e che proprio grazie alla sua natura estetica riuscì a guadagnarsi quei “poteri” con i quali rese prigionieri sia una Germania che un'Europa all'apparenza inermi fu Thomas Mann, a sua volta un artista. Nel 1923 Chamberlain, il grande evangelizzatore dell'antisemitismo tedesco, sostenne che Hitler colpiva al cuore e non alla testa, il suo potere si esprimeva attraverso gli occhi e i movimenti delle mani; Chamberlain sostenne anche che il führer era l'opposto di un fanatico e di un politico.
Questa sua esteticità fu tanto profonda che spesso coloro che l’hanno conosciuto si sono chiesti se la politica fu mai qualcosa di più che retorica, teatralità, raduni e spettacolarità della guerra; Fest, il suo più acuto biografo, rispose di no, che Hitler rimase profondamente un artista. Il presidente della Germania, Paul von Hindenburg, lo definì “caporale boemo”, definizione dovuta al fatto che il presidente percepiva nel führer la qualità romantica di un artista, di un bohémien.
L'incontro tra arte e politica
La sua inclinazione estetica, l’amore per il disegno, l'indipendenza di spirito, l'avversione per il lavoro disciplinato, l'interesse per argomenti quali architettura, pittura e musica nacquero all’età di 14 anni quando, dopo la morte del padre, una casalinga senza istruzione, lo trasferì in un’altra scuola e, all’età di 16 anni, nel 1905, dati gli insuccessi scolastici, convinse la madre a fargli abbandonare gli studi senza aver conseguito il diploma e il suo sogno di vivere una vita da artista divenne realtà. Nel 1907, all’età di 18 anni, andò via di casa per provare ad entrare all'Accademia di belle arti di Vienna, fu però respinto e passò i mesi successivi a dipingere chiese, strade e edifici pubblici.
Provò ad entrare nuovamente l’anno successivo ma fu nuovamente respinto. Il problema, nonché la sua tragedia, consistette nel confondere la spinta estetica con il talento artistico. Dal 1908 al 1913 Hitler, privo di formazione artistica e con un talento limitato, guadagnava quei pochi soldi vendendo scene viennesi e passava le sue giornate leggendo libri, fin quando nel 1913, e non nel 1912 come egli stesso sosteneva, lasciò Vienna per sfuggire all'incarcerazione per essersi sottratto al servizio militare. Ritornò, quindi, in Germania e nascose di essersi registrato come apolide per non permettere alla polizia austriaca di seguire le sue tracce.
A Monaco Hitler continuò a dipingere nonostante dovette apparirgli evidente che non stava diventando il grande pittore che aveva sognato di essere. Lo scoppio della guerra nel 1914 gli offrì una via d’uscita da una vita ormai giunta ad un punto morto ed entrò, quindi, in un reggimento di fanteria bavarese e prestò servizio come corriere sul fronte occidentale.
Alla fine della guerra non vedeva prospettive nel riprendere la carriera artistica nonostante non era in grado di pensare ad un'alternativa. Per questo motivo rimase nell'esercito e fu reclutato per unirsi ad un gruppo di "ufficiali di formazione" il cui ruolo era quello di risollevare il morale delle truppe con discorsi d'incoraggiamento. Fu la politica ad andare da Hitler, non il contrario, scrive Spotts.
Nel periodo che Hitler trascorse come arruolato negli "ufficiali di formazione" si rese conto che i suoi discorsi erano in grado di manipolare gli umori del pubblico. Fu proprio la carica elettrica di quel carisma magnetico che lo stimolò a perseguire la carriera politica tant’è che nel 1920 aderì al partito dei lavoratori tedeschi. In pochissimo tempo, quindi, il suo talento retorico nel denunciare i bolscevichi, gli ebrei e gli accordi di pace del 1919 gli guadagnarono l'attenzione generale. In poco tempo trasformò un gruppo di bevitori di birra, scissionisti antisemiti della Baviera, nel partito nazionalsocialista dei lavoratori.
Hitler capì che la manipolazione psicologica può essere più potente di un’argomentazione ragionata o di programmi concreti. Hitler, quindi, entrò in politica a soli 31 anni, ciononostante molti anni dopo disse al suo staff di essere diventato uomo politico contro la sua volontà e che la politica non era altro che un mezzo per raggiungere un obiettivo; il führer, in fondo, si sentiva ancora un artista, cosa che ribadì spesso anche a molti degli esponenti politici che incontrò, sia quando la crisi diplomatica con la Polonia stava per raggiungere il culmine, sia un mese dopo l’inizio dell'invasione dell'Unione Sovietica.
Una delle cose sconvolgenti di Hitler, come testimonia il famoso storico dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, che fu la sua guida italiana, nonché membro del partito comunista italiano in segreto, è che quando Hitler parlava si aveva l'impressione che quell'uomo potesse, da un giorno all'altro, dire di essersi ingannato e di non voler più essere il führer, cosa che dinanzi a Mussolini un pensiero simile non veniva mai e, aggiunse Bianchi Bandinelli, Hitler aveva tutta l’aria di essere sincero inoltre, nel corso degli anni Hitler fece la stessa impressione anche ad altri, che lo sentirono insistere molto spesso sul fatto che il giorno più felice della sua vita sarebbe stato quello in cui avesse potuto togliersi l'uniforme e dedicarsi esclusivamente alle arti.
La politica come mezzo per l'arte
Nonostante le numerose affermazioni di Hitler, Speer giunse alla conclusione che le ambizioni architettoniche del führer erano inseparabili dal senso profondo della sua missione politica e che la sua realizzazione artistica sarebbe stata possibile solo attraverso il successo politico. Lo stesso Speer, pensando a come potessero conciliarsi questi due aspetti di Hitler, non era d'accordo con coloro che pensavano si trattò di un travestimento estetico mirato unicamente a sviare l'attenzione delle masse oppresse, ma affermò che vi fu un genuino e disinteressato slancio sociale, un desiderio di riconciliare l'inevitabile bruttezza della tecnologia moderna con le forme estetiche familiari, con la bellezza. Burckhardt riassume questa dicotomia dicendo che Hitler rappresentava un caso di “doppia personalità, la prima quella dell'artista, la seconda quella del maniaco omicida".
Ciò che è stato evidenziato è come, tutti dittatori, Hitler non meno di Stalin, abbiano dedotto da Marx la convinzione che il controllo della cultura non è meno importante del controllo dell'economia. Tutti, infatti, si resero conto che, se da un lato l’arte conferiva loro rispettabilità, contribuiva al senso di unità nazionale, aiutava a mantenere alto il morale nei momenti di difficoltà e forniva una cortina dietro cui nascondersi per commentare ogni sorta di orrore, dall'altro si resero conto del suo eletto potenzialmente sovversivo.
Le azioni di Hitler, però, furono totalmente diverse da quelle degli altri capi di governo come lui, se, infatti, Lenin non mise mai piede in una galleria d’arte o Mussolini disprezzava quest'ultima, Hitler nutrì un reale interesse per la musica, l’arte, la pittura, l'architettura e la scultura e la politica, allora, fu il mezzo per raggiungere un obiettivo, che era l'arte e non, quindi, il contrario. Da qui, allora, il paradosso di un uomo che aspirava ad essere un artista ma non aveva talento e che odiava la politica pur essendo un genio politico.
Hitler costruì la sua carriera di statista sul rifiuto di tutto quello che la "politica" nel senso convenzionale del termine implicava e appena poté farlo abolì, infatti, tutto e dal suo punto di vista l'autorità seguiva gli stessi principi evolutivi della cultura, per questo Hitler stabilì un legame diretto tra la sua nozione di governo e il concetto di creatività artistica. Questo legame, però, non va sopravvalutato perché molte decisioni politiche del führer, come il genocidio o l'occupazione militare dell'Europa, non derivarono dai suoi ideali estetici, è tuttavia indubbio che utilizzò sempre la cultura per consolidare il proprio potere, mentre quest'ultimo gli aprì la strada per realizzarsi attraverso grandiosi progetti culturali.
In conclusione, alcuni suoi collaboratori, quali lo stesso Speer e Giesler, ma anche alcuni biografi tedeschi che studiarono la sua vita, giunsero tutti alla conclusione che per Hitler il potere non fu altro che uno strumento per soddisfare le proprie ambizioni culturali. Hitler affermava le sue opinioni non con ragionamenti ma presentandole come verità dogmatiche che non ammettevano repliche, Speer, infatti, dichiarò che se avesse potuto riassumerlo con una frase avrebbe detto che il führer era un genio del dilettantismo. Dalla sua fiumana di parole affiorò una serie di pensieri che andò a delineare una filosofia della cultura imperniata sulla razza, la quale stabilì un nesso inscindibile tra le sue idee politiche e quelle culturali.
Hitler formula le sue teorie di razza, politica e cultura all'inizio della sua carriera politica, in un discorso tenuto a Monaco nel 1920 intitolato “perché siamo antisemiti?” fece propria l'interpretazione della storia come “sfida e risposta" e sosteneva che i popoli che vivevano ai rigidi climi del nord erano costretti a lavorare duro e proprio da essi, infatti, nacque la sua idea di razza ariana, al contrario, la gente del Sud, dove la vita era più facile, diventò degenerata e molle.
L'ideologia razziale e culturale di Hitler
Che cosa c'entra l’ebreo con tutto questo? Chiede, allora, Hitler nel suo discorso: non avendo partecipato alla lotta artistica degli ariani, coloro che secondo Hitler avevano portato al massimo splendore l'Egitto, la Persia e la Grecia, l’ebreo non ha mai avuto una sua arte e anche i loro templi furono stati costruiti da stranieri, prima dagli assiri, poi dai romani. Per Hitler, quindi, l'obiettivo degli ebrei era quello di distruggere la cultura di una nazione, inoltre, per l’ebreo, era convinto Hitler, l’arte era solo oggetto di commercio, un mezzo per fare soldi. La conseguenza delle sue idee sulla razza fu la convinzione che identità nazionale e identità culturale fossero due facce della stessa medaglia.
Per Hitler la cultura di una nazione doveva esistere nell'isolamento, di conseguenza l’arte internazionale, come cubismo e futurismo, era distruttiva. A questo proposito, Hitler si chiese come mai nel XX secolo la cultura avesse sofferto lo stesso improvviso declino della politica: trovò le cause proprio nelle arti internazionali e, nei Mein Kampf, scrisse che la diffusione del cubismo e del dadaismo, ovvero le cosiddette “arti bolsceviche”, aveva rischiato di indurre la gente <<nelle braccia della pazzia spirituale>>, i loro interpreti erano, infatti, <<lunatici e criminali>> e il loro unico obiettivo era quello di distruggere le opere del passato, per questo Hitler era fortemente convinto che teatro, arte, letteratura, cinema, stampa e perfino manifesti e vetrine dovessero essere ripuliti da tutte le espressioni del mondo in decomposizione ed essere poste al servizio dell’ideale etico, politico e culturale.
Questo suo ideale artistico, come ribadito più volte anche dai biografi di Hitler, si sposa molto bene con i suoi ideali di razza, infatti, sempre nei Mein Kampf, Hitler sviluppa il suo concetto delle fondamenta raziali dell’arte; il führer sosteneva che il regno animale era diviso in forme alte e basse e laddove queste si mescolavano, la razza più alta veniva danneggiata. Hitler suddivise il genere umano in tre sezioni: fondatori di cultura, portatori di cultura e distruttori di cultura: gli ariani erano fondatori di cultura, i giapponesi, ad esempio, portatori di cultura in quanto adattavano ai propri usi le conquiste degli ariani, infine gli ebrei erano distruttori di cultura.
Gli ebrei erano una tribù disorganizzata senza un territorio proprio, quindi senza basi su cui la cultura possa sorgere da sola, di conseguenza, sostenne Hitler, gli ebrei, nonostante le apparenti qualità intellettuali, non hanno una vera e propria cultura e, soprattutto, non hanno una cultura propria; il loro mestiere, infatti, era l’imitazione e non la creatività per questo si distinguevano nella recitazione, che per il führer era l’arte meno originale di tutte. Gli ebrei, quindi, erano privi di originalità e creatività ed erano parassiti nei corpi di altre persone ed è qui, allora, che Hitler arriva al punto decisivo: gli ebrei non solo rubano la cultura altrui ma contaminano l’arte, la letteratura, il teatro, sovvertono ogni concetto di bello e sublime, di nobile e buono e trascinano l’uomo nei bassifondi della sua natura; inoltre sostenne fortemente che durante i suoi anni trascorsi a Vienna si rese conto che gli ebrei, grazie al controllo che esercitavano sulla stampa, promuovevano opere d’arte internazionali, moderniste e bolsceviche invece che germaniche.
Hitler concilia l’ascendente culturale dei popoli del mediterraneo con quel concetto di supremazia ariana alla base di ogni sua convinzione riprendendo la teoria del dominio dei popoli del nord su quelli del sud ed argomentò dicendo che i dori erano barbari del nord che avevano invaso la Grecia dando vita all’arte greco-nordica, al contrario le tribù germaniche del sud rimasero nelle capanne di fango. Al tempo di Hitler, invece, la cultura si poneva in contrasto con i grandi modelli classici, inoltre era un’epoca in cui, con i valori venuti meno, l’economia in crisi e la politica che versava in stato confusionale, il movimento modernista rifletteva e consolidava un sentimento popolare di cinismo e ansia, motivo per il quale il fascino di Hitler sulle masse consistette prevalentemente nella sua promessa di ordine, sicurezza e protezione dalla vita moderna e dalle sue insoddisfazioni, discorso dopo discorso, infatti, incoraggiò e aizzò la gente ad opporre resistenza al decadimento culturale e ovunque c’era qualcuno che lo considerava una forma di pazzia diffusa da un mondo sinistro di anarchici depravati, ma solo in Germania il fenomeno si sviluppò fino a trasformarsi da problema estetico in disputa ideologica e da disputa ideologica a vera e propria guerra politica.
In ambito culturale la disputa ebbe inizio nel 1893, quando Nordau pubblicò il suo famoso libro “Degenerazione”, in cui applicava il concetto di degenerazione biologica al declino culturale e, su questa base, la degenerazione della pittura e delle arti in generale divenne il prodotto della degenerazione biologica dei pittori e degli artisti; questi degenerati dovevano essere, quindi, trattati allo stesso modo dei criminali o dovevano essere rinchiusi in manicomi, erano, come sosteneva lo stesso Nordau, dei parassiti antisociali che dovevano essere schiacciati senza pietà in quanto nemici della società. Rifacendosi a queste idee anche lo scrittore Langbehn sostenne che le arti riflettevano lo stato di salute della società, infine, l’architetto e storico dell’arte Paul Schultze-Naumburg, negli anni della Repubblica di Weimar, sintetizzò questo pensiero in un credo politico-culturale, sostenendo che nell’arte si stava...
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