Riassunto esame Economia Politica
Introduzione alla macroeconomia
La macroeconomia è la branca di studio del funzionamento del sistema economico. In particolare, si concentra su:
- Crescita di reddito e ricchezza
- Cambiamento nel livello dei prezzi
- Sottoccupazione delle risorse
I macroeconomisti cercano di capire il funzionamento dell'economia e di proporre politiche economiche per migliorarlo. Utilizzano diversi modelli per studiare vari problemi. I modelli partono da variabili esogene, iniziali, per arrivare a variabili endogene. Tra i temi più dibattuti vi sono l'inflazione, la persistenza della disoccupazione e politiche per ridurla, la crescita economica e le sue determinanti.
Esistono diverse scuole di pensiero che possiamo aggregare in due filoni:
- Neoclassici e monetaristi: sostengono l'idea di lasciare liberi i mercati
- Keynesiani (Blanchard): ritengono che l'intervento dello Stato sia importante per mantenere l'equilibrio
Capitolo 1 – Un viaggio intorno al mondo
Le scelte di politica economica vengono prese dai ministri delle Finanze e dai governatori delle banche centrali. Tra i principali fenomeni recenti, menzioniamo la crisi economica degli Stati Uniti, che ha coinvolto anche altri paesi ed ha determinato l’innalzamento del prezzo del petrolio. Tali fenomeni illustrano come i paesi siano dipendenti tra loro.
Crisi finanziaria del 2007-2008
Alla base della crisi finanziaria che ha colpito gli USA vi è il grave squilibrio dell’economia mondiale. Gli USA spendono molto di più di quanto producono mentre la Cina fa il contrario. Tuttavia, in un'economia chiusa, tutti questi flussi si compensano e il paese è in pareggio col resto del mondo. Questo si ottiene perché alcuni paesi spendono più di quanto producono indebitandosi nei confronti di quelli che risparmiano. I paesi che si indebitano riescono a convincere gli altri che pagheranno i debiti.
I cinesi, grazie alle loro esportazioni, accumulavano risparmi e li investivano in America e in Europa perché non avevano opportunità di investimento nel loro paese. La svalutazione della moneta, facilitando le esportazioni, aiuta a ridurre l’accumulo di debiti esteri e quindi a limitare la crescita economica e a livellare gli squilibri. Tuttavia, la separazione tra risparmio e investimento tra paesi non costituisce da sola la causa della crisi.
Dal 2007 a settembre 2008, le perdite delle banche americane ammontano a 500 miliardi di dollari ed equivalgono a una caduta del 3% dei prezzi delle azioni quotate in borsa. Tuttavia, questa perdita non può provocare una crisi tanto grave.
Liberalizzazione finanziaria
Fino agli anni ’70, le banche di investimento detenevano il monopolio dei titoli e le banche commerciali non potevano muoversi oltre i confini statali. Entrambe avevano scarsa concorrenza che rendeva i servizi delle banche molto costosi. Le banche erano anche di dimensioni molto piccole e quindi erano fragili ed esposte a shock negativi del luogo in cui operavano. Negli anni ’80 e ’90, il mercato finanziario fu aperto e le banche commerciali e di investimento poterono unirsi e oltrepassare i confini statali, grazie alla crescente rapidità e alla riduzione dei costi di comunicazione.
La liberalizzazione ebbe effetti positivi in quanto il mercato si concentrò eliminando le banche piccole che vennero assorbite dai colossi meno esposti ai rischi e più stabili, grazie anche alla tecnologia. Ciò portò a un’accelerazione della crescita a causa della frequenza e dell’entità delle fluttuazioni che si attenuarono e della liberalizzazione dei mercati finanziari. Gli investitori audaci comprarono aziende a debito e le smontarono per poi rivenderle, lasciando che il mercato le rimontasse in modo più efficiente. Le banche di investimento finanziarono aziende operanti attraverso internet.
Piramidi invertite
Ciò che determinò la crisi del 2008 è una regolamentazione assente o sbagliata, soprattutto in materia finanziaria (capitale sociale bancario). Da quando persero il monopolio del commercio dei titoli, le banche si misero a commerciare in proprio. Tali investimenti sono tanto più redditizi quanto è minore il capitale che deve essere impiegato per farlo (più elevata leva finanziaria). Ciò comporta di usare debiti e non capitale sociale, in quanto gli azionisti pretendono rendite elevate. Finché le cose vanno bene, si hanno rendimenti straordinari, ma quando vi è una perdita sull’investimento, la banca che non ha abbastanza capitale per assorbire tale perdita entra in crisi.
I rischi per le banche di investimento sono ancora più gravi perché non possono prendere a prestito liquidità dalla banca centrale. Tale esempio si diffuse sul mercato e anche altre istituzioni come le assicurazioni cominciarono ad esporsi a grandi rischi con poco capitale, tuttavia il mercato smise di crescere e le istituzioni si dimostrarono molto fragili. Quando il mercato immobiliare crollò, il valore dei mutui in cui avevano investito è sceso e hanno cominciato a perdere senza avere capitali sufficienti a farvi fronte.
La responsabilità è di chi ha concesso di correre rischi così elevati con un capitale tanto scarso, ossia la mancanza di regolamentazione. I mutui sub-prime: la metà delle obbligazioni americane consiste in mutui immobiliari, di cui circa la metà detenuti dalle istituzioni indebitate. I mutui sub-prime sono circa il 10% e sono stati concessi a famiglie che avevano una probabilità elevata di non riuscire a pagare le rate. Tali mutui sono stati venduti dalle banche ad altri investitori. La parte che è finita nei bilanci delle banche è risultata una perdita in quanto acquistati indebitandosi. Le banche sono fallite perché avevano un capitale insufficiente a coprirli.
Prospettive economiche degli Stati Uniti
Le variabili macroeconomiche sono la produzione (livello complessivo e tasso di crescita), la disoccupazione (e il proporzione tra lavoratori che non sono occupati e stanno cercando lavoro) e il tasso di inflazione (tasso a cui il prezzo medio dei beni nell’economia cresce nel tempo). L’ultimo decennio è stato uno dei migliori periodi economici, ma la crescita non è stata elevata in ogni singolo anno in quanto l’economia americana ha vissuto una breve recessione e negli ultimi anni ha rallentato.
Ciò è accaduto perché le famiglie americane sono state colpite da quattro shock economici avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro: l’aumento del prezzo del petrolio, la diminuzione del prezzo delle case, la caduta della borsa (meno valore investimenti in azioni) e la restituzione del credito che ha reso difficile e costoso indebitarsi. In pratica, la ricchezza delle famiglie è diminuita: in condizioni normali, i consumi di una famiglia ammontano al prodotto del tasso di interesse reale moltiplicato per il valore della ricchezza, quindi l’effetto è una riduzione dei consumi in condizioni di crisi. L’aumento del prezzo del petrolio si traduce in un maggior trasferimento di denaro ad altri paesi e quindi a una riduzione dei consumi. Se i paesi produttori di petrolio hanno una propensione al consumo più bassa, il totale dei consumi mondiale scende e si entra in recessione.
La politica economica americana ha reagito con una riduzione delle imposte e dei tassi di interesse senza successo, in quanto i consumi delle famiglie sono scesi. L’aumento del prezzo del petrolio ha anche aumentato l’inflazione. Le importazioni statunitensi hanno superato le esportazioni verso il resto del mondo (disavanzo commerciale). Quindi la spesa eccede il reddito e la differenza va presa a prestito dal resto del mondo. Finché i creditori sono disposti a concedere prestiti, si può continuare, tuttavia non è saggio farlo in quanto significa dover restituire più denaro e non averne disponibile in futuro. Dal momento che si arresta la volontà di concedere prestiti, il paese indebitato deve colmare in blocco il disavanzo finanziario trovandosi in crisi. I disavanzi pubblici portano a un accumulo di debito pubblico e si richiedono maggiori imposte in futuro. È necessario quindi una riduzione del debito pubblico e un aumento del tasso di risparmio privato in modo da assicurarsi una vecchiaia.
Paesi dell'Euro
Nel 1957, sei paesi europei decisero di formare un mercato comune in Europa, dove beni e persone potessero muoversi liberamente. Da allora altri 21 paesi hanno aderito. Tale gruppo, composto oggi da 27 paesi, si chiama Unione Europea e ha un notevole potere economico, in quanto la loro produzione complessiva supera quella degli USA. Tuttavia, la performance economica dei più importanti paesi dell’UE non è stata soddisfacente nell’ultimo decennio come quella degli USA, in quanto si ha avuta una bassa crescita di produzione accompagnata da una disoccupazione elevata. L’inflazione però è meno alta rispetto a quella USA. I problemi economici europei sono dunque la crescita del reddito pro capite, l’elevata disoccupazione e l’introduzione della moneta unica euro.
Domanda: Perché il reddito pro capite in Europa è diminuito relativamente agli Stati Uniti?
Consideriamo che il reddito pro capite indica il tasso di partecipazione alla forza lavoro, quante ore lavora ciascun lavoratore e la produttività oraria. Il reddito pro capite può scendere perché poche persone lavorano, perché chi lavora, lavora poche ore e perché chi lavora quando lavora produce poco. Dunque, in base al motivo del basso reddito pro capite bisogna potenziare una di queste tre cause.
Come ridurre la disoccupazione europea?
Negli anni ’70, si parlava di miracolo europeo della disoccupazione in quanto vi era un tasso molto basso, ma alla fine del decennio il tasso iniziò a salire superando quello degli Stati Uniti. I politici sostengono che la politica monetaria seguita dalla BCE ha mantenuto tassi di interessi troppo alti, provocando calo della domanda e disoccupazione. Il rimedio sarebbe ridurre i tassi di interesse. Gli economisti credono che le istituzioni del mercato del lavoro siano il problema, in quanto una politica economica restrittiva non può mantenere una disoccupazione così elevata per troppo tempo come sta accadendo, quindi vi è un intoppo altrove.
Altri economisti pensano che il problema principale sia l’elevata protezione che i paesi europei accordano ai lavoratori, tutelandoli e rendendo costoso per le imprese il licenziamento, provocando un disincentivo ad assumere. Inoltre, vi è un livello troppo alto di sussidi riducendo l’incentivo a cercare lavoro. Il rimedio consiste nel rimuovere le rigidità del mercato del lavoro. Tuttavia, la disoccupazione è elevata nei quattro maggiori paesi dell’Europa, rivolgendo il problema al modo in cui viene effettuata la protezione ai lavoratori.
Cosa ha fatto l’euro all’Europa?
Nel 1999, l’UE ha iniziato il processo di conversione delle monete nell’euro. Non tutti hanno aderito, ma possono farlo in futuro. La transizione è avvenuta in fasi successive, fissando prima il valore da attribuire alla moneta nazionale. Per un periodo, i prezzi erano quotati in entrambe le valute, ma l’euro non era ancora circolante fino al 1 gennaio 2002. I sostenitori dell’euro sottolineano l’importanza simbolica di unione dopo un passato di guerre i vantaggi economici che consistono in nessuna variazione dei tassi di cambio, nessuna necessità di cambiare moneta per viaggiare e la creazione di una potenza economica. Altri ritengono che il valore simbolico dell’euro può portare a costi economici: moneta comune significa politica monetaria comune e quindi stesso tasso di interesse per tutti i paesi della Eurozona. Ciò significa non poter intervenire su fasi di recessione o espansione.
Cina
La Cina è uno dei maggiori economici mondiali, con una popolazione enorme, ma il suo output è basso e il suo Pil anche rispetto ad altri paesi. È tuttavia un paese povero dove il tasso di cambio permette un potere d’acquisto maggiore in Cina piuttosto che in altri paesi. Per quanto riguarda il tenore di vita, bisogna tenere conto delle misure in parità di poteri d’acquisto, che è molto inferiore rispetto a quello di altri paesi ricchi, ma è molto maggiore rispetto ai dati suggeriti dal Pil pro capite.
La Cina è cresciuta molto rapidamente in 2 decenni. Tale crescita deriva da una rapidissima accumulazione di capitale e dal rapido progresso tecnologico, incoraggiando le imprese a investire e a unirsi con imprese estere, imparando nuove tecniche. Vi è una pianificazione centralizzata dell’economia di mercato e una transazione più lenta che ha stabilizzato la situazione e una stabilità politica consolidata nel tempo che ha favorito la transazione economica tramite stretto controllo e miglior protezione dei diritti di proprietà, incentivando gli investimenti.
Gli squilibri dell’economia cinese legati alla crescita si avvertano fra le province collocate lungo la costa e quelle interne, fra i lavoratori con diversa qualifica, fra settori e inoltre la protezione sociale assicurata dal partito comunista è scomparsa e il saldo delle partite correnti continua ad essere squilibrato (risparmio prima che investimento). La crescita punta sulle esportazioni dei beni manifatturieri e ha sviluppato l’industria a discapito dei servizi come la sanità e l’assenza di assistenza pubblica. La Cina non ha debito pubblico, avendo la possibilità di far crescere la spesa pubblica per finanziare tali servizi, ma tuttavia, non è ancora successo un potenziamento di tali servizi. La spesa interna cinese potrebbe rappresentare un nuovo motore economico mondiale a fronte della recessione.
Guardando avanti
L’India è un paese povero e grande che cresce molto velocemente. Il Giappone aveva una crescita economica che nell’ultimo decennio è scemata tramite crolli di borsa e stagnazione. L’America Latina ha ridotto l’inflazione, ma vi è squilibrio tra i paesi stessi del continente, vi è stato il crollo del tasso di cambio e una grave crisi bancaria che ha causato un calo della produzione. L’Europa centrale e orientale è passata dalla pianificazione centralizzata al sistema di mercato, ma non vi è stato aumento della produzione. L’Africa era in stagnazione, ma ora cresce.
Capitolo 2 – Un viaggio attraverso il libro
1. La produzione aggregata
Aggregare come sinonimo di totale. Finita la II Guerra Mondiale, gli Stati iniziarono ad utilizzare un sistema di contabilità nazionale, che fornisce una descrizione quantitativa dell’attività economica statale o di una sua circoscrizione territoriale, come una sua regione.
Tale sistema definisce i concetti utilizzati (produzione aggregata) e poi le variabili per misurarli (PIL). Le variabili economiche sono: PIL, tasso di disoccupazione, tasso di inflazione.
1.1 Il PIL: Produzione e reddito
Il PIL, prodotto interno lordo, è la misura della produzione aggregata nella contabilità nazionale. Dal lato della produzione: il PIL è il valore mercato dei beni finali, nuovi, prodotti all'interno dell'economia in un dato periodo di tempo. Quindi sono i beni e servizi finali prodotti all'interno dei confini nazionali (anche se la ditta è straniera) in un dato periodo.
- Beni usati: no; scorte di magazzino: sì; beni intermedi: no.
- I beni scambiati nell'economia illegale? La transazione economica non viene contabilizzata e sfugge al sistema di contabilità nazionale. Dal settembre 2014, su indicazione Eurostat, vengono contabilizzate alcune forme di economia criminale (traffico di sostanze stupefacenti, prostituzione, contrabbando di sigarette e alcool).
- Il PNL, prodotto nazionale lordo, sono i beni e servizi prodotti da fattori di produzione nazionali, pertanto può essere calcolato come PIL + redditi esteri dei residenti - redditi interni dei non residenti.
2. Il PIL è la somma del valore aggiunto nell'economia in un dato periodo di tempo
Il valore aggiunto è un valore aggiunto da uno stadio produttivo alla produzione finale, pertanto è pari al valore del prodotto finale meno il valore dei beni intermedi utilizzati per produrlo.
Dal lato del reddito:
Il PIL è la somma dei redditi dell’economia in un dato periodo di tempo.
3. PIL nominale e PIL reale
Il PIL nominale o a prezzi correnti, è il valore totale dei beni e servizi finali prodotti nell'anno t valutati al loro prezzo corrente (all'interno dei confini nazionali). La variazione del PIL nominale può essere dovuta sia alla variazione delle quantità prodotte di beni e servizi, sia alla variazione dei prezzi. Ciò crea un po’ di confusione in quanto non si capisce se la variazione è dovuta alla variazione della quantità o dei prezzi. Se il nostro obiettivo è misurare la produzione e le sue variazioni nel tempo, dobbiamo eliminare l'effetto dell'aumento dei prezzi (inflazione) dalla nostra misura del PIL. A questo scopo si utilizza il PIL reale.
Il PIL reale o a prezzi costanti, è il valore totale dei beni e servizi finali prodotti nell'anno t valutati a prezzi costanti (invece che correnti). Definito anche PIL a prezzi dell'anno base o aggiustato per l'inflazione o in termini di beni. Pertanto, per il calcolo, utilizzo i prezzi di un anno di riferimento, detto anno base.
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