3.2. Titolarità
Questo paragrafo si concentra su come le tutele costituzionali del lavoro non siano uguali per tutti, ma
tengano conto delle condizioni di maggiore fragilità di alcune categorie di persone, che hanno quindi
bisogno di una protezione speciale.
Le categorie principali menzionate sono:
* Lavoratori dipendenti e autonomi "deboli": Le tutele nascono dalla consapevolezza che chi
offre il proprio lavoro (specie se subordinato) è in una posizione di svantaggio contrattuale rispetto al
datore di lavoro. Per questo, sono state estese anche ad alcuni lavoratori autonomi che si trovano in
una situazione simile.
* Donne Lavoratrici e Maternità: L'articolo 37 della Costituzione garantisce parità di diritti e
retribuzione a parità di lavoro tra uomo e donna, in linea con il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.).
In passato, una parte della Costituzione (che riconosce alla donna la sua "essenziale funzione
familiare") era stata interpretata in modo restrittivo, precludendo alle donne alcuni lavori (es.
notturno) o limitandone il ruolo. Oggi, queste interpretazioni sono superate: l'obiettivo è rimuovere le
disuguaglianze di genere nel lavoro e garantire che la maternità non diventi un ostacolo alla
realizzazione professionale della donna. La Corte Costituzionale ha infatti promosso misure di
protezione per la maternità e ha esteso i permessi genitoriali anche ai padri, eliminando preclusioni
basate sul sesso. La parità di retribuzione e le tutele contro la discriminazione di genere sono anche
fortemente influenzate dalla normativa dell'Unione Europea, che ha introdotto direttive specifiche
(come la Direttiva CE n. 54/2006).
* Lavoro Minorile: I minori hanno tutele specifiche, come un'età minima per lavorare (15 anni,
tranne che nel pubblico impiego dove è la maggiore età) e la garanzia di parità di retribuzione a parità
di lavoro.
* Persone Disabili: Per le persone con disabilità, l'obiettivo principale è la piena inclusione nel
mondo del lavoro e nella società in generale, andando oltre il solo "contributo" che possono dare
all'azienda. Si riconosce che i problemi delle persone disabili sono un problema sociale e umano, non
solo individuale.
* Non Cittadini (Stranieri): Lo Stato può decidere le condizioni di accesso al proprio territorio per i
lavoratori stranieri. Però, una volta che uno straniero è ammesso al lavoro in Italia, deve essergli
garantito lo stesso trattamento dei lavoratori italiani. Sono considerati problematici gli oneri
aggiuntivi per i datori di lavoro che assumono stranieri (es. spese di alloggio o rimpatrio), perché
creano una barriera all'accesso al lavoro. Oggi, i lavori che richiedono la cittadinanza italiana (e poi
europea) sono molto pochi (es. Forze Armate).
* Persone Recluse (Detenuti): Il lavoro in carcere è considerato un elemento essenziale per la
rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto. Nonostante questo, ci sono spesso problemi
nell'applicare concretamente i diritti dei detenuti lavoratori (es. ferie, retribuzione equa, riposi), anche
se la Corte Costituzionale ha più volte richiamato l'importanza di garantire questi diritti. La Corte ha
stabilito che una retribuzione troppo bassa per il lavoro in carcere è "diseducativa e controproducente"
e ha ribadito il diritto alle ferie anche per i detenuti. Un problema è la magistratura di sorveglianza,
che ha competenza su queste questioni. La Corte Costituzionale ha evidenziato che la procedura
seguita (meno garantista e trasparente rispetto a quella del diritto del lavoro ordinario) rende più
difficile per i detenuti far valere i propri diritti lavorativi.
3.3. Limiti e ulteriore disciplina
Quando si parla di diritto al lavoro, è importante capire che non è un diritto assoluto e illimitato.
Esistono delle barriere all'accesso al lavoro, che possono essere di due tipi principali:
Le barriere legali (de iure) sono quelle stabilite dalla legge, come la richiesta di una specifica
cittadinanza (anche se oggi è molto raro, come visto prima) o il raggiungimento di un'età minima per
poter lavorare.
Accanto a queste, ci sono le barriere di fatto (de facto), che dipendono dalle caratteristiche intrinseche
delle mansioni. Ad esempio, per svolgere certi lavori sono richieste competenze specifiche o
determinate abilità fisiche e mentali che non tutti possiedono.
Un aspetto cruciale che ha ridefinito il diritto al lavoro è la profonda trasformazione del mondo del
lavoro stesso. Con la deindustrializzazione e la diffusione di nuove attività economiche, abbiamo
assistito a una crescita della precarizzazione dei rapporti di lavoro. Questo significa che il tradizionale
modello di lavoro a tempo pieno e indeterminato, che era tipico dell'era industriale (il cosiddetto
modello fordista, da Henry Ford), sta progressivamente scomparendo.
In questo nuovo scenario, sono nate molte nuove tipologie di contratti e forme di lavoro non standard.
Purtroppo, a volte, queste nuove forme – che sulla carta possono apparire come lavoro autonomo –
nascondono in realtà prestazioni che sono sostanzialmente di tipo subordinato. Questo crea una zona
grigia dove le tutele classiche del diritto del lavoro, nate proprio per proteggere il lavoratore
subordinato, faticano ad applicarsi.
È importante sottolineare che questa evoluzione non è tanto il risultato di un prevalere della libera
iniziativa economica sulla tutela del lavoro, quanto piuttosto la conseguenza di un cambiamento
radicale nel modello di produzione. Il diritto del lavoro "classico" era stato costruito attorno all'idea
della "subordinazione", ma ora questa nozione è messa in discussione dalla complessità delle nuove
dinamiche occupazionali.
4. Il diritto alla salute
4.1. Oggetto
Il diritto alla salute è un pilastro fondamentale della nostra Costituzione, riconosciuto esplicitamente
nell'articolo 32. Quando fu discusso in Assemblea Costituente, si stabilì che lo Stato ha il dovere di
assicurare cure gratuite a chi, trovandosi in stato di bisogno, non può permettersele autonomamente.
Questo diritto è stato interpretato come una norma "complessa", che unisce le caratteristiche dei diritti
sociali (cioè quelli che richiedono un'azione dello Stato per essere garantiti, come le cure mediche)
con quelle dei diritti di libertà (come la libertà di scegliere se curarsi o meno).
Dopo la riforma costituzionale del 2001, la tutela della salute è diventata una competenza concorrente
tra Stato e Regioni: lo Stato definisce i principi generali e i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA),
ovvero le prestazioni sanitarie minime che devono essere garantite gratuitamente a tutti i cittadini su
tutto il territorio nazionale. La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il diritto a essere curati
efficacemente e nel rispetto della propria integrità fisica e psichica deve essere assicurato a tutti, in
modo uguale, in ogni parte del Paese.
Nel corso degli anni, la giurisprudenza costituzionale ha plasmato il significato di questo diritto.
Inizialmente, negli anni '80, era visto come un diritto "relativo", cioè un diritto ad accedere alle cure
del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nei limiti e alle condizioni stabilite dalla legge.
Successivamente, però, l'orientamento è diventato molto più forte, configurando la salute come un
diritto "primario e fondamentale" a ottenere le prestazioni essenziali, indipendentemente dalle scelte
legislative o amministrative che potrebbero limitarle. La Corte ha riconosciuto la salute non solo come
un interesse della collettività, ma "soprattutto come diritto fondamentale e assoluto dell'individuo,
pienamente valido anche nei rapporti tra privati". Questa evoluzione ha rafforzato il dovere
dell'autorità pubblica di garantire prestazioni e rimborsi che siano al passo con lo sviluppo della
medicina e della tecnologia, includendo persino forme di sperimentazione medica.
Anche di fronte alla necessità di bilanciare il diritto alla salute con gli equilibri finanziari dello Stato
(un tema emerso con forza durante la crisi dello Stato sociale tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei
'90), la Corte Costituzionale è stata chiara: non si può comprimere il nucleo essenziale del diritto alla
salute, che deve essere sempre garantito in modo pieno ed effettivo. Questo nucleo è strettamente
legato alla dignità inviolabile della persona umana. Per assicurare questa tutela piena, la legge prevede
anche forme di assistenza indiretta (ad esempio, rimborsi per cure private) quando le strutture
pubbliche non riescono a garantire un intervento tempestivo e necessario.
La tutela della salute va oltre la semplice cura e include la prevenzione, sia fisica che mentale,
promuovendo stili di vita sani e intervenendo prima che sorgano le necessità sanitarie. La Corte
Costituzionale ha costantemente ampliato il concetto di "nucleo irriducibile" del diritto alla salute,
sottolineando che non devono esistere situazioni prive di tutela che possano pregiudicare questo
diritto.
Il diritto alla salute ha anche una dimensione collettiva, come esplicitamente affermato dall'articolo 32
della Costituzione. Questo aspetto è diventato particolarmente rilevante, ad esempio, nel dibattito sui
vaccini. La Corte Costituzionale ha sempre affermato la necessità di trovare un equilibrio tra il diritto
alla salute del singolo (incluso il suo diritto di scegliere le cure) e il diritto reciproco degli altri e
l'interesse della collettività. Nel caso delle vaccinazioni obbligatorie, si aggiunge anche l'interesse del
bambino, che deve essere tutelato anche nei confronti dei genitori. Basandosi su questo principio di
bilanciamento, la Corte ha ritenuto legittimo imporre trattamenti sanitari (come i vaccini) non solo per
il beneficio del singolo, ma anche per proteggere la salute altrui, specialmente quando la semplice
persuasione non è efficace. Il legislatore ha un certo margine di discrezionalità nello scegliere come
prevenire le malattie infettive (sensibilizzazione, informazione, obbligo), ma deve sempre garantire
gratuitamente i vaccini previsti nei LEA. La pandemia da Covid-19 ha visto un'ulteriore evoluzione,
con l'introduzione dell'obbligo vaccinale per diverse categorie professionali e fasce d'età, un obbligo
che è stato ritenuto ragionevole e proporzionato dalla giurisprudenza.
Il diritto alla salute si esprime anche come libertà di cura, ovvero la possibilità per la persona di
scegliere autonomamente le terapie o di rifiutarle, nel rispetto delle evidenze scientifiche (soprattutto
per i minori, dove la scelta dei genitori deve considerare la scienza). Questo concetto è strettamente
legato alla relazione medico-paziente e al consenso informato: nessun medico può intervenire senza il
consenso dell'interessato, salvo il caso eccezionale del trattamento sanitario obbligatorio previsto dalla
legge.
Di recente, in assenza di una legge sull'eutanasia o il suicidio assistito, si è posto il problema della
libertà di interrompere le cure, un confine delicato con il diritto di lasciarsi morire. La legge sul
cosiddetto "fine vita" o "testamento biologico" permette di esprimere in anticipo le proprie volontà sui
trattamenti sanitari. La vicenda del "caso Cappato" (riguardante l'aiuto al suicidio di una persona
impedita fisicamente) ha portato la Corte Costituzionale a intervenire, stabilendo che non è punibile
chi agevola il suicidio di una persona in determinate condizioni (malattia irreversibile con sofferenze
intollerabili, tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, pienamente capace di decidere), a patto
che le condizioni siano verificate da una struttura pubblica del SSN e con il parere di un comitato
etico.
Il diritto alla salute include anche il delicato tema dell'interruzione volontaria di gravidanza (IVG),
che la legge consente come espressione della procreazione consapevole e responsabile, entro certi
limiti temporali e in presenza di seri pericoli per la salute fisica o psichica della donna. Tuttavia,
l'applicazione pratica di questa legge è spesso ostacolata dal massiccio ricorso all'obiezione di
coscienza da parte del personale medico.
Anche la procreazione medicalmente assistita (PMA) rientra nel diritto alla salute, pensata per
risolvere problemi di sterilità o infertilità. La Corte Costituzionale ha contribuito a modificare la
legge, superando divieti iniziali come quello della fecondazione eterologa, della diagnosi preimpianto
e del limite di embrioni. Ha mantenuto, invece, il requisito della diversità di sesso della coppia e il
divieto (sanzionato penalmente) della maternità surrogata, considerata una pratica che offende
gravemente la dignità della donna.
Infine, sebbene non fosse esplicito nella Costituzione originale, si è progressivamente affermato il
diritto alla salute in relazione alla salubrità dell'ambiente. L'ambiente è ora visto come un valore che la
Costituzione garantisce (tramite gli articoli 9 e 32), e le sue norme devono essere interpretate in
chiave moderna per tutelare la salute pubblica.
4.2. Titolarità
Il diritto alla salute, così come lo conosciamo in Italia, ha un campo d'applicazione molto ampio. La
Costituzione garantisce espressamente la gratuità delle cure agli indigenti, ovvero a chi non ha mezzi
economici, per concretizzare il principio di uguaglianza sostanziale: l'idea che tutti debbano avere le
stesse opportunità e dignità, a prescindere dalle loro condizioni economiche.
Dato che la salute è un diritto "fondamentale", con un "nucleo irriducibile" che il legislatore non può
comprimere, l'assistenza sanitaria è assicurata a chiunque, almeno per le prestazioni essenziali. Questo
avviene attraverso il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), finanziato dalle tasse generali. C'è una certa
condivisione dei costi (compartecipazione) da parte del cittadino, ma il principio di fondo è che la
salute è un bene primario accessibile a tutti.
Non sono ammesse differenze nell'accesso alle cure basate sulla cittadinanza o sulle modalità di
ingresso e soggiorno nel paese. Questo significa che, pur potendo il legislatore prevedere diverse
modalità di accesso, la garanzia del diritto alla salute vale per tutti.
Per quanto riguarda i cittadini di Stati non appartenenti all'Unione Europea, l'accesso alle prestazioni
sanitarie è legato all'iscrizione al SSN. Questa iscrizione è obbligatoria per alcune categorie di
stranieri (come i titolari di permesso di soggiorno per lavoro, famiglia, asilo) e si estende anche ai loro
familiari. Se, invece, il titolo di soggiorno non è regolare, l'accesso alle cure è più limitato, circoscritto
solo alle prestazioni urgenti ed essenziali, quelle cioè che non possono essere rimandate senza mettere
in pericolo la vita o la salute della persona. È importante sottolineare che, anche in caso di presenza
non regolare sul territorio, se lo straniero non è in grado di pagare le prestazioni urgenti ed essenziali,
queste gli vengono fornite senza oneri. La Corte Costituzionale ha anche riconosciuto che la necessità
di cure urgenti può essere un motivo valido per contestare un eventuale decreto di espulsione.
La tutela della salute è garantita anche a chi si trova in stato di privazione della libertà personale, cioè
i detenuti. Essi hanno un vero e proprio "diritto a prestazioni sanitarie" simili a quelle garantite ai
cittadini liberi, e sono esonerati dalle spese sanitarie, indipendentemente dalla loro situazione
economica. Ci sono anche specifiche previsioni per la gravidanza, la maternità e l'assistenza pediatrica
per i bambini che le donne detenute possono tenere in carcere. Anche per i detenuti vale il principio
della libertà di rifiutare cure o trattamenti sanitari, un residuo di autonomia che si limita solo se la loro
scelta rischia di compromettere la salute della comunità carceraria. La salute del detenuto è così
importante che situazioni di incompatibilità con la detenzione possono portare al rinvio della pena,
come emerso con forza durante la pandemia da Covid-19. Nonostante queste chiare affermazioni di
principio, nella pratica si riscontrano ancora delle difficoltà nell'effettiva fruizione delle cure da parte
dei detenuti, anche perché il trasferimento delle funzioni della medicina penitenziaria al SSN non è
stato ancora completamente realizzato.
4.3. Limiti e ulteriore disciplina
Sebbene la salute sia riconosciuta come un diritto "fondamentale", la sua erogazione non è priva di
limiti. Questi limiti emergono principalmente per due ragioni: le esigenze organizzative del sistema
sanitario e la necessità di contenere la spesa pubblica.
La Corte Costituzionale è intervenuta in modo significativo su questo tema, stabilendo un principio
chiave: pur riconoscendo che lo Stato ha la libertà di fare scelte organizzative che tengano conto degli
equilibri economico-finanziari, non sono ammissibili disposizioni che, nel tentativo di ridurre la spesa
pubblica, non garantiscano un livello minimo di prestazioni. In altre parole, l'obiettivo del risparmio
non può mai compromettere il nucleo essenziale del diritto alla salute.
È compito del legislatore predisporre gli strumenti necessari per la realizzazione e l'attuazione dei
Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Questi LEA sono le prestazioni sanitarie minime che devono
essere garantite a tutti, in modo che il diritto alla salute non rimanga solo una bella dichiarazione sulla
carta, ma abbia un contenuto concreto e reale. La Corte ha ribadito un concetto fondamentale: "È la
garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a poterne
condizionarne la
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