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“NUOVE PROSPETTIVE”

In tempi recenti l'antropologia ha mutato il proprio approccio alla parentela,

spostando l'attenzione dalla struttura delle relazioni determinate dalla

discendenza e dall’alleanza matrimoniale alle forme di relazione costruite dagli

individui al di fuori di queste istituzioni. I cambiamenti nella società occidentale

hanno reso evidente come le persone possano costruire reti relazionali

indipendenti dai vincoli biologici o istituzionali, orientando gli antropologi a

osservare altri contesti culturali. Un esempio significativo è offerto dagli Iñupiat

dell’Alaska, per i quali i legami derivanti dalla procreazione non hanno una

forza morale dominante, mentre sono fondamentali i legami basati sulla

collaborazione. In queste società la biologia non è determinante come in

contesti occidentali o musulmani. Distorsioni giuridiche, come quelle osservate

tra i nativi nordamericani, hanno mostrato l’impatto devastante di una

concezione occidentale della parentela, fondata sulla discendenza paterna. Gli

Iñupiat, pur riconoscendo matrimonio, adozione e prole, attribuiscono maggiore

importanza ad altre forme di relazione, considerate centrali per la vita sociale

della loro comunità.

PARTE SETTIMA

ESPERIENZA RELIGIOSA E PRATICA RITUALE

CAPITOLO 1

“CONCETTI E CULTI”

“COS’È LA RELIGIONE?”

L’idea comune di religione appare scontata per noi, associata a credenze

basate su dogmi, riti, divinità e luoghi specifici come chiese o templi, coordinati

da specialisti del culto. Tuttavia, un’indagine etnografica mostra che molte

popolazioni non possiedono dogmi, divinità definite o luoghi sacri, ma

elaborano comunque concetti di vita dopo la morte, soffio vitale del corpo e

forze invisibili da invocare o evitare. Tylor (1871) evidenziava che la religione

non può essere ridotta all’idea europea: considerarla così escluderebbe gran

parte dell’umanità. Alcuni studiosi hanno sottolineato che la religione, come

essenza universale, è insostenibile, poiché il concetto di “vero” e l’autorità che

lo produce sono relativi e variano storicamente e culturalmente (Asad 1993).

Nonostante ciò, è possibile cogliere un aspetto unitario della religione

spostando l’attenzione dagli elementi formali (riti, divinità, gerarchie) a quelli

motivazionali, cioè ciò che spinge gli uomini a credere e agire secondo

determinate verità ultime. In generale, la religione può essere definita come un

insieme coerente di pratiche (riti, precetti) e rappresentazioni (credenze) che

riguardano i fini ultimi di una società, garantiti da una forza superiore. Essa

possiede due dimensioni principali: quella del significato, relativa ai valori e alle

preoccupazioni estreme di una comunità, e quella del potere, cioè l’autorità di

sanzionare tali valori tramite enti soprannaturali o loro rappresentanti umani.

La religione svolge quindi una funzione duplice: normativa, controllando chi non

si adegua ai principi morali, ed integrativa, proteggendo gli individui dalle ansie

e insicurezze della vita personale e collettiva. Essa esprime in molti casi la

cultura di un popolo, ma i valori religiosi non coincidono necessariamente con

quelli condivisi socialmente. La religione si distingue dalle altre attività

intellettuali per il suo impegno verso realtà ultime e non per distacco analitico

o creazione artistica (Geertz 1998).

Queste funzioni si concretizzano tramite simboli, riti e miti: i simboli veicolano

concetti, i riti rappresentano e mettono in scena tali concetti, mentre i miti

organizzano simboli e concetti in racconti coerenti, fornendo significato e

legittimazione all’esperienza religiosa.

“ALCUNE NOZIONI ANTROPOLOGICHE RELATIVE ALLA

RELIGIONE”

Esistono diversi termini e nozioni che sono specifici dello studio antropologico

della religione. Qui di seguito analizziamo i più importanti.

I culti individuali

I culti individuali consistono in pratiche religiose compiute da un singolo

individuo, come preghiere, offerte, invocazioni o recitazioni di formule, ma

sempre entro un insieme di rappresentazioni religiose condivise culturalmente

e socialmente. Esempi includono l’indiano nordamericano che invoca il proprio

spirito guardiano per ricevere aiuto nella caccia al bisonte, oppure il cristiano

che si rivolge a Maria per sostegno e conforto in momenti difficili. In entrambi i

casi, l’azione personale si inserisce in un quadro simbolico e normativo

collettivamente riconosciuto.

I culti sciamanici

I culti sciamanici sono tipici di società in cui il contatto con le potenze invisibili

è mediato da una figura speciale, lo sciamano, uomo o donna. La parola

shamap,

“sciamano” deriva dal termine tunguso che indicava persone con un

ruolo particolare nella vita religiosa e rituale della comunità, capaci di visioni

del mondo soprannaturale e spesso dotate del potere di curare malattie. Il

termine è stato esteso a tutti coloro che possiedono facoltà analoghe.

Lo sciamano è un individuo comune nella vita quotidiana, ma che assume la

sua funzione religiosa solo in particolari occasioni. Le pratiche sciamaniche

possono includere musica e sostanze psicotrope per indurre stati allucinatori.

Ciò che distingue lo sciamano da un semplice guaritore è la capacità di entrare

in trance, contattare poteri sovrannaturali e ottenere rivelazioni o conoscenze

da usare per curare pazienti o prevedere eventi.

Lo sciamanismo classico si riscontra ancora oggi in Siberia, nelle regioni artiche

e himalayane, ma figure analoghe sono diffuse anche tra le popolazioni

indigene del Sudamerica, i nativi nordamericani (“uomini-medicina”), e in varie

aree di Africa, Asia, Oceania ed Europa.

Possessione

Il termine possessione indica l’idea, presente in molte culture ma con

manifestazioni diverse, che spiriti di defunti, divinità, eroi, animali o forze

sovrannaturali possano impossessarsi di individui, parlando e agendo

attraverso di loro. La possessione può avere funzioni religiose, sociali, politiche,

psicoterapeutiche, comunicative o estetiche, e può essere interpretata come

espressione di disuguaglianze sociali o come strumento di potere e controllo.

Talvolta coincide con la trance, uno stato di alterazione momentanea della

coscienza, e può assumere forme rituali, teatrali o divine.

Queste manifestazioni coinvolgono spesso soggetti predisposti, non

necessariamente patologici, che mostrano movimenti sussultori, perdita della

percezione del tempo e dello spazio, e insensibilità al dolore. Il corpo diventa

“ricettacolo” dello spirito che li possiede, e tali soggetti generalmente

appartengono ad associazioni devote a particolari spiriti o divinità.

Esempi famosi includono i culti vudu di Haiti, la credenza nel morso della

tarantola nel Salento fino agli anni ’50, e manifestazioni tra le popolazioni

etiopiche di Gondar negli anni ’30.

Esistono anche forme istituzionalizzate di possessione, in cui individui con

identità sociali specifiche, come donne o servitori, compiono atti approvati

dalla comunità. Tra i Bijagò della Guinea-Bissau, donne possedute dagli spiriti di

giovani defunti completano il rito di passaggio all’età adulta per gli antenati,

consolidando la propria funzione sociale e di fertilità. Nei Sakalava del

Madagascar, i re defunti comunicano tramite individui subalterni per guidare le

famiglie aristocratiche nelle decisioni politiche, mediazione effettuata

attraverso sacerdoti-indovini.

In sintesi, la possessione può essere sia un fenomeno individuale sia collettivo,

con funzioni religiose, sociali e politiche, spesso strettamente integrate nelle

strutture culturali delle società in cui si manifesta.

Mana

Il termine mana, così come è stato interpretato da missionari e antropologi

operanti in Melanesia, Micronesia e Polinesia, è stato concepito come una

sostanza o forza invisibile che gli uomini cercano di ottenere da antenati,

spiriti o dèi. Ad esempio, quando un polinesiano rivolgeva a un antenato

l’espressione “mana per me”, questa veniva tradotta come “dammi il mana”,

indicando il desiderio di ricevere efficacia o potere soprannaturale.

Nelle lingue dell’Oceania, mana può anche funzionare come verbo, il cui

significato include “essere efficace, vero, completo, forte”, riflettendo l’idea che

tale efficacia derivi da una benedizione o protezione soprannaturale.

Inoltre, il termine poteva essere usato come verbo transitivo, per indicare l’atto

di “manaizzare” un oggetto o un’azione: ad esempio, rendere più efficace una

formula magica, un campo coltivato o una lancia tramite l’infusione di questa

forza invisibile.

In sostanza, il mana non è solo una qualità astratta, ma una forza operativa

che può essere trasmessa, accumulata o attivata su persone, oggetti o

pratiche.

I culti comunitari

I culti comunitari comprendono tutte le pratiche religiose in cui gruppi di

individui si riuniscono temporaneamente per svolgere rituali, senza che vi sia

continuità permanente delle funzioni cultuali. La partecipazione può basarsi su

età, sesso, funzione, rango o volontà individuale. Questi gruppi possono

avvalersi di sciamani, musicisti, danzatori o altri specialisti.

Spesso tali culti hanno fini terapeutici, come nelle confraternite mistiche

musulmane del Nordafrica, per esempio gli Hamadsha. Altri esempi includono

culti organizzati per classi d’età o società segrete, oppure secondo il

rango, come i cavalieri degli ordini storici o le confraternite mediterranee,

dove le funzioni cerimoniali seguono differenze di classe o censo.

Infine, esistono culti comunitari con partecipazione basata sul genere, come

certi culti femminili dedicati a santi o sante, diffusi in Europa mediterranea,

America Latina e aree musulmane.

Il totemismo

Il culto totemico è un tipo particolare di culto comunitario, un tempo

totem

considerato la forma più primitiva di religione. Il termine deriva

ototeman,

dall’espressione nativa che significa “fa parte della mia parentela”.

Questa parola veniva associata anche a specie animali o vegetali che

portavano lo stesso nome del gruppo (spesso un clan esogamico), portando i

primi antropologi a interpretare il totemismo come una forma religiosa fondata

sul culto dell’antenato eponimo e sul rispetto rituale di ciò che ne condivide il

nome.

Tuttavia, studi successivi, tra cui quelli di Claude Lévi-Strauss (1962), hanno

evidenziato che

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Delfyfefe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e della famiglia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Parisi Rosa.
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