Virginia Grassi
METODI E TECNICHE DI
CONDUZIONE DEI GRUPPI
Gruppo CE-LAT
ANNO 2024/2025
1 Virginia Grassi
INTRODUZIONE E PREMESSE TRASVERSALI
Ognuno di noi ha esperienze di gruppo durante il corso della propria vita, all’interno dei quali si
hanno tipi di situazioni e percezioni eterogenee, sia gli uni rispetto agli altri gruppi, sia
all’interno dei gruppi stessi. Tuttavia, siamo immersi in una cultura che promuove gli aspetti
individualistici, una cultura che Bauman definisce “liquida”, senza appigli. Ma allora come si può
parlare di un “noi”?
Noi nasciamo calati in un contesto gruppale e la nostra identità si definisce addirittura grazie
alle varie appartenenze che abbiamo.
ILLUSIONI E DISILLUSIONI SUI GRUPPI
L’ambivalenza rispetto ai gruppi è un concetto analogo all’ ambivalenza freudiana, ossia una
dimensione di conflitto intrapsichico. In realtà Freud è anche il primo ad averla intesa nei
termini di gruppo. In questo senso:
l’ambivalenza è una dimensione di fondo in cui coesistono simultaneamente
dimensioni e desideri contrastanti.
Di fronte ad un oggetto, ci si sente contemporaneamente attratti e respingenti.
L’essere umano è di base progettato ad essere un animale sociale, pertanto ha come bisogno
primario e desiderio il senso di appartenenza, ripudiando l’esclusione. La persona è, infatti,
relazionale, perché è capace di mettersi in relazione in maniera del tutto spontanea.
Contemporaneamente, però, nello stesso spazio di vita e di tempo, l’essere umano è
progettato per marcare la propria soggettività e unicità.
Questo è un aspetto ampiamente sottovalutato, perché c’è il meccanismo di difesa (inconscio)
della via di coerenza, con cui si risolve inconsapevolmente l’ambivalenza.
In realtà, rispetto all’appartenenza ai gruppi, l’ambivalenza è molto preziosa e diventa
fondamentale quando si è nella posizione di conduzione di gruppi, altrimenti si viene schiacciati
da persone oppositive. Non a caso, uno dei primi compiti della conduzione è la possibilità di
accogliere l’ambivalenza, evitando di liquidarla velocemente.
I possibili rischi di estremizzazione, in cui non si accoglie l’ambivalenza, sono:
• L’illusione: una visione idealizzata del gruppo, che non tiene conto delle sue fatiche e crede
che il gruppo protegga. Il rischio è che alla prima fatica si vada in contro a un’enorme
delusione derivante dall’eccessiva fascinazione della dimensione gruppale.
• La disillusione: una visione diffidente e sfiduciata del gruppo, visto come un pericolo per la
propria unicità. Il rischio è quello di cadere in una partecipazione formale, nell’essere
strumentali.
IL PARADOSSO DEL GRUPPO- I PORCOSPINI DI SCHOPENHAUER
“
Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata di inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, con il
calore reciproco, da rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li
costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a
star insieme, si ripeté quell’altro malanno; do modo che venivano sballottati avanti e indietro tra i due
mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore
posizione.”
Con l’aneddoto dei porcospini, il filosofo sintetizza, attraverso una narrazione, la fatica di
trovare la propria distanza, ossia la posizione adeguata, migliore, rispetto al proprio sé.
2 Virginia Grassi
TRA IDENTITÀ E APPARTENENZA
I gruppi, tuttavia, non sono solo quelli che fisicamente si costituiscono e organizzano nel qui ed
ora di un’esperienza. Essi sono, infatti, anche una forma di relazione che si trova a fondamento
della nostra identità.
Non si parla della definizione di identità sociale di Tajfel, ossia che rimanda a un sé che si
amplia grazie al contesto, bensì del fatto che l’epistemologia ha fornito evidenze del fatto che
le relazioni sostanziano e fondano la nostra identità, non aggiungono solo qualcosa.
C’è fin da subito un’identità gruppale, non ha senso una psicologia del sé e una delle relazioni,
scindendo intrapsichico e e, in quanto sono sempre presenti insieme.
Essi si chiamano, secondo Foulkes, gruppi interni, ossia qualcosa che non si sceglie, ma a cui
si appartiene sin dall’inizio.
La prima cosa che ci identifica, il proprio nome, non è stato deciso da noi, ma da altre persone
intorno, che costituiscono le relazioni primarie. La nostra venuta al mondo è prefigurata anche
molto prima del concepimento vero e proprio. Ciò significa che c’è un pensiero, un’aspettativa ,
un sedimento sul bambino che verrà ed entra a costituire il substrato soggettivo.
Questo concetto è riassumibile con l’espressione livello transgenerazionale, che si incrocia
con quello individuale: ognuno di noi è inserito in una trama che lo supera, lo sovrasta e lo
figura già da un tempo lontano.Tutto ciò è scientificamente dimostrato anche grazie alle
scoperte tecnologiche, come le ecografie, che dimostrano che il feto, ancora nell’utero, è già in
contatto con l’altro fuori (ad esempio il feto riconosce le voci materne e paterne).
La famiglia è il gruppo per eccellenza, è un gruppo speciale, con una storia pregressa
pressoché infinita. Tuttavia, non è l’unico gruppo ad avere un livello transgenerazionale, in cui
molto spesso c’è “l’anno zero”, il momento di fondazione e creazione del gruppo. Bisogna
considerare, però, che anche in gruppo apparentemente nuovo all’interno delle istituzioni c’è
un livello transgenerazionale, comportato dal fatto stesso di far parte di una storia. Alcuni
gruppi funzionano in un modo piuttosto che un altro anche in virtù del sedimento che li
precede.
ETIMOLOGIA DELLA PAROLA “GRUPPO”
L’etimologia della parola “gruppo” non è risolutiva, ma conduce a un’ambivalenza.
Dal francese “groupe”: un gruppo scultoreo, un insieme di personaggi nelle arti figurative. In
generale, il gruppo scultoreo rappresenta armonia, unione, perfezione.
Dal tardo latino longobardo o germanico “kruppa”:qualcosa che assume una forma
rotondeggiante per assemblaggio o viluppo di cavi, un groppo che si ingarbuglia, intricato più
che integrato.
ELEMENTI PER UNA DEFINIZIONE DI “GRUPPO”
(Dal libro “Passi di gruppo”)
Olmsted, a proposito di quanto osservato nell’esperimento di Hawthorne (quello studiato da
Elton Mayo; cfr. Psicologia del lavoro e delle organizzazioni) afferma che da esso sono derivabili
i principi generali dell’organizzazione dei gruppi primari:
• Il fatto che il continuo contatto reciproco produca modi di pensare e di fare, linguaggi e
comportamenti condivisi che portano a discernere “noi” dagli altri;
• L’esistenza di un codice di gruppo potente, capace di indurre la “lealtà di gruppo”;
• La presenza di una variabilità ne modo di ciascuno di essere gruppo.
Secondo Lewin, il gruppo crea una sua realtà superiore a quella delle parti che lo
compongono.
Sherif adotta una visione architetturale del gruppo, in cui emerge l’idea che esso risulta
definibile come tale in base alla presenza di una struttura, ossia di una gerarchia che individua
le posizioni reciproche dei membri.
La conclusione delle ricerche di Tajfel dice che un gruppo si costituisce e agisce sulla base di
un processo di autocategorizazione, su un sentimento di appartenenza frutto di un’attività
cognitiva, valutativa ed emozionale. 3 Virginia Grassi
Aspetti di queste conclusioni si trovano nel contributo di De Grada il quale, nell’affrontare il
problema della differenziazione del gruppo, riporta una serie di caratteristiche/ dimensioni
criteriali o criteri di gruppalità:
• La presenza di interazioni frequenti
• L’esistenza di uno scopo comune
• La presenza o l’insorgere di bisogni comuni
• La presenza di una chiara consapevolezza di sé e degli altri, visti come parti di un tutto
• La percezione del gruppo come “strumento” utile alla soddisfazione dei bisogni
• Una struttura organizzativa orizzontale e una struttura gerarchica verticale.
CLASSIFICAZIONE TIPOLOGIA DEI GRUPPI (Bolocan Parisi)
I criteri sono solo un tentativo di sistematizzare i gruppi. Essi sono:
• Origine
Spontanea: si crea dal nulla, senza fini ultimi (amici in università);
Organizzata: si crea per perseguire un obiettivo (gruppo di lavoro).
Sono detti, sebbene in maniera meno pertinente, anche volontari od organizzati.
• Obiettivi
Autocentrati: caratterizzati da un obiettivo interno.
Eterocentrati: c’è un obiettivo ultimo pensato da qualcun altro.
• Tipo di interrelazione
Gruppi primari: gruppi di relazione primaria, come consanguinei, relativi a bisogni primari
di relazione. Tipicamente sono la famiglia e i gruppi la cui appartenenza è fondata sul
legame affettivo e sull’identificazione. La storia e la personalità di ciascuno sono comunque
presenti nella rete di relazioni all’interno del gruppo, nella soddisfazione dei bisogni e negli
esiti delle azioni per soddisfarli.
Gruppi secondari: gruppi di appartenenza secondari come gli amici, la squadra sportiva o
più in generale un’equipe. In questo gruppo esistono obiettivi da raggiungere etero o
autodefiniti e tutti gli elementi del gruppo si orientano verso di essi. Qui il gruppo appare
come il luogo dell’agire razionale.
In realtà, secondo De Grada, la distinzione fatta in questi termini descrive solo i casi limite,
idealtipici, che nella quotidianità non esistono. Infatti, anche nei gruppi primari possono
rintracciarsi elementi di secondarietà e, viceversa, il funzionamento dei gruppi secondari
dipende anche da dinamiche insite di gruppi primari.
• Durata
Gruppi duraturi: non hanno temporalità prestabilita, come i gruppi primari;
Gruppi temporanei: hanno una temporalità rintracciabile.
• Composizione
Gruppi omogenei: ha un tratto comune che caratterizza il gruppo. Tuttavia nell’omogeneità
di un gruppo, se consideriamo i singoli appartenenti, vi è eterogeneità (alcolisti anonimi);
Gruppi eterogenei: puntano alla massima differenziazione al suo interno, non hanno un
obiettivo fondato su una variabile di omogeneità.
Rapporto con l’organizzazione (Speltini e Palmonari)
• Gruppi formali:gruppo che si costituisce in ambito associativo, secondo le finalità del caso;
Gruppi informali
• Numerosità
La numerosità stessa implica alcune caratteristiche al di là di quelle sopracitate.
Piccolo gruppo (da 3 a 12 persone): la numerosità che consente di raggiungere obiettivi e
lavorare meglio (Lewin), perché è un numero di persone tale da stare bene
nell’ambivalenza.
Gruppo mediano (da 12 a 25 persone):
Grande gruppo (da 25 in poi): somiglia a una folla, una massa. Essa ha un funzionamento
particolare e in esso accadono delle dinamiche differenti da quelle nei precedenti gruppi.
Ad esempio non ci si riesce a guardare in volto, non si conoscono i nomi di tutti… tutto ciò
4 Virginia Grassi
porta all’anomia, alla perdita di identità. Vi saranno dei livelli di regressione molto più
massicci (distrazione, diffusione di responsabilità, forte imbarazzo e conseguente ritiro).
Secondo il criterio classificatorio della numerosità, De Grada afferma che mentre nell’area dei
gruppi estesi prevale una gruppalità di tipo sociologico, nei piccoli gruppi pesa di più quella di
tipo psicologico.
Sempre in base alla numerosità, Anzieu e Martin ritengono individuabile una convergenza
multidisciplinare su cinque categorie di “agglomerati umani”:
1. La folla, caratterizzata dalla presenza contemporanea di un gran numero di persone senza
l’intenzione di unirsi;
2. La banda, composta di persone che si percepiscono come simili e che si aggregano per il
piacere di stare insieme;
3. Il raggruppamento, in cui i membri hanno obiettivi condivisi e si ritrovano con una certa
frequenza;
4. Il gruppo primario o piccolo gruppo, che mostra un numero ristretto di persone
caratterizzate da interdipendenza, obiettivi comuni e intensa affettività;
5. Il gruppo secondario o organizzazione (cfr. Tipo di interrelazione)
5 Virginia Grassi
GRUPPO E GRUPPO DI LAVORO
Il gruppo è una forma specifica assunta dalla relazione sociale tra individui (si trova nella
società in tutte le forme).
È una definizione sociale, ingloba molte situazioni, come lo stare in una sala d’attesa, nello
stesso vagone del treno.
Il gruppo di lavoro o gruppo di compito è un gruppo con uno scopo (obiettivo o compito) e
con la necessità di autoregolamentarsi.
La conduzione ha senso se si parla di gruppo di lavoro; esso non è all’interno del luogo di
lavoro -perché quelle sono le equipe-, bensì è tutto quello che ha a che fare con un obiettivo
da raggiungere e il gruppo è chiamato a un lavoro per conseguirlo.
Queste due parole segnano universi semantici, comportamentali ed emotivi completamente
diversi. Un gruppo che è in interazione non ha la necessità di integrarsi. L’interazione ha a che
fare con la giustapposizione, lo stare vicini in parte toccandosi, a diversi livelli. Ognuno è, però,
isolato, non ha bisogno di entrare in contatto.
Il lavoro di gruppo è il prodotto del gruppo di lavoro.
IL PASSAGGIO DA GRUPPO A GRUPPO DI LAVORO/COMPITO
Bauleo ha sviluppato una riflessione su come si disimpegna un gruppo di recente formazione
nei confronti di un compito e le vicende che attiverà durante il suo sviluppo. Secondo Bauleo,
sono individuabili tre fasi:
1. Situazione di indiscriminazione: obiettivi e compiti sono confusi; i ruoli e le strategie
indifferenziati.
2. Situazione di discriminazione/differenziazione: si assiste a un assetto dei ruolo e della
leadership che emersioni come espressione di un senso di appartenenza e identificazione al
gruppo.
3. Situazione di sintesi: il gruppo è in funzione per raggiungere l’obiettivo. Ora il gruppo è leso
proprio grazie all’esistenza di uno scopo comune. Vi è, inoltre, l’interdipendenza del
compito, che consiste nel condividere visioni personali allo scopo di perseguire un obiettivo
comune.
Il modello di Quaglino indaga, poi, le relazioni tra i membri nel passaggio tra gruppo a gruppo
di lavoro:
1. Il momento dell’interazione: mostra i fenomeni che accompagnano la formazione di un
gruppo, ossia l’aggregazione sulla base dell’attrazione personale, la valutazione positiva
dell’opportunità e dell’utilità dell’appartenenza a quel gruppo. Ci si sente un insieme.
2. Il momento dell’interdipendenza: si fonda sulla percezione della necessità reciproca e la
consapevolezza dell’interdipendenza comporta a una comprensione del proprio limite,
superato proprio dall’altro.
3. Il momento dell’integrazione: com’è stato già detto, è essenziale per il passaggio. Il gruppo
deve ritrovarsi in un nuovo assetto che riequilibri i bisogni di ciascuno e di quelli del gruppo.
Funzionare bene come gruppo di lavoro significa passare obbligatoriamente dall’essere una
pluralità di interazione all’essere una pluralità in integrazione.
6 Virginia Grassi
ELEMENTI DI BASE DEL GRUPPO DI LAVORO
Obiettivo, metodo, ruoli, leadership, comunicazione, clima e sviluppo costituiscono gli elementi
universali necessari e sufficienti per fondare, osservare e comprendere il gruppo come
strumento di intervento.
• Obiettivo
È il risultato atteso dal gruppo, coerente con i risultati attesi dall’organizzazione.
In questo caso è un obiettivo di gruppo, non individuale, ed è l’elemento fondamentale per la
creazione di un gruppo di lavoro. Un importantissimo compito del conduttore, specificato anche
nella definizione ella parola, è quello di fare in modo che il gruppo si appropri dell’obiettivo,
capendolo fino in fondo e declinandolo in relazione alle caratteristiche del gruppo stesso.
Esso, affinché possa essere definito come ben formulato, deve essere S.M.A.R.T., che sta per:
- S: specifico, definito in termini di risultato
- M: misurabile, costruito sui fatti, sui dati osservabili e sulle risorse disponibili e valutato;
- A: accettabile e per farlo deve essere finalizzato in modo esplicito, articolato in compiti;
- R: raggiungibile, perseguibile;
- T: relativo al tempo.
• Metodo
Il metodo parte dall’autoregolamentazione, ossia guidarsi senza che intervenga qualcuno da
fuori, trovare il proprio metodo.
Il metodo è l’ordine, la procedura in cui fare qualcosa.
Il conduttore deve tenere a mente gli aspetti metodologici per comprendere se il gruppo sta
lavorando bene. Fanno parte del metodo:
- Principi e criteri che informano, orientano e guidano l’attività del gruppo;
- I modi, le modalità che strutturano, articolano e organizzano l’attività stessa;
- Le norme, le regole dell’interazione sociale del gruppo.
Richiede:
- Analisi delle risorse e dei vincoli;
- Discussione di dialogo e confronto (libera espressione di tutti). Nei gruppi, in particolare, non
si dovrebbe utilizzare l’alzata di mano per chiedere un assenso, in quanto lascia indietro le
opinioni e i pareri contrari che devono essere comunque integrati: nel gruppo non vige la
democrazia, ma vince il compromesso tra diverse opinioni;
- Decisione;
- Pianificazione;
- Uso degli strumenti di prob
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti di Metodi e tecniche di conduzione dei gruppi
-
Domande esame Metodi Numerici
-
Appunti Metodi Numerici Ghedini
-
Appunti Metodi Numerici