MACROECONOMIA
INTRODUZIONE
È lo studio del sistema economico nel suo complesso. Si prendono in considerazione
quindi le grandezze aggregate. Si guarda al prodotto complessivo dell’economia, non il
singolo mercato\bene; i consumi delle famiglie; gli investimenti totali delle imprese,
importanti perché sono utili per andare a produrre i beni e i servizi richiesti dall’utenza
finale, ha rilevanza anche il livello medio generale dei prezzi. Macro si occupa del
livello e dell’andamento nel tempo dell’attività produttiva aggregata. Il livello va a
caratterizzare la ricchezza, ma è importante capire che l’economia nel suo complesso
sta crescendo nel tempo e a che velocità sta crescendo, oppure la produzione
economica va a diminuire (recessione). Le variazioni dell’attività produttiva nel tempo
assumono particolare interesse.
Variazioni tendenziali: dati trimestrali (q= quarter= trimestre), calcolata rispetto allo
stesso trimestre dell’anno precedente. Variazione tendenziale utile perché si evita di
farsi ingannare dal dato-> depurare la variazione che ci interessa rispetto a un altro
dato stagionale (esempio: ad agosto produco meno, non confronto i dati con i mesi
prima, ma con agosto dell’anno prima).
Variazione congiunturale: variazione rispetto a trimestre precedente dello stesso anno.
Normalmente abbiamo registrato un aumento d livello di produzione nel paese negli
anni.
Periodo di recessione: crescita nulla o in negativo-> zone rosse.
Un’altra misura di andamento dei prezzi è l’inflazione: variazione percentuale dei
prezzi al consumo – inflazione= (Pt-Pt-1) \Pt. Si notano periodi con elevata inflazione,
con una sostanziale acquiescenza del fenomeno negli ultimi dieci anni.
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Spesso si parla anche di “carrello”.
Inflazione alta fino agli anni 80, poi si abbassa. A partire dal 1997 l’inflazione è stata
intorno al 2-3% quindi c’era una crescita dei prezzi, ma molto più rallentata. Dopo la
crisi del regno sovrano (2013) -> in alcuni trimestri i prezzi rispetto all’anno
precedente sono calati. Senza contare gli ultimi mesi, negli ultimi anni abbiamo avuto
dei prezzi molto stabili-> attualmente inflazione si sta riavvicinando al 10%.
I periodi marcati in rosso nel grafico del PIL evidenziano situazioni i cui la crescita della
produzione è stata insoddisfacentemente bassa o addirittura negativa. Siamo in
recessione, se due trimestri consecutivi presentano variazione negativa del PIL.
I motivi sono: eccessiva crescita dei prezzi delle materie prime, stagnazione-
recessione del 1983-84, crisi dello SME (1992) e recessione 1993, mini-recessione di
ingresso nell’UME (1997).
Grande recessione causata da crisi finanziaria del settore immobiliare.
MODULO 1
INTRODUZIONE ALLA CONTABILITÀ NAZIONALE
PIL= prodotto interno lordo-> nozione chiave della macroeconomia. Rappresenta una
misura sintetica dell’attività produttiva del sistema economico nel suo complesso. In
una macroarea quanto si è riuscito a produrre.
Considerando un sistema economico che produca solo autoveicoli. Il sistema
economico è composto dal settore industriale primario (agricolo e estrattivo),
secondario (manifatturiero) e il commercio e i servizi del terziario. Supponiamo che le
uniche materie rime necessarie siano ferro, carbone e gomma.
Nel settore estrattivo vengono prodotti 10 euro di ferro e6 di carbone (valutati al
prezzo di mercato). Un sesto del carbone viene utilizzato per l’illuminazione all’interno
delle miniere-> i restanti 5 euro ed i 10 di ferro vengono venduti ad una acciaieria.
L’acciaieria trasforma questi 15 euro di materie prime in 25 euro di acciaio->
generazione del valore. Il settore agricolo produce 5 euro di gomma che vengono
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trasferiti in una industria chimica che lo trasforma in prodotti per autoveicoli al valore
di 15 euro.
L’industria automobilistica acquista acciaio, pneumatici e costruisci in 10 autoveicoli,
che vende ai concessionari per 70 euro.
I concessionari vendono, per i complessivi 100 euro, gli autoveicoli ai consumatori
finali. all’utenza finale,
Il PIL è costituito dal valore dei beni e dei servizi destinati prodotti in
un paese in un certo periodo. Il fine di un sistema economico è appunto la
soddisfazione dei bisogni dell’utenza finale. Nel nostro esempio il PIL è 100 euro.
Non dipende dalla produzione, ma dal valore aggiunto.
Ciò non può stupire: il valore del prodotto finale (pil) non può che essere eguale alla
somma delle sue parti (il valore aggiunto nelle diverse fasi di produzione). Pertanto più
formalmente: il valore aggiunto è incrementato di valore della produzione, cui
dà luogo ciascuno stadio produttivo, rispetto al valore ricevuto dagli stadi
precedenti. Il PIL è la somma di tutti i valori aggiunti.
Il valore aggiunto, in ciascuno stadio produttivo, è pari al valore dei redditi distribuiti in
quella fase produttiva-> necessario lavoro e capitale per trasformare input e output->
pari al valore aggiunto. Nel caso in cui tali redditi fossero inferiori al valore aggiunto,
l’impresa conseguirebbe un (extra) profitto, il che rappresenta un reddito per i
proprietari di tale impresa-> lo stesso per le perdite.
Se, a livello di impresa, il valore aggiunto coincide con i redditi distribuiti, a livello
aggregato il Valore Aggiunto coincide con il Reddito interno lordo.
PRECISAZIONI: (1) consideriamo il caso in cui una parte della domanda finale si risolva
in “investimento”.
Nel nostro esempio, uno degli autoveicoli potrebbe essere stato acquistato dal
proprietario della piantagione di gomma al fine di agevolare il trasporto della sua
materia prima. L’investimento inteso come acquisto di beni per la costituzione di nuovi
strumenti produttivi viene considerato domanda finale.
Si tratta di una convenzione, motivata dal fatto che la costituzione di nuovo capitale
permetterà la produzione, in futuro, di una maggiore quantità di beni di consumo. Sia
pure indirettamente, l’investimento è rivolto al soddisfacimento dei bisogni dei
consumatori. Notate che uno stesso bene, poniamo un microprocessore, fa parte o
meno del PIL a seconda che sia acquistato per incrementare lo stock di beni produttivi
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(quindi fa parte dell’investimento) o lo sia stato per essere incorporato in beni finali (in
questo caso farà parte del pil quando il bene verrà ultimato).
(2) supponiamo che alcuni beni finali risultino invenduti: uno degli autoveicoli
potrebbe essere rimasto al concessionario; in gergo, si parla di “incremento
indesiderato nelle scorte”; per convenzione, le variazioni nelle scorte sono
contabilizzate come parte del PIL.
Si supponga che il concessionario del nostro esempio abbia acquistato autoveicoli per
70, abbia realizzato vendite per 90 ed inoltre abbia investito in scorte di 10€. Se ho
dovuto corrispondere redditi per 25, il concessionario si è dovuto indebitare per 5€. A
livello aggregato, l’indebitamento è reso possibile dal fatto che i redditi distribuiti (agli
agenti diversi dal concessionario), sono pari a 95€. La loro spesa è di 90€, il risparmio
che emerge va appunto a finanziare “l’investimento in scorte”.
(3) perché non definire più semplicemente il PIL come valore dei beni e dei servizi
scambiati sul mercato?
Tale definizione sembra porre meno problemi in quanto, al momento di
registrare una transazione, l’ufficio statistico non è tenuto a chiedersi se essa
coinvolga l’utenza finale.
Questo approccio tuttavia perde di vista il fatto che il fine dell’attività
economica è la soddisfazione dei bisogni finali e fornisce risultati diversi a
seconda del grado di integrazione verticale del sistema industriale.
Nel nostro esempio, se l’industria automobilistica acquista il concessionario, gli
scambi sul mercato si riducono di 70€. I prodotti finiti, in quantità e in valore,
ovviamente non variano.
PIN, PNL E COSTO DEI FATTORI
Parte del capitale fisico a disposizione di un sistema economico smette di essere
utilizzabile per la produzione. Diventa infatti fisicamente troppo vecchio oppure risulta
essere superato dal punto di vista tecnico\economico (a causa dell’introduzione di beni
capitali più moderni e produttivi).
Parte dell’investimento in nuovi beni capitali è volto a sostituire i beni capitali deperiti
(in gergo: copre l’ammortamento dei beni capitali). Il Prodotto Interno Netto (PIN)
considera tra i beni finali solo il valore degli investimenti che eccede l’ammortamento.
Pertanto: PIN=PIL-ammortamento.
Viene talvolta utilizzata la definizione di Prodotto Nazionale Lordo (PNL). Per
definizione, il PNL si ottiene sommando al PIL di un paese i redditi prodotti da cittadini
di quel paese residenti l’estero, quindi si deducono i redditi prodotti in quel paese da
cittadini stranieri.
Un esempio interessante: gli USA. Gli Stati Uniti sono un paese meta i rilevanti flussi
migratori, le cui imprese possiedono società straniere, hanno filiali all’estero ecc. si
tratta inoltre di un paese fortemente indebitato. Nel complesso, i vari effetti si
compensano almeno parzialmente, come mostrato dai dati.
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Notate che il PNL degli USA è superiore al PIL. Nonostante la presenza di immigrati e
nonostante gli interessi sul debito pagati dagli ISA a risparmiatori cinesi, giapponesi,
tedeschi. I redditi da capitale (delle corporation) bastano, per ora, a pareggiare il
conto. Un altro modo di pensare il problema è che gli ISA vendono titoli scuri e quindi a
basso reddito e fanno nel resto del mondo investimenti rischiosi e profittevoli.
Tra le tante attività statali, tipicamente annoveriamo anche l’imposizione fiscale e il
trasferimento di sussidi, incentivi ecc. ad alcuni settori industriali. Per depurare il
prodotto interno dall’impatto dell’azione pubblica, si utilizza spesso il “PIL al costo dei
fattori”, dato da: PIL (ai prezzi di mercato) – IMPOSTE INDIRETTE + TRASFERIMENTI
ALLE IMPRESE.
L’intuizione è che il PIL al costo dei fattori misura i redditi effettivamente distribuiti
(come salari, profitti, ecc…) nel sistema economico.
PIL NOMINALE E PIL REALE
Il PIL nominale è il PIL valutato a prezzi correnti (dell’anno scorso). In un’economia in
n t
cui esistono beni finali, il valore nominale del PIL nell’anno è la somma dei valori
correnti (prezzi per quantità) delle transazioni relative agli n beni finali. Il PIL reale o a
prezzi costanti (dell’anno base) si ottiene moltiplicando, per ogni bene finale, la
(t)
quantità dell’anno corrente per il prezzo dell’anno base (0) e sommando tra loro i
valori così ottenuti.
Concludiamo che l’aumento reale del PIL nel decennio è stato pari a (65-50) \50=30%.
Notate che il PIL reale del 2000 a prezzi del 2010 è 80. Usando questo dato si conclude
che l’aumento reale del PIL è: (100-80) \80=37,5%.
Questo esempio ci mostra anche come nei numeri indici, in questo caso delle quantità,
sia sempre connesso un elemento di arbitrarietà.
INDICI DEI PREZZI
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Si noti che, per ottenere un indice del PIL reale, abbiamo tenuto costanti i prezzi
(all’anno base) e considerato quantità prodotte in diversi periodi di tempo.
È possibile costruire indici dei prezzi tenendo costanti le quantità (di un anno base).
Nel nostro esempio, l’indice dei prezzi (Ip) per l’intervallo di tempo 2000-2010 è:
Nel nostro esempio, l’indice dei prezzi mostra quanto costerebbe la produzione del
2000 ai prezzi del 2010, rapportata al costo effettivo del 2000. In concreto:
In gergo, l’aumento percentuale del costo della vita (=dell’indice dei prezzi) è
chiamato inflazione. Nel nostro esempio, l’inflazione nel decennio 2000-2010 è del
60% misurata a prezzi 2000.
DEFLATORE DEL PIL
Il deflatore del PIL è concettualmente analogo all’indice dei prezzi.
Consente appunto di “depurare” la crescita del PIL dall’aumento dei prezzi. Tenendo
come anno di riferimento quello corrente. Notate che si può esprimere come:
DOMANDA E OFFERTA
Uno degli schemi logici fondamentali dell’analisi economica è costituito dal modello
Domanda-Offerta-> si suppone che essa dipenda esclusivamente dal prezzo. Il prezzo
di un bene si risolve nella remunerazione dei fattori produttivi. Un prezzo più elevato
induce maggior produzione, stante la miglior remunerazione dei fattori.
Offerta crescente in funzione del prezzo:
La domanda è invece tipicamente inclinata negativamente. Una riduzione di prezzo di
un bene induce gli agenti ad acquistarne più unità di quel bene. Normalmente,
domanda e offerta determinano congiuntamente l’equilibrio di mercato. Domanda ed
offerta determinano cioè prezzo e quantità di equilibrio.
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IL BREVE PERIODO
Nella prima parte consideriamo un sistema economico in cui i prezzi sono
prevalentemente fissi-> quindi la domanda da sola determina la quantità prodotta.
L’ipotesi di fissità dei prezzi non è sempre facile da accettare: sembra contraria
all’idea stessa di mercato-> ignorata la dinamicità dei prezzi.
È però esperienza comune che i prezzi dei beni vengano modificati raramente
(una\due volte all’anno). Non ha economicamente senso andare a cambiare i prezzi
spesso-> troppe energie sprecate.
Nelle imprese industriali, il costo medio è minimo in corrispondenza di un livello
produttivo pari a circa l’80% della produzione massima fisicamente conseguibile-> non
producono la massima quantità-> costo medio mantenuto con lo sfruttamento
dell’economia di scala. Costo medio alto per poca prodizione poi diminuisce fino
all’80%, poi cresce di nuovo.
In un intervallo rilevante del livello produttivo ottimo (per fissare le idee Y*=+\-0.05Y*)
il costo medio non è significativamente diverso dal suo minimo.
Se un’impresa ha fissato P=Cme(Y*)=Cmg(Y*) e se viene indotta dalle condizioni di
mercato a produrre nell’intorno di Y*, lasciando immutato il prezzo, non commette un
“errore” rilevante.
Cmg=costo marginale.
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In realtà, le imprese, quando cambiano i prezzi, devono sostenere dei costi, quindi in
genere nel breve periodo non conviene andare a modificare i prezzi: ad esempio
modifica dei listini, revisione dei contratti, informazione dei clienti…
In un intervallo rilevante, nel breve periodo, la curva di offerta è piatta (infinitamente
elastica). Pertanto, è la domanda a determinare la produzione.
L’aumento della domanda induce un aumento della produzione e quindi del reddito
nazionale e del PIL. Ciò giustifica l’attenzione che porremo alla determinazione della
“domanda aggregata”.
domanda-> determinazione della
DOMANDA AGGREGATA
Suddividiamo la domanda aggregata in tre componenti fondamentali: consumi privati,
consumi pubblici e investimenti.
I consumi privati (C) sono i beni e servizi acquistati dalle famiglie;
rappresentano tipicamente il 60\65% del Pil-> perché consumi di beni finali.
I consumi pubblici (G): so tratta di veni e servizi acquistati dallo Stato e dalle
pubbliche amministrazione-> soddisfazione utente finale. G include i servizi
forniti dai dipendenti pubblici, valutati sulla base della loro retribuzione (non
pagati dall’utente finale). I consumi pubblici rappresentano il 20\25% del Pil dei
paesi industrializzati. nuovi
Gli investimenti (I) rappresentano gli acquisti di impianti, macchinari e
immobili. Vengono normalmente eseguiti dalle imprese, anche se includono
nuove
l’acquisto di case da parte delle famiglie. Gli investimenti rappresentano
il 15\20% del Pil dei paesi industrializzati.
DOMANDA AGGREGATA E PRODUZIONE
Nel nostro modello con prezzi fissi, la domanda aggregata determina il Pil (Y).
Supponiamo che tutte le componenti della domanda (Z) siano esogene, cioè
indipendenti dalle grandezze che vogliamo spiegare con il nostro modello.
Z=C+G+I=Y.
8 la domanda determina il livello produttivo (Y).
Domanda aggregata più bassa di quello che si aspettavano-> va a finire in scorte. Lo
stesso vale per il contrario: se c’è un aumento non considerato della domanda->
riduzione delle scorte.
L’accumulazione di scorte non desiderate avviene quando la domanda si riduce (e le
imprese non se ne rendono conto immediatamente).
Implicazione operativa
Se la stampa specializzata ci segnala che le scorte delle imprese industriali stanno
aumentando in maniera anormale, dobbiamo aspettarci una recessione. Infatti, la
domanda si è ridotta e la produzione la seguirà entro breve.
Naturalmente, se la produzione fosse inferiore alla domanda, le imprese sarebbero
forzate a ridurre le scorte.
In questo caso la produzione tenderebbe ad aumentare.
Nel grafico seguente vediamo la crescita del Pil (su base trimestrale) negli USA e
Giappone, posta in relazione alla variazione delle scorte, viste in rapporto sempre al
Pil. L’interpretazione del grafico non è del tutto agevole, anche perché nelle scorte è
compresa la loro componente desiderata (le imprese possono avere ragione di
pensare che la domanda andrà ad aumentare e quindi si portano avanti producendo di
più nei mesi precedenti, senza aspettare che cambi già la domanda). Tuttavia si
evidenziano alcuni “picchi” nel rapporto crescita scorte\Pil prima delle recessioni più
gravi.
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LA FUNZIONE DEL CONSUMO
L’ipotesi di esogeneità del consumo è ovviamente insoddisfacente. Sembra molto più
sensato ipotizzare che il consumo dipenda dal reddito. Più precisante, sembra logico
assumere che il consumo dipenda dal reddito disponibile (Yd), cioè dal reddito netto
delle imposte. Tale legame funzionale viene indicato nel modo seguente: C=C(Yd). Se
le imposte sono indipendenti dal reddito, ponendo: Yd=Y-T, possiamo scrivere
C=C(Yd)=C=C(Y-T). In concreto, si utilizza una approssimazione lineare:
C0=reddito di sopravvivenza; c1=coefficiente reddito disponibile; Yd=reddito
disponibile.
Tale approssimazione è di utilizzo molto agevole e rappresenta ragionevolmente bene i
dati empirici.
Il parametro c1 è spesso definito propensione marginale al consumo.
Indica di quanti centesimi di euro aumenta il consumo se il reddito disponibile
aumenta di 1€. Per l’Italia, il valore c1 che emerge dai dati reali è di poco superiore a
0,85 (C0 è praticamente nullo). Tipicamente, nei paesi industrializzati, c1 è compreso
tra 0,8 e 0,95-> il resto viene risparmiato.
LA DETERMINAZIONE DEL REDDITO
In equilibrio, domanda e reddito sono eguali, pertanto . Da cui,
risolvendo:
10 ->autonoma: rispetto al fattore y.
Questo risultato è molto importante. Moltiplicatore molto alto-> se c1 fosse eguale a
0.8 (un valore piuttosto basso), il moltiplicatore sarebbe eguale a 5. Ciò implica che un
aumento di un euro nella spesa autonoma, ad esempio nella spesa pubblica,
incrementerebbe la produzione di 5€-> perché per ogni euro ogni consumatore
guadagnerebbe 0,8 che a sua vola rispenderebbe, innescando un ciclo continuo.
C0= consumo minimo.
In questo modo possiamo interpretare cosa succede al <PIL all’aumentare della
domanda autonoma o del moltiplicatore.
La domanda autonoma determina l’intercetta di Z; il moltiplicatore ne determina la
pendenza.
Un aumento in G (nella spesa autonoma) determina l’incremento di Y. La differenza
delle intercetta è molto minore rispetto all’aumento del PIL in equilibrio. Dalla
domanda autonoma, avremo domanda = PIL in un punto molto più elevato della
domanda autonoma.
IL PROCESSO MOLTIPLICATIVO
Perché la variazione nella spesa autonoma induce un processo moltiplicativo?
Un aumento nella domanda autonoma pari a 1€ genera un incremento produttivo di
pari entità. Questo incremento produttivo si risolve in un aumento dei redditi percepiti
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dagli agenti economici (salari, profitti…). L’aumento nei redditi implica un aumento
ulteriore dei consumi (cioè nella domanda) pari a c1 euro. Un aumento nella domanda
pari a c1 euro genera un ulteriore incremento produttivo (di pari entità). Questo
incremento si risolve in un ulteriore aumento dei redditi percepiti dagli agenti
economici (salari, profitti…) L’aumento nei redditi (pari a c1 euro) implica un aumento
ulteriore dei consumi (cioè della domanda) pari a c1 x c1 euro. ). Il processo
prosegue fino a diventare irrilevante in quanto c1 elevato a potenza è sempre più
piccolo. Processo riassunto dal moltiplicatore keynesiano.
L’incremento complessivo della domanda e della produzione è costituito dalla somma
di una serie.
Si tratta di una serie geometrica di ragione c1 (ossia elemento che fa parte di tutti gli
addendi), che converge, per c1<1, a:
Per verificare questo risultato, basta moltiplicare e dividere il termine (somma) per (1-
c1), ottenendo: n
Il termine tende ad annullarsi, per grande.
Un aumento nella spesa autonoma genera aumento nella domanda finale per
consumi. Tal aumenti sono tuttavia sempre più piccoli, in quanto una frazione del
reddito generato dall’incremento della domanda non viene speso in consumi, ma
risparmiato. Tale processo cumulativo induce un aumento della domanda multiplo di
quello autonomo iniziale.
LA VERIFICA EMPIRICA
Mettendo in relazione PIL e consumi per l’Italia nel periodo dal 1944 all’ultimo dato
disponibile. I dati sono trimestrali destagionalizzati (=si considera che in dati mesi c’è
sempre una stessa regolarità-> nei mesi estivi è inferiore, e si ripuliscono i dati da
questi effetti stagionali), sono su blackcoard. Il Pil è in ascissa, mentre i consumi sono
all’ordinata. È immediato ipotizzare che l’utilizzo di una relazione lineare consumi\PIL
sia sensato-> funzione lineare adatta a rappresentarla.
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Con la tecnica statistica della regressione, possiamo evidenziare la retta che meglio
descrive i dati, ottenendone l’equazione. Inoltre possiamo far calcolare all’elaboratore
elettronico l’indice R^2, che indica il grado di spiegazione dei dati
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