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Per i miti orfici Dioniso ha un ruolo centrale, tanto che ad un certo punto nelle

cosmogonie orfiche muore e dalle sue ceneri nascono gli uomini, mentre nel

pantheon olimpico Dioniso è un dio relativamente nuovo.

La cosa più importante è che comunque i racconti mitici erano diversi e a volte

erano in opposizione. Ma il mito non ha solo questa funzione macroscopica.

Vi sono innumerevoli miti ‘microscopici’ che narrano ad esempio le origini di un

determinato regno.

Uno di questi è il mito di Europa, la quale era una principessa di Tiro, nell’odierno

Libano, un importante centro del mondo antico, dove nasce dal re Genoe assieme al

fratello Cadmo. Per sedurla Zeus si trasformò in un toro e la rapì mentre si trovava

in riva al mare. Questa vicenda è ancora oggi effigiata in diverse occasioni. Il

rapimento indusse Cadmo ad andare alla sua ricerca, e questo viaggio lo portò in

tutto il mediterraneo, e che percorse di fatto quella che oggi chiamiamo l’Europa, e

che infine, a mani vuote perché la sorella non la trovò mai, lo porto in Beozia a

fondare la città di Tebe.

Questo è un esempio di mito con funzione identitaria, ed è uno degli usi più

frequentemente usati nel mondo greco.

Quando si tentò di stabilire la diversità di Atene rispetto a Tebe si fa riferimento al

passato mitico delle due città e della loro fondazione. Gli ateniesi avevano il mito

dell’ autoctonia, in quanto il loro scopo era quello di essere riconosciuti come coloro

che erano sempre stati lì e che non venivano da altri luoghi: il loro antenato Cecrope

e i suoi discendenti (tra i quali Eretteo) erano degli indigeni.

La fondazione di Atene, la quale non ha passato miceneo, tant’è che nei poemi

omerici non compare se non per forzatura; ha come eroe principale Teseo, e

bisogna ricordare che il ruolo che hanno gli eroi nelle vicende delle città è molto

importante, poiché alcuni eroi hanno una funzione culturale, e in particolar modo

Teseo ed Ercole. Atene nasce dal sinergismo di diversi villaggi sparsi dovuto alla

volontà di Teseo; e Teseo è la stessa persona che si incarica di mettere fine

all’incubo del sacrificio di giovani ateniesi al Minotauro cretese, facendo fare un

salto di qualità alla civiltà greca liberandola dai vincoli ancestrali. Naturalmente

Teseo non è perfetto: pianta Arianna in Nasso e fa morire il padre a causa di una

dimenticanza (non alza le vele bianche al momento del ritorno e il padre Egeo,

credendolo morto, si butta nel mare suicidandosi).

Il caso più evidente di eroe dalla funzione civilizzatrice è quello di Ercole, che è su

un piano più alto a causa del suo ruolo di eroe panellenico, ovvero viene venerato

ovunque, anche lontano dalla Grecia, come dimostra la presenza di città chiamate

Eraclea un po’ ovunque.

Innanzitutto Ercole è figlio –seppur mortale – di Zeus, e affronta innumerevoli

imprese e che ha molti lati oscuri e che eccede a dismisura (mangia tantissimo e così

viene rappresentato nel dramma) ma che nelle sue lotte con belve e creature

semiferine porta con se una civilizzazione.

Poter risalire a divinità o eroi del genere, avere quindi un pedigree mitico, nel

mondo antico era molto importante, come dimostra l’esempio di Roma che fa

risalire le sue origini a Troia tramite l’Eneide.

Sapere quale e perché è la divinità protettrice di una città è fondamentale, perché

dice molto sulle persone che da quella città provengono.

Il mito crea e cementa dei sentimenti di appartenenza e collettività, e questo vale

per tutto il mondo antico anche dopo l’età arcaica, oltre ad essere una delle ragioni

della continuità del mondo classico, poiché nel momento in cui Roma aspira a

divenire una grande potenza capisce di doversi appropriare del patrimonio culturale

greco, che era superiore al proprio.

Il Panthenon CRONO | SATURNO:

sposa Rea (identificata nel

pantheon romano ora con

Cibele -Magna Mater

deorum Idaea- ora con

Opi, dea arcaica di origine

sabina)e nascono:

Estia | Vesta (divinità

arcaica del focolare

domestico, molto

presente nel pantheon

romano ma spesso non in

quello greco)

Demetra | Cerere (dea

del raccolto e delle messi,

legata ai culti misterici)

Era | Giunone (moglie di

Zeus, protettrice del

matrimonio)

Ade | Plutone (dio

dell’oltretomba, l’Ade)

Poseidone | Nettuno (dio

del mare, benché

inizialmente legato ai

terremoti)

9: Marte e Venere - Canova (Dettaglio)

Zeus | Giove ( regna sulle terre emerse, dio del tuono)

Il problema della coesistenza delle generazioni divine è molto presente nel

pantheon olimpico, ma già il fatto che Zeus, Poseidone ed Ade e della loro

tripartizione del mondo (nell’Iliade, e questo non è compatibile con il racconto

esiodeo) è un problema di per se. Zeus, anche se è il re degli dei, e non ha problemi

a gestire Ares o Atena, non riesce mai a far eseguire i propri ordini a, per dire,

Poseidone, un dio antico quanto lui, e se si apre l’Odissea la cosa diviene palese.

ZEUS | GIOVE:

Unioni divine:

 Meti (la Prudenza): Atena | Minerva (che nasce dall’ingerimento di Meti o

direttamente per partenogenesi, dea che presiede alla sapienza,

all’intelligenza e alla guerra nella sua accezione di strategia)

 Temi (la Giustizia): Moire | Parche (le dee che filano il destino degli uomini:

Atropo, ‘l’inevitabile’ che recide il filo; Lachesi che decideva la lunghezza

della vita, e Cloto tradizionalmente legata alla nascita). In Omero ed Esiodo il

destino era personificato in Ananke.

 Dione: Afrodite | Venere (Afrodite Pandemia, secondo la diversificazione di

Platone, la quale rappresentava l’amore volgare, fisico. Anche Omero avalla

questa versione della nascita di Venere. L’altra versione della dea dell’amore è

quella di Afrodite Urania, nata dal seme di Urano dopo l’evirazione, e che

rappresenta l’amore puro, secondo Platone, o comunque un’accezione

dell’amore cosmico degli elementi).

 Mnemosine (la Memoria): le Muse (le patrone delle arti e le uniche, oltre a

Zeus, a portare l’appellativo di Olimpiche. Sono sette:

o , colei che rende celebri, la , seduta e con una in

pergamena

Clio Storia

mano;

o , colei che rallegra, la , con un ;

flauto

Euterpe Poesia lirica

o , colei che è festiva, la , con una maschera, una

Talia Commedia

ghirlanda d' e un bastone;

edera

o , colei che canta, la , con una maschera, una e

spada

Melpomene Tragedia

il bastone di Ercole;

o , colei che si diletta nella danza, la , con plettro e lira;

Tersicore Danza

o , colei che provoca desiderio, la , con la ;

lira

Erato Poesia amorosa

o , colei che ha molti , il , senza alcun oggetto;

inni

Polimnia Mimo

o , colei che è celeste, l' , con un bastone puntato al

Urania Astronomia

cielo;

o , colei che ha una bella voce, la , con una tavoletta

Calliope Poesia epica

ricoperta di cera e uno stilo

 Latona | Leto (il progresso tecnologico):

 Apollo (dio delle arti, della musica, della poesia, della medicina e della

pestilenza, della profezia e del Sole –Elios-. Capo delle Muse). Lui e la sorella

nascono sull’isola di Delo, e da lì il particolare culto, specie dedicato al primo,

in quell’isola.

 Artemide | Diana (dea della caccia e della luna –Ecate-, della verginità ma

anche del parto e della fertilità in quanto aiutò la madre a partorire il gemello

Apollo).

 Demetra | Cerere: Persefone (Kore) | Proserpina ( moglie di Ade e regina

degli inferi, legata al mito delle stagioni e figura fondamentale nei Miti

Eleusini)

 Era | Giunone:

 Ares | Marte (dio della guerra nella sua accezione violenta e della lotta intesa

come sete di sangue. Secondo la versione del mito di Ovidio Ares ha una

sorella gemella, Eris –la Discordia- e i due sono concepiti da Era quando essa

tocca un fiore e non dall’unione con Zeus. Secondo la versione omerica invece

i due gemelli sono figli di Zeus)

 Ebe | Iuventas (la Gioventù; nell’Odissea, nella Teogonia e nel Catalogo delle

Donne è citata come moglie di Ercole)

 Ilizia (la dea del parto o che comunque provocava i dolori alle partorienti)

 Efesto | Vulcano (il dio del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della

scultura e della metallurgia; è colui che costruisce le armi degli dei e degli eroi.

È il marito di Afrodite)

 Maia (una Pleide): Ermes | Mercurio (dio del commercio, rivestiva altresì il

ruolo di psicopompo, ovvero accompagnatore dello spirito dei morti e in

generale era considerato il messaggero degli dei; è considerato un dio

ingannatore, e presiede ad una forma di intelligenza più pratica rispetto a

quella di Atena: è il dio degli espedienti, dei ladri, e di tutta una serie di

attività dinamiche)

Unioni umane:

 Alilmena: Ercole

 Danae: Perseo

 Europa: Minosse

 Leda: Elena, I dioscuri (Castore e Polluce)

 Semele: Dioniso | Bacco (dio del vino e degli eccessi, dell’estasi e della poesia

ispirata. Passa gli ultimi mesi di gestazione nella coscia di Zeus, dalla quale

nasce perfettamente formato, e da cui si capisce il significato del suo nome:

‘nato due volte’).

Le divinità del pantheon greco risiedono sopra le nubi che stanno sopra il monte

Olimpo, in Tessaglia; sono antropomorfe, invocate continuamente nelle vicende

umane che ognuna presiede, e questo differenzia le divinità greche per esempio da

quelle egizie. Non tutti, va detto, sono stati d’accordo con la forma antropomorfa

degli dei: Senofane (poeta lirico) dice che se le scimmie avessero degli dei questi

avrebbero un aspetto scimmiesco, e in generale contesta che gli uomini raffigurino

gli dei, a loro superiori, con le loro stesse fatture.

Il problema principale della religione olimpica sta nel fatto che questa sia o meno

confacente allo scopo che si prefigge, in quanto i messaggi che diffonde non sono

sempre moralmente corretti, specie vista la loro ragione parenetica, neppure

secondo il metro di giudizio degli antichi.

Una svolta nell’ambito mitologico/religioso si ha con Platone, che nel IV° secolo

condanna e critica la poesia epica, perché i bambini si trovano davanti Omero come

primo testo e apprendono delle cose eticamente disdicevoli. Per Platone fu un

punto fondamentale la morale dell’educazione. Tuttavia Platone stesso usava spesso

il mito nelle sue opere, seppur non il mito della religione olimpica. Platone non fa

solamente una critica del mito così come se lo trova, ma mette in campo un

racconto mitico di tipo propedeutico all’istruzione e che è utile a rendere più chiaro

un discorso filosofico.

Non è un caso che proprio in relazione a Platone sorgano delle maniere di leggere

miti greci, già nell’antichità, che potrebbero sorprendere: fiorisce una lettura

evemeristica del mito, secondo la quale gli dei non fossero che essere umani poi

divinizzati, e questa visione consentiva di rendere il mito sul piano storico. Il mito si

poteva leggere allegoricamente, e che si diffonderà molto in epoca ellenistica e

soprattutto imperiale, ma che sarà comunque fondamentale per la sopravvivenza

del mito greco con il sopravvento del cristianesimo.

Già Omero viene letto in maniera allegorica: quando nel XX° libro dell’Iliade accade

la scena della rissa tra gli dei, questa viene vista come un’allegoria naturale dello

scontro tra gli elementi naturali che quelle divinità rappresentano.

Quando si va ad analizzare un mito è fondamentale scegliere una versione da

analizzare, poiché a seconda del luogo e del tempo il mito varia moltissimo nei suoi

dettagli, e non solo nel mito greco, che però si caratterizza con la conservazione di

moltissime varianti mitiche.

Anche nell’arte la molteplicità di versioni mitiche è fondamentale; e anche nelle

fonti letterarie bisogna sempre tener conto chi è a raccontare il mito.

Ad esempio il personaggio di Prometeo è stato rappresentato in maniere differenti a

seconda di come è visto: il Prometeo del Rockefeller, tutto d’oro, posto al centro

della capitale mondiale, vuole trasmettere il messaggio che l’uomo, con le sue

capacità, può ottenere dei risultati sorprendenti. Ovvero Prometeo è il simbolo

dell’industriale.

Nel film di Thomas Harrison, Prometheus, Prometeo è l’emblema delle lotte dei

minatori dell’Inghilterra degli anni ’70-’80 di Margaret Tatcher, la quale distrusse lo

stato sociale inglese. In pratica il simbolo della resistenza delle classi subalterne al

potere costituito.

Due modi di vedere lo stesso mito completamente opposti, ed anche nell’antichità

questo era un ragionamento valente. Dietro la narrazione di un mito c’è sempre una

qualche forma di intenzione da parte dell’autore.

La scienza dei miti, intesa come mitologia, è un fatto che ha preso piede a partire dal

Rinascimento, quando furono ripresi i miti greci, ma il loro studio sistematico si è

avuto solo dall’800, quando larga parte della mitologia era volta al tentativo di

agganciarla alla spiegazione di eventi naturali o, in alternativa, a fatti storici trasporti

in un orizzonte mitico (la Guerra di Troia).

Nel corso del XX° secolo prevalse una chiave di lettura legata al rituale: dalla

morfologia di un culto si sarebbe sviluppato poi il racconto.

Un’altra strada percorsa, soprattutto dagli anni ’60-‘70 in ambito francese, è stata

quella di considerare il mito, e non solo quello greco, in una lettura strutturale di

esso: ovvero il mito viene considerato nelle sue strutture di base (il conflitto

generazionale, quello con la natura), le quali sono sempre le stesse

indifferaziatamente dal luogo dai quali essi provengono.

Poi c’è stata tra nel ‘900 il tipo di lettura psicanalitica, propugnata da Freud, e che è

legata solo ad alcuni racconti mitici che simboleggiavano le pulsioni dell’individuo. Il

problema di questa lettura è che più che tentare di interpretare il mito, essa è volta

ad essere utilitaristica, nel senso che è volta a giustificare delle teorie psicanalitiche,

perché la lettura psicanalitica non riesce a spiegare tutti i miti.

Tra ‘800 e ‘900 invece c’è stata la tendenza a confrontare, e che serve più in senso

descrittivo che esplicativo, il mito greco a quelli del resto dell’Europa.

Il mito è pertanto un universo complesso che non può essere studiato solo in una

sua forma. Esso è inoltre utilizzato in tutti i generi letterari, e non solo nell’epica.

Un genere che sfrutta enormemente il mito è la lirica; la quale però aveva

un’accezione diversa da quella odierna. Essa era accompagnata da strumenti

musicali, e poteva essere espressa in due modi diversi: tramite la recitazione, e in

quel caso veniva chiamata lirica recitativa; e tramite il canto melodico, e allora

veniva chiamata lirica melica.

Anche quando era cantata lo era in un modo diverso:

A solo Lirica Monodica (SIMPOSIO)

In coro Lirica Corale (OCCASIONI RITUALI)

La lirica era quindi fondamentalmente musica, la qual parte però è andata perduta,

e che era importante soprattutto nel caso della lirica corale.

Generi della lirica monodica:

L’Elegia, la quale si articola in distici dattilici (una sillaba lunga e due brevi), un

esametro ed un pentametro, è il genere più vicino all’epica. L’elegia è

probabilmente nata dai canti delle recitazioni funebri, ma ha una funzione varia, è

caratterizzata da un clima triste in ambito più moderno e si concentra sul clima

amoroso in quello romano; ma specializza poi in molti altri ambiti:

 Gnomica (esprime una sentenza);

 Riflessiva (riflessione su ciò che accade al poeta);

 Parenetica (esortazione nei confronti di qualcuno, è usata specie in ambito

bellico);

 Narrativa (narrazione di fatti mitici o storici);

 Politica;

Il Giambo, il quale si articola in trimetri giambici (una sillaba breve ed una lunga).

Esso possiede il crisma dell’invettiva.

Generi della lirica corale:

 In onore di un dio: 

o In onore di Dioniso Ditirambo;

o In onore di Apollo Peana;

o Altri dei Inno;

 In occasione delle nozze: 

o Per il matrimonio vero e proprio Imeneo; 

o Arrivo della sposa alla casa dello sposo Epitalamio (‘dinanzi al

talamo’)

 

Per le processioni Prosodio;

 

Cerimonie femminili di passaggio all’età adulta Partenio;

 

Riti funebri Threnos (‘compianto’);

 

Lode di una persona Encomio;

 

In onore della vittoria (nike) Epinicio;

 

Per il simposio Scolio.

La lirica corale era quindi di norma realizzata per spazi aperti e legata a contesti

specifici, ed aveva un grande dispendio alle spalle (servivano infatti un’orchestra e

un coro di almeno 10-15 persone che doveva essere istruito, e per fare ciò si aveva

bisogno di tempo). È molto raro che una lirica corale non sia legata d un evento

cittadino.

Tra i lirici arcaici solo di Pindaro e Teognide sono state tramandate opere intere. La

musica era molto importante (ma d’altronde la natura psicologica della musica era

per tutto il mondo antico fondamentale) e veniva usata una melodia semplice non

sovrapposta. A seconda dei diversi modi cambiava il risultato: c’erano modi più

‘morali’ e altri più lascivi.

La metrica della lirica è variabile (a differenza dell’epica dove veniva usato solo

l’esametro) ed è possibile capire a quale categoria appartenesse una composizione

lirica anche in base alla metrica usata.

Almeno fino al IV° secolo a.C. la circolazione dei testi lirici, che nascevano in forma

scritta, era orale; le liriche non venivano scritte per poter essere lette ma in

occasione di eventi specifici, che variavano a seconda della tipologia di lirica (a solo

o corale).

Quando un poeta lirico scrive ‘io’, questo non è indice di individualità associabile a

quella del Romanticismo, poiché le creazioni liriche sono create per essere

8

condivise, quasi sempre nell’ambito del simposio . La lirica simposiale è figlia della

poiché

società della all’interno delle corti monarchiche essa non sarebbe

stata possibile. L’appartenenza a determinate regioni condiziona il dialetto usato

nelle liriche, con il conseguente utilizzo di un certo tipo di dialetto per una

determinata categoria di composizioni liriche.

8 ‘Banchetto’, ‘luogo in cui si beve assieme’; sta però a indicare un insieme di intrattenimenti successivi alla cena,

durante il quale una serie di maschi adulti si riunivano per realizzare giochi quali il cottabo (si ha una coppa quasi

vuota di vino e bisogna lanciare il poco vino rimasto all’interno del cratere), conversare e discutere, spesso di

questioni inerenti la politica o l’amore. Si beve vino tagliato con acqua, ed è vietato ubriacarsi a meno che non ci si sia

organizzati prima in tal senso. I partecipanti facevano parte dell’aristocrazia, e si intrattenevano spesso anche con i

musici o con la lirica, creata il loco per l’occasione dai partecipanti.

La lirica ionico-attica

Tra l’VIII° e il VI° secolo le colonie ioniche ebbero un enorme sviluppo economico e

politico. Nella Ionia cominciò ad estendersi l’urbanizzazione e si adottò l’economia

monetaria, con una conseguente crescita di classi sociali antagoniste all’aristocrazia

terriera dominante. Per tutta l’epoca arcaica la Ionia fu l’ambiente culturale più

evoluto del mondo greco; fu lì che prese forma definitiva la poesia omerica e

maturarono il giambo e l’elegia, ed è lì che durante il VI° secolo cominciarono la

filosofia e la storiografia.

In linea di massima la lirica ionica predilesse la modalità monodica rispetto a quella

corale (individualismo ionico vs collettività dorica –Sparta-); e in Ionia la lirica fu una

poesia per piccoli gruppi, in cui il poeta recitava le sue liriche davanti ad un gruppo

di etairoi (amici) radunati nell’ambiente simposiale.

ARCHILOCO di Paro

Ἀρχίλοχος, Archílochos; Paro, 680 a.C. ca. – 645 a.C. ca.

Parlando di lirica arcaica si è sempre

considerato, come padre di tale arte, Archiloco

di Paro, e fino almeno all’età ellenistica egli

veniva venerato in tal senso. Egli è il primo

esponente di due generi della lirica monodica:

l’elegia e il giambo.

9 10

“Io sono scudiero di Enialio signore, e

conosco il dono amabile delle Muse.”

È questa l’innovativa presentazione di

Archiloco, nella quale si definisce poeta-

soldato. Egli mostra una visione più laica della

poesia, non rivendicando il fatto che la propria

autorità poetica sia conferita dalle divinità.

Nelle sue liriche Archiloco ribadisce spesso il suo essere soldato (un soldato

mercenario, e quindi senza ideale).

9 Con ‘Io sono’ comincia anche l’apologo si Ulisse nell’Odissea.

10 Enialio è uno dei nomi di Ares.

Non bisogna però credere erroneamente che tutta la parte biografica sia veritiera,

visto che manca la contestualizzazione di queste opere.

In una sua lirica si nota inoltre una forma di antieroismo, poiché egli mette al primo

posto la vita piuttosto che il timè. Se nell’Iliade egli avesse gettato lo scudo sarebbe

stato investito dal meccanismo dell’aidos:

“Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio -

arma gloriosa - lasciai non volendo. Ma salvai la mia vita. Quello

scudo, che importa? Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non

meno bello.”

In un altro frammento egli descrive il proprio comandante ideale in modo

incompatibile agli standard omerici. Ne svaluta l’aspetto estetico, mettendolo

addirittura in burla, mente nell’orizzonte omerico la bellezza era legata al valore del

guerriero.

Nel II° canto dell’Iliade Agamennone sottopone i propri soldati ad una peira –prova-

dicendogli di andare alle navi per partire. I soldati, invece di ribattere e restare,

cercano veramente di imbarcarsi, ma vengono trattenuti da Ulisse. In un altro punto

dell’Iliade il soldato Tersite durante un’assemblea mette in burla Agamennone

nell’unico caso d’insubordinazione dell’Iliade: da notare che di lui si dice che è calvo,

incagliato e mezzo zoppo.

Quando Archiloco esprime il desiderio di avere un comandante brutto ma

coraggioso, inoltre egli lo fa usando l’elegia esametrica tipica dell’epica.

Evidentemente egli si rivolgeva ad un pubblico ben disposto verso questo punto di

vista. “Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe, fiero dei suoi

riccioli e ben rasato. Uno basso ne voglio, con le gambe storte, ma

ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.”

Nelle frammenti in cui parla di se stesso, Archiloco usa un tono più riflessivo:

“Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio, sorgi, difenditi,

opponendo agli avversari il petto; e negli scontri coi nemici poniti,

saldo, di fronte a loro; e non ti vantare davanti a tutti, se vinci; vinto,

non gemere, prostrato nella tua casa. Ma gioisci delle gioie e soffri

dei dolori non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.”

L’idea del ‘ritmo che governa l’uomo’ e riduce la dimensione umana ad

un’alternanza di momenti felici e disperati. L’idea cardine del mondo greco è che

tutto vada fatto secondo misura (metron).

Archiloco era anche un poeta compositore di giambi, ed è quindi plausibile che la

sua poesia avesse un ruolo nella vita politica, tanto che si dice che Licambo, il quale

è il suo bersaglio nelle liriche giambiche, si suicidò. Era egli il padre della promessa

sposa di Archiloco, ma quando la fanciulla gli fu negata il poeta compose dei giambi

in cui, tra le altre cose, egli parla di un incontro amoroso avuto con l’ex fidanzata .

Anche la prima datazione nella lirica appartiene ad Archiloco: è quella del 684 a.C.,

anno di un’eclisse solare, e scrive una serie di adynata (cose impossibili).

“Non v'è cosa che l'uomo non possa aspettarsi, o negare giurando, o

che desti stupore, da che Zeus, il padre degli dèi nell'Olimpo, fece

notte nel mezzo del giorno, occultando la luce al sole splendente. E

una triste paura sugli uomini venne. Tutto da allora è degno di fede,

tutto dall'uomo può essere atteso: nessuno di voi si stupisca,

nemmeno se vede le fiere scambiar coi delfini il pascolo marino, e

che ad esse le onde echeggianti del mare siano più gradite della

terra, così come ai delfini il monte boscoso.”

Altri due importanti esponenti della lirica giambica sono Simonide e Ipponatte.

Simonide di Amorgo

Σημωνίδης Ἀμοργῖνος; VII secolo a.C. – VI secolo a.C.

Naque a Samo, ma partecipò alla fondazione di una colonia nell’isola di Amorgo,

probabilmente attorno alla metà del VII° secolo. Compose elegie e giambi, e i filologi

alessandrini lo collocarono nel canone di questi ultimi.

Il suo più celebre componimento è il Biasimo delle Donne, fortemente misogino, un

atteggiamento radicato presso il pubblico esclusivamente maschile del simposio. A

differenza di Archiloco egli però si esprime in modo più oggettivo.

Ipponatte di Efeso

Ἱππῶναξ; Efeso, VI secolo a.C.

Poeta della seconda metà del VII° secolo, egli è invece un esponente del giambo più

crudo, e spesso parla di circostanze grottesche:

“Hermes, caro Hermes, Cillenio, rampollo di Maia, t'invoco: ho un

freddo cane e batto i denti... […] Da' un mantello a Ipponatte, e una

corta tunichetta, sandaletti e babbucce; e di oro sessanta stateri, da

un'altra casa... […] A me tu non hai dato una tunica pesante, riparo

dal freddo d'inverno, né con babbucce spesse mi copristi i piedi,

perché non mi scoppino i geloni.”

Egli è l’archetipo del poeta pitocco, e la situazione che rappresenta è in contrasto

con il suo nome di risonanza aristocratica. Si tratta quindi o di un nobile decaduto,

oppure egli impersona un personaggio nei suoi versi.

L’elegia è però più feconda del giambo. Frequente era l’elegia parenetica, mirata ad

esortare i giovani al combattimento e non svergognare i propri padri.

Callino di Efeso

Καλλῖνος, Kallìnos, Efeso, VI secolo a.C.

Di Callino si sa che era di Efeso, nell’Asia Minore, e che viveva nel periodo in cui quei

territori erano minacciati da popoli provenienti dalla Tracia. Nelle sue elegie Callino

biasima i giovani che non contribuiscono alla difesa dai nemici e cercano invece

riparo nelle case, esortandoli ad aspirare alla fama che una morte gloriosa in

battaglia procura e a rinunciare alla viltà della fuga. Null’altro si sa della sua vita.

“Mentre muore, ognuno per l'ultima volta scagli la lancia. È cosa

onorevole e splendida per l'uomo combattere contro i nemici,

difendendo la terra, i figli e la moglie legittima; allora la morte verrà,

quando le Parche l'abbian filata. Brandendo in alto la lancia, avanzi

ognuno diritto, e sotto lo scudo raccolga il suo cuore valoroso, non

appena s'accenda la mischia. Che un uomo sfugga alla morte non è

concesso dal fato, neppure se è prole di antenati immortali. Spesso,

chi fugge la lotta e lo strepito dei dardi ritorna, e in casa lo coglie

destino di morte. Ma costui non è caro al popolo né desiderabile

mai; l'altro, umili e potenti lo piangono se qualcosa gli accade. Tutto

il popolo ha rimpianto dell'uomo valoroso quando muore, ma se

vive è degno dei semidèi; nei loro occhi lo vedono quasi fosse una

torre: da solo egli compie imprese degne di molti.”

Mimnemo

Μίμνερμος, Mímnermos; Colofone o Smirne, VII secolo a.C. – inizio VI sec a.C.

Nacque a Colofone o forse a Smirne, e probabilmente visse tra il VII° e il VI° secolo.

Fu il poeta dell’amore e cantore di gesta militari, ma viene principalmente ricordato

come il poeta del rimpianto e della nostalgia per la giovinezza che fugge, ein questo

si contrappone a Solone, il quale si augura di vivere a lungo.

“Che vita mai, che gioia senza Afrodite d'oro? Ch'io sia morto

quando più non mi stiano a cuore l'amore segreto, i dolci doni e il

letto: questi sono i fiori della giovinezza, desiderabili per gli uomini e

le donne. Quando poi dolorosa sopravviene la vecchiaia, che rende

l'uomo turpe e cattivo, sempre nell'animo lo corrodono tristi

pensieri; e di vedere i raggi del sole non gioisce, ma è odioso ai

ragazzi e in dispregio alle donne: così penosa fece il dio la

vecchiaia.”

“Come le foglie che fa germogliare la stagione di primavera ricca di

fiori, appena cominciano a crescere ai raggi del sole, noi, simili ad

esse, per un tempo brevissimo godiamo i fiori della giovinezza, né il

bene né il male conoscendo dagli dèi. Oscure sono già vicine le Kere,

l'una avendo il termine della penosa vecchiaia, l'altra della morte.

Breve vita ha il frutto della giovinezza, come la luce del sole che si

irradia sulla terra. E quando questa stagione è trascorsa, subito

allora è meglio la morte che vivere. Molti mali giungono nell'animo:

a volte, il patrimonio si consuma, e seguono i dolorosi effetti della

povertà; sente un altro la mancanza di figli, e con questo rimpianto

scende all'Ade sotterra; un altro ha una malattia che spezza l'animo.

Non v'è un uomo al quale Zeus non dia molti mali.”

Solone di Atene

Σόλων, Sólon; Atene, 638 a.C. – 558 a.C.

Atene inizialmente rimase culturalmente assente, chiusa nelle sue tradizioni

contadine. Il primo poeta della città ne fu anche il legislatore: le elegie di Solone, di

carattere parenetico-politico, delineano un ambiente estremamente diverso dal

quello del variegato mondo ionico.

Solone nacque ad Atene a cavallo tra il VII° e il VI° secolo, da una famiglia di antica

nobiltà, e fu un preminente politico. Fu eletto arconte, scrisse la Costituzione

Ateniense, e viene considerato il fondatore della democrazia di Atene (tolse la

schiavitù per debiti e riordinò la cittadinanza su base censitoria).

Le sue elegie sono essenzialmente politiche, e lui vi si pone come mediatore tra le

fazioni in nome della giustizia. Pur criticando il comportamento dei cittadini ateniesi,

afferma anche l’immortalità della città.

“Mai, per decreto di Zeus o per volere degli dèi beati, immortali, la

nostra città cadrà in rovina: una tale custode, magnanima, dal padre

possente, Pallade Atena, tiene le mani dall'alto su essa. I cittadini,

con le loro stoltezze, vogliono distruggere, proprio loro, la grande

città, corrotti dal denaro. Ingiusta è la mente dei capi del popolo, cui

incombe patire molti dolori per grande tracotanza. Essi non sanno

contenere l'insolenza, né attendere alle gioie presenti, nella pace del

banchetto.”

“E questa ineluttabile piaga (l’avarizia), avanza ormai verso tutta la

città e questo subito giunge all’odiosa schiavitù, la quale ridesta il

conflitto civile e la guerra che dorme, dell’amabile giovinezza di

molti distruttrice.”

Teognide di Megara

Θέογνις, Théognis; Peloponneso, tra il VI secolo a.C. ed il V secolo a.C

Visse nel VI° secolo e fu un aristocratico legato all’oligarchia terriera della propria

città. Avverso all’emergere dei nuovi ceti sociali fu dapprima mandato in esilio a

Sparta e poi in Sicilia.

È l’unico, oltre a Pindaro, di cui possedeva la raccolta completa, anche se il CORPUS

THEOGNIDEUM contiene componimenti di diversi autori.

Attivo in ambiente simposiale veniva considerato il maestro dell’ambiente

conviviale, e dei suoi versi si tende a considerare suoi quelli con il ‘sigillo’ ()

di CIRNO. Le sue liriche, oltre ad essere piena di passione per l’oggetto del suo

amore efebico, è anche colmo di prediche e lezioni moraleggianti:

“O Cirno, da me poeta sia posto un sigillo a questi versi; e mai

saranno di nascosto rubati, ed essendovi del buono, nessuno li

muterà in peggio. Ognuno dirà: «Di Teognide il Megarese son questi

versi, famoso presso tutti gli uomini».

Ma a tutti i cittadini certo non posso piacere; e non deve stupire, o

Polipaide: neppure Zeus piace a tutti quando piove, o quando

trattiene la pioggia. Spinto dall'affetto, ti insegnerò, o Cirno, quelle

cose, che dai buoni ho appreso, ancora ragazzo. Sii accorto: da

opere turpi ed ingiuste non trarre onori, distinzioni, o ricchezze.

Questo dunque sappi: non devi frequentare gli uomini cattivi, ma

stare sempre con i buoni: con essi mangia e bevi: siedi con essi, e

cerca di piacere a loro, che hanno grande potenza. Dai buoni

apprenderai precetti buoni; se ai cattivi ti mescoli, perderai anche il

buon senso che hai. Appreso questo, frequenta i buoni, e potrai un

giorno dire che agli amici io do consigli retti.”

Qui Teognide propaganda una distinzione degli uomini in due categorie: agathòi

(buoni) e kakòi (cattivi), divisi in base alla classe sociale e non alla qualità morale.

Il simposo, e qui la cosa è palese, era un luogo di trasmissione dei valori (ti

insegnerò quelle cose che dai buoni ho appreso). I giovani intervenivano nel

simposio per due ragioni: pederastia, la quale era largamente diffusa e socialmente

accettata, e per l’aspetto parideutico d’istruzione giovanile che avveniva in tali

gruppi. Questi due ambiti sono strettamente legati, e l’omosessualità nella Grecia

arcaica era approvata a meno che non fosse o eccessiva, o solamente sessuale,

oppure denigratoria nei confronti dei giovani.

Anacreonte

'Ανακρέων, Anakréon; Teo, 570 a.C. circa – 485 a.C. circa

Nacque attorno al 570 a.C. a Teo e, ormai affermato, venne inviato alla corte di

Policrate a Samo. Dopo la morte del tiranno si trasferì ad Atene presso i figli di

Pisistrato, e quando questi furono cacciati si stabilì in Tessaglia. Era un poeta

professionista, e in un certo qual modo anche un cortigiano. Morì ultraottantenne, e

la sua poesia si sviluppò in simposio e trattò prevalentemente temi d’amore

disincantato. Il sentimento amoroso nelle sue liriche è espresso in toni lievi, e

Cleobulo, il ragazzo da lui corteggiato, fu addirittura oggetto di un piccolo

canzoniere d’amore.

“Fanciullo sguardo di vergine, io ti bramo. Ma tu non ascolti: non sai

che dell'animo mio tieni tu le briglie.”

“Cleobulo io amo; per Cleobulo impazzisco; in Cleobulo m’incanto.”

Focilide

Poeta gnomico della metà del VII° secolo; i suoi frammenti (poco più di 20 in

esametri o distici elegiaci) trattano di argomenti etici in un contesto di massime di

saggezza, sulla scia di Esiodo e Teognide.

La lirica a Sparta: Tirteo e Alcmane

VII° sec. a.C. – Sparta

Sparta non fu solamente una città-caserma, e durante

l’VIII° e il VII° secolo fu essa, e non Atene, il centro

principale della Grecia continentale. A differenza a

quanto accadeva nel mondo ionico, nella dorica Sparta

il poeta non era la voce del mondo arisocratico, ma un

‘tecnico della comunicazione’che poneva la propria

arte a servizio della società, e la sua arte aveva un

forte carattere parenetico.

Lì, come in linea di massima nel mondo dorico, la lirica

era prevalentemente corale, e ciò condizionò la lingua

delle successive composizioni della lirica corale, che

rimase il dialetto dorico.

Un grande contributo all’organizzazione della vita culturale spartana fu dato da due

poeti attivi nel VIII° secolo e contemporanei di Archiloco: Terpandro di Lesbo e

Talete di Gortina, inovatori nel campo musicale di cui però non rimane nulla.

Più noti sono invece Alcmane e Tirteo.

Attorno al 600 a.C. però la ricca vita culturale spartana si inaridì a causa del

conservatorismo politico e dello stretto controllo dello stato sulla vita civile, e

tuttavia le opere composte in precedenza continuarono a venire recitate.

Tirteo

Τυρταῖος, Tyrtâios; VII secolo a.C..

Secondo la leggenda era ateniese, e gli spartani, in difficoltà bellica durante la

seconda guerra messenica, chiesero consiglio all’oracolo di Delfi, che gli consigliò di

chiedere agli Ateniesi un comandante. Questi inviarono Tirteo per dileggio, un

maestro di scuola folle e zoppo, ma che coi suoi canti infuse ardore ai guerrieri

spartani.

Tirteo fu in realtà un cittadino spartano a pieno diritto, perfettamente integrato nel

sistema della polis.

La lingua delle elegie di Tirteo è il dialetto ionico, ma vi sono tracce di una

precedente versione dorica; ne si deduce che le sue opere fossero state tradotte per

il pubblico attico e persero il tradizionale colorito dorico.

Le opere di Tirteo furono raccolto, secondo il Lessico Suda, in cinque libri di elegie e

canti di guerra (), del quale si conosco due titoli:

 Il buon governo, che celebrava la costituzione spartana:

 Le esortazioni, al combattimento.

Di esse restano circa venti frammenti, alcuni di un’estensione rilevante.



L’ambiente in cui maturò la poesia di Tirteo è quella degli (omoioi, gli eguali),

ossia i cittadini a pieno diritto che formavano l’aristocrazia militare dominante.

(aretà, 

Tirteo fu il bardo dell’a virtù guerriera) spartana e del

(kosmos, l’ordine), ossia la costituzione conservatrice della città. Un tema che

ritorna di continuo è l’idea dell’essere coraggiosi, ciò sfidare la morte e sacrificare la

vita per il bene collettivo.

Le sue elegie parenetiche sono dedicate all’ambiente militare; secondo le

testimoniane dell’oratore Licurgo, gli spartani avevano promulgato una legge

secondo la quale l’esercito prima della battaglia doveva radunarsi presso la tenda

del re ed ascoltare l’esecuzione delle liriche di Tirteo, “convinti che, in questo modo,

essi avrebbero voluto morire per la patria”.

Le sue liriche, con l’accompagnamento del flauto, avevano per altro un grande

impatto emotivo: esse non celebravano valori astratti, ma rappresentavano singoli

momenti della vita civile e guerriera, offrendo precisi modelli di comportamento.

“Per un uomo valoroso è bello cadere morto combattendo in prima

fila per la patria; abbandonare la propria città e i fertili campi e

vagare mendico, è di tutte la sorte più misera, con la madre errando

e con il vecchio padre, con i figli piccoli e la moglie.

Sarà odioso alla gente presso cui giunge, cedendo al bisogno e alla

detestata povertà: disonora la stirpe, smentisce il florido aspetto;

disprezzo e sventura lo seguono. Se, così, dell'uomo randagio non vi

è cura, né rispetto, neppure in futuro per la sua stirpe, con coraggio

per questa terra combattiamo, e per i figli andiamo a morire, senza

più risparmiare la vita.”

Τεθνάμαι γὰρ καλὸν ἐνὶ προμάχοισι « Giacere morto è bello, quando un

πεσόντα ἄνδρ' ἀγαθόν, περὶ ᾗ πατρίδι prode lotta per la sua patria e cade in

μαρνάμενον. prima fila »

(trad. F Pontani)

Alcmane

Ἀλκμάν; Sardi, seconda metà del VII secolo a.C.

La cronologia antica poneva il suo momento di massima attività attorno al 670

oppure al 610 a.C.

Le sue liriche furono raccolte in sei libri dai grammatici alessandrini; la lingua che

utilizza per le sue elegie corali è il dialetto dorico: non quella però parlata a Sparta,

ma una lingua letteraria con elementi di dialetto laconico.

Alcmane, il quale spesso descrive le cerimonie spartane, si specializzò in Parteni

(‘canti di fanciulle’), destinati all’esecuzione da parte di cori femminili.

Un’altra sezione della produzione di Alcmane fu rivolta all’ambiente maschile del

simposio.

Egli usa, nel suo stile, la metafora e la sentenza, entrambe ignote ad Omero.

Suo è il primo ‘notturno’ letterario della storia:

“Dormono le cime dei monti, e le gole, le balze e le forre; la selva e

gli animali che nutre la terra nera: le fiere dei monti e la stirpe delle

api, e i pesci nelle profondità del mare agitato. Dormono le stirpi

degli uccelli, dalle ali distese.”

Alcmane componeva molti parteni che parlano delle fanciulle in modo molto

delicato (d’altronde era un evento cittadino). I parteni erano una celebrazione

cittadina molto apprezzata, perché rappresentava la forza e la bellezza delle donne

della città, talmente importante da dover essere celebrata da un poeta non indigeno

e che compose in dorico.

La lirica eolica

Tra la fine del VII° secolo e l’inizio del VI° si sviluppò una brillante civiltà a Lesbo, la

cui espressione poetica principale è rappresentata da Saffo e Alceo.

In linea di massima la loro era una lirica monodica e in particolar modo melica,

poiché era cantata in accompagnamento alla lira.

Oltre a loro due ci furono altri lirici d’alta caratura a Lesbo, ma di essi non rimane

nulla, benché sia probabile che praticassero prevalentemente la lirica corale.

Secondo la leggenda la testa ancora parlante di Orfeo, dopo lo smembramento da

parte delle menadi, giunse sulle sponde di Lesbo, luogo al quale viene attribuita la

nascita di diversi generi della lirica.

I metri adoperati a Lesbo sono del tutto diversi da quelli del resto del mondo greco.

Alceo

Ἀλκαῖος, Alkâios; Mitilene, 630 a.C. circa – 560 a.C. circa

La sua lirica si sviluppa nell’ambiente simposiale dell’ eterìa (da etairos: amici,

compagni), una compagnia di giovani uomini ( ma anche più anziani) tutti

appartenenti alla stessa fazione politica. Ciò di cui si parlava nell’eteria alceiana era

l’autocrazia: era quella l’epoca in cui nacquero molte tirannidi, sebbene il termine

nell’accezione greca originaria non aveva accezione negativa.

La presa di potere di tipo tirannideo non ha accezioni divine e porta ad un conflitto

sociale interno chiamato stasis, che si svolge tra il tiranno e le famiglie aristocratiche

che lo supportano e quelle che non lo fanno.

Alceo scrive molti carmi allegorici per parlare di questo tipo di situazione. Tra queste

composizioni, dichiaratamente allegoriche, quella della nave è molto diffusa:

“Non comprendo lo scontro dei venti: da una parte rotola l'onda e

dall'altra; e noi nel mezzo siamo trascinati con la nave nera, spossati

molto dalla grande tempesta. L'acqua già invade la base dell'albero:

la vela è tutta trasparente per i grandi squarci: le sartìe cedono, e i

timoni... che resistano almeno le scotte strette alle funi: questo solo

potrebbe salvarmi. Il carico è tutto fuori disperso…”

La nave naufraga similmente a quanto fa il governo autarchico delle polis dell’epoca.

Orazio, il lirico latino, usa spesso riferimenti alle liriche di Alceo.

In un'altra lirica Alceo fa accenno all’ubriachezza nell’ambiente del simposio,

causata dall’estasi provocata dalla morte del tiranno:

“Era ora! Bisogna prendere la sbornia! Si beva a viva forza, è morto

Mirsilo!”

Uno dei tiranni più odiati da Alceo e Pittaro, uno dei sette sapienti secondo la

tradizione greca, e quindi giudicato bene dalla maggior parte della società

dell’epoca. L’eterìa si riuniva in un determinato luogo, descritto in un frammento:

“La grande stanza luccica di bronzo; la sala è adorna per Ares di elmi

lucenti, sui quali ondeggiano bianchi cimieri equini, ornamento per

la testa d'eroi. Schinieri di bronzo, splendenti, tutt'intorno disposti,

difesa dal forte dardo, nascondono i chiodi. E corazze di lino nuovo:

scudi concavi giù deposti: e accanto, lame calcidesi; e accanto, molte

cinture e tuniche corte. Tutto questo non possiamo noi dimenticare

una volta cominciata quest'impresa.”

Si trattava di una sala d’armi coloritamente descritta.

Ma Alceo non scriveva solo di politica e di belligeranza, sebbene questi siano i suoi

temi preferiti, in quanto a causa della tirannide ha sofferto, forse andò addirittura in

esilio in altre città di Lesbo.

I suoi carmi non sono solo estasiotici ma anche simposiali; e per quanto riguarda

l’ambiente del simposio arcaico è Alceo la nostra fonte principale, parlando ad

esempio dei giochi che vi si praticavano:

“Fondi di vino volano via da coppe di Teo.” 10: Sapho - Emmanuele Villanis

Saffo

Σαπφώ, Sapphó; Ereso, 640 a.C. ca – Leucade, 570 a.C. ca

Contemporaneamente ad Alceo a Lesbo praticava

l’attività poetica un altro grande personaggio, l’unica

poetessa dell’antichità che sia giunta fino a noi: Saffo,

che fin dall’antichità veniva definita la decima musa.

Il contesto nel quale operava era il tìaso, che

nell’antichità indicava delle fanciulle aristocratiche che

venivano affidate a delle educatrici per divenire delle

perfette spose.

Il contesto del tìaso era quindi educativo, e ovviamente,

visto la chiusura di tale contesto rispetto al mondo

esterno, che al suo interno venissero praticate attività di

tipo omosessuale che avevano però un fine educativo, e

venivano poste sotto il patrocinio di Afrodite, alla quale

nel suo più completo frammento Saffo si rivole:

“Afrodite, tronoadorno, immortale, figlia di

Zeus, che le reti intessi, ti prego: l'animo non piegarmi, o signora,

con tormenti e affanni. Vieni qui: come altre volte, udendo la mia

voce di lontano, mi esaudisti; e lasciata la casa d'oro del padre

venisti, aggiogato il carro. Belli e veloci passeri ti conducevano,

intorno alla terra nera, con battito fitto di ali, dal cielo attraverso

l'aere. E presto giunsero. Tu, beata, sorridevi nel tuo volto

immortale e mi chiedevi del mio nuovo soffrire: perché di nuovo ti

invocavo: cosa mai desideravo che avvenisse al mio animo folle.

«Chi di nuovo devo persuadere a rispondere al tuo amore? Chi è

ingiusto verso te, Saffo? Se ora fugge, presto ti inseguirà: se non

accetta doni, te ne offrirà: se non ti ama, subito ti amerà pur se non

vuole.» Vieni da me anche ora: liberami dagli affanni angosciosi:

colma tutti i desideri dell'animo mio; e proprio tu sii la mia alleata.”

Questa invocazione ha due connotazioni specifiche: un coinvolgimento, almeno

apparentemente, personale, cosa che nella tradizione delle invocazione non

avveniva. E’ l’unica poetessa della lirica greca a mettere così tanto di personale nelle

sue liriche. Tuttavia le sue opere avevano un orizzonte collettivo ed anche

educativo, visto che doveva essere recitato o cantato nel tìaso.

Quindi le sue opere, pur avendo una caratura romantica, non sono solo questo.

Saffo ha inoltre un gusto molto ricco nel descrivere gli oggetti nelle sue poesie.

Questo dipende anche dalla locazione di Lesbo, vicina alla Persia e al mondo

orientale in generale. Si ritrova un gusto estetico spiccato e molto descrittivo, ma

preso da un punto di vista diverso da quello fin’ora conosciuto. Essa non apprezza,

anzi pare rifiutarlo, l’orizzonte eroico che fin’ora aveva dominato la scena:

“Un esercito di cavalieri, dicono alcuni, altri di fanti, altri di navi, sia

sulla terra nera la cosa più bella: io dico, ciò che si ama. È facile far

comprendere questo ad ognuno. Colei che in bellezza fu superiore a

tutti i mortali, Elena, abbandonò il marito pur valoroso, e andò per

mare a Troia; e non si ricordò della figlia né dei cari genitori; ma

Cipride la travolse innamorata. […] ora mi ha svegliato il ricordo di

Anattoria che non è qui; ed io vorrei vedere il suo amabile

portamento, lo splendore raggiante del suo viso più che i carri dei

11

Lidi e i fanti che combattono in armi.”

Saffo usa qui la forma retorica del priamel (prima negazione per arrivare a

descrivere ciò che si apprezza). Saffo mette Elena al centro della sua opposizione,

che nell’epica omerica veniva vista in modo molto negativo a causa del male che

causò ai greci; dato questa sua accezione negativa era quindi difficile vederla

positivamente. Elena aveva come marito un aristos, l’esempio della perfezione

eroica del mondo omerico, ma lo abbandona per seguire l’amore.

11 Frammento 16

“Simile a un dio mi sembra quell'uomo che siede davanti a te, e da

vicino ti ascolta mentre tu parli con dolcezza e con incanto sorridi. E

questo fa sobbalzare il mio cuore nel petto. Se appena ti vedo,

subito non posso più parlare: la lingua si spezza: un fuoco leggero

sotto la pelle mi corre: nulla vedo con gli occhi e le orecchie mi

rombano: un sudore freddo mi pervade: un tremore tutta mi scuote:

sono più verde dell'erba; e poco lontana mi sento dall'essere morta.

12

Ma tutto si può sopportare [...]”

La ‘gelosia’ rappresenta il processo finale del percorso di una fanciulla nel tìaso, ed

era un fatto ricorrente in quell’ambiente. Il frammento rappresenta un attacco di

panico, e ciò di cui si parla non è il tradimento o l’abbandono da parte dell’amata,

ma di un evento rituale e ricorrente, che, pur scuotendo Saffo, non era affatto

inusuale ne tìaso.

Molte delle sue composizioni parlano dell’accompagnamento alle nozze o della

cerimonia nuziale. Fin dall’epoca latina Saffo fu definita la poetessa dell’amore, e tra

leggende di cui fu protagonista, c’è anche l’avvenimento del suo suicidio a causa

dell’amore non corrisposto per un giovane che, seppur non avendo fondamento, ha

avuto in epoca romantica un incredibile successo.

Le sue composizioni dovevano essere per la maggior parte monodiche, ma alcune

erano probabilmente destinate al canto corale, un genere che esigeva una

rappresentazione pubblica velloppiù cittadina.

I poeti della Sicilia e della Magna Grecia

Stesicoro di Imera

Pseudonimo, dal greco colui che gestisce il coro, di Tisia di Imera; Metauros, 630

a.C. –Catania, 550 a.C.

I filologi alessandrini raccolsero le sue opere in 26 volumi, dei quali rimangono brevi

frammenti; la sua lirica è prevalentemente mitica e narrativa (Palinodìa di Elena) ma

ci sono giunti anche frammenti di amori infelici.

La lingua che Stesicoro usa è il dorico letterario, e si sa che creava sia lirica corale

che citarodica (a solo accompagnata con la cetra).

Veniva considerato il creatore del meccanismo poetico strofe/antistrofe/epodo. Le

prime due sono uguali a livello melodico, mentre l’epodo è il ritornello che conclude

prima di passare alla parte successiva del componimento, e a volte manca.

12 Frammento 51: il carme della gelosia

Sicuramente non ne fu lui l’inventore, ma lo usa molto spesso nelle sue liriche di

stampo epico, che poi saranno riprese nella tragedia attica del V° secolo.

Stesicoro è un anello di congiunzione fondamentale tra le versioni diverse del mito;

ad esempio il mito di Edipo, che è solo brevemente accennato in Omero, dove Edipo

dopo aver scoperto di aver compiuto incesto con la madre rimane comunque il re di

Tebe, essendo il legittimo successore al trono. In Stesicoro Edipo si uccide, ma

Giocasta non segue il suo destino e continua ad occuparsi dei figli.

Nella sua Palinodia (cantare nuovamente) di Elena modifica anche il mito troiano:

“No, questa storia non è vera:

sulle navi dai bei banchi tu non andasti mai,

e non giungesti alla rocca di Troia.”

Elena non sarebbe quindi giunta a Troia, dove in sua vece andò un èidolon

(‘simulacro’), mentre la vera Elena era stata mandata in Egitto: questa sarà la

versione poi ripresa da Euripide nell’ Elena.

In un altro frammento il poeta descrive l’uccisione del mostro Gerione da parte di

Eracle, ma lo fa in un modo molto delicato, paragonando la morte della mostruosa

creatura a quella di un fiore morente:

“[…] Gerione piegò il collo obliquamente, come un papavero che, piegando il

delicato corpo, gettando di colpo le foglie […]”

Ibico di Reggio

Ἴβυκος, Íbykos; Reggio Calabria, 580 ca. a.C. – Corinto (?), VI sec a.C.

Naque a Reggio da una famiglia nobile, e secondo il Lessico Suda le sue liriche furono

composte in dialetto dorico, ma i frammenti rimasti sono in ionico con una patina di

dorico.

Nella seconda parte della sua vita si trasferì a Samo, presso il tiranno Policrate, e la

tradizione narra che morì in modo violento, assassinato da un gruppo di predoni.

Dai frammenti rimasti sembra che l’oggetto delle sue liriche fosse il sentimento

amoroso, tanto che dagli antichi veniva considerato un poeta erotico

(specificamente pederotico).

“In primavera, i meli cidoni

irrorati dalle correnti dei fiumi,

- là dov'è il giardino incontaminato

delle Vergini - e i fiori della vite,

che crescono sotto i tralci ombrosi,

ricchi di gemme, germogliano. Per me Eros

in nessuna stagione si posa:

ma come il tracio Borea,

avvampante di folgore,

balza dal fianco di Cipride con brucianti

follie e tenebroso, intrepido,

custodisce con forza, saldamente,

il mio cuore.”

La lirica corale nell’ultima fase: Simonide, Bacchilide e Pindaro

VI°-V° secolo a.C.

Simonide di Ceo

Σιμωνίδης; Isola di Ceo, 556 a.C. circa – Agrigento, 467 a.C.

Simonide di Ceo fu il più brillante e ricercato della sua generazione e la sua attività

fu del tutto indipendente dai cambiamenti politici. Fu per un certo periodo ospite di

Ipparco, uno dei figli di Pisistrato, e in seguito fu uno dei bardi patriottici delle

guerre persiane. Alla fine della sua vita si trasferì a Siracusa presso il tiranno Ierone,

al quale introdusse il proprio nipote ed allievo Bacchilide.

Coltivò tutte le forme della lirica corale, oltre alle elegie e gli epigrammi.

Le sue composizioni epidiciche furono create in occasione delle diverse gare

agoniche panelleniche: le Olimpiadi (Olimpia), i giochi Pitici (Delfi); i Giochi di Nemea

e i giochi Istmici (Corinto).

Egli fu il primo a farsi pagare per la sua attività poetica ( il poeta ispirato dalle muse

certo non si faceva pagare).

Su Simonide circola una leggenda: egli si trovava in Tessaglia, ospite del tiranno

Tessalo; ad un banchetto nasce un diverbio, in quanto Simonide viene accusato di

aver parlato più di figure mitiche che di Tessalo in un suo epinicio; mentre si discute

bussano due viandanti che chiedono di Simonide; quando questi esce la casa crolla,

uccidendo tutti, e il poeta riesce a riconoscere i corpi straziati ricordando la

posizione degli uomini a tavola (la mnemotecnica associa immagine a senso).

Delle sue liriche si hanno solo frammenti, specie epinici. Scriveva sulla base delle

richieste del committente (il tiranno di Reggio Calabria chiese a Simonide un epinicio

per la sua vittoria in una corsa su mule, e Simonide le descrive con toni altisonanti,

dichiarandole discendenti dei cavalli). In poesia a simposio, uno scolo/encomio a

Skopas (tiranno della Tessaglia), Platone narra di una piega inattesa: viene trattato

un concetto filosofico d Pittaco (uno dei sette spapienti) che dice “è difficile essere

davvero valente”; Simonide si rifà a Pittaco, ma ne critica l’idea, in quanto per lui è

inutile cercare un uomo valente, in quanto esso non esiste, e al massimo non si deve

fare volontariamente il male. L’uomo buono (agathoi) non è per Simonide l’eroe del

mondo omerico, forte e valoroso, ma colui che sa adattarsi ed aderire alla realtà,

preannunciando così i valori del V° secolo.

Simonide si esibisce spesso in epigrammi ed elegie, e scrive due importanti testi: il

threnos (un epigramma ordinato da Atene per i caduti delle Termopili, il quale è

considerato un momento fondante dell’identità greca ed un topos: la tomba è il

miglior ornamento per una fama imperitura):

“Di coloro che morirono alle Termopili la sorte è gloriosa, bello il

destino, e un altare è la tomba; al posto dei gemiti il ricordo, e il

compianto lode. Una tale veste funebre la ruggine non oscurerà, o il

tempo che tutto doma. Questo sacro recinto d'eroi scelse ad abitare

con sé la gloria della Grecia. Testimone è Leonida, il re di Sparta, che

un grande ornamento di valore ha lasciato, e una fama perenne.”

L’altro è Il bambino (ne viene descritto per la prima volta uno, in precedenza solo ai

bambini divini veniva concesso di essere presenti in una lirica), dove si rifà al mito di

Danae: Zeus si innamora di lei e la seduce trasformandosi in una pioggia di monete,

dato che il padre la tiene rinchiusa; il frutto del loro amore non può essere nascosto

e Danae viene mandata via con il figlio (Perseo) in una cesta sulle acque; l’ottica è

personale e intimistica, e la madre parla a figlio lamentandosi della sua situazione,

ma senza essere giungere a toni patetici. Simonide è capace di descrizioni molto

vivide, e dice che “ut pictura poesis” (la poesia è come pittura parlante).

“Quando nell'arca ben costruita il soffio del vento e il mare

sconvolto la prostravano nella paura, con guance non asciutte,

intorno al capo di Perseo pose la mano e disse: «O figlio, quale pena

io ho. Tu dormi: col tuo cuore di bimbo tu dormi, nella triste arca dai

chiodi di bronzo, nella notte buia e la tenebra oscura disteso. E il

mare profondo - l'onda sfiora i tuoi capelli - non curi, né la voce del

vento, appoggiato nella veste di porpora il tuo bel viso. Se ciò che fa

paura, per te fosse pauroso, alle mie parole porgeresti il tuo tenero

orecchio. Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare, dorma la

sventura infinita. Un mutamento appaia, Zeus padre, da te. Se un

voto audace io formulo, o lontano da giustizia, perdonami».”

Bacchilide

Βακχυλίδης; Iuli, 516 a.C. – 451 a.C.

Nipote di Simonide è Bacchilide. Si possiedono un gran numero di sue citazioni,

molte avute tramite un unico papiro, e lui veniva chiamato Usignolo di Ceo. Scriveva

epinici per la dimensione agonistica inserendovi spesso storie mitiche:

“Felice quell'uomo cui il dio concesse una sorte di beni e, con

invidiato destino, di condurre una vita splendida. Ma tra i mortali

nessuno è in tutto felice. Una volta - dicono - l'espugnatore di città,

il figlio invincibile di Zeus vivida folgore, penetrò nella casa di

Persefone caviglie sottili, per trarre via dall'Ade, su alla luce, il cane

dai denti aguzzi, figlio dell'orrida Echidna. Qui, presso le correnti del

Cocito, tante anime vide di mortali infelici quante sono le foglie che

agita il vento sulle luminose balze dell'Ida, ricco di greggi. Tra esse

spiccava l'ombre del Portaonide dall'animo audace, tiratore di

lancia.”

13

Scrisse anche molti ditirambi, composizioni inizialmente dedicate a Dioniso, ma che

acquistarono col tempo poi un particolare interesse al mito di Teseo, fondatore di

Atene e uccisore del Minotauro. Tra gli altri scrive un ditirambo, il Teseo, che parla di

Egeo, padre dell’eroe, costruendolo interamente sul canto che Egeo intrattiene con

il coro poco prima del suo suicidio; questa lirica ha una notevole importanza, in

quanto viene considerato da alcuni critici, tra i quali Aristotele, un intermedio fra

il dramma e la lirica corale, da cui sbocciò la tragedia; sebbene alcuni ritengano che

fu Bacchilide ad essere ispirato dalla tragedia, già formata.

Bacchilide sarebbe stato però probabilmente molto più apprezzato se non fosse

stato contemporaneo di Piandaro.

Pindaro

Πίνδαρος, Pìndaros; Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C.

13 Per Ierone di Siracusa, vincitore col corsiero nelle gare di Olimpia.

Pindaro nacque presso Tebe, in Beozia, da nobile famiglia, ed fu chiamato l’Aquila di

Tebe. Assieme a Teognide è l’unico grande lirico di cui si ha una trasmissione diretta,

ed un poeta che viaggiò molto e si fece pagare ingenti somme per la sua attività

poetica. La sua produzione spazia tra i vari generi ed è molto vasta; prediligendo odi

e canti corali. Si hanno suoi quattro libri tramandati per intero del genere epinicio,

uno per ogni gioco panellenico; il titolo degli epinici era il nome atleta e la disciplina

sportiva, e si trattava spesso di tiranni, membri della loro famiglia o delle famiglie

più importanti, poiché la fama sportiva portava consenso il consenso politico. La

composizione si cantava dopo la gara e al ritorno in patria del vincitore.

Nell’ epinicio per Agesilao si decanta non tanto la sua vittoria e la disciplina che lo

contrastinguevano, ma le origini mitiche della sua famiglia (partendo da Batto, uno

degli degli argonauti; 250 versi di narrazione mitologica). Nell’ epinicio per Cirene

Pindaro racconta la storia della città, deve c’era la grotta dove Apollo si incontrava

con la ninfa Cirene. Pindaro usava spesso l’epinicio per scrivere miti o la storia dei

luoghi, in modo da nobilitarne origine.

“Come l'acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l'oro ha

più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di

ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli

14

altri giochi.”

L’Ethos è l’esortazione alla moderazione: secondo il pensiero di Pindaro si devono

riconoscere i propri limiti e non peccare di hybris (‘superbia’). I temi narrati in

Pindaro sono l’attualità, il mito e la religione: si parla infatti di volo pindarico

quando si parla di qualcosa e poi si passa a qualcosa altro di completamente diverso.

Nell’ epinicio pindarico c’è un passaggio continuo tra mondo divino e quello umano.

La lingua usata è molto elaborata: scrive in un dorico molto raffinato, con parole

15

lunghe, faticose e inventate da lui; è piena di ipèrbati . Il suo uso della musica è

molto particolare.

Gli epinici venivano cantati nella patria del vincitore da un coro dinanzi una platea;

vantano in un luogo aperto con confusione, musica e danze. Pindaro usa una lingua

che in pochi possono capire e questo va a suo svantaggio: ha visione del mondo che

comprende da una parte gli aristocratici (agathoi) e dall’altra tutti gli altri, che sono

necessariamente kakòi. Gli era figlio e adepto dell’aristocrazia e non ebbe mai

contati con la democratica Atene.

14 Strofa d’apertura dell’Olimpica I°, dedicata a Ierone di Siracusa.

15 Soggetto in un posto, verbo molto distante, complemento oggetto separato.

Pindaro rivendica molto spesso il suo ruolo di poeta: ad un tiranno che chiede una

poesia lui chiede molti soldi, poiché considera la poesia è più importante – e

duratura quando si parla di fama - di una statua di bronzo.

La Filosofia Presocratica

11:Gladiateur mourant (1779) - Pierre Julien

A partire dal VI° secolo, in particolar modo in area ionica e a Mileto, si svilupparono

dei pensieri rivoluzionari. Venne affrontata la questione della cosmogonia

rispondendovi in modo diverso, inizialmente senza rinnegare la religione

tradizionale.

La verità propagandata dalle nuove idee poteva però essere considerata

razionalmente. Cominciò altresì a svilupparsi il concetto di ‘logos’.

Talete di Mileto (fu il primo filosofo, sebbene certo non si definisse in questo modo)

ed altri cominciarono la ricerca delle origini della natura e dell’archè di ogni cosa,

giungendo a considerazioni diverse. Talete trovò l’archè nell’acqua (ragionamento

questo affine alle cosmogonie orientali), la quale è il principio di ogni cosa, senza

associarvi gli dèi.

Nella scuola di Mileto però questa non era l’unica teoria, e fu in questo modo che

nacque la filosofia, seppur espressa in poesia esametrica (del tipo usato nelle

composizioni epiche). Questa tendenza da Mileto si diffonde nel resto della Grecia, e

cominciarono di conseguenza a fiorire un po’ ovunque dei poemi dal titolo Perì

physeos (‘sulla natura’).

A Samo, dove fu fabbricata la prima statua interamente in bronzo, nel VI° secolo

nacque Pitagora, che presto si trasferisce a Crotone, dove fondò la sua scuola che

come archè poneva il numero, dando di conseguenza alle materie geometriche,

aritmetiche e musicali una capitale importanza.

All’interno della scuola pitagorica Pitagora era l’ autòs epha (ipse dixit), e ciò fece

diventare presto la scuola una setta misterica.

Ma questi, ed altri, non erano personaggi atei e nemmeno laici e non lo divennero

nemmeno in seguito; ma marginalizzarono il mito e gli eroi, razionalizzando la realtà.

Eraclito di Efeso propagandava una visione del mondo che poneva come archè il

fuoco e il conflitto (tutto ciò che è frutto di trasformazione e lotta), e fu lo stesso

che affermò diversi concetti molto noti anche nella società odierna: nello stesso

fiume scendiamo e non scendiamo più; tutto scorre, nulla è fisso e immutabile (panta

rèi).

Agli antipodi di Eraclito, anche fisicamente, vi è Parmenide, che poneva come archè

l’essere.

In area siciliana, ad Agrigento, ci fu Empedocle, il quale sviluppò la dottrina della

quadripartizione degli elementi (con particelle che si creano e disgregano secondo

amore e odio: nekòs, ‘contesa’) così come la conosciamo oggi. Come Pitagora anche

egli scrisse un poema attorno alla purificazione, ma è noto soprattutto per la

sceneggiata messa in atto sulla propria morte, facendo trovare solo un suo sandalo

sull’orlo di un vulcano.

Questi impulsi di filosofia, definita presocratica, costituiscono la fase embrionale

della filosofia vera e propria, che comincerà con l’operato di Socrate-Platone, e che

porrà le basi di tutta la filosofia successiva.

L’età classica

Il V° secolo rappresenta l’apice della letteratura e della cultura greca, che in quegli

anni si forma nell’accezione a tutti nota. Fu il secolo della nascita della democrazia

ad Atene e delle Guerre Persiane, fino a giungere allo smembramento delle poleis

come organismi indipendenti ed autosufficienti.

Le Guerre Persiane

490 a.C. Prima guerra persiana: vittoria degli ateniesi a Maratona

480 a.C. Inizio seconda guerra persiana: vittoria greca a Salamina

479 a.C. Fine seconda guerra persiana: vittoria greca a Platea

I meriti delle vittorie contro i persiani furono sia degli ateniesi che degli spartani, ma

furono i primi a ottenerne maggior vantaggio.

Le città ioniche, temendo il ritorno di Serse, si strinsero attorno ad Atene formando

nel 477 la lega Delio-Attica, una lega navale che inizialmente era paritaria, ma che

finì per essere controllata esclusivamente da Atene, la quale riscuoteva i tributi,

versato poi a Delo, l’isola sacra ad Apollo.

Un ruolo decisivo nel potenziamento si Atene lo ebbe Temistocle, il vincitore di

Salamina: egli intuì che la politica egemonica di Atene avrebbe prima o poi condotto

ad uno scontro con Sparta, rendendo quindi necessario proteggere la città dagli

attacchi terrestri, e si finì col costruire le lunghe mura.

Seguì un periodo di raffreddamento tra le due potenze greche, durante il quale ad

Atene si formarono due schieramenti: i moderati (contadini e aristocratici terrieri) e

i democratici (legati al commercio marittimo); questo frazionamento portò a diversi

casi di ostracismo.

L’età di Pericle

Cominciò allora l’ascesa di Pericle, un aristocratico a servizio del regime

democratico, che lavorò molto per rafforzare il potere popolare e la partecipazione

del popolo alla vita politica e decisionale.

La democrazia ateniese si trasformò però presto in imperialismo, specie dopo la

pace di Callia (449 a.C.) con la Persia, che fece venir meno la ragione d’essere della

lega di Delo, che continuò però a versare i contributi ad Atene, dove venne spostato

il tesoro. Fu l’assemblea di Atene, da quel momento in poi, a prendere le decisioni, e

agli alleati fu imposto l’uso della dracma.

Il malcontento crebbe con l’intromettersi di Atene nelle faccende interne delle altre

poleis, che non avevano i mezzi per difendersi dalle ingerenze della città.

Per adeguare la città al suo ruolo di ‘capitale’ non si badò a spese: per ordine di

Pericle fu ricostruita l’acropoli distrutta dai persiani e fu fatto costruire il Partenone.

La vita culturale ateniese raggiunse il suo culmine.

La guerra del Peloponneso

La guerra scoppiò nel 431 a.C. e durò più di 25 anni a più riprese.

Gli spartani rasero al suolo l’Attica e i profughi si riversarono ad Atene, dove scoppiò

un’epidemia di peste durante la quale perì anche Pericle. Il nuovo leader della

fazione popolare fu Cleonte, fautore della guerra ad oltranza e per questo

fortemente dileggiato da Aristofane. Quando però cadde in battaglia prevalse ad

Atene un atteggiamento più conciliante, e nel 421 a.C. fu stipulata la pace di Nicia.

Ma Atene, eccitata dal radicale partito democratico (soprattutto Alcibiade,

discendente di Pericle) tornò presto alla guerra. Volendo allargare la propria

influenza sulla Sicilia, combatté contro Siracusa, ma dopo pochi anni, non riuscendo

a espugnarla, si ritirò e durante la ritirata esercito e flotta vennero distrutti.

Nel frattempo molti membri della lega disertarono e la Persia strinse alleanza con

Sparta nella speranza di riprendersi la Ionia.

Sparta fronteggiò nuovamente Atene e grazie all’oro persiano poté fronteggiarla

anche in campo navale, dove le sorti della guerra si decisero. L’ammiraglio spartano

Lisandro bloccò le forze ateniesi sia per mare che per terra, e nel 404 entrò

trionfante dalla porta del Pireo. Le richieste furono tre: abbattimento delle mura,

limitazione della potenza navale e abolizione della democrazia.

Il IV° secolo: l’egemonia spartana e tebana

Le guerre del Peloponneso misero a nudo la debolezza greca, a partire

dall’instabilità della democrazia fino alla frammentazione politica della Grecia.

A livello di cultura popolare si diffusero i riti orientali e ci si distaccò sempre di più

dalla tradizione.

Sparta smantellò la democrazia ed impose sistemi oligarchici retti da guarnigioni

spartane. Ad Atene regnò il regime dei 30 tiranni, che causò un bagno di sangue

finché non fu scacciato nel 403 a favore del restauro della democrazia, che attuò

una linea moderata che causò comunque delle vittime, tra cui Socrate, accusato di

ateismo.

Sparta non tentò, come aveva fatto Atene, di avere un ruolo egemonico, ma la

tensione tra le due poleis continuò e anche quella con Persia. Di questa situazione si

approfittò’ Tebe, sotto la guida di Pelopida ed Epaminonda.

Sparta non poteva accettare di avere rivali in Grecia e nel 371 scoppiò la guerra,

vinta da Epaminonda seppur a caro prezzo. Sparta perse la sua importanza e

cominciò a declinare, e Tebe non durò ancora per molto, solo fino alla morte prima

di Pelopida e poi di Epaminonda.

Questo portò ad uno stallo, una situazione in cui nessuna delle potenze greche

riusciva prevalere sulle altre, favorendo così la nascente potenza macedone.

La nascita del dramma

Con la cacciata degli eredi di Pisistrato alla fine del VI° secolo ad Atene per circa un

secolo si sperimentò la democrazia. In questo nuovo sistema politico, che

permetteva l’accesso alle cariche di potere a più ampie fasce della popolazione, il

potere non era più incentrato nelle mani di un solo individuo, ma diviso tra gli organi

competenti (i più importanti erano la bulè, composta da 600 persone circa, e

l’eklesìa, composta da tutti i cittadini maschi adulti).

Questa situazione escludeva dalla vita politica le donne, gli schiavi e i meteci (gli

stranieri, che non erano cittadini).

A permettere la nascita del dramma influì anche la situazione culturale oltre che

quella politica: tutti i cicli epici sono ormai stati codificati, e del resto l’epica è un

genere che è più adatto alle corti, che non sono presenti in uno stato democratico,

piuttosto che al nuovo sistema politico che orami comincia a diffondersi anche in

altre poleis della Grecia. Anche la lirica pian piano perde rilevanza, poiché anche

esse erano legate al sistema autocratico.

Atene venne quindi presa come paradigma non solo di un sistema valido efficiente,

ma anche di un modello culturale.

La verità drammatico-teatrale è molto diversa da quella epico-lirica, dove veniva

espressa tramite la narrazione di una verità data d un potere divino. Il teatro si basa

invece sullo scontro di più punti di vista, e la narrazione è assente, poiché l’accento

viene messo più sul dialogo che sui fatti.

Anche la filosofia è propedeutica al dramma, e in particolar modo alla tragedia che

ha quasi sempre tema mitico, poiché esso ha bisogno di una realtà meno monolitica

di quella che fino a quel momento era esistita.

La trama degli spettacoli teatrali, presa dalla tradizione mitica, era nota a tutti e la

novità era composta dal modo di rappresentare il racconto mitico.

Il dramma però, pur usando il tradizionale materiale epico, era un genere

fondamentalmente politico, perché era eseguito davanti a tutta la città, anche a chi

non era cittadino, e non solo per intrattenerli ma anche per farli pensare. Qui stava

anche la paideia del cittadino ateniese, il quale era obbligato ad assistere almeno

una volta all’anno ad una tragedia.

La tragedia: Eschilo, Sofocle, Euripide

La nascita del genere tragico è piuttosto oscura; il primo autore che scientificamente

si occupa di questo genere, Aristotele, nella sua Poetica dice che la tragedia nacque

da ‘coloro che intonavano il ditirambo’, la lirica corale dedicata a Dioniso, il quale

però appare solo una volta in nelle Baccanti di Euripide, e che in quei secoli non era

un dio molto importante nel pantheon.

Si sa che nel VI° secolo, probabilmente in ambito campestre-agricolo , esistevano dei

tradigoi coroi (‘cori tragici’).

La figura del caprone (‘trag’, mentre edia significava ‘lode’) era legata alla campagna

e alla figura di Dioniso, e inizialmente si suppose che i cantori fossero travestiti da

satiri, ma già il dramma satiresco presentava simili figure.

In linea di massima poi perché un genere doveva prendere il nome del coro, che col

passare del tempo si fece sempre meno presente nella tragedia attica in favore delle

parti dialogiche?

Le tragedie venivano create in occasione delle Grandi Dionisiache ad Atene, e quindi

per un’occasione agonistica, ed esse venivano addirittura finanziate dalla polis.

Venivano scelti tre drammaturghi l’anno da una rappresentanza che all’interno

doveva contenere un arconte, e ognuno di essi doveva presentare tre tragedie e un

dramma satiresco. In tre giorni le opere venivano presentate e votate da una giuria

democraticamente eletta. Ai tre drammaturghi veniva quindi concesso il coro,

pagato dalla polis, che prendeva i soldi dai cittadini più abbienti a turno (ove chi

dovesse avere il ruolo della coregia avesse rifiutato di pagare avrebbe dovuto

indicare un altro più ricco che lo facesse; nel caso mentisse i due si sarebbero

scambiati il patrimonio), e questa rappresentava una delle liturgie cui i ricchi

cittadini ateniesi erano obbligati per legge (il finanziamento della coregia e della

flotta).

Gli agoni si svolgono in 5 giorni: tre per le tre tetralogie, una quarto per l’esecuzione

delle commedie e un quinto per la lirica. Le tetralogie non erano legate e non tutte i

concentravano sullo stresso tema (si possiede infatti solo una trilogia completa). A

fine rappresentazione si teneva il dramma satiresco, un genere a sé stante con in

comune alla tragedia l’ambientazione mitica, ma che metteva però in burla i

personaggi e serviva a scioglieva la tensione. La competizione aveva 10 giudici scelti

a sorte. I drammi venivano presentati tendenzialmente una volta sola, e ciò portò a

una produzione continua di essi.

La tragedia era eseguita in teatri greci di forma semicircolare e che si trovano su un

pendio naturale: Essa si articola in:

prologo, parodo

(l’entrata del

coro), episodi (il

dialogo degli

attori), stasimi ed

esodo (uscita

coro). Poteva

essere composta

in diversi metri,

ma il verso era il

trimetro giambico

(il verso che più si

avvicinava alla

lingua parlata)

adottato in

prologo ed

episodi, usato da

una figura che

introduce la

rappresentazione

(spesso una divinità che non aveva alcun ruolo nella storia) e che faceva capire il

luogo e il tempo dell’evento che sarebbe stato presentato.

Il coro era composto da 12-20 persone e dal capo corifeo; essi cantavano all’unisono

e usavano le stesse regole delle liriche corali (strofe, antistrofe ed epodi), ma il

teatro greco era più vicino all’ opera lirica che a nostro moderno teatro, con cori e

arie.

Il numero degli attori era in origine di uno (idea di Tespi); Eschilo è il primo autore (V

sec – 455 a.C.) che inserisce un secondo attore (spesso recitano diverse parti, ma in

scena non ci sono mai più di due attori contemporaneamente); Sofocle inserì il terzo

attore che permise molte più parti, ma non ce ne furono mai più di tre all’unisono.

Gli attori erano tutti maschi anche per i ruoli femminili, indossavano maschere e non

erano mai a volto scoperto; le maschere avevano i contorni dei personaggi perché

non c’era ruolo per l’emotività del viso e per incanalare la voce in modo tale da farla

sentire a tutti.

Teatro di Epidauro era invece il migliore per quanto riguarda l’acustica.

Dopo il IV° secolo il dramma ebbe un punto di arresto. Si conoscono centinaia di

nomi di autori di dramma, ma solo di tre sono rimaste tragedie complete.

Nel suo “La nascita della tragedia” Nietzsche mette agli antipodi due categorie:

spirito apollineo (razionalità, controllo, sogno; Omero) e dionisiaco (irrazionalità,

perdita controllo, ebbrezza; Archiloco). La tragedia nasce dalla fusione degli opposti

incidibili tra loro e il filosofo cerca di dimostrare come tragedia nasca sia dallo

stimolo della lirica (ne prende i metri) che da quello dell’epica (ne eredita i temi).

Per Nietzsche la funzione coro era quella di esplicitare in maniera lirica le grandi

domande e innalzare fatti che venivano messi in scena; si ha una vera tragedia solo

se squaderna in maniera emotiva a pensieri titanici e non vuole solo intrattenere,

bensì far pensare.

Lo spettatore doveva vivere la scena, affrontare l’abisso dentro di sé e uscire

cercando di recuperare l’equilibrio di Apollo, ma attraversando attraverso Dioniso.

Per Nietzsche l’unica vera tragedia è quella di Eschilo; con Euripide sparisce la parte

dionisiaca, mentre il mandante della morte della tragedia è Sofocle. Aristotele

dedicò un libro –la Poetica- alla tragedia e la sua definizione è che è mimesi azione

compiuta a se stessa, raccontata con abbellimenti, drammatica ma non narrativa,

che suscita pietà e terrore. Avviene così la catarsi, tramite la quali ci si purifica dalle

passioni.

La città di Atene addirittura pagava il cittadino libero per la giornata di lavoro

“persa” per vedere tragedie.


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nallasxh

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Corso di laurea: Corso di laurea in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nallasxh di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla cultura classica I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Pontani Filippomaria.

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