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Xhelili Sabiona

Sappho and Alcaeus (1881) | Lawrence Alma-Tadema

[INTRODUZIONE ALLA

CULTURA CLASSICA I]

Da Omero all’invenzione della Storiografia

L’inizio della civiltà greca

La civiltà del mar Egeo non può essere studiata isolandola dalla situazione dell’antico

oriente mediterraneo. Ciò che si sa’ di quelle zone deriva dalle ricerche

archeologiche ma non ha supporti scritti.

Dopo il primo dopoguerra si decifrò, grazie ad una serie di tavolette datate tra il XVI°

e il XII° secolo a.C., trovate in diversi luoghi dell’Egeo, una scrittura definita lineare

1

B .

Grazie alla decifrazione della lineare B si è riusciti ad attestare la nascita della lingua

greca, unica in Europa perché costantemente attestata nella sua evoluzione. La

civiltà micenea, quindi, una civiltà stabilitasi in Grecia nel II° millennio a.C., era

ellenofora, parlava e scriveva in greco. Le tavolette (trovate a Micene, Cnosso, Pilo

ed altri luoghi) sono tavolette

amministrative e non hanno

alcun valore letterario. Da esse si

è venuto a sapere anche della

conquista di Creta, dove viveva la

società palazziale minoica

(CNOSSO), conquistata e

2

insediata dalla civiltà micenea .

La lingua della società minoica

era quella della lineare A, quasi

sicuramente non era una forma di

greco e fino ad ora non è stata

Figura 1: Lineare B sillabica decifrata. Il mondo CICLAICO

(delle isole) ereditò quindi parti di entrambe le culture elleniche arcaiche. La causa

esatta della fine della società minoica, se non nel caso di Santorini ma solo a causa

delle fonti geo-archeologiche.

Grazie a queste conoscenze si poterono però collocare temporaneamente le prime

forme della letteratura occidentale: i poemi omerici.

1 La Lineare B è un sistema di scrittura utilizzato dai micenei per denotare graficamente la loro lingua, risultata essere una forma

arcaica della lingua greca. Le prime testimonianze di questa scrittura si trovano su tavolette risalenti ai secoli XIV e XIII a.C. I testi in

lineare B sono stati trovati dall'archeologo britannico Arthur Evans nel 1900 a Creta, nel Palazzo di Cnosso; altri esemplari furono

rinvenuti in Grecia, a Pilo, Micene, Tebe. La scrittura micenea derivò da quella minoica, detta Lineare A, utilizzata a Creta tra

il XVII ed il XV secolo a.C. La decifrazione della Lineare B si deve a Michael Ventris (che durante la Seconda Guerra Mndiale

decifrava i messaggi dei tedeschi) e John Chadwick, tra il 1952 e il 1953.

2 La società micenea, dai documenti archeologici, risulta essere stata una società guerriera accentrata attorno al

palazzo del principe. Le loro fortezze avevano una sala centrale () che compare anche nei poemi omerici e

che era contemporaneamente sala del trono, sede del focolare domestico e sala delle adunanze. Usavano il carro da

guerra e armi in bronzo. Era una società che tendeva all’espansione e che sottomise Creta e fondò diverse colonie in

vari siti del Mediterraneo. Nel 1200 a.C., con l’inizio del Medioevo Ellenico, tutto il mediterraneo era preda delle

invasioni di quelli che nei testi egiziani vengono chiamati popoli del mare. Le tavolette micenee parlano, nella loro

ultima fase, di preparativi bellici; e nel mito greco l’avvenimento viene identificato con il ritorno degli Eraclidi, gli eredi

di Ercole che ritornarono a riprendersi i domini paterni: in seguito furono chiamati Dori.

Sembra quasi che la letteratura greca parti con i due più grandi testi letterari della

tradizione occidentale, ma non si sono trovati i tentativi che hanno perfezionato tale

linguaggio, il che diede il via alla questione omerica.

La questione omerica

I poemi omerici (l’Iliade e l’Odissea) pongono una serie di problemi: è possibile che

siano scritti nello stesso periodo? Sono coerenti? Sono casi isolati o facevano parte

di una collana ormai persa? Sono veri, basati sulla

reale storia dell’Egeo, o sono inventati?

Tutte queste questioni nascono dal problema del

periodo in cui essi sono stati scritti. Anche perché,

con la fine della società micenea (XII°-IX° sec. a.C.)

si entra nel ‘Medioevo Ellenico', con un

abbassamento notevole del livello della cultura.

Questo periodo è riconducibile all’invasione dei

Dori, un popolo di incerta provenienza che già nel

X° secolo erano stanziati nel Peloponneso.

Parlando di popolazioni grecofone sono presenti

nell’VIII° secolo (età storica) etnie greche anche in

area ionica (Anatolia meridionale) ed eolica

(Anatolia occidentale). Si parlano l’ attico (la lingua

di Atene, che però ancora non esisteva, benché

quella fosse una zona di notevole rilevanza per

l’invasione della ionia) e nel Peloponneso il dialetto

dorico.

Se durante l’età micenea gli Achei erano un Figura 2: Omero

insieme di palazzi-stato , ugualmente anche nell’

VIII° secolo non esiste unità greca, e la società è di tipo palazziale.

Il pensiero che i due poemi siano dell’età micenea è da escludere, poiché non ci

sono prove di una scrittura letteraria. Nel VI° secolo essi erano già diffusi, e si ritiene

che la loro cristallizzazione sia avvenuta tra l’VIII° e il VII° secolo, quando si ripristinò

la scrittura. Non sarebbe inoltre ragionevole ritenerli frutto dello stesso cantore.

A partire dalla fine del Seicento ci si cominciò a chiedere se Omero fosse un

personaggio reale o meno. G.B. Vico e F.A. Wolf sostennero che i poemi omerici

fossero il risultato della fusione di più tradizioni orali. Il disagio riguardo alla

questione è sempre stato grande, proprio a causa della qualità fondante dei poemi.

Certo essi sono pieni di incongruenze (personaggi morti che magicamente risorgono

qualche canto dopo la loro dipartita), ma questo non può essere considerato un

indizio definitivo.

Nel 1795 Wolf scrisse un libro in cui provava a ricostruire la storia della creazione

delle due opere, grazie alla pubblicazione dei commentari antichi sul testo omerico

in cui c’era la percezione della peculiarità dell’opera, e che circolava in forma sccritta

in diversi modi. L’opera di Wolf è uno spartiacque sulla questione.

In Germania nacquero due movimenti:

Gli ANALITICI, che rilevavano gli strati di composizione storica;

Gli UNITARI, che affermavano ci fosse un’unica ispirazione alle opere.

Il dibattito non è mai cessato, ma ne frattempo sono nate nuove questioni: nella

seconda metà dell’Ottocento Heinrich Schliemann, un commerciante tedesco

infarcito di cultura classica, in vestì tutto il proprio denaro in un’impresa derisa da

tutti gli studiosi del mondo classico e che mirava a scoprire la città di Troia. La trovò

nella collina di Salik, in Anatolia, dove scoprì un’antica città identificabile con quella

descritta nei poemi omerici, e che risultava avere strati di distruzione compatibili

con l’inizio del XII° secolo a.C.

Le fonti antiche riportano la guerra di Troia all’inizio del 1200 a.C. (1250 a.C.

secondo Erodoto –Storie, cap 145-; 1196 secondo Tucidide –Storie, pa.9).

Per la prima volta, con Schliemann, quelli che erano ritenuti semplicemente dei

racconti fantastici trovarono ragione storica prove tangibili; e per la prima volta si

trovarono degli oggetti che potevano essere quelli dell’epoca omerica.

Milman PERRY (1920-30), americano, prese a studiare in maniera scientifica le

ripetizioni presenti nei due poemi, dalle singole parole alle intere frasi. Gli aggettivi

con valore di epiteti (Pelide Achille, Achille piè veloce, Erta Ilio etc.), venivano

costantemente ripetuti nel testo indipendentemente dal contesto. Perry creò così la

sua TEORIA FORMULARE; egli considerava gli insiemi di due o più parole che

ricorrevano nella stessa sede del verso come FORMULE, o VERSI FORMULAICI.

La novità di questa analisi è il recupero dell’idea che questo tipo di composizioni

siano la traccia scritta di una tradizione o composizione orale, poiché nell’ambito

della narrazione orale sia il cantore che il pubblico hanno bisogno di avere dei punti

fermi. Perry verificò sul campò la sua teoria, seppur su poemi più brevi: andò in

Serbia e constatò che era usale che cantori analfabeti narrassero canti epici ad un

pubblico altresì analfabeta; e questi canti fossero infarciti di espressioni formulai che

andavano costantemente ripetendosi.

Quello che per secoli era stato considerato un errore di forma si trasformò nella

TEORIA ORALISTA.

Sono altresì presenti, nei due poemi, scene tipiche: Albert Lord individuò questi

‘mattoncini’ di composizione orale (La vestizione dell’eroe, Il banchetto etc,

avvenivano sempre secondo lo stesso criterio), e si parla quindi di TEMI.

È verosimile che i due poemi omerici non siano dei casi unici, anche perché né

l’Iliade ne l’Odissea rappresentano il capo o la fine di una vicenda, ma sono pezzi di

episodio più ampi. I due poemi sono inseriti, e questo era noto anche in epoca

antica, in un CICLO EPICO, di cui l’Iliade e l’Odissea sono gli unici che ci sono sati

tramandati dall’epoca arcaica. Sappiamo che dovevano esistere altri canti che

narravano le questioni antecedenti la guerra di Troia come essa finì. Si sa anche che

quei canti erano altresì organizzati in poemi che circolavano anche in età Imperiale,

e tuttavia differivano dai due poemi Omerici, specie dall’Iliade, poiché erano

perlopiù di attribuzione incerta già in antichità e poiché essi narravano in uno spazio

molto più ridotto una quantità temporale molto più cospicua. Dovevano quindi

essere artisticamente inferiori all’Iliade e all’Odissea, e questa è la ragione per cui

proprio questi due poemi sono arrivati fino a noi.

Nell’antichità esistevano molteplici cicli epici, ognuno legato ad una regione del

mondo ellenico; il CICLO TROIANO partiva da un poema oggi perduto (come tutti gli

altri poemi del ciclo, di cui rimangono pochissimi frammenti) chiamato CANTI CIPRII,

e perché si chiamino così è materia di dibattito, che di certo si aprivano con la

decisione di Zeus di alleggerire la Terra perché era divenuta troppo pesante di

uomini, e da questa decisione partirono tutta una serie di eventi quali il GIUDIZIO DI

PARIDE ed il RATTO DI ELENA. Tutti questi episodi, antecedenti l’Iliade, erano

raccolti in un poema che era lungo meno della metà dell’Iliade,e narravano una

materia poetica diversa. Già Aristotele sosteneva che l’Iliade e l’Odissea fossero

delle eccezioni.

I diversi cicli circolavano ampiamente; e non solo il ciclo troiano, ma anche quello

tebano e quello degli argonauti: questa era materia epica già nota in età arcaica,

poiché di Argo nota a tutti (‘libro 12, verso 70, Odissea) si

accenna già nell’Odissea.

Ci troviamo quindi davanti ad un periodo di tempo che compre diversi secoli

durante il quale si raccontavano delle storie che noi oggi definiamo mitiche. Non è

facile dire in quali circostanze queste storie venissero raccontate, perché sono secoli

dei quali si sa estremamente poco e perlopiù quello che si sa è dovuto ai

ritrovamenti archeologici. La fonte principale in realtà sono i poemi stessi, in quanto

in due occasioni differenti all’interno dell’Odissea compaiono recitazioni epiche;

ovvero si raccontano di due AEDI, cantori che nella tradizione greca sedevano

accompagnati da strumenti musicali - phormix – e citavano in esametri dattilici

dinanzi ad un uditorio normalmente composto da chi afferisce in qualche maniera al

palazzo. I due aedi (uno a Itaca, nel palazzo di Ulisse; e uno a Scheria nel palazzo dei

Feaci e del re Alcinoo) cantano infatti per il pubblico del palazzo: il re e i suoi ospiti, a

Scheria, e i pretendenti a Itaca perché il re è assente.

FEMIO, l’aedo di Itaca, compare nel primo canto dell’Odissea, e ha una funzione

narrativa ben precisa; egli canta dietro istigazione dei Proci:

“Per essi il cantore famoso cantava, e in silenzio essi sedevano, intenti: cantava il

ritorno degli Achei; che penoso, a loro, inflisse da Troia Pallade Atena.”

Ovvero, Femio nell’Odissea non canta dell’Odissea stessa, ma degli altri nostoi,

ovvero di temi eroici. Il cantore qui parla del mito troiano perché in conseguenza di

quel canto esce dal gineceo Penelope, che non partecipava agli intrattenimenti

maschili in quanto non accompagnata dal legittimo consorte, e chiede a Femio di

fermarsi perché l’argomento per lei è penoso, in quanto si trova nell’incertezza più

totale. Lì interviene Telemaco, e per la prima volta prende l’iniziativa, contrastando

la propria madre:

“Madre, perché vuoi impedire che il dolce cantore ci allieti secondo

l’estro che lo guida? Colpa non è del cantore se il canto è triste, ma

forse di Zeus che la sorte come vuole a ciascuno dona degli uomini.

Se Femio canta dei Danai l’ultimo fato non merita biasimo: amano

molto i mortali il canto che suona più nuovo alle orecchie.”

Si introduce quindi il fondamentale tema dell’ispirazione divina del cantone, basta

3

avere in mente i proemi dei due poemi: Cantami o Diva del Pelide Achille[…] ;

4

Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme[…] . Sono le Muse, quindi, patrone delle arti,

a ispirare il cantore, che rimane sempre anonimo. Questo è un importante passo

poetico che è considerato oggi il problema fondamentale del canto epico: il cantore

canta un canto che tutti conoscono e che corrisponde alle aspettative dell’uditorio,

ma la sua bravura stà nel modo in cui lo canta e nel rifondere termini nuovi e

inattesi una materia già nota.

Qui si nota quella che in termini moderni viene definita la dialettica tra tradizione e

innovazione.

3 Omero, Iliade, traduzione di Vincenzo Monti, Casa Editrice G. D'Anna, 1960

4 Omero, Odissea, traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, 1991

Nell’antichità non si leggeva quindi un testo, ne lo s’imparava e recitava a memoria.

È evidente che ci fosse una tradizione di canti che circolavano in forma orale ma che

in ogni performance diveniva un po’ diversa, e che esattamente quello che Milman

Parry sperimenta andando in Serbia.

Questo tipo di racconti ha una caratura artistica per certi versi, perché ogni songolo

aedo mostra la sua prospettiva; ma quello che crea incertezza è il sapere in quale

momento dalla tradizione orale si passa ad un testo scritto. In relazione a questo si

può continuare a far parlare i poemi: nel VI° canto dell’Iliade c’è un passo in cui due

eroi, Glauco e Bellerofonte, rivali tra di loro, capiscono di avere legami di sangue e

decidono di non combattersi più. Ad un certo punto c’è un passo in cui Bellerofonte

chiede ospitalità a Preto a sua moglie Antea, la quale si innamora dell’eroe.

Bellerofonte però è un ospite, e non intende rompere i vincoli dell’ospitalità (cosa

che invece fece Paride a Sparta). Dinanzi al rifiuto di Bellerofonte la donna lo accusa

di averla insidiata e lo dice al marito:

“Arse di sdegno Preto a questo parlar, ma non l'uccise, di sacro orror

compreso. In quella vece spedillo in Licia apportator di chiuse

funeste cifre al re suocero, ond'egli perir lo fêsse.”

Preto manda quindi Bellerofonte in Licia con delle tavolette in cui era incisa la

richiesta di uccidere Bellerofonte stesso. Questo è l’unico passo dei poemi omerici in

cui sembra si faccia cenno alla scrittura, anche se in realtà si parla di messaggi di

morte su pinacs, (tavoletta). Ma il mondo eroico, sia in assetto di guerra che di pace,

è evidente non conosca la scrittura. Quindi quanto i canti del ciclo omerico sono

stati messi assieme nell’assetto da noi conosciuto e a che epoca essi si rifersico.

Troia è stata identificata in un sito risalente al II° millennio, ma in quell’epoca i

poemi esistevano o meno. C’è un lungo periodo, il Medioevo Ellenico o Secoli Bui,

nei quali in Grecia non si conosce la scrittura; e all’interno dei poemi stessi ci sono

dei riferimenti in cui pare si faccia riferimento ora al mondo miceneo ora al mondo

dei Secoli Bui, immediatamente successivo. Tutto questo, che è ancora materia

controversa, è stata analizzata anche dal punto di vista archeologico. Ad un certo

punto del decimo canto, prima di andare in battaglia, ad Ulisse vengono donate

delle armi ed un elmo in particolare:

“Merïone a gara d'una spada, d'un arco e d'un turcasso ad Ulisse fe' dono, e su la

testa un morïon gli pose aspro di pelle, da molte lasse nell'interno tutto saldamente

frenato, e nel di fuore di bianchissimi denti rivestito di zannuto cinghial, tutti in

ghirlanda con vago lavorìo disposti e folti. Grosso feltro il cucuzzolo guarnìa. L'avea

furato in Eleona un giorno Autolico ad Amìntore d'Ormeno, della casa rompendo i

saldi muri; quindi il ladro in Scandea diello al Citèrio Amfidamante; Amfidamante a

Molo ospital donamento, e questi poscia al figlio Merïon, che su la fronte alfin lo

pose dell'astuto Ulisse.”

In questi pochi versi c’è la storia di un oggetto, che è evidentemente di pregio, tant’è

vero che ne si racconta la genealogia. Questo canto in particolare è importante

perché è rinvenuto un elmo fatto di denti di cinghiale eccezionalmente ben

conservato, più altre copie messe peggio, e che sicuramente appartengono all’epoca

micene

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nallasxh di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla cultura classica I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Pontani Filippomaria.
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