Diagramma di Evans
Sono riportate sia caratteristica anodica che catodica. Il punto di intersezione delle due caratteristiche
individua potenziale di corrosione e densità di corrente di corrosione.
Tipi di corrosione
In fessura: si verifica in aree in cui l’ossigeno non riesce ad arrivare in quantità sufficiente, creando zone a
rischio di corrosione. È un tipo di corrosione localizzata.
Accoppiamento galvanico: abbiamo due metalli diversi messi in contatto elettrico fra di loro, hanno
diverso potenziale di equilibrio, quindi quello più nobile tende a ridursi, quello meno nobile tende ad
ossidarsi e a corrodersi.
Per areazione differenziale: si verifica quando concentrazione di ossigeno diversa da zona a zona. Nella
zona a minor concentrazione si ha comportamento anodico.
Generalizzata: avviene uniformemente su tutta la superficie. Quando un metallo è posto in contatto con
un elettrolita, alcune zone della superficie si comportano temporaneamente come anodi rispetto ad altre,
che diventano catodi.
Localizzate: si concentra in particolari zone in cui il materiale è poco. È una corrosione pericolosa perché
può pregiudicare l’integrità strutturale del pezzo e si verifica i materiali dal comportamento attivo passivo.
Per vaiolatura: è un tipo di corrosione localizzata. Corrosione nei metalli a comportamento attivo passivo
in presenza di soluzioni di cloruri come acqua di mare o filtri biologici.
Selettiva: avviene andando a coinvolgere una parte della microstruttura, che sia la fase o micrograno o un
elemento chimico.
Integranulare: accoppiamento galvanico tra grani di fasi diverse.
Per erosione o sfregamento: flusso dell’elettrolita può provocare erosione della superficie con rimozione
del film passivo.
Corrosione sotto sforzo o sotto tensione: si verifica in situazioni di carico, nascono cricche superficiali
Corrosione legata alla fatica: situazione di carico ciclico in presenza di sostanze corrosive
Comportamento viscoelastico di un polimero
Il comportamento meccanico di un polimero amorfo è strettamente dipendente dalla temperatura: il
materiale passa da uno stato vetroso a base temperature a uno strato di liquido viscoso a temperature
elevate. Nella fase intermedia, definita stato gommoso, il polimero manifesta viscoelasticità, una
condizione in cui le proprietà meccaniche dipendono non solo dalla temperatura, ma anche dal tempo e
dalla velocità di deformazione. In questo regime il comportamento è anelastico e caratterizzato dal
fenomeno dell’isteresi: le curve di carico e scarico non coincidono e l’area racchiusa tra esse quantifica
l’energia che non viene restituita elasticamente, ma dissipata sottoforma di calore. Ciò viene perché la
struttura del polimero subisce sia deformazioni elastiche sia scorrimenti viscosi delle catene. Poiché il
modulo elastico varia nel tempo, per caratterizzare il materiale si utilizzano due prove specifiche a lungo
termine: la prova di creep, che misura l’aumento della deformazione sotto uno sforzo costante, e la prova
di rilassamento, che rileva la diminuzione dello sforzo necessario a mantenere una deformazione costante
nel tempo.
Temperatura di transizione vetrosa, influenza sulle proprietà meccaniche di un polimero amorfo o
semi cristallino
La struttura dei polimeri può presentarsi come amorfa o semi cristallina. La struttura amorfa è
caratterizzata da gomitoli statici interpenetrati di catene che non seguono alcuna periodicità di
ripiegamento, risultando in legami deboli tra le catene stesse; è tipica di alcuni termoplastici,
termoindurenti e elastomeri. I polimeri semicristallini presentano un’organizzazione più complessa
all’interno dei grandi cristallini detti sferuliti. Qui, le catene si ripiegano formando lamelle alternate a zone
amorfe che garantiscono la continuità strutturale tra le molecole e tra diverse sferuliti.
Dal punto di vista termico, mentre una struttura puramente cristallina avrebbe una temperatura di fusione
netta che separa solido e liquido, i materiali amorfi sono caratterizzati dalla temperatura di transizione
vetrosa, che indica un graduale rammollimento. Nei polimeri semicristallini coesistono Tf, Tg e la
temperatura di utilizzo Tu, determinando il comportamento meccanico. Per un materiale amorfo, se Tu<Tg,
il polimero agisce come un vetro rigido ma fragile, mentre se Tu>Tg si comporta come una gomma
deformabile con scarsa resistenza. Nei semi cristallini la situazione è ibrida: se Tu<Tg il materiale è rigido
ma fragile; se ci troviamo nell’intervallo Tg<Tu<Tf, il polimero risulta rigido e tenace.
Proprietà dei polimeri in relazione ai tipi di legami presenti nel solido, differenze tra polimeri
termoplastici e termoindurenti
I polimeri sono grandi molecole organiche costituite da lunghe catene ramificate a base di carbonio e
idrogeno, con possibile presenza di altri elementi come ossigeno o azoto, e possono essere di origine
naturale, artificiale o sintetica. Ogni catena è formata dalla ripetizione di unità base monomeri, uniti da
legami covalenti; l’assenza degli elettroni liberi in questi legami conferisce ai polimeri eccellenti proprietà
di isolamento termico ed elettrico. In generale sono caratterizzati da bassa densità, limitata rigidezza e
basse temperature di rammollimento, distinguendosi strutturalmente in amorfi e semi cristallini.
Una distinzione fondamentale riguarda il comportamento a calore. I polimeri termoplastici, costituiti da
catene lineari o ramificate e non reticolate, sono lavorabili tramite calore e pressione, risultando duttili,
viscoelastici e riciclabili più volte. Meccanicamente, essi rispondono in modo elastico a piccole
deformazioni seguendo la legge di Hooke, mentre subiscono deformazioni plastiche sotto sforzi maggiori.
I polimeri termoindurenti presentano una struttura reticolata che ostacolano la mobilità delle
macromolecole. Questo li rende più dure e resistenti ai termoplastici, ma anche più fragile e non riciclabili.
Fatica nei polimeri
Sotto carichi ciclici si ha deformazione plastica e rottura per sforzi inferiori rispetto a carichi statici.
Comportamento a fatica dei polimeri è sensibile a frequenza di carico. Ad alta frequenza si può avere un
surriscaldamento localizzato che causa rammollimento del materiale e quindi rottura.
Invecchiamento
Fondamentale è conoscere la durabilità di un polimero. L’invecchiamento fisico interessa la componente
amorfa a temperature inferiori alla Tg. Con il tempo si osserva un aumento di rigidità, dello sforzo a
snervamento, della densità e una diminuzione della resilienza. È un fenomeno reversibile, infatti,
riscaldando a una temperatura superiore alla Tg e poi raffreddando il polimero, si riacquistano le proprietà
originarie.
Degrado polimeri
Dovuto a fenomeni superficiali che causano alterazioni o rottura della struttura chimica. Può avvenire
durante le formatura, durante il processo di sterilizzazione o durante la vita in servizio.
Degrado chimico: ossidazione per esposizione a ossigeno atmosferico o ozono. Si ha reazione
dell’ossigeno molecolare con un radicale libero presente nella catena polimerica che innesca reazioni che
modificano struttura o peso molecolare.
Degrado fisico o fisico-chimico: degrado termico; degrado fotoindotto; degrado meccanico: rottura
catene per azioni meccaniche e dissipazione calore per comportamento viscoelastco, fenomeni di usura
o fatica.
Biodegradazione: in presenza di fluidi biologici per effetto di enzimi, batteri
I polimeri semi cristallini hanno un maggiore resistenza al degrado di quelli amorfi. La resistenza può
essere modificata se i polimeri sono additivati con agenti protettivi specifici ad azione antiossidante che
bloccano l’azione dei radicali che si formano durante la degradazione.
Caratteristiche elastomeri
Gli elastomeri sono polimeri allo stato gommoso caratterizzati dalla presenza di legami che ne rinforzano
la struttura. La loro proprietà principale è la capacità di subire elevate deformazioni elastiche: possono
allungarsi notevolmente
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