Capitolo primo
Che cos'è la criminologia?
Talvolta si parla di criminologia a sproposito. I media descrivono i criminologi come soggetti che risolvono delitti. La criminologia è una scienza e come tale ha compiti di elaborazione teorica, anche se ha pure ricadute pratiche. I soggetti della criminologia sono: il crimine, il criminale, la reazione sociale al crimine. Le ricadute pratiche riguardano la prevenzione, il controllo e il trattamento. La criminologia è una scienza multidisciplinare, che richiede conoscenze diversificate, e interdisciplinare, nel senso che ha la necessità di dialogare con le altre scienze.
La criminologia è una scienza descrittiva, essa illustra i diversi reati e i rei, li classifica, elabora tipologie; ma è pure scienza eziologica perché dei fenomeni e della scelta criminosa dei singoli propone cause. Poiché i fenomeni consistono nella violazione di precetti, può essere definita scienza causale-esplicativa a contenuto normativo. Uno degli ambiti di ricerca della criminologia consiste nel verificare se certi comportamenti siano considerati rimproverabili dai cittadini, se viceversa altri comportamenti che non costituiscono reato dovrebbero esserlo, nell’elaborare indici di gravità dei reati attraverso questionari proposti ai consociati: infatti la gravità legale è data dalle pene fissate nei codici, ma non sempre ‘gravità sociale’ e ‘gravità legale’ corrispondono.
Incentrare l’attenzione sulle leggi può essere fuorviante quando esse sono inique, spietate, inumane. Per la varietà dei fenomeni oggetto di studio della criminologia fa sì che risulti difficile che una singola teoria possa spiegare in modo soddisfacente ogni tipo di condotta criminosa (per es. omicidi, seriale killer, mass murder, criminalità organizzata, corruzione e criminalità economica etc.). Il criminologo Merton afferma che pensare ad una teoria generale per la criminologia che spieghi tutti i crimini sarebbe come immaginare in medicina una teoria generale della malattia.
La scienza criminologica ha come oggetti il crimine e il criminale e presuppone lo studio della sociologia, per il crimine, e della psicologia, per il criminale. L’approccio sociologico si occuperà, per esempio, di studiare come agiscano sugli andamenti del crimine i fattori di largo influenzamento sociale, ma poiché in un dato momento storico-economico in un dato ambiente non tutti commettono crimini, occorrerà anche studiare la diversa soglia di vulnerabilità individuale che può condurre a delinquere.
La criminologia nasce tra Settecento e Ottocento grazie agli scritti del belga Lambert-Adolphe-Jacques-Quetelet e del francese André-Michel Guerry, che utilizzarono per primi i dati statistici relativi ai reati e quelli demografici relativi ai loro autori, studiando così l’incidenza dei reati in relazione all’età, al genere, alla professione, al livello di istruzione, alle condizioni economiche, alla provenienza geografica. I loro studi vennero definiti ‘statistica morale’.
La constatazione che la delinquenza comune fosse gita soprattutto da appartenenti alle classi meno favorite portò in un primo tempo al convincimento che i fenomeni criminosi fossero causati dalla povertà, e addirittura elaborare il concetto di classi pericolose, a cui era attribuita una innata mancanza di senso morale al un tempo responsabile della povertà, della depravazione e della delinquenza.
Più tardi, nella prima metà del XX secolo, studi compiuti in molte città statunitensi riscontrarono l’esistenza di aree criminali, vale a dire zone urbane nelle quali si concentra un’alta percentuale di persone economicamente sfavorite, le condizioni residenziali sono scadenti, vi è inadeguatezza dei servizi pubblici e dove finisce per risiedere la parte meno abbiente della popolazione che dà un maggior contributo al crimine convenzionale. I ricercatori rilevarono poi che, nonostante il continuo ricambio degli abitanti, il tasso di criminalità di tali aree rimaneva costantemente elevato, il che indicava il valore criminogenetico dei fattori dovuti alle particolari caratteristiche dell’ambiente sociale, così da nominare questi studi ‘teoria ecologica’ del crimine.
Negli anni trenta, Merton, sempre negli Stati Uniti, per spiegare la devianza utilizzò il termine anomia, intesa non nel senso letterale; una società, secondo lui, ha caratteristiche di anomia quando la sua cultura propone le stesse mete ai consociati senza che a tutti vengano forniti i mezzi leciti per conseguirle così che le norme perdono di credibilità ed efficacia. Per la società statunitense all’epoca le mete erano quelle del successo sociale e del guadagno economico. Davanti alla discrasia fra mete e mezzi per conseguirle, gli individui hanno diversi modi di reagire, il primo dei quali è la conformità, peraltro più facile per i soggetti con maggiori opportunità di successo sociale.
Ovvero si avrà innovazione quando sono accettati i fini proposti dalla cultura senza porsi eccessivi scrupoli circa i mezzi per raggiungerli: è questo il tipico esempio della criminalità appropriativa. Per Merton sono devianze anche il ritualismo, dove pur di rispettare le norme si abdica al successo sociale, e la rinuncia, che consiste nella noncuranza sia dei fini sia dei mezzi, come nel caso dei tossicodipendenti. Infine la ribellione sostituisce le mete culturali date con altre diverse, per ottenere le quali non si disdegnano mezzi illegittimi, ed è questo l’atteggiamento che può esser proprio dei contestatori e, dei ribelli.
La criminologia non ignora quindi le differenti opportunità sociali. La teoria delle bande criminali si occupò di spiegare le dinamiche che portano alla delinquenza i giovani delle classi più sfavorite nelle grandi città statunitensi. Albert K. Cohen fu l’autore che formulò la teoria; secondo lui la sottocultura delinquenziale dei giovani di bassa estrazione sociale nasce dal conflitto con la cultura della classe media dalla quale essi si sentono estranei ed esclusi poiché per loro impossibile conseguire il successo sociale di cui godono i loro coetanei dei ceti più favoriti.
Così sperimentano la frustrazione, l’insuccesso e l’umiliazione, a cui reagiscono disconoscendo le regole della cultura dominante e cercando di organizzare nuovi e diversi rapporti interpersonali con proprio norme e propri criteri di status. Successivamente la visione di ‘classe’ si accentuò nelle teorie criminologiche: alla criminologia del consenso, che presupponeva la visione di una società le cui norme poggiano sull’adesione della totalità dei consociati, si sostituì una criminologia del conflitto, incentrata sugli squilibrati rapporti di potere esistenti nella società.
Nasce la teoria dell’etichettamento, negli anni Sessanta, che sostiene che il deviante non è tale perché commette certe azioni, ma lo è perché la società qualifica come deviante chi compie certe azioni. Non è quindi la devianza a sollecitare la reazione sociale negativa, ma è la reazione sociale a creare la devianza. Secondo Becker, esponente di tale corrente, la devianza non è una qualità dell’atto commesso dalla persona, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione di norme e sanzioni a un delinquente da parte di altri. Dunque il deviante è una persona alla quale l’etichettamento è stato applicato con successo, e il comportamento deviante è un comportamento che viene etichettato come tale.
La stigmatizzazione fa in modo che il deviante si riconosca nell’etichetta che gli è stata attribuita e ad intraprendere una carriera deviante fondata sul sentimento dell’identità personale di un Io deviante. In Gran Bretagna gli esponenti del Nuovo realismo rilevarono che la criminalità convenzionale, street crime, colpiva soprattutto le fasce meno abbienti e indifese della popolazione. Questo portò ad una particolare attenzione alla prevenzione, per la quale si proposero progetti di sorveglianza di vicinato, di cui dovevano far parte anche i privati cittadini.
Un secondo oggetto della criminologia riguarda l’autore dei crimini, e in Italia la criminologia scientifica, o con aspirazioni scientifiche, viene inaugurata in concomitanza con le prime riflessioni di Cesare Lombroso (1835-1909), fondatore dell’antropologia criminale. I pilastri della costruzione lombrosiana furono la teoria del delinquente nato, secondo la quale un’alta percentuale di criminali possiederebbe disposizioni congenite, e la teoria dell’atavismo, che interpretava la condotta criminosa come una forma di regressione o di fissazione a livelli primordiali dello sviluppo dell’uomo: il delinquente era un individuo primitivo, una sorta di selvaggio ipoevoluto nel quale la scarica degli istinti e delle pulsioni aggressive si realizzava nel delitto senza inibizioni.
Lombroso però non si preoccupava di usare gruppi di controllo e peccava riguardo al metodo scientifico. Alcune anomalie citate da Lombroso e che ritroviamo tramite moderne ricerche effettuate con tecniche di neuroimaging, che associano comportamento antisociale violento e anomalie fisiche, sono: asimmetria facciale, minore conducibilità elettrica a livello cutaneo e quindi diversa reattività, lobi delle orecchie. Lombroso si occupò anche del brigantaggio bancario, in seguito alle vicende politiche ed economiche di fine Ottocento. Era evidente come la teoria dell’atavismo e quella del delinquente nato non fossero applicabili a questi delinquenti. Li chiama criminaloidi, perché non presentano nessun tratto da lui descritto nelle sue teorie che indentificasse i criminali.
Lombroso tratta anche del terrorismo, ricollegandolo al senso di ingiustizia e nell’altruismo, da cui l’assenza di rimorso dei terroristi anche qualora fossero uccise innocentissime vittime. Per Lombroso il criminale è fisicamente anormale, è un malato, e in particolare il suo chiodo fisso fu l’epilessia come causa del crimine. Non solo questo è falso, ma la diagnosi è tratta invertendo i termini logici: egli non fa diagnosi di epilessia, ergo trova che questa malattia conduce ai più vari misfatti, bensì, una volta deciso alla luce di un paio di osservazioni aneddottiche che l’epilessia conduce al crimine, ergo trova l’epilessia ogni qualvolta sia al cospetto di un crimine.
Ne La donna delinquente, di Ferrero e Lombroso, troviamo un miscuglio di misurazioni ossessive che non distinguono accidentalità da fattori casuali, l’afastellamento di aneddoti antropologici di incerta deviazione, osservazioni tratte dal mondo animale e trasferite all’animale culturale, constatazioni di differenze sociali che vengono date come biologiche e immodificabili, addirittura proverbi che abusano della dignità di prova scientifica quando non sono se non la quintessenza del pregiudizio.
Ci sono poi le razze colorate, e gli zingari. Pubblicò inoltre Du parallelisme entre l’homosexualité et la criminalité innée, in cui, alla luce di osservazioni fisiognomiche delineava l’equivalenza fra criminalità e omosessualità. Tutto questo non per gettare discredito su Lombroso, ma per metterci in guardia dai pregiudizi.
Allo studio del perché si delinque non poteva sottrarsi la psicoanalisi. Freud distingueva tre istanze della psiche: l’Es, serbatoio degli istinti, l’Io, che è la componente psicologica, e il super Io, che è il rappresentante interiore dei valori etici e delle norme sociali. Ovvia l’importanza, ai nostri fini, dell’ultima istanza. Alexander e Staub, criminologi di impronta psicoanalitica, sostengono che per spiegare il delitto occorra analizzare le diverse modalità dello svincolarsi dal controllo del Super Io, a cominciare dalla delinquenza fantasmatica, situazione in cui non vengono commesse azioni criminali ma vi sono pulsioni antisociali che l’individuo disloca sul piano della fantasia, provando ammirazioni per famosi assassini o identificandosi con il criminale nella visione di un film.
Nella delinquenza colposa il Super Io non consente che le tendenze aggressive inconsce si realizzino come tali, ma permette che lo facciano attraverso una condotta imprudente o negligente. Nella delinquenza nevrotica la condotta criminale rappresenta il sintomo di una situazione conflittuale profonda, una sorta di ripiego per eliminare la tensione delle conflittualità interiori. La delinquenza normale rappresenta invece la totale abnegazione del controllo del Super Io e le pulsioni aggressive e antisociali possono realizzarsi senza neppure che il soggetto si senta in colpa. A maggior ragione non vi sarà senso di colpa se il Super Io è strutturato come Super Io criminale, cioè antisociale.
Psicoanalitica è la teoria che vede all’origine della delinquenza contro la persona l’incapacità a identificarsi con il prossimo, cioè di sentire il dolore e la pena altrui come fossero nostri. Musatti spiega che vi può essere addirittura una deficienza globale di identificazione con l’oggetto dell’impulso aggressivo. Il concetto di identificazione è proprio anche della psicologia sociale, che con Erikson ci ricorda l’importanza ai nostri fini della presenza di buoni modelli e l’influenza per l’edificazione dell’identità dell’atteggiamento degli altri nei nostri confronti.
Da ciò la possibilità che le altrui aspettative negative condizionino il comportamento, fino a realizzare la cosiddetta profezia che si auto adempie, colui che si sente considerato un soggetto da cui non ci si può aspettare nulla di buono finirà per considerare sé stesso come incapace di fare appunto qualcosa di buono. Principio stimolo-risposta, modificando l’ambiente può indirizzarsi il comportamento nel senso voluto. Fra le applicazioni in criminologia delle teorie comportamentiste si deve però anche ricordare il cosiddetto effetto weapons effect: poiché vi sono soggetti che, in virtù di associazioni ripetute, possono rivestire un significato di stimolo aggressivo in risposta a frustrazioni, la presenza di un’arma da fuoco nel campo di attenzione del soggetto può essere sufficiente per scatenare risposte aggressive poiché associata all’aggressività.
Criminologia narrativa è la strada che sposta il discorso criminale da oggetto di studio a soggetto. Secondo Verde questo nuovo settore ha fornito un’immagine specifica del soggetto criminale, cioè quella di un attore capace di agency. La criminologia pone attenzione al materiale autobiografico e alle produzioni precedenti al reato. I racconti forniti potrebbero spiegare perché fra soggetti che si trovano in situazioni analoghe alcuni diventano criminale e altri no. In chiave trattamentale si evidenziano le narrative di desistenza, che contrappongono il sé attuale a quello passato in modo da prendere le distanze dagli eventi trascorsi.
Capitolo secondo
L'omicidio
L’omicidio è il crimine per antonomasia, tanto che il suo aumento viene reputato la misura di violenza di una data società e può anche essere stimato come un indicatore di allarme sociale. I criminologi elaborano degli indici di criminalità, cioè delle graduatorie della gravità dei reati, intervistando campioni di cittadini e chiedendo loro di attribuire un punteggio di gravità ai diversi comportamenti criminosi. L’omicidio risulta quasi sempre il reato che desta maggiore riprovazione. L’omicidio suscita interesse e allarme sociale.
Quest’ultimo è spesso caratterizzato da un alto livello di irrazionalità e emotività. Oriana Blink fa riferimento al costrutto del sublime, un’emozione che pone di fronte al senso di limite, alla dimensione della distruttività umana e che genera in noi uno stato di spaesamento ossia un tentativo, spesso destinato al fallimento, di comprendere un gesto altro che esula dalla nostra quotidianità. Questo per spiegare il fascino dell’omicidio, che si configura come la punta più alta di aggressione interpersonale in cui si rivelano aspetti primordiali della natura umana.
I criminologi hanno registrato le distorsioni nella percezione sociale del fenomeno, i cittadini infatti non solo reputano che si verifichi un numero di omicidi superiore a quello reale, ma evitano di porre in essere delle azioni nelle loro vite per paura del crimine. Oggigiorno ciò che ci indegna è il permanere della violenza a dispetto dei molti progressi in termini di sicurezza, e l’orgoglio per il progresso ci fa sentire ancora più inaccettabile la violenza. Forse anche da questo deriva il convincimento che la violenza sia in aumento. Avendo molti mezzi di comunicazione, il messaggio della notizia di violenza non è singolo bensì molteplice, ingannando l’impressione.
Differenza tra quantità reale e quantità relativa, relativa alla nostra maggiore pretesa di incolumità. L’omicidio interessa i criminologi poiché si riescono ad avere dei dati attendibili. Infatti la criminologia è gravata da una significativa ipoteca: i dati che utilizza sono collegati a crimini o criminali identificati. Si definisce numero oscuro l’ammontare dei reati che non risultano dalle fonti ufficiali, e indice di occultamento il rapporto fra i reati noti e quelli effettivamente commessi. Il divario tra reati commessi e reati denunciati può dipendere dall’atteggiamento della vittima, dal tipo di reato, dalle caratteristiche.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.