1. INTRODUZIONE
L’economia politica non si occupa degli attori pubblici dell’economia, interessati a finalità collettive. Al massimo
si utilizzano parametri come spesa pubblica o tassazione per valutare le performance dei singoli operatori sul
mercato.
È quindi necessario analizzare l’operato dell’ente pubblico sotto tre livelli di analisi:
- Stadio delle scelte correnti: processo tramite il quale le istituzioni prendono le proprie decisioni
- Stadio delle scelte istituzionali: studio delle istituzioni che devono studiare gli obiettivi sociali
- Stadio delle scelte sociali: individuazione degli obiettivi sociali
La politica economica è quindi la disciplina che studia l’azione economica pubblica in quanto indaga su tutti e tre
i livelli. La possibilità di questo studio di rappresentare un modello per guidare l’azione pubblica, è data non solo
dalla conoscenza della scienza economica, ma anche delle discipline del diritto, della filosofia e della scienza
politica, i cui concetti sono strettamente legati a quelli dell’analisi economica.
Per comprendere l’importanza di una disciplina che si occupi dello studio sull’azione dell’operatore pubblico, è
necessario comprendere il motivo per cui tale operatore esiste: la presenza di fallimenti di mercato. L’economia
politica non offre definizioni oggettive. Ogni teoria evidenzia alcuni aspetti della realtà e lo studioso di politica
economica deve esercitare attenzione critica nella scelta del modello di riferimento.
2. FALLIMENTI MICROECONOMICI DEL MERCATO
In questa prima parte ci si occuperà di capire come le diverse istituzioni economiche consentono di soddisfare i
principi e gli obiettivi verso i quali dovrebbe tendere la società. Due sono le principali “norme” di interazione
sociale: il mercato e lo Stato.
Le istituzioni sociali possono essere valutate sulla base di due criteri essenziali: efficienza ed equità. Con
riferimento alla scelta fra istituzioni orientate al perseguimento di interessi collettivi o individuali, si potrebbe
preferire lo stato o il mercato a seconda del criterio utilizzato.
Convinto sostenitore del mercato era Adam Smith, il quale credeva che le scelte fatte per il perseguimento di
interessi individuali si sarebbero normalmente riequilibrate tramite una “mano invisibile” perseguendo il
benessere della società.
Tornando sul concetto dell’efficienza, noi riconosciamo vari tipi della stessa, e fra gli altri possiamo riconoscere
un’efficienza statica ed una dinamica. L’efficienza statica fa fede al principio di ottimo paretiano, quella
condizione in cui un insieme di persone migliora la propria soddisfazione passando dalla situazione a alla
situazione b se alcuni stanno meglio in b che in a e nessuno sta peggio in b che in a. Questa affermazione, tuttavia,
è basata su un giudizio di valore: ci si potrebbe infatti chiedere quale sia il gruppo di persone che ne tragga
maggiore vantaggio o che fosse precedentemente più avvantaggiata.
L’efficienza X, che consiste nella capacità di scegliere programmi di produzione tecnicamente efficienti,
organizzare il lavoro e la produzione in modo da massimizzare l’output.
L’efficienza dinamica può essere considerata sulla base di vari aspetti, fra cui troviamo anzitutto quello di
efficienza adattiva, che concerne la capacità di apprendimento dei problemi e delle risposte agli stessi. Altro modo
di intendere l’efficienza dinamica è dato dalla capacità innovativa, in innovazioni di prodotto o di processo.
Anche i concetti di equità sono numerosi. In linea generale si fa riferimento alla distribuzione del reddito, la quale
dovrebbe tener conto dei concetti di uguaglianza delle opportunità (punti di partenza) o posizioni finali.
Primo teorema Economia del Benessere:
in un sistema economico di concorrenza perfetta nel quale vi sia un insieme completo di mercati, un equilibrio
concorrenziale, se esiste, è un ottimo paretiano.
L’ equilibrio in CP, infatti, realizza le condizioni dell’ottimo paretiano (il rapporto fra i prezzi di equilibrio fra due
beni è uguale al s.m.s. e SMT degli stessi). Per concorrenza perfetta intendiamo un mercato nel quale vi sia
omogeneità dei beni, atomismo dell’offerta, assenza di intese, assenza di barriere e perfetta informazione.
Le prime due ipotesi portano a definire gli operatori di tale mercato come price taker. La perfetta informazione
permette poi di ottenere il prezzo unico.
La completezza dei mercati implica l’assenza di esternalità, ovvero vantaggi o svantaggi prodotti dall’azione di
un operatore su un altro per i quali il primo non riceve o paga un compenso al secondo. Le esternalità sono
relazioni non mediate da rapporti di scambio, per le quali quindi non c’è un mercato.
L’equilibrio (Walrasiano) di concorrenza è quella situazione nella quale esiste un vettore di prezzi tale che su tutti
i mercati l’eccesso di domanda sia nullo, e tale punto è assicurato se le funzioni di utilità sono le normalmente
ipotizzate e non sussistono rendimenti di scala crescenti.
L’esistenza di questi ultimi porterebbe infatti alla riduzione, nel lungo periodo, dei costi medi totali, in modo tale
da rendere vantaggioso per ogni operatore accrescere le proprie dimensioni fino a saturare il mercato (rompendo
l’ipotesi di atomismo dell’offerta).
C’è anche da considerare che i punti di equilibrio possono essere molteplici, ed anche se questa numerosità può da
un punto di vista economico mettere in “imbarazzo” l’operatore, per la Politica economica è invece un vantaggio
che consente di poter scegliere fra più posizioni efficienti ma con diverse combinazioni. Altro problema riguarda
l’incapacità di mantenere quella posizione di equilibrio in modo stabile.
Il primo teorema quindi ha portata limitata, e può essere considerato come una precisazione dei limiti della mano
invisibile. Altra regione per cui il primo teorema è limitato, riguarda proprio il concetto di ottimo in senso
paretiano, il quale si è dimostrato che può assumere accezioni come la schiavitù o la dittatura sicuramente non
desiderabili. Nasce per cui l’esigenza di un pianificatore sociale che tenda alla garanzia dei concetti di equità oltre
che di efficienza.
Secondo teorema Economia del Benessere:
Se sono rispettate alcune condizioni relative allee funzioni di utilità individuali e funzioni di produzione, in
presenza di mercati completi, ogni posizione di ottimo paretiano può essere realizzata come equilibrio
concorrenziale, previa appropriata redistribuzione delle risorse fra gli individui.
Tale teorema tende maggiormente alla definizione di una differenza di ruolo fra Stato e Mercato (ruoli
redistributivo e allocativo.
Se quindi basiamo le nostre osservazioni solo sul primo teorema, possiamo evidenziare dei fallimenti
microeconomici del mercato, intesi come ragioni per le quali il mercato non riesce ad assicurare una posizione
sociale desiderabile. Partendo dall’ipotesi di completezza dei mercati, alcuni fallimenti saranno quelli legati alle
esternalità, beni pubblici ed asimmetrie informative. Per quanto riguarda la concorrenza dei mercati, è evidente
come questi non siano mai regimi concorrenziali. Ultimo concetto è quello che riguarda l’ottimo paretiano, che
tuttavia non garantirebbe una equa distribuzione del reddito, trovando fallimenti anche in riguardo alle dinamiche
legate all’assegnazione dei beni meritori ed alla specificità del concetto di efficienza paretiana.
Partendo dall’ipotesi di concorrenza perfetta, il carattere irrealistico di tale ipotesi ci spinge a considerare come
forme maggiormente rappresentative della realtà quelle di concorrenza imperfetta o monopolistica, in cui viene
violata la condizione di uguaglianza fra prezzo e costo marginale (condizione base dell’equilibrio di CP e che
secondo il primo teorema dell’economia del benessere garantirebbe anche l’ottimo paretiano).
Passeremo ora in rassegna il realismo dei vari presupposti della concorrenza perfetta.
Nel caso in cui la molteplicità degli operatori non sia soddisfatta (public
utilities), ed in particolare ci trovassimo in una situazione di monopolio naturale
dovuto alla natura dei rendimenti di scala crescenti, la soluzione conveniente non
sarà quella in corrispondenza della quale il costo marginale è uguale al prezzo
bensì al ricavo marginale.
In questo caso una posizione che rispetti le condizioni di efficienza paretiana non
sarebbe possibile. Se infatti il monopolista applicasse il prezzo P2, pari al CM,
sicuramente soddisfarebbe il concetto di efficienza paretiana, ma sarebbe in perdita. L’unico modo per evitare tale
perdita sarebbe quello di far pagare un prezzo pari al CM aggiungendo a carico di tutti i consumatori un onere in
somma fissa che sarebbe ripartito per tutti i consumatori, ognuno in maniera pari a 1/n del costo utile a coprire la
perdita. In tal caso è ipotizzabile che si stimerà un numero n di consumatori, fra i quali si dividerà il costo fisso, e
poi gli altri consumatori pagheranno con P=CM per non avere prezzi distorsivi.
Tuttavia, in questo caso nessun soggetto sarà interessato all’acquisto delle prime quantità del bene, tendendo ad
avere comportamenti di free riding. Tale comportamento può essere evitato applicando discriminazioni di prezzo,
ma questo sarebbe possibile solo avendo a disposizione tutte le informazioni circa i prezzi di riserva di ogni
consumatore e si dovrebbe rendere impossibile la rivendita sui mercati secondari.
È dunque impossibile per il monopolista la fissazione di un prezzo pari ai costi marginali per via dei costi
decrescenti, i quali generano un fallimento di mercato. Nel caso dell’oligopolio le imprese, comunque, si
troverebbero ad agire in modo strategico creando equilibri non tutti potenzialmente ottimi paretiani.
Tradizionalmente, l’esistenza di economie di scala è stata considerata la principale causa di fallimento di mercato.
Tuttavia, alcuni studiosi hanno sostenuto l’esistenza di equilibri analoghi a quello di concorrenza perfetta anche in
condizioni di monopolio o oligopolio. Tale possibilità è vincolata alla contendibilità dei mercati, ovvero alla
possibilità per le imprese di entrare ed uscire liberamente e senza costi dal mercato.
Immaginando infatti l’esistenza di un mercato in cui poche imprese realizzano extraprofitti, sarebbe automatico in
un mercato contendibile l’ingresso di un nuovo operatore che operi a prezzi inferiori di
quelli praticati, attraverso il meccanismo dell’hit and run, possibile proprio per l’assenza
di costi sia in ingresso che in uscita, ipotesi che nella realtà non si verifica. Anche se i mercati fossero contendibili,
in regime di costi decrescenti il prezzo applicato dovrà essere uguale al costo medio e non al marginale, ma ci
sarebbe anche in questo caso una distorsione dell’allocazione delle risorse. L’efficienza che è possibile conseguire
in mercati contendibili consiste nel fatto che l’impresa produce al costo minimo, tenuto conto del vincolo della
domanda complessiva.
L’unico caso in cui l’efficienza del mercato contendibile coincide con quella paretiana è il caso in cui i costi
minimi unitari sono in corrispondenza della curva di domanda.
In quest’altro caso (Sx) invece l’equilibrio sarà efficiente ma non stabile, poiché
l’impresa non potrebbe produrre la quantità OQ2 al prezzo OP2, poiché nel mercato
contendibile si creerebbe lo spazio per un ulteriore impresa che andrebbe a produrre
OQ1 a OP1. In quel caso si creerebbe una condizione di subadditività della
funzione di costo, per la quale due imprese producono a costi più elevati di una sola.
Anche se la contendibilità non garantisce risultati efficienti dal punto di vista paretiano, può essere opportuno che
l’ente pubblico regoli i mercati con il fine di aumentare e ridurre gli ostacoli per l’ingresso nei mercati.
Trattando degli altri presupposti della concorrenza perfetta, è utile evidenziare che la presenza di una molteplicità
di operatori non garantisce i risultati di equilibrio in caso di accordi o intese tendenti a limitare la competizione
fra operatori stessi. L’omogeneità dei prodotti è una condizione che potrebbe non verificarsi anche per via di
politiche di differenziazione del prodotto mirate ed esaltate dalle pubblicità. La perfetta informazione dei prezzi
applicati alle contrattazioni dello stesso bene è altro elemento fondamentale e la sua assenza genera
segmentazione dei mercati.
Il primo teorema dell’economia del benessere postula l’esistenza di mercati completi, ossia di mercati per tutti i
beni o servizi in essere nel periodo considerato o in tutti i periodi dell’orizzonte di scelta. Nella realtà può esservi
incompletezza dei mercati relativa a: esistenza di esternalità o beni pubblici, o assenza di alcuni mercati a pronti o
a termine a causa di costi di transazione o asimmetrie informative.
Partendo dalle esternalità, esse presentano l’inesistenza di un corrispettivo a fronte del vantaggio o del danno
procurati da un operatore ad altri (e quindi l’assenza di un mercato e l’incompletezza dello stesso).
Ciò sarà dovuto a:
a) Inesistenza di diritti di proprietà su alcuni beni di proprietà comune, che potrebbe portare ogni operatore
ad uno sfruttamento eccessivo degli stessi.
b) Esistenza di attività di consumo o produzione. Nel momento stesso in cui un operatore compie
un’attività, determina il sorgere di una bene o di un male per altri operatori. Possiamo quindi identificare
esternalità di consumo (come inquinamento acustico) ed esternalità di produzione (diffusione gratuita
di conoscenze diffuse attraverso l’addestramento dei lavoratori).
Le esternalità sono causa di divergenza fra costi e prodotti marginali privati e sociali. In presenza di economie
esterne i costi privati saranno maggiori di quelli sociali.
L’intervento pubblico in questo caso dovrebbe rimuovere la divergenza fra costo sociale e privato, interiorizzando
tale costo o vantaggio procurato dall’operatore al resto della società, ciò può essere fatto tramite regolamentazioni
o imposte pigouviane a carico dei creatori di diseconomie.
In entrambi i casi citati è evidente che vi sia da una parte il diritto di alcuni soggetti e non di altri (diritto ad usare
l’aria, non diritto ad inquinarla). La stessa esistenza quindi di un danno è da ricondurre all’assegnazione dei
diritti di proprietà.
Secondo Coase il vero problema da affrontare sarebbe quindi la scelta delle istituzioni e di conseguenza i criteri di
assegnazione dei diritti di proprietà. A tal scopo enuncia due proposizioni:
I. Se sono soddisfatte alcune condizioni (assegnazione diritti e assenza costi transazione), gli operatori
interessanti dall’esistenza di esternalità potranno raggiungere posizioni vantaggiose senza intervento
governativo;
II. In presenza di costi di transazione, la possibilità di raggiungere la posizione più efficiente attraverso
il mercato può dipendere dall’assegnazione dei diritti di proprietà, attribuiti in modo da garantire il
raggiungimento della posizione più efficiente.
La prima proposizione prende il nome di teorema di Coase, la quale sostiene che oltre all’assenza di costi di
transazione ed alla corretta attribuzione dei diritti di proprietà, è necessaria la presenza di un’autorità esterna che
vigili ed assicuri l’esecuzione dei contratti.
Secondo la proposizione 2, in presenza di costi di transazione (così come realisticamente avviene), ruolo
predominante ai fini del raggiungimento dell’efficienza è la corretta assegnazione dei diritti di proprietà.
Nei mercati concorrenziali spesso i beni scambiati mostrano rivalità, nel senso che l’uso di un bene da parte di un
soggetto ne riduce la disponibilità per altri. Esistono tuttavia anche beni non rivali detti beni pubblici. Di recente
hanno assunto rilievo anche beni pubblici globali, per i quali gli effetti positivi si estendono al di là dei confini
nazionali. I beni pubblici sono una particolare categoria di beni per i quali chi li produce genera un vantaggio a sé
stesso e ad altri soggetti che ne godranno liberamente.
Un bene pubblico è inoltre un bene per il quale vi sono esclusivamente costi fissi, e qualora questi fossero
sostenuti soltanto da un soggetto, egli riscontrerebbe delle ingenti perdite generando tuttavia economie esterne
non escludibili ad altri soggetti. In questa situazione ogni operatore si porrebbe in una posizione di parassita.
Le proprietà di non rivalità e non escludibilità dei beni pubblici, insieme ai comportamenti parassitari, forniscono
la ragion d’essere dell’intervento statale per la produzione e la regolamentazione di tali beni per evitare la
tragedia delle proprietà comuni.
Rimane a questo punto il problema della quantità di bene pubblico da produrre, difficile da determinare per due
ragioni:
1. Difficoltà nella rilevazione delle preferenze: non essendo possibile escludere soggetti dall’utilizzo del
bene, non c’è modo di conoscere il valore attribuito da un soggetto ad un determinato bene, fatta
eccezione per il prezzo che i singoli soggetti dichiarano di voler pagare;
2. Problemi di congestione: non esistono per beni perfettamente non rivali, tuttavia, nel caso in cui esistesse
una soglia oltre la quale il godimento del bene da parte di un soggetto pregiudica il godimento dello
stesso da parte degli altri, potrebbero venirsi a creare (se tale problema di congestione è accentuato) beni
da club.
Tali beni da club, tra cui troviamo ad esempio le piscine pubbliche o campi sportivi, sono decisi a livello di enti
locali, generando la possibilità per ognuno di scegliere fra i diversi livelli di b
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