prof. Fabio Maccioni
crediti: 10, ore totali: 70, lezioni: 20
Che cosa preparare per l'esame?
1) Prima di tutto le lezioni: gli autori che abbiamo studiato, gli argomenti affrontati, i film visti insieme, gli
ospiti incontrati... trovate tutto negli allegati alle lezioni, nei contenuti di ariel
2) I libri
a) Open, di A. Agassi
b) Outdoor Education, di R. Farné (con particolare attenzione ai capitoli 1, 2, 6, 7, 10, 12)
c) Pedagogia del Corpo, di I. Gamelli (con particolare attenzione ai capitoli 1, 2, 4, 6, 7)
3) Le 5 esercitazioni: averle svolte tutte e bene contribuisce a una buona valutazione generale
Lezione 1 15/10/21
L’insegnamento non è mai unilaterale, è uno scambio, una relazione.
Cos’è Pedagogia.
La Pedagogia è l’arte dell’insegnamento, è la scienza che studia i processi di apprendimento: come si impara e
come si insegna. La discussione in classe ha messo in evidenza che la Pedagogia riguarda certamente l’età
evolutiva. In effetti il significato letterale della parola “Pedagogia” è “accompagnare, guidare i bambini”: deriva
infatti dal greco παιδαγωγία che è l’unione di due parole: παιδος (paidos: bambino) e αγω (ago: guidare,
condurre, accompagnare). In effetti ma non solo: certamente i bambini sono in una fase favorevole
all’apprendimento ed è interessantissimo studiare i processi di conoscenza nell’infanzia ma la Pedagogia
riguarda ogni essere umano. La discussione in classe ha fatto emergere un neologismo: insegnanza. Una parola
che non esiste nella lingua italiana ma che esprime bene l’azione dell’insegnare, forse più di “insegnamento”,
parola che può suonare altisonante e astratta. Accogliamo questo neologismo: gli errori sono spesso portatori di
nuove idee (=> a ciò dedicheremo alcune lezioni). Il nostro corso studierà anche “l’insegnanza”, cioè come si
insegna, quale siano gli stili di insegnamento più interessanti ed efficaci.
Del corpo: si impara con il corpo, sbagliando, cadendo.
Perché “generale”.
Perché il nostro primo sguardo è sul processo di apprendimento/insegnamento in generale, cioè in tutti gli
ambiti in cui ogni essere umano vive esperienze di apprendimento (e di insegnamento).
Cosa significa “applicata alle scienze motorie”?
Alcune domande che ci porremo durante il corso: come si impara uno sport? Come si insegna? Qual è il legame
tra ciò che si impara nello sport e ciò che serve nella vita? Ma anche… Quali sono i nostri desideri da futuri
“scienziati motori”? Come ci immaginiamo? La Pedagogia è una scienza che ci aiuterà anche a sviluppare nuovi
desideri per il nostro futuro. Applicata alle scienze motorie fa riferimento anche al potere dello sport di
trasformare le persone, aiutarle a gestire dei problemi, ad affrontare se stessi.
Apprendimento vuol dire crescere.
Nota bene: senza emozioni non c’è apprendimento. La parola “emozione” ha la stessa radice della parola
“movimento”: muoversi, dal latino moveo: ogni volta che impariamo qualcosa, dunque, abbiamo un movimento
interiore, c’è qualcosa che mi smuove dentro, il nostro corpo è in azione. E il nostro corpo è in un luogo e quel
luogo è fondamentale per l’apprendimento. Ecco, dunque, un assaggio di cosa significhi che si impara attraverso
il corpo.
VIDEO - Ken Robinson dal titolo “Do school kill creativity?”. Ken Robinson è stato un grande pedagogista:
abbiamo dunque l’occasione di ascoltare le parole di uno scienziato dell’educazione. Uno scienziato illuminante.
La visione del video risulta essere molto stimolante, nonché divertente (lo stile di Robinson è molto colloquiale e
sa esprimere concetti importanti con molto senso dell’umorismo). I temi trattati dal grande pedagogista
recentemente scomparso sono molti:
- l’educazione come svelamento dei talenti (sia dei bambini, sia degli adulti)
- l’importanza della creatività nella formazione di ogni essere umano
- l’accoglienza dell’errore nei processi di apprendimento
- ripensare l’intelligenza umana: cosa vuol dire essere intelligenti? ci sono tante intelligenze?
- l’ascolto dei bambini (in generale, dei soggetti in formazione)
- i casi difficili (a volte basta cambiare punto di vista.
Lezione 2 22/10/21
L’autobiografia come strumento per l’educatore. Autobiografia→ capitolo 6 libro, pag. 112
Autobiografia→ la mia storia mi ha reso ciò che sono.
Auto= la mia, bio= vita, grafia= scrivere → racconto la mia vita
In pedagogia significa raccontarsi storie e ascoltare storie. Ci serve per abbassare il livello di giudizio e ascoltare,
dietro ogni persona c’è una storia. L’autobiografia non è un fine o uno scopo ma è un mezzo dell’educatore al
fine di trovare il modo migliore per insegnare. L’autobiografia deve essere vista come metodo di lettura finale,
come attitudine dell’educatore (mai imposta).
Osservazione → come strumento di apprendimento.
L’osservazione interiore, quindi oltre l‘apparenza è uno sguardo libero e profondo→ grazie all’esperienza.
Collegamento con la metariflessione.
Lettura dell’episodio di Gillian Lynne, dal libro “The Element” di Ken Robinson: storia di una bambina che non
sapeva stare ferma.
Cosa ti ha colpito, ascoltando la storia della piccola Gillian?
Noi siamo una storia: ci sono successe tante cose e da molte di esse abbiamo imparato qualcosa. È ciò che
abbiamo scoperto scrivendo l’esercitazione “quella volta che ho imparato”. Ogni essere umano è una storia e
ogni storia è diversa. È ciò che abbiamo scoperto scrivendo l’esercitazione “nascita della mia passione per…”
L’educatore si appassiona a queste storie! È capace di ascoltare, crea spazio per il dialogo, crea occasioni perché
i suoi interlocutori possano raccontare e raccontarsi.
Autobiografia è anzitutto attitudine all’ascolto, è osservazione libera, e senza pregiudizi, della persona che
abbiamo di fronte.
Come creare momenti di autobiografia con i nostri utenti? Interessante è, al termine di un percorso lungo,
chiedere agli utenti di raccontare un episodio accaduto durante l’anno, condividerlo con tutti e ricordare ciò che
si è imparato. Ricordare e raccontare i fatti più importanti dell’anno, per gli utenti è un’occasione di dare forza a
ciò che hanno imparato e di dare nuovi stimoli e obiettivi di apprendimento: chi ricorda e racconta ciò che ha
imparato riceve in regalo un’ulteriore voglia di imparare.
Collegamento con autobiografia di uno sportivo: Andrea Agassi → Open
Lezione 3 29/10/21
Meta→ oltre
Metariflettere: riflettere su di me→ scoprire quali sono i propri modi di imparare, quali sono le proprie
intelligenze.
Metariflessione: riflettere sulla riflessione stessa, su come pensiamo, su come apprendiamo.
Testimonianza→ dinamica dell’autobiografia, “questa cosa è successa anche a me”: utilizzo la mia storia al fine
di dare elementi per crescere agli altri.
1) AUTOBIOGRAFIA (capitolo 6)
L’autobiografia come strumento per l’educatore.
La metariflessione e la testimonianza.
Riflettiamo sulla parola “meta”, che in greco significa “al di là”, “di secondo livello”.
Nella lezione precedente, parlando di cosa significasse fare autobiografia in pedagogia, avevamo accennato a
una parola che inizia proprio con il prefisso -meta: “metariflessione”.
Metariflessione è riflettere sul proprio modo di riflettere, o in senso più ampio, capire i modi con cui noi
entriamo in contatto con le cose nel mondo. Ricordando e condividendo (=autobiografia) le nostre esperienze di
apprendimento, veniamo a contatto con i nostri modi di imparare le cose, con la nostra particolare
“intelligenza”, e in questo modo ridiamo linfa alla nostra voglia di imparare. Un po’ come nel racconto che
ciascuno di noi ha scritto, “quella volta che ho imparato”.
Come si declina ciò, con l’educazione sportiva?
L’educatore sportivo ha imparato da ciò che ha vissuto: ha avuto la fortuna di fare molte esperienze sportive, di
vivere tante emozioni e di riflettere su tutto ciò, di capire - metariflettendo - come imparare ciò che ha imparato,
a livello sia di abilità sportive, sia di “abilità” per la vita.
L’educatore sportivo sa che il suo compito è stimolare l’apprendimento nei suoi utenti, facendo in modo che
siano loro a imparare autonomamente: sa che impareranno dalle esperienze che stanno facendo e dunque il suo
compito è predisporre le esperienze migliori: “preparare una lezione” è soprattutto “far fare un’esperienza”,
perché è dall’esperienza che nasce l’apprendimento (grande principio della Pedagogia del Corpo).
Autobiografia è anche testimonianza: l’educatore sa che raccontare la sua esperienza può essere utile per la
crescita dei suoi utenti. Non lo fa sempre e non lo fa in momenti programmati: si mette in ascolto del gruppo e
sente quando è il momento giusto per farlo. Testimoniare non vuol dire “dovete fare come me”: sarebbe una
pedagogia da guru. Il testimone non è un guru, perché sa che poi ognuno dei suoi utenti ha la sua propria strada.
2) IL FILM “LA RETTA VIA”
Pedagogia del camminare
Documentario del 2009 girato da Roberta Cortella e Marco Leopardi.
Ruben e Joachim, due giovani detenuti belgi di 17 e 16 anni vengono selezionati dall’ONG Oikoten per
partecipare a uno speciale programma di rieducazione: percorrere oltre 2500 km a piedi tra Belgio e Spagna
seguendo l’antico Cammino di Santiago. Quattro mesi di viaggio con lo zaino in spalla, ma se rispetteranno tutti
gli accordi con il giudice, otterranno lo sconto della pena e saranno liberi. Da delinquenti a pellegrini, da un
mondo visto da dietro le sbarre alle sconfinate prospettive di un cammino fisico e interiore capace di lasciare il
segno nelle loro vite. Il documentario racconta in esclusiva i momenti più rappresentativi di questo singolare
viaggio, seguendo l’onda emotiva e le vicende che accompagneranno i piccoli e grandi traguardi di questi ragazzi
difficili, ma anche le loro sconfitte.
Considerazioni emerse dalla visione del film e dalla discussione:
o l’aspetto educativo del corpo in movimento: il cammino e la fatica fisica attivano processi di apprendimento
(Joaquim dichiara, nel film, “ho imparato a pensare” … un esempio di metariflessione!)
o il cammino come un percorso individuale ma anche come un’azione di gruppo: i tre personaggi litigano
spesso ma sentono la necessità di restare uniti, per poter arrivare al traguardo
o la guida, Peter, durante le soste del viaggio scrive le sue memorie (un esempio di autobiografia!) e racconta
le emozioni dei ragazzi e confessa che una cosa importante è stata mostrare le sue emozioni ai ragazzi
o l’immagine della lumaca: il cammino è lento, la pazienza necessaria è tanta… i cambiamenti, gli
apprendimenti, nella vita, avvengono lentamente
o Joaquim alla fine racconta una cosa che ha imparato (come nella nostra esercitazione “quella volta che ho
imparato”): “(il cammino) mi ha insegnato a essere forte e a credere in me stesso”. E credere in se stessi, per
lui che prima credeva solo in sua madre e in Dio, è un traguardo grandissimo.
o la questione del limite: questi ragazzi si sono spinti al limite e sono stati forti (o resilienti, meglio); se lo sono
stati una volta, lo possono essere sempre; l’esperienza dell’incontro con il limite dà forma all’identità
dell’adolescente, gli dà una nuova visione di se stesso.
La questione del limite è in tema con la Pedagogia dell’Adolescenza, che affronteremo più approfonditamente
nella prossima lezione.
Lezione 4 05/11/21
PEDAGOGIA DELL’ADOLESCENZA
Le quattro linee di intervento
L’argomento di oggi è la Pedagogia dell’Adolescenza: leggeremo e commenteremo un capitolo del libro di Piero
Bertolini, “Ragazzi difficili”. Bertolini è uno dei più importanti pedagogisti italiani: le sue riflessioni provengono
da una grande ricerca sul campo e da un forte e concreto impegno in campo educativo. In particolare, il libro
“Ragazzi difficili” è frutto della sua decennale esperienza come educatore presso l'istituto Beccaria, il carcere
minorile di Milano. Dieci anni a stretto contatto con adolescenti “difficili”, cercando strade per il loro recupero
nella società.
Nota: quest’ultimo punto ci permette di collegare questa lezione alla precedente (film la retta via).
L’ETIMOLOGIA DELLA PAROLA ADOLESCENZA
In inglese adolescenza si dice teen-age, cioè l’età del decennio (i numeri con l’1 davanti). È un termine molto
semplice e immediato, come spesso è la lingua anglosassone.
E in italiano? Perché si usa questa parola così articolata?
Nella lingua italiana la parola deriva dal latino adolesco, che a sua volta deriva da ad (rafforzativo) e alere
(nutrire). Il suffisso -esco indica un’azione ripetuta nel tempo. Il significato etimologico di adolescente: colui che
si nutre (che cresce) e continua a nutrirsi, anche di sapere (continua a crescere). Spinta verso la crescita, come
una pianta che spinge verso l’alto, spinta alla ricerca del nutrimento= è l’adolescenza. Fase dello sviluppo, si ha
fame.
Il participio passato del verbo latino adolescere è ...adulto! Per cui l’adulto sarebbe colui per il quale il processo
di crescita è compiuto, è finito, colui che ha raggiunto l’obiettivo dello sviluppo. Certamente è vero, nel senso
che da un certo punto di vista non si cresce più, quando si è persone adulte, si è “arrivati” a un punto. Ma in
realtà non è del tutto vero: l’essere umano è in continua crescita, anche da adulti si ha sempre fame di crescere,
fame di sapere, non finisce mai la ricerca; infatti, adulto e adolescente hanno la stessa radice.
Per la precisione, essere adulti che hanno sempre voglia di imparare è esattamente il nostro obiettivo di
persone, di studenti di scienze motorie, di futuri educatori sportivi. La pedagogia non finisce mai!
IL LIBRO “I RAGAZZI DIFFICILI” DI PIERO BERTOLINI
COSA VUOL DIRE DIFFICILI?
Significa che il contesto da cui provengono i ragazzi al Beccaria è un contesto difficile, in cui ci sono poche
possibilità di immaginare un futuro migliore, una vita che valga la pena di essere vissuta. Contesti in cui povertà,
mancanza di strutture, emarginazione e delinquenza generano a loro volta povertà (economica ed esistenziale) e
delinquenza, riassumendo:
1. Difficoltà ambientale, l’ambiente da cui si proviene
2. Non vede vie d’uscita per sé stesso, difficoltà nel senso di se
3. Difficoltà a livello delinquenziale
QUALI SONO LE “LINEE DI INTERVENTO”?
È possibile creare dei percorsi educativi per i ragazzi difficili? Come uscire dalla sensazione di “impossibilità”?
Bertolini nel suo libro suggerisce quattro punti, quattro linee di intervento per l’adolescente:
1) l’educazione al bello-> Predisporre, attivare nel ragazzo una dinamica che a ancora non è presente → ciò che
manca a questi ragazzi è la possibilità di immaginare la propria vita come una vita bella. I contesti difficili da cui
provengono - li abbiamo descritti sopra - creano una visione del mondo distorta nei ragazzi, un senso di sé
negativo (mancanza di autostima). È importante dunque predisporre esperienze all’insegna del bello, in cui i
ragazzi possano sviluppare un giudizio positivo sulle cose, perché poi tale giudizio positivo si riflette sul senso di
sé, cambia la mentalità e inizia a fare immaginare che è possibile che la vita possa essere bella (cura di se,
percepirsi belli, cura degli spazi). Questo è uno strumento per cambiare il punto di vista dei ragazzi sul mondo,
lettura del mondo positiva, bella.
Il bello è la condizione necessaria perché ci sia apprendimento.
2) l’educazione al difficile-> Predisporre un’attività all’insegna della sfida, sfidare se stesso e una situazione, il
dover arrivare ad una cosa gradatamente. La sfida, un percorso che va affrontato passo dopo passo, con
pazienza… sono elementi pedagogici importanti per coloro che fondamentalmente non credono in se stessi. La
soddisfazione di vedere la propria fatica premiata (v. per es. i ragazzi di “La retta via” che arrivano a Santiago) è
un forte elemento di auto-apprendimento: si impara che è possibile farcela, che è possibile raggiungere
traguardi. Scoperta della disciplina necessaria per raggiungere un obiettivo, disciplina personale che nasce da
dentro.
3) l’educazione all’altro-> Predisporre esperienze di ascolto reciproco (sentirsi supportati e dare supporto), tra i
ragazzi, in modo che possano entrare a contatto con le storie degli altri e rispecchiarvisi. Ci si confronta e si
condivide, ci si ascolta e si impara ascoltando le storie degli altri in tal modo non ci si sente soli nella propria
storia ma anche che la propria storia non è universale; si inizia ad aprire la propria visuale (e visione del mondo),
ancora una volta - come nelle linee di intervento precedenti - si apre la speranza, la capacità di farcela con le
proprie gambe (con il proprio corpo e con la propria testa, da persone libere e indipendenti, insomma)
4) l’educazione all’avventura-> L’uscita d
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