Shakespeare e il teatro inglese
Shakespeare (1564-1616) è un grande autore del canone letterario che rappresenta una specifica nazione e un periodo specifico della storia e della cultura inglese, l'Early Modern Period. Questo autore dell’Early Modern Period (che segna il passaggio dal Medioevo al Rinascimento) non è importante solo per il canone e per gli inglesi: non vive solo nel passato, ma le sue opere si prestano molto ad una rivisitazione teatrale continua in quanto ricche di spunti attuali.
La lingua e la cultura di Shakespeare
L’Early Modern English è una lingua fluida, in cui parti del discorso si mescolano maggiormente rispetto a ciò che accade oggi e in cui non vi è codificazione né nella forma né nella pronuncia. In questa cultura fluida caratterizzata da tensioni e contraddizioni continue, si posiziona il teatro shakespeariano, che è anch’esso duttile, interpretabile in modi molto diversi e avente origine popolare, anche se racchiude in sé tutte le classi sociali.
L’autore fonda la cultura nazionale, ma mentre la costruisce la interroga: va a definire un modello di Englishness, ma allo stesso tempo ne presenta la parzialità. Enrico, definito come “England” più volte nel testo, è l’eroe della Englishness. Apparentemente è l’unico eroe vittorioso che potrebbe sembrare completamente positivo, senza macchia: solitamente i personaggi di Shakespeare sono misteriosi e soccombono, mentre Enrico trionfa ed è un grande leader e motivatore.
Il concetto di "glocal"
Con “glocal” si ha uno sguardo sul presente e ci si concentra sulla dimensione globale e locale. I termini “global” e “local” sono comparsi nel dibattito pubblico dopo la caduta del Muro di Berlino con significato economico e finanziario. Si inizia a parlare di una internazionalizzazione dei mercati. Ciò provoca una omologazione degli stili di vita e permette di riscoprire e valorizzare il locale. Successivamente, i movimenti New Global (che susseguono quelli No Global) sostengono che si possa globalizzare il mondo in un modo migliore, ma ciò cambia dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. L’attentato viene considerato una forma di violenza culturale tipica di una realtà globalizzata, che ha colpito gli Stati Uniti perché accusati di governare la globalizzazione cercandone profitto. Si inizia a parlare di “global” e “local” a livello culturale.
Negli sguardi sulla globalizzazione parliamo dei miti dell’identità inglese: Shakespeare ha a che fare con il “glocal”, e anche Enrico V, che può sembrare un eroe local, è in realtà un modello internazionale:
- Le lingue sono oggetto della localizzazione della globalizzazione in quanto costruiscono l’identità e la cultura. Uno dei temi storici dell’opera è la riflessione sull’importanza di attribuire nuovo potere culturale alla lingua inglese.
- Vi sono eventi che rappresentano la storia dell’umanità (per il mondo occidentale), ma non tutti si riconoscerebbero in essi. Non c’è un solo modo per descrivere la storia, non c’è una storia universale. Enrico V riflette sulla storia, interrogandone la rappresentazione. In questo racconto, a metà tra il racconto storico e il teatro, Shakespeare fa sempre prevalere il teatro, raccontando le cose in modo che funzionino a teatro, ma cercando la fedeltà storica.
Il Rinascimento e l'antropocentrismo
Il Rinascimento (periodo, ma anche paradigma in quanto orizzonte culturale) è un fenomeno glocal. Tra gli elementi vi è l’antropocentrismo: Dio viene messo al centro nel Medioevo, mentre la centralità è nell’agire umano nel mondo rinascimentale. Il paradigma antropocentrismo nel Rinascimento inglese si sposta anche con l’idea protestante e di origine calvinista dell’elezione. Il monarca è colui/ei che con la sua capacità (antropocentrismo) garantisce il successo della sua nazione, ma a differenza dell’antropocentrismo italiano, qui si ha un altro sguardo religioso. Il monarca non è unico artefice del suo destino, ma è anche eletto del signore. Il Rinascimento inglese è caratterizzato da tante cose anche contraddittorie.
La dimensione storica
Il play mette in scena un momento glorioso della storia inglese, ossia con il conseguimento del sovrano inglese di una vittoria straordinaria e imprevedibile contro i francesi, con la sua proclamazione ad erede del trono di Francia (unificando le due monarchie). Tutto ciò viene permesso da un esercito con soldati provenienti da:
- Galles: Annessione nel Regno Inglese con due atti: nel 1535 e nel 1542 durante il regno di Enrico VIII. Al tempo di Enrico V, il Galles era indipendente, mentre ai tempi di Shakespeare l’unificazione del Galles era reale.
- Scozia: Resta indipendente fino al 1707. Nel 1603, alla morte di Elisabetta I, sale al trono Giacomo I, sovrano di Scozia. Egli realizza un’unione personale tra i due Stati, indipendenti ma con un unico sovrano. La Scozia non fa parte del regno inglese né ai tempi di Enrico V, né ai tempi di Shakespeare, ma questo tema è sensibile all’epoca in cui Shakespeare scrive (anche in quanto la Scozia aveva un legame speciale con la Francia).
- Irlanda: Feudalesimo, che inizia in Inghilterra con la conquista normanna. Nel corso della storia irlandese vi sono continue lotte che portavano ad una mutevole cartina geografica in cui le aree indipendenti da questa lordship erano sempre maggiori. L’atto di unione avverrà nel 1801 sotto Giorgio III, mentre nel 1542 Enrico VIII viene proclamato re d’Irlanda dal parlamento. Non fa parte del regno inglese all’epoca di Enrico V e ai tempi di Shakespeare questa unione è personale, ma l’Irlanda continuava ad essere entità indipendente.
- Inghilterra: Il play rappresenta l’affermazione di un’unità nazionale storicamente non esistente né ai tempi di Shakespeare né a quelli di Enrico V, ma che voleva essere realizzata all’epoca di Shakespeare. All’epoca di Shakespeare, Elisabetta I è la sovrana inglese, mentre Mary Stuart e poi Giacomo VI sono i re scozzesi. Quando Elisabetta I muore, Giacomo diventa anche re inglese. Questa idea di unico stato è un’anacronia (una falsità storica).
I problemi della critica shakespeariana
Sono problemi di datazione, problemi filologici (ci sono diverse versioni del testo, e bisogna scegliere non solo la versione più attendibile, ma anche quella più vicina all’idea finale dell’autore) e anche la questione delle fonti. Altro problema è quello dell’attribuzione dell’autore.
- La datazione viene ricostruita tramite richiami presenti nel documento del tempo (ma non è il caso di Enrico V), e si cercano le evidenze stilistiche e i riferimenti ad avvenimenti storici. Nel coro vi è un accenno ad un evento storico, ossia la spedizione del Conte dell’Essex, stretto collaboratore di Elisabetta I (che era interessata ad includere l’Irlanda nel regno), in Irlanda il 24 marzo 1599. Questa spedizione fallisce miseramente nel luglio dello stesso anno, ma Shakespeare la presenta come cosa promettente. Ciò vuol dire che quando il play viene composto, non si conosce l’esito fallimentare della spedizione.
- Circa il problema dell’attribuzione dell’autore, che non è un problema di Enrico V, bisogna dire che esistono apografi di Shakespeare, talvolta attribuiti a Shakespeare ma non unanimemente, e anche opere collaborative (es. Sir Thomas More).
- Fonti: Shakespeare non inventa praticamente nulla. Le sue storie sono raccontate e rielaborate prendendo ispirazioni da più fonti, tanto che alcuni critici parlano anche di plagi. L’originalità (che diventa elemento distintivo di pregio solo nel Romanticismo) non è la caratteristica che rende Shakespeare grande. Egli non è iniziatore dal punto di vista dei temi, ma rielabora in modo convincente. Tra le fonti ci sono Boccaccio, la letteratura italiana e soprattutto “The Chronicles of England, Scotlande, and Irelande” di Raphael Holinshed del 1577-78 (una serie di tre volumi in cui si registra la storia di Inghilterra, ma vi è un approccio diverso: queste opere sono opera storiografica, mentre Shakespeare, come detto nel Prologo, vuole plasmare la storia in base alle esigenze della drammaturgia).
Registro di inscrizione di opere teatrali
La Stationers’ Company è una corporazione che difendeva i diritti degli stampatori, nel periodo tardo-medievale/inizio-rinascimentale. Chi registrava le opere presso questo registro non avrebbe potuto far copiare le proprie opere in modo illecito. Shakespeare, però, non curò mai la pubblicazione delle sue opere.
L’antica stampa prevedeva dei diversi formati di carta, quelli prevalenti erano “in quarto” e “in folio”. Il primo caso voleva dire piegare un foglio intero in quattro, quindi una prima volta lungo il lato minore e una volta sul lato maggiore. Erano pubblicazioni di bassa qualità. La gran parte delle pubblicazioni piratesche va sotto il nome di “bad quartos”. C’è poi il formato nobile, “in folio”, in cui i fogli erano piegati una sola volta, presentando quattro facciate. La carta era più preziosa, ed era il formato scelto dagli autori che registravano le proprie opere.
First Folio
First Folio: Mr. William Shakespeare’s Comedies, Histories & Tragedies scritto da due attori e amici di Shakespeare, Heminge e Condell, le opere shakespeariane si dividono in tre categorie: commedie, tragedie, drammi storici (categoria in cui si inserisce Enrico V) includendo tutte le opere di Shakespeare note ad eccezione di altre due opere. Le histories raccontano la storia inglese dal XII al XVI secolo. Le opere di questo genere sono divise in due cicli:
- Opere che raccontano cinque generazioni di lotte di potere medievale. Vedono la Guerra dei Cent’anni (che vede opposte Francia e Inghilterra: l’Inghilterra desidera sconfiggere la Francia, includerne i territori e mettere le mani sulla corona francese), Giovanna D’Arco e la Guerra delle Due Rose.
- Opere di immaginazione: Riccardo III viene descritto da Shakespeare come un uomo crudele, spietato e gobbo, deforme nello spirito e nell’aspetto, anche se gli storici dicono che non fosse alcuna di queste cose. Con un altro esempio, si dice che Enrico V ebbe una gioventù scapestrata. Il futuro sovrano, quando era ancora principe, si faceva circondare da personaggi di dubbia moralità. Alcuni miti appartengono alla leggenda, ma non alla storia, ma l’avere precedentemente una vita con cui confrontarsi aiuta a rendere la storia accattivante anche se non è davvero andata così.
Questione della filologia
Nel 1623 vi è il primo folio, preceduto nel 1600, nel 1602 e nel 1619 da tre bad quartos (si era pensato fossero le solite edizioni piratate). Prima si pensavano fossero incompleti e poco attendibili, ma successivamente si pensa che questi quartos rappresentino una edizione shakespeariana precedente al dramma. Essi non conterrebbero i cori perché sono stati scritti prima, e quindi in una fase iniziale. Questo pone a problemi di datazione. Nel 1982, Gary Taylor rivoluziona la filologia shakespeariana con riferimento all’Enrico V nel suo volume della Oxford University Press, contestando il pensiero per cui l’edizione più attendibile fosse quella dell’in folio. I cambiamenti di testo delle varie versioni e rispetto all’in folio sono da attribuire a “plausible authorial alterations” (modifiche volute dall’autore) o a un “error of transmission”. Bisogna mettere insieme i quattro testi e ragionare in base a ciò che si sapeva di Shakespeare. Tutte le versioni recenti dell’Enrico V si basano su una collezione tra manoscritti, e non su un solo manoscritto.
Prologo
Questo prologo è molto complesso linguisticamente, ed è meta teatrale (parla del teatro). Si ha un solo attore sulla scena che ha il ruolo di personaggio collettivo, parlando a nome dell’intera compagnia teatrale. All’inizio di ogni atto il personaggio racconterà delle cose che hanno a che fare con la rappresentazione successiva.
La finalità del prologo è la richiesta da parte dell’attore di perdonare se un tema tanto nobile verrà raffigurato in uno spazio e con mezzi così indegni, e anche la volontà di rimarcare di non aspettarsi di vedere la storia, in quanto questo è teatro. Questo rapporto tra pubblico e attori è elemento cruciale del teatro elisabettiano. Il teatro di Shakespeare non viene scritto, ma il copione si costruisce rappresentazione dopo rappresentazione, modificandolo in base alla reazione del pubblico. Shakespeare è straordinario in quanto le sue produzioni sono frutto di un lavoro collettivo, che chiama in causa drammaturgo, pubblico e attori.
Muse of fire
Associata alla poesia per convenzione letteraria, e auspica la presenza di autori e spettatori, unici degni di assistere. Si parte dall’evocazione di ciò che è grande e si giunge poi all’enfatizzazione della dignità regale dove il re, secondo concezione cosmica del tardo-Medioevo, possiede in funzione vicaria al controllo della Terra. Si parte da una materia elevatissima, che subisce una evoluzione discendente, avvicinandosi agli uomini e ai loro limiti.
La seconda invocazione è rivolta al pubblico, affinché perdonino i limiti dell’autore. Si ha la richiesta di perdono, ed è una parte che segnala la separazione tra attori e pubblico. Allo stesso tempo, si ha un avvicinamento tra attori e spettatori, che devono collaborare per superare i limiti fisici del teatro. Si ricorda lo spettatore che bisogna collaborare. Si insiste sulla necessità della partecipazione attiva del pubblico in quanto la storia di Enrico è un mito popolare, e si introduce qui il tema cruciale di non deludere le aspettative. Quando si ha a che fare con un mito, ci si aspetta molto. Siamo in un’epoca (la regina Elisabetta affronta la guerra contro la Spagna, con la Invincible Armada) in cui serve tantissimo parlare di un eroe nazionale vittorioso (non a caso questo play diventa un film durante la Seconda Guerra Mondiale). Ma avere a che fare con un mito ha anche degli svantaggi, in quanto non si può replicare, e ciò che emerge dal Prologo è che Shakespeare non vuole farlo. Shakespeare costruisce un discorso tutto suo e attuale da questi elementi.
La parte finale vede la ripetizione di “for”:
- “For” come “because”: è come se gli spettatori partecipassero addirittura alla scrittura del play.
- “For” come “for the which”: si stabilisce un patto con il pubblico, ossia l’attribuzione all’attore corifeo di un ruolo specifico, ossia la funzione di commentare, narrare, annunciare la materia epica, ma anche essere elemento di contatto tra pubblico e spettacolo.
Scena dei due ecclesiastici (I scena)
Arcivescovo di Canterbury e vescovo di Ely Ve ne è uno di rango superiore (l’Arcivescovo di Canterbury) e il vescovo di Ely (personaggio secondario). Parlano di un tema concretissimo, ossia il bill (disegno di legge punitivo nei confronti del clero). Questo disegno alienerebbe le ricchezze materiali della Chiesa a favore della corona, che poi li ridistribuirebbe ai suoi feudatari. Questa prima scena è un ragionamento sul fatto che bisogna cercare di evitare questo bill. L’Arcivescovo ha avuto una idea per farlo, ossia ha fatto al re una offerta di denaro allo scopo che possa riprendere la guerra con la Francia. Il re sembrava favorevole, ma non c’è stato modo per approfondire la questione. Vi è una elencazione in termini numerici di varie aree circa il profitto che avrebbe avuto chi giova di questo disegno. Un discorso assolutamente materiale. Una guerra gloriosa che diventa per gli ecclesiastici un modo per evitare un problema personale, e che viene approvata dai nobili in quanto momento per avere una serie di cose molto concrete e materiali.
Shakespeare contribuisce a rendere la guerra appealing: la guerra è giusta in quanto non è solo un modo per esercitare bassi interessi, ma è una guerra nobile, sacrosanta e giusta. Enrico fa bene ad andare in guerra in quanto è lui che lo fa, che non è come gli altri personaggi.
Da un punto di vista storico corretto, questi due ecclesiastici dovevano entrambi appartenere al clero romano-cattolico, in quanto prima di Enrico non c’era la Chiesa Anglicana e Protestante. Questa cosa, però, non funzionerebbe bene per un pubblico elisabettiano che odia i cattolici (prima di Elisabetta, Bloody Mary aveva perseguitato chi non era romano-cattolico per ragioni religiose ed ideologiche). Shakespeare stabilisce nuovamente un anacronismo: fa finta che l’arcivescovo di Canterbury sia un prelato protestante.
Dopo aver parlato del bill, i due ecclesiastici parlano del re in termini autenticamente elogiativi senza doppi fini (i due ecclesiastici abbandonano lo sfondo scorretto e i riferimenti alla materialità per introdurre la figura straordinaria di Enrico), decantando le qualità inaspettatamente straordinarie di Enrico. Il vescovo di Ivy usa una metafora del mondo vegetale per dire che Enrico aveva già delle qualità, non però visibili. L’arcivescovo risponde che deve essere così in quanto i miracoli non esistono più: questa affermazione è una parte che segnala la separazione tra attori e pubblico.
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