Terreni di coltura
I terreni di coltura sono soluzioni utilizzate per la crescita dei microrganismi. Nella lezione
precedente abbiamo parlato dei metodi di sterilizzazione e abbiamo visto come le soluzioni dei
terreni di coltura possano essere sterilizzate mediante uso di autoclave (sterilizzazione calore
umido).
Esistono terreni minimi o massimi, a seconda che sia nota o sconosciuta la composizione chimica.
Il pregio dei terreni massimi consiste nel fatto che sono molto ricchi (i batteri ci crescono molto
bene e anche in modo vigoroso), ma abbiamo difficoltà nel poter indagare sui processi metabolici.
Sui terreni minimi possiamo invece giostrare la composizione e osservare che forza ha ogni singola
componente sulla crescita. Abbiamo visto anche che possono essere sia terreni solidi che terreni
liquidi, a seconda che ci sia o no l’agar.
Terreni differenziali
È un terreno di coltura che consente la crescita di diversi microrganismi e di discriminare questi
microrganismi in base alla loro attività metabolica. Siamo in grado di differenziare i microrganismi
grazie al terreno che mette in evidenza le loro caratteristiche metaboliche.
Sono proposti due esempi, uno che ha un forte interesse applicativo e l’altro prettamente di ricerca.
• Il primo esempio serve per individuare microrganismi produttori di esoproteasi, quindi
microrganismi capaci di secernere nel mezzo esterno enzimi proteolitici: il terreno ha le
caratteristiche che abbiamo descritto ieri, ma a cui si aggiunge una proteina come
l’albumina (nella maggior parte dei casi si usa questa, in quanto è disponibile di solito in
quantità sufficienti e a costi contenuti). Quando sterilizziamo in autoclave (a 120°C) le
proteine si denaturano: una soluzione che è limpida (perché l’albumina va in soluzione)
diventa opalescente a causa della denaturazione di questa proteina. Abbiamo un terreno
solido (attenzione: questi terreni sono tutti i terreni solidi!) opalescente per la presenza della
proteina denaturata al suo interno. Piastriamo il nostro campione di microrganismi che
vogliamo caratterizzare, e questi crescono formando varie colonie: abbiamo visto ieri che, se
poggiamo una cellula su un terreno solido, questa si accresce formando un agglomerato
visibile ad occhio nudo che chiamiamo colonia. Se le cellule presenti all’interno di una di
queste colonie sono capaci di produrre un enzima proteolitico, di secernere un’esoproteasi,
degraderanno l’albumina e creeranno un alone chiaro intorno alla propria colonia (in quanto
hanno degradato una proteina). Avrete quindi sul terreno colonie che sono cresciute su
questo terreno opalescente ed è rimasto opalescente attorno alla colonia, e altre colonie che
sono circondate da un alone trasparente. Quest’ultime sono formate da microrganismi
produttori di esoproteasi. Questo è un test che ha un interesse applicativo in quanto, se ne
avremo occasione, molto più avanti, vedremo brevemente alcuni aspetti industriali; e uno
degli enzimi che vengono purificati da colture batteriche sono appunto gli enzimi
proteolitici. L’industria ha bisogno della proteasi in quantità enormi (tonnellate annue) in
quanto sono presenti in molti composti come i detersivi che usiamo per lavare (sono tutti
addizionati di enzimi proteolitici). Più è semplice la produzione di questi enzimi, più
economico diventa il processo e, quindi, se ne può usare in grande quantità.
• Un altro terreno che viene utilizzato prevalentemente in laboratorio è un terreno che viene
usato per evidenziare la capacità di E. coli di idrolizzare uno zucchero come lattosio. Come
sappiamo, eosina-blu di metilene è un indicatore di pH che cambia colore in base al pH del
terreno. Le cellule capaci di idrolizzare il lattosio nel processo di degradazione dello
zucchero portano alla produzione di acido piruvico, il quale acidifica il terreno e fa virare le
colonie a un colore sul rosso vinaccia. Al contrario, se non sono capaci di idrolizzare questo
zucchero, le colonie restano bianche. Come sappiamo da Genetica, l’utilizzo del lattosio è
molto sfruttato per studiare la regolazione dell’espressione genica in E. coli (ha trovato
ampie applicazioni in questo sistema ma anche in altri meccanismi).
I terreni differenziali hanno quindi la caratteristica di consentire la crescita di diversi microrganismi
e specie diverse e di mettere in evidenza la diversità metabolica tra loro.
Terreni selettivi
I terreni selettivi sono capaci di far crescere un solo tipo di microrganismo.
Facciamo dei semplici esempi di terreno selettivo, che possiamo immaginare abbastanza facilmente:
• Se non mettiamo azoto nel terreno, gli unici microrganismi che potranno crescere sul terreno
solo gli azoto fissatori, microrganismi capaci di fissare l’azoto atmosferico.
• Su un terreno con antibiotico cresceranno solo microrganismi resistenti a quest’antibiotico.
Non esiste un terreno di coltura universale su cui cresce qualunque tipo di microrganismo e, di per
se stesso, qualunque terreno di coltura è un terreno selettivo (obbligatoriamente). Ci riferiamo,
però, a terreni selettivi quando noi sfruttiamo volutamente dei terreni per selezionare un determinato
microrganismo, terreni su cui cresce qualcosa che abbiamo definito in modo preciso.
Il fatto che non ci sia un terreno di coltura universale è un aspetto molto importante che dovremo
riprendere più avanti, in quanto influisce notevolmente sulle nostre conoscenze del mondo
microbico. Vedremo poi perché, quindi teniamolo presente.
Quando facciamo una crescita su terreno
solido si formano colonie (agglomerati di
cellule tutte uguali). Ogni specie batterica
ha una sua caratteristica di crescita, di
formazione di colonie su terreno solido.
Su questa diapositiva vedete raffigurate
alcune morfologie più comuni a livello
delle colonie batteriche: possiamo
osservare la forma, lo spessore della
colonia o, con un leggero ingrandimento,
il bordo della colonia stessa. Se si
osserva, vi è una forte varietà.
La morfologia di colonia è abbastanza
tipica di ogni specie batterica ma, prima di utilizzarla per identificare un microrganismo, dobbiamo
tenere presente che è altamente influenzata dalle condizioni di crescita (cosa c’è nel terreno, la
temperatura, vari aspetti): ci può quindi dare qualche indicazione ma con cautela, in quanto non è
un parametro fisso e può variare a seconda delle condizioni ambientali.
Osserviamo qui tre esempi di colonie.
A sinistra abbiamo un campione, molto
probabilmente ambientale, piastrano su
un terreno di coltura in cui sono
comparse le colonie. L’altra
caratteristica, come è possibile vedere,
consiste che queste colonie sono colorate
e ciò non sorprende: a seconda dei terreni dei terreni che utilizziamo e della provenienza dei
campioni, le cellule possono produrre pigmenti → è per questo che possiamo avere colonie rosse,
gialli, verdi. Certe volte, come vedremo, rilasciano il pigmento nel terreno e il terreno stesso diviene
colorato. Inoltre, utilizzando terreni adatti alle specie batteriche, osserviamo delle morfologie molto
belle, che assomigliano quasi a dei quadri: sono crescite su terreno solido operate da microrganismi.
Abbiamo sia la varietà che, allo stesso tempo, forme peculiari.
Osservazione al microscopio
Per osservare le cellule batteriche occorre un sistema
d’ingrandimento: il microscopio.
A fianco è mostrata la fotografia di un microscopio ottico
comune, già visto in laboratorio e in vari filmati.
Il problema, quando noi osserviamo direttamente una
cellula batterica presente in un campione con un
microscopio ottico, è che si vede male: ciò è dovuto al
poco contrasto tra la cellula e il mezzo in cui questa è
immersa, in quanto le cellule sono piccole, sottili e quindi
sono quasi praticamente trasparenti. Se quindi noi
vogliamo utilizzare un microscopio ottico per osservare
direttamente le cellule presenti in un campione, dobbiamo
ricorrere a un microscopio con un’ottica particolare,
quella che si chiama contrasto di fase.
Perché quando noi facciamo un’osservazione diretta al microscopio non riusciamo a discriminare
tra la cellula batterica e il mezzo? Questo è dovuto al contrasto.
Come possiamo osservare, il raggio luminoso che attraversa la cellula batterica e il raggio luminoso
che attraversa il mezzo in cui è immersa la cellula batterica arrivano all’ottica del microscopio in
maniera leggermente sfalsata (se non
facciamo nulla). Questa leggerissima
sfasatura non è sufficiente a dare un
contrasto netto facilmente visibile.
Questi microscopi a contrasto di fase hanno
un sistema che riesce ad accentuare la
differenza di fase tra questi due raggi
luminosi. A questo punto, quando
osserviamo il campione all’oculare, vi è un
forte contrasto tra la luce che ha attraversato
il campione e la luce che ha attraversato il
mezzo.
A fianco possiamo osservare le immagini di cellule
abbastanza grosse e facilmente visibili. A sinistra
abbiamo un’immagine presa a campo chiaro, ossia senza
nessun accorgimento. A destra abbiamo ciò che vediamo
se inseriamo un contrasto di fase.
Questo è un esempio per mostrare la forte differenza tra
queste due immagini; ma, essendo queste cellule
abbastanza grandi, riusciamo già a intravedere qualcosa in
campo chiaro. Tuttav
-
Appunti Microbiologia con laboratorio - Lezione 4
-
Appunti di Microbiologia con laboratorio - Lezione 5
-
Appunti Microbiologia - terza parte
-
Appunti microbiologia