Antropologia e comunicazione
Parte 1: Le 6 coordinate antropologiche e il principio di responsorialità
Coordinate antropologiche
Le coordinate antropologiche sono elementi utili all’educazione dell’uomo in base ai quali l’educatore deve muoversi e analizzare ogni situazione. La parola “antropologia” dal greco significa “studio dell’essere umano”, dunque è un campo volto allo studio prettamente filosofico dell’uomo e dei suoi elementi costitutivi analizzando nel particolare la sua educabilità e il suo modo di comunicare. L’uomo, in quanto tale, è “educabile”, poiché nasce incompiuto, abbozzato e tende per tutta la vita a tentare di completarsi (il senso della vita) [Bellingreri].
Da ciò, la parola “antropogenesi” fa intendere che l’uomo si crea in quanto tale necessitando nel corso della sua vita ed esistenza di un punto di riferimento. Ciò è più evidente nella cosiddetta metafora del brillante: l’uomo è come un diamante allo stato grezzo che per diventare brillante deve procedere a una trasformazione mediante un altro diamante.
Ispirandosi a Mounier, è possibile individuare queste 6 coordinate in un piano che si muove in senso orizzontale e in verticale con un punto in comune al centro, chiamato principio di responsorialità. Queste 6 coordinate sono:
- Incarnazione
- Storicità
- Dono
- Vocazione
- Relazione
- Interiorità
Incarnazione
Con il termine “incarnazione” si intende dire quel legame profondo presente tra la parte spirituale e quella corporale dell’uomo (Marcel “Io sono il mio corpo”). Il corpo in quanto tale è considerato come il “primum datum et medium”, ossia è il primo elemento a manifestarsi e con il quale è possibile mediare ogni cosa. Con questa interpretazione, però, non possiamo considerare l’uomo come l’unione di due enti diversi ossia corpo ed anima, perché proprio questi due nella loro unione formano la persona ed è quindi impossibile scinderle.
Il corpo in quanto tale è anche manifestazione di:
- Presenza e intenzionalità, ossia il corpo è presente in quanto ha un’intenzione, un fine o uno scopo ben preciso.
- Individualità, ossia il corpo è qualcosa di singolare e puramente individuale che identifica in ognuno di noi la propria dignità. Tale dignità a volte viene meno, soprattutto nella conflittualità che si scatena tra l’io reale e l’io virtuale (ideale) e dunque talvolta è necessario che l’educatore tenda a cercare di farla recuperare ed evitare ulteriori conflitti in coloro che devono essere educati.
Nell’uomo, però, l’elemento principale non è il dato biologico bensì quello biografico (ossia il susseguirsi delle emozioni, dei sentimenti e delle esperienze di un essere umano) perché è quello che plasma la forma di ogni persona. L’insieme di tutti gli elementi biografici è chiamata capacità narrativa.
Solitamente l’uomo entra “in conflitto” anche nel dover “scegliere” se far prevalere nella sua vita, l’eterovalutazione (un’opinione altrui riguardo a noi) o l’autovalutazione e dunque spesso si trova a disagio. Di conseguenza, in quanto educatori, è bene intervenire e cercare di far prevalere l’autovalutazione per poter raggiungere la pienezza di sé stessi.
Importante è anche pensare con il corpo. Infatti è possibile dividere il corpo in due “parti”, Koper (dato biologico) che ci permette di interagire con il mondo esterno e ci pone dei limiti, da sottolineare in maniera positiva, non considerandoli come ostacoli, e Leib (esperienza del mio corpo).
Esistono 3 regole secondo Mounier per costruire la personalità di ognuno di noi (“Trattato sul carattere”):
- Conoscere e accettare i propri limiti dinamicamente.
- Provare ad armonizzare il carattere e le avversità in un’unica direzione.
- Accettare il carattere altrui.
È bene sottolineare anche che il corpo ha il compito di riempire uno spazio e non di giacere al suo interno, perché è necessario che ogni cosa abbia un fine. Di conseguenza, è anche molto importante essere presenti.
Per essere presenti però non è sufficiente avere un fine, bensì è bene anche avere relazioni (considerate come un dono), senza le quali ogni essere non potrebbe esistere. Tale relazione è possibile solo attraverso la comunicazione e dunque tramite il linguaggio che può essere di diverso tipo (come per esempio il silenzio) e può accrescere in base a quante parole conosciamo e di conseguenza è possibile formulare più pensieri.
Il corpo inoltre è considerato anche come prima espressione dell’io e il volto come prima epifania o prima maschera (Pirandello), che solitamente se ci troviamo di fronte a una persona da educare, ci riguarda aspettando una risposta.
Non meno importante è la sessualità, manifestazione per eccellenza della relazione con gli altri, ha il suo apice nel rapporto sessuale ed è orientata al piacere di sé stessi. Se tale piacere venisse meno, la relazione può considerarsi non vera.
Qual è la differenza tra generatività e genitorialità? → Aver fatto nascere una persona – prendersene anche cura.
Importante è anche conoscere il contesto culturale, definito come quell’insieme di regole che, se interiorizzate, ci fanno riconoscere come appartenenti a un gruppo sociale (qualora appartenessimo a più gruppi, è necessario attuare una sintesi personale). Riconoscere il proprio contesto è anche possibile attraverso diversi tipi di linguaggio come per esempio quello verbale o per esempio quello metasimbolico (caratterizzato da una significazione di senso diretto e una di senso indiretto comprensibile solo tramite la prima).
Storicità
La storicità è quella coordinata che ci permette di poter definire ognuno di noi in un determinato spazio e tempo. È molto importante perché fa in modo che ognuno di noi abbia una visione peculiare della realtà che dunque diventa unica e irripetibile.
La nostra storia è un processo o un cammino lineare teleologicamente orientato (ossia orientato verso un determinato fine o scopo) determinato da due elementi, la storia in quanto tale e la geografia. Questa coordinata dà molta importanza al passato, al presente (possibile solo grazie al passato) e al futuro (inteso come fine/scopo). Inoltre, individua la singolarità di ognuno di noi, facendosi che abitiamo in più mondi vitali (luoghi abitati qualitativamente) che caratterizzano appunto la mia geografia.
Qual è la definizione del concetto del tempo in Bergson? → Importante in questa coordinata è la concezione del tempo ripresa in maniera particolare dalla definizione di Bergson. Questo filosofo divide il tempo in spazializzato (quantitativo) durata (qualitativo).
La nostra vita è una narrazione e il mondo è un insieme di narrazioni. In terapia è necessario passare dal tempo cronologico (quel tipo di tempo che ci divora) al tempo kairogico (mito di Kronos, tempo che ci piace vivere). Importante è anche il valore dell’attesa che ci permette di:
- Mantenere fedelmente un impegno.
- Comprendere il silenzio e l’ascolto.
- Purificare il desiderio.
Vivere vuol dire anche attendere (a-tendere, tendere a qualcosa), ma è bene anche lasciarsi sorprendere dalla vita (serendipity). Un ulteriore accenno va fatto anche allo spazio il quale dà più potere e meno condizionamento dal punto di vista virtuale e compito degli educatori è quello di indirizzare coloro che devono essere educati agli spazi più belli = via pulchritudinis. Questa via è possibile soltanto se ognuno di noi realizza a pieno sé stesso e con ciò è probabile che anche gli altri staranno bene.
Chi ha priorità tra spazio e tempo? In diverse fonti Papa Francesco fa comprendere che è bene dar priorità al tempo piuttosto che allo spazio poiché è in vista di un processo, di un’attesa (“Evangelii Gaudium”, “Christus Vivit”, “Messaggio per il lancio del patto educativo”).
Importante in questa coordinata è il ruolo della memoria, il luogo all’interno del quale spazio e tempo si incontrano. Bisogna fare però una distinzione nei confronti dei due termini sempre alla memoria riferiti, il ricordare e lo scordare. Il primo termine fa riferimento a un qualcosa che viene “riportato al cuore”, mentre il secondo sottolinea l’idea di “non riportare” anche se il termine viene spesso sostituito dalla parola “dimenticare” intesa come “eliminare dalla mente”.
Uno dei principali limiti della nostra esperienza è la mortalità, l’unico grande limite invalicabile. Possiamo dunque definire l’essere personale come quella progressiva e dinamica costruzione di sé che necessita di un accompagnamento e di passare dal dono al compito con dedizione.
Importante elemento nella crescita di sé è la speranza, considerata motore centrale senza la quale non è possibile educare (Benedetto XVI), ha un valore regolativo che verte al raggiungimento della felicità. Però è necessario che per il conseguimento della felicità stessa l’individuo faccia delle scelte, in maniera tale che sia possibile educare il desiderio. Tale scelta serve sostanzialmente per poter definire se il desiderio che ha ognuno di noi è bello e per trovare una strategia per comprendere soprattutto se è buono. Ciò è possibile attraverso 3 fasi che appunto ci permettono di “educare il desiderio”:
- Desiderio
- Reazione affettiva → sentimenti
- Relazione affettiva → scelta che va in base alla reazione degli altri.
Vocazione
La coordinata della vocazione è quella più importante. La parola infatti deriva sia dal latino (“vocare” = chiamare) che dal greco (“bello” = “kalos” = chiamare) e significa che nella vita ognuno di noi è chiamato a fare qualcosa. Sostanzialmente attraverso essa noi siamo in grado di andare nella dimensione dell’autotrascendimento, ossia possiamo andare oltre noi stessi sempre verso un orientamento teleologico (verso un fine, scopo).
Ma da dove parte la vocazione? Dall’incrocio tra incarnazione e storicità. Il percorso invece si conclude nel dono (nel momento in cui dono agli altri ciò che ho appreso lungo il mio cammino) e nella relazione (nel momento in cui entro in comunità).
Questa coordinata ci aiuta a costruire la nostra personalità (Mounier – personalismo) attraverso due passaggi fondamentali “l’affrontamento” (ossia non subire la vita ma affrontarla a testa alta) e l’impegno. Inoltre, secondo Maslow è possibile progettare una piramide dei bisogni al cui vertice è collocabile l’autorealizzazione e alla base, il senso dell’esistenza mediante il quale tale struttura non potrebbe sorreggersi.
Altra importante figura come quella di Heidegger, invece afferma che l’uomo deve essere in grado di poter passare dal sì anonimo (impersonale) al sé autentico (io non mi omologo, anzi mi rendo protagonista della mia esistenza), senza però cadere nell’azione incerta (ossia la paura di far qualcosa).
Le persone che incontro nell’arco della mia vita sono eventi che possono essere un rischio (quando l’evento in questione ha una motivazione per la quale vale la pena) oppure un pericolo (ossia un evento asettico).
Chi riveste il ruolo di educatore, deve essere in grado di passare anche per il nemico di colui che sta educando per poterlo aiutare a crescere, dunque non deve assolutamente trattare il proprio “paziente” come se fosse un déjà-vu (ossia un’esperienza già vissuta) ma come un vis-à-vis (ossia avere un approccio legato alla specificità della persona stessa).
Tornando al concetto di autotrascendimento ossia il poter essere e il doverlo realizzare, è possibile individuare quest’essenza dell’esistenza che sostanzialmente si muove in 3 direzioni:
- Noi stessi
- Le relazioni
- Il trascendente
Le quali abitano in due luoghi, la coscienza (noi e gli altri) e l’amore (gli altri e il trascendente). La parola educare dunque assume un duplice significato, ossia quello di e-ducere e quindi di saper tirar fuori dall’altro il meglio e di educare nel senso di far crescere.
Ma cosa vuol davvero dire vocazione? → Rispondere all’appello fondante che abbiamo dentro ognuno di noi (appello che ci chiede di dover essere noi stessi e che di conseguenza ci porta a dover rispondere anche agli appelli fuori di noi). Per questo è possibile considerare la nostra vita come una risposta quotidiana agli appelli. La nostra vocazione è anche data dal desiderio (de-sidera dal de bello gallico, intende dire “mancanza di qualcosa” che realizzo con la vocazione), termine in netta contrapposizione con disastro (mai una gioia), che appunto per questo deve essere modificato e trasformato in desiderio.
Importante condizione della vocazione è la libertà intesa sostanzialmente in 3 modi:
- Libertà da condizioni esteriori
- Libertà di condizioni interiori
- Libertà per avere un fine (la più importante)
L’uomo è dunque libero poiché è in grado di volere ciò che si fa (LIBERO ARBITRIO). È vero che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri? No, piuttosto la mia libertà interagisce con quella degli altri.
Principio di equifinalità: due sistemi (insieme di cose) viventi aperti (in relazione) partendo da differenti situazioni possono raggiungere lo stesso fine (incontro della libertà) e viceversa. Non c’è libertà dagli appelli ma l’uomo può scegliere la risposta migliore da fornire in base a quelle che ha a disposizione e quindi una persona è ritenuta libera nel momento in cui scopre la propria vocazione e usa i mezzi disponibili per realizzarla, da ciò è quindi sicuramente possibile predire ciò che quella persona andrà a fare proprio perché siamo a conoscenza della sua vocazione.
Interiorità
La coordinata dell’interiorità può essere intesa come il luogo in cui avviene la scoperta della nostra vocazione, dove troviamo l’io più vero (una tra le cose più complicate da narrare). Mounier spiega che è il luogo dove avviene la capacità di riprendersi di riappropriarsi di sé stessi, che è una condizione necessaria per riflettere sulla propria esistenza, ma è anche rinnovamento DELL’AGENTE MEDIANTE UN’AZIONE, ossia lavorare per rendere MIGLIORI agendo su quello che già è una persona.
È bene tener presente che l’interiorità non è un luogo in rinchiudersi (altrimenti non saremmo in grado di osservare le cose per quelle che sono perché troppo coinvolti), bensì è necessario che per preservarla si debba uscire dalla stessa e confrontarsi con gli altri.
Secondo Mounier, essa può essere considerata una specie di trampolino di lancio perché rappresenta la via per arrivare alla verità, e tanto più vado a fondo nella mia interiorità tanto più sono in grado di spiccare un salto lontano che mi permetta appunto di raggiungere tale verità. Il silenzio è fondamentale per poter comprendere la nostra esistenza autentica (sé) o inautentica (sì), serve sostanzialmente anche per ascoltare il nostro appello profondo.
L’uomo non è in grado al 100% di abitare il luogo dell’interiorità proprio perché a volte risulta complicato da comprendere anche per sé stesso, ma può accrescere la sua capacità di raccontarla narrandola agli altri, attraverso un metodo prettamente simbolico. L’uomo deve essere anche capace di affrontare la solitudine con maturità, perché sono momenti dai quali non si può scappare e dei quali non si deve avere paura.
Che cos’è l’interiorità? → L’interiorità è ciò che permane di noi:
- Carattere
- Promessa
- Emozioni che ci permettono di passare all’azione.
Basta un’opzione fondamentale nella vita? → No, è necessario che la nostra scelta si ratifichi nelle piccole azioni quotidiane che facciamo. Se nell’interiorità non ci sono maschere, l’educazione è chiamata a raggiungere tale luogo e aiutare la persona a scoprire la propria vocazione. L’interiorità può essere anche considerata come conoscenza, una via per raggiungere la verità è andare nel profondo (“a-letheia” – “intus-legere”).
Ma che cos’è la conoscenza? → Innanzi tutto la conoscenza può essere di 3 tipi:
- Intuitiva
- Progressivo – simbolica
- Emotiva – affettiva (commuove l’intelletto e permette di conoscere meglio ciò che si ama [Aristotele e Platone la chiamano capacità di meravigliarsi, senza la quale l’uomo non sarebbe in grado di conoscere nuove cose]).
Secondo Lipman, nell’uomo esiste una responsabilità cognitiva, in grado di dare ragione alle proprie domande e rispondere ai “perché?”.
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