Antropologia culturale
Informazioni generali
Docente: Porcellana Valentina
Libri: Adolescenza in Samoa di Margaret Mead
Argomenti:
- Antropologia
- Rito degli Hauka
- Kayapo e il nome bellissimo
- Antropologia della persona
- Welfare state
- Famiglia e parentela
- Migrazione
- Lavoro
Tipo di esame: Orale
Cos'è l'antropologia?
La parola antropologia deriva dal greco antico anthropòs e lògos, che significa letteralmente "studio del genere umano". Tutti i gruppi umani hanno elaborato sistemi più o meno complessi per "pensare l'uomo": potremmo chiamare questi "pensieri sull'uomo" antropologie. La nostra antropologia, dunque, è solo una delle tante, un esempio complesso, formalizzato e istituzionalizzato, di come l’uomo riflette su sé stesso e sugli altri.
L'antropologia come scienza è frutto di un certo ambiente culturale e di un particolare contesto storico. La disciplina nasce nella seconda metà dell'Ottocento, ma riflessioni scientifiche sull'uomo e sui caratteri universali della specie umana si hanno già in Europa a fine Settecento grazie alla fondazione de La Società degli Osservatori dell’Uomo, fondata nel 1799.
I musei sono i primissimi luoghi in cui iniziano a fare i loro studi. I resoconti di missionari, viaggiatori, esploratori, mercanti e soldati alimentavano già da tempo la letteratura esotica e di viaggio, portando però con sé moralismi, pregiudizi e contribuendo alla costruzione di un immaginario dell’alterità contemporaneamente meravigliosa o mostruosa.
Negli stessi anni dalla nascita de La Società degli Osservatori dell’Uomo, ben 160 studiosi tra geografi, matematici, naturalisti, linguisti, storici avevano seguito Napoleone nella campagna d’Egitto raccogliendo i primi importanti materiali archeologici e studiando in modo sistematico anche l’Egitto contemporaneo.
A metà del 1700, la filosofia, in particolare con Rousseau, speculava sulla natura umana comparando il "buon selvaggio" e "l’uomo civilizzato". Dopo la Rivoluzione francese, con il Congresso di Vienna (1815), per l’Europa si era aperta la fase della cosiddetta restaurazione che coincide con un "eccezionale incremento di produttività industriale, lo sviluppo dei mercati, l’impresa coloniale e di trionfo della borghesia, tutti elementi che si inscrivevano nel rapido processo di espansione del mondo capitalistico".
In questo contesto in rapido sviluppo, in cui la parola chiave era progresso, la scienza appariva come lo strumento non solo per comprendere ma anche per guidare il progresso materiale e sociale e i suoi effetti. Geologia, biologia, archeologia e sociologia guidarono una vera e propria rivoluzione scientifica: tra i molti scienziati che animarono questo periodo, il più famoso è Darwin che nel 1859, dopo oltre vent’anni di osservazione di specie animali e vegetali, pubblicò L’origine della specie.
L'evoluzionismo nell'antropologia
La scienza della seconda metà dell’Ottocento era guidata dal paradigma evoluzionista: la storia umana era concepita come un processo evolutivo, le cui fasi successive conducevano alla civiltà. Le società, distribuite sulla linea evolutiva, erano classificate come inferiori e superiori a seconda del grado di sviluppo raggiunto.
Lo schema evolutivo unilineare prevedeva una linea evolutiva dominante: l’ipotesi era che tutte le società dovessero passare attraverso gli stessi stadi, pur progredendo con tempi diversi. Lo schema evolutivo universale prevedeva tre fasi dello sviluppo (stato selvaggio, barbarie, e civiltà): l’Europa era collocata al gradino più alto. Le società primitive o “selvagge” erano considerate arretrate, ai primi gradini dell’evoluzione, ma interessanti da studiare perché simili ai primi abitanti preistorici del pianeta.
Lo scopo degli antropologi evoluzionisti era di risalire alle origini dell’umanità cercando nei contemporanei “primitivi” i segni viventi di quelle origini. L'Inghilterra vittoriana può essere considerata la culla dell’antropologia moderna. Durante il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901), la Gran Bretagna espanse il suo potere sull’intera India, su gran parte dell’Africa, e allargò i suoi interessi verso il Medio Oriente, il Sudest asiatico e l’America meridionale (Australia, Nuova Zelanda, Oceania erano già sotto la corona britannica).
I progressi in campo tecnico-scientifico e le conquiste in campo coloniale e sociale richiedevano alle scienze nuove interpretazioni della storia dell’umanità.
Edward B. Tylor (1832-1917)
Durante un soggiorno all’Avana incontra l’avventuriero Henry Christie e lo segue in Messico. Qui trova materiale per i suoi studi antropologici. Nel 1871, all’interno di uno studio sullo sviluppo delle idee religiose, Tylor formulò la prima definizione "razionale" antropologica di cultura nel suo testo L’uomo primitivo: "La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società".
Nella definizione sono contenute alcune idee importanti e alquanto innovative per l’epoca:
- La cultura si trova ovunque: non esistono popoli senza cultura e la cultura non è ad appannaggio soltanto di alcuni gruppi umani particolarmente “sviluppati”.
- La cultura è un insieme complesso di elementi che si ritrovano in tutti i gruppi umani come l’economia, la morale, i diritti, la tecnologia, ecc.
- La cultura è acquisita, non è eredità biologica non è connaturata a quelle che venivano definite “razze”, ma si apprende attraverso un processo di inculturazione.
- L’acquisizione di un modello culturale avviene all’interno della società in cui le persone è membro.
Nel 1883 diventa conservatore del Museo dell’Università di Oxford e nel 1896 è nominato primo professore di Antropologia nella sua stessa università.
Franz Boas (1858-1942)
Fa parte degli antropologi più critici verso il paradigma evoluzionista e le ricostruzioni delle sequenze storiche. Attraverso il suo lavoro sul campo, come ad esempio tra i Kwakiutl, nella costa nordoccidentale, Boas iniziò a formulare una nuova proposta antropologica che partiva dallo studio delle singole culture o di aree culturali particolari come condizione preliminare di ogni progetto di tipo comparativo.
Inizia la sua attività di ricerca nel 1883 studiando i costumi degli Eschimesi nella Terra di Baffin. Nel 1886 si stabilisce negli Stati Uniti e dal 1899 al 1936 è titolare di una cattedra di Antropologia presso la Columbia University di New York. Nel 1899-1900 promuove una serie di ricerche sulle tribù indiane del Nord America e nel 1902 partecipa alla fondazione dell’American Anthropological Association.
Boas inaugurò il cosiddetto metodo storico o particolarismo storico, secondo il quale la conoscenza delle culture poteva avvenire soltanto riconoscendo la loro singolarità. Boas studiò matematica, fisica e geografia e scrisse una tesi sulle differenze dei colori dell’acqua marina, notando che gli eschimesi hanno categorie cromatiche diverse dagli occidentali.
Si dice che quest’esperienza lo convertì all’antropologia culturale perché è legata ad un’idea fondamentale del particolarismo storico e poi del culturalismo americano: l’idea che le categorie culturali e linguistiche, che non sono innate e universali, ma variano da popolo a popolo, influenzano la percezione. Un altro esempio è che gli eschimesi hanno più termini per designare la neve, perché è un elemento che caratterizza il loro habitat locale; è l’ambiente, l’habitat locale che determina i particolari caratteri culturali.
Questa tesi, che ricorda anche le idee di Herder e Frobenius, per cui le culture esistono localmente, è alla base dell’approccio particolaristico di Boas e della sua critica all’evoluzionismo. Boas sosteneva che uno dei compiti fondamentali dell’antropologia fosse quello di "determinare i processi psicologici che operavano nello sviluppo dei fenomeni culturali", ossia la rappresentazione che le persone avevano della propria esperienza.
Boas riteneva che:
- La pretesa di ricostruire l’evoluzione della cultura umana a partire dallo studio dei popoli primitivi fosse priva di fondamento.
- Il pensiero dei cosiddetti primitivi fosse analogo a quello dei civilizzati e non molto diverso da quello di un americano medio e che se vi erano differenze, queste erano dovute alla specificità del contesto sociale.
- La natura e la cultura (intese come razza e cultura) fossero ben distinte e che il razzismo consistesse nel voler erroneamente collegare la prima alla seconda, attribuendole un ruolo determinante e predominante nei confronti della cultura.
Boas fu uno dei primi teorici dell’antirazzismo e mise in discussione una tesi, allora molto diffusa e di derivazione biologico-darwiniana, per cui la relazione fra ambiente e cultura è unidirezionale e deterministica in quanto un dato ambiente produce necessariamente una certa razza con la sua cultura: l’ambiente europeo avrebbe, quindi, determinato delle caratteristiche biologiche superiori alle altre.
Boas capì che la relazione fra natura e cultura è bidirezionale perché la cultura, pur essendo condizionata dall’ambiente esterno, retroagisce sulle condizioni ambientali e può modificare non solo la natura esterna, ma anche quella interna umana. La biologia umana risente sia dell’ambiente fisico sia di quello sociale. La cultura è un secondo ambiente che comporta delle griglie adattive che modificano i corpi. Boas giunse a questa conclusione osservando che i figli degli immigrati europei in America erano fisicamente diversi dai loro antenati, perché avevano vissuto un ambiente diverso.
Boas criticò il metodo deduttivo generalizzante e aprioristico che mirava a creare una grande narrazione comune dominata dal progresso, riconducendo tutte le somiglianze a una trama di fondo uguale per tutti di tipo processuale. Per Boas i tratti culturali simili non giustificavano né l’origine comune, né il fatto che tutta l’umanità si muovesse secondo direttrici necessarie; perciò, contrappose al metodo evoluzionista comparativo un approccio storico ideografico, individuante, particolaristico e non apriorista ma empirico, basato sull’osservazione diretta.
Attraverso una prolungata ricerca sul campo incentrata sui membri della società e sui fenomeni della vita associata, si potevano determinare le particolari cause storiche all’origine delle diverse culture. Boas delineò, poi, una prospettiva, sviluppata dai suoi allievi, in cui singoli, relazionandosi con il gruppo e accettando o rifiutando i tratti culturali in cui vivono, contribuiscono a riprodurre o modificare la propria cultura. Boas è, inoltre, considerato il padre dell’idea di relativismo culturale: il significato e la validità di tutte le manifestazioni culturali va contestualizzato all'interno delle società.
Boas studiò il fenomeno dei potlach. Il potlach è il nome dato a un insieme di pratiche rituali diffuse fra le popolazioni della Columbia britannica (Canada). Si tratta di un rituale di ostentazione che prevede la distruzione di grandi quantità di beni considerati di prestigio, privi cioè di un valore d'uso corrente; degli individui dello stesso status sociale si sfidano pubblicamente per affermare il proprio rango, riacquistarlo o abbassare quello del rivale.
Si ritiene che il potlach fosse un meccanismo attraverso il quale venivano sottratti al processo riproduttivo della società quei beni che, se vi fossero stati immersi, avrebbero provocato un'alterazione del sistema e introdotto un elemento perturbatore nella struttura rapporti di potere. Per questo motivo si può parlare del rito in termini di “sistema equilibratore”. Il potlach è un esempio di “economia del dono”.
L'attenzione prestata da Boas alle attitudini degli individui nei confronti dei valori espressi dalla loro cultura (onore, rango, prestigio ecc.), cioè al modo in cui i soggetti si rappresentavano la loro esistenza sociale, rappresentò un importante passo avanti nell’analisi antropologica della cultura. Il potlach come rituale di ostentazione è come un “fatto sociale totale”:
- Onore e prestigio basato sulla generosità aspetto psicologico;
- Mantenimento dell’organizzazione in ranghi, innalzamento o mantenimento del proprio rango, abbassamento del rango altrui aspetto sociale;
- Dono dei beni di prestigio e loro distruzione aspetto economico.
Metodo di ricerca e strumenti
Durante la spedizione nella Terra di Baffin fra il 1883 e il 1884, Boas sperimenta sul campo per la prima volta l’uso della macchina fotografica e del fonografo Edison con i rulli a cera, prendendo anche lezione di disegno e di fotografia. Tutti questi materiali, unitamente a mappe e cartografie, entrano a far parte integrante delle sue pubblicazioni. Vengono realizzate in quella occasione delle registrazioni sonore e circa 180 fotografie utilizzate sia come documentazione scientifica sia come scambio affettivo e comunicativo con le persone ritratte.
Le immagini erano funzionali anche alla diffusione degli esiti della ricerca al grande pubblico, data la vocazione di Boas a divulgare i risultati del proprio lavoro. Durante il suo lavoro di campo intensivo presso i gruppi di indiani Kwakiutl a Fort Rupert, nella Columbia Britannica, Boas collabora con il fotografo Hastings, con il quale compie la documentazione del cerimoniale potlach e della danza di iniziazione dell’hamasta, il cosiddetto “danzatore cannibale”, identificato come uno spirito antropofago.
Se agli albori della disciplina, il lavoro dei primi antropologi si svolgeva a tavolino, basandosi su materiali di seconda mano, già a fine Ottocento erano state introdotte nuove modalità di ricerca che prevedevano il coinvolgimento diretto dell’antropologo. Si passa dunque dalla cosiddetta “Armchair anthropology” ad un’“Antropologia da veranda”, per poi giungere all’osservazione partecipante proposta da Malinowksi. Il 1992 fu un anno importante per l’antropologia culturale perché venne pubblicato il famoso libro di Malinowski Argonauti del Pacifico Occidentale.
Bronislaw Malinowski (1884-1942)
Nasce a Cracovia nel 1884, figlio di un professore di filologia slava. Si laurea in matematica, fisica e filosofia all'università di Cracovia. Studia poi antropologia alla London School of Economics. Nel 1914 parte per l'Australia. Scoppiata la guerra è fatto prigioniero, ma gli è concesso di proseguire le sue ricerche in Nuova Guinea. Al suo ritorno in Europa, è chiamato a insegnare alla London School of Economics, dove vi insegnerà dal 1922 al 1938. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si trova negli Stati Uniti dove morirà nel 1940, poco dopo aver accettato un prestigioso incarico a Yale.
In Argonauti del Pacifico Occidentale, Malinowski proponeva una nuova modalità di ricerca sul campo, sperimentata da lui stesso durante la permanenza forzata nelle Trobriand. Quella che lui definiva osservazione partecipante prevedeva l’incontro con gli informatori all’interno dei contesti quotidiani e non sulla veranda delle sedi militari, commerciali o missionarie, che costellavano gli imperi coloniali come spesso avveniva.
Da quel momento la ricerca sul campo o etnografia è diventata una pratica imprescindibile per la professione antropologica. Ciò che differenzia il metodo antropologico è il fatto che gli antropologi trascorrono molto tempo con le persone sulle quali compiono ricerche, e soprattutto il modo in cui essi trascorrono questo tempo. L’osservazione partecipante produsse effetti non soltanto sul modo in cui fare antropologia, ma ebbe ricadute rilevanti anche sul piano teorico: le società e il loro elementi culturali apparivano come insieme di fenomeni reciprocamente correlati e quindi non astraibili dal contesto. Questa prospettiva si definisce di tipo olistico.
Per prospettiva olistica si intende l’insieme dei fenomeni per comprendere l’intero sistema. I dati e i fenomeni devono essere analizzati sempre alla luce del contesto di provenienza. Decontestualizzare i fenomeni è un’operazione arbitraria e fuorviante. Per contesto si intende il tempo, lo spazio, i diversi attori sociali. Il fenomeno studiato deve essere inteso come un sistema che è più della somma delle singole parti, ma è il risultato di complesse interdipendenze.
Il lavoro di campo è diventato il tratto distintivo dell’antropologia, necessario a qualificare i ricercatori e a fornire il corpus primario di dati empirici. Nonostante l’osservazione partecipante condotta da un gruppo ristretto (fieldwork) sia divenuto sempre più difficile, esso rimane sempre il marchio di garanzia dell’antropologia socioculturale. La pratica etnografica consente di fare esperienza dell’altro attraverso un incontro prolungato con l’umanità, storie, memorie molto diverse da quelle che l’antropologo vive quotidianamente.
Conoscere la profondità la comunità con cui lavora l’antropologo è fondamentale per comprendere le dinamiche culturali.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.