Promessi Sposi tesina

Tesina monografica letteraria si Promessi Sposi che ne analizza gli aspetti linguistici e letterari, e il contesto storico e sociale.

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Promessi Sposi
I Promessi Sposi sono il più importante romanzo delle letteratura italiana.
Durante l’ Ottocento, si fa largo l’ esigenza di accostarsi ad un pubblico più ampio e il genere che meglio consente agli scrittori di comunicare con i lettori è il romanzo. Questo genere di narrazione non era nuovo nella cultura europea: ricordiamo i romanzi medioevali (ciclo bretone e ciclo carolingio) e il primo vero romanzo moderno, “Il don Chisciotte” di Cervantes. Fondamentalmente queste opere erano frutto della fantasia degli autori e privilegiarono contenuti per lo più fantastici; già verso la metà del Settecento, però,si fa strada un nuovo tipo di romanzo, nel quale la realtà storica fa da sfondo alle vicende dei personaggi. Gli scrittori ambientano i loro racconti in epoche passate, ma,per attirare i lettori, usano scenari di castelli tenebrosi, misteriosi sotterranei e personaggi lugubri.
Dopo la restaurazione,l’ interesse per la storia acquistò per i romantici un significato ben diverso. Lo studio della storia servì a costruire le origini dei popoli e a motivare le loro aspirazioni; anche il romanzo che aveva come fondo eventi storici assunse un ruolo diverso: esso contribuì alla formazione di una coscienza nazionale
Maestro di questo genere fu lo scozzese Walter Scott; nei suoi romanzi(“I puritani di Scozia”,”La sposa di Lamerdoor”,”Ivanhoe”……) i personaggi agiscono e pensano in un determinato modo in quanto inseriti nel loro tempo vengono influenzati dalle condizioni generali della società in cui vivono. Il modello di Scott fu accolto anche dal Manzoni, il cui capolavoro “I Promessi Sposi” è l’ esempio più valido di romanzo storico. Egli , raccontando una vicenda di fantasia, la inserisce in un contesto storico preciso, con fatti realmente accaduti e attestati da documenti d’ epoca. La storia diventa così un’ occasione per riflettere sui valori umani e religiosi, sugli oppressi e sugli oppressori, sugli umili e sui potenti, sulla presenza di Dio nelle vicende umane.
L’ opera ebbe fasi di componimento molto elaborate; tra il 1821 e il 1823, l’ autore completa la prima stesura, dal titolo “Fermo e Lucia”, che fu subito sottoposta a un profondo intervento di rielaborazione e correzione. Nel 1827, egli stampa i “Promessi Sposi”, con moltissime modifiche dal cambiamento del nome dei personaggi alla divisione in capitoli, dall’ abolizione di lunghe pagine di riflessione, alla riduzione di alcuni episodi. Segue, poi, un ampio e puntuale lavoro di correzione linguistica:Manzoni elimina le forme arcaiche, le espressioni eccessivamente letterali, quelle dialettali lombarde per raggiungere uno stile narrativo accessibile a tutti gli Italiani (perlomeno quelli forniti di una cultura di base). Per far questo si ispira al fiorentino parlato dalle persone colte, gettando così le basi di quella che sarebbe poi diventata la lingua nazionale e unitaria. L’ opera ebbe la sua edizione definitiva tra il 1840 e il 1842.
Manzoni finge di aver trovato un manoscritto del 1600 che racconta la storia di due giovani, Renzo e Lucia, e decide di trascriverlo in modo che sia comprensibile a tutti. Questo espediente serve all’ autore per dare maggiore credibilità alla storia e per accrescere l’ impressione d’ imparzialità del narratore rispetto alle vicende dei personaggi.
La vicenda è ambientata in Lombardia tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola. L’ autore sceglie il Seicento perchè la condizione dell’ Italia in questo secolo era particolarmente gravosa e difficile: c’ erano aspri conflitti sociali tra i poveri ( la maggioranza della popolazione ) e i ricchi, che usavano prepotenze e inganni per sopraffare i più deboli. Una terribile carestia e un’ epidemia di peste colpirono inoltre Milano e la Lombardia, rendendo così la situazione ancora più drammatica.
La scelta del Seicento come secolo in cui ambientare il romanzo offre a Manzoni la possibilità di parlare liberamente dell’ oppressione straniera in Italia e di criticarla, senza per questo essere accusato dagli Austriaci ( che all’ epoca in cui l’ autore scrive occupano il Lombardo- Veneto ).
I due protagonisti principali sono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani di umili condizioni che vicono in un paesino nei pressi del Lago di Como e lavorano in una filanda dove dai bozzoli si ricava la seta.
Progettano di sposarsi e già ogni cosa è pronta per il loro matrimonio quando il capriccio del prepotente don Rodrigo, un signorotto del luogo, manda all’ aria tutto. Don Abondio, il curato che deve celebrare il matrimonio, è minacciato dai bravi, gli sgherri di don Rodrigo, e per paura si sottrae al suo impegno.
Per un caso fortunato, Lucia sfugge al rapimento ordito da don Rodrigo e con l’ aiuto di fra Cristoforo si rifugia a Monza, in un convento. Qui la superiora suor Gertrude, alla cui protezione è stata affidata, la inganna, e permette che venga rapita dagli uomini di un criminale, l’ Innominato, cui si è rivolto don Rodrigo. Portata al castello dell’ Innominato, Lucia riesce a commuovere l’ animo di quell’ uomo indurito da tante crudeltà, ma tormentato anche dai rimorsi; l’ Innominato si pente e si converte alla fede davanti al cardinale Borromeo. Lucia è libera e, insieme alla madre, viene ospitata nella casa di don Ferrante a Milano.
Nel corso di questi avvenimenti, Renzo, che ha raggiunto Milano, viene coinvolto in un tumulto di protesta contro la mancanza di pane e sta per essere arrestato ma la folla lo aiuta a fuggire; riesce poi ad arrivare a Bergamo e a trovare ospitalità e lavoro presso un cugino.
Intanto agli orrori della guerra si giungono quelli della peste: i lanzicanecchi, le truppe mercenarie dell’ esercito imperiale calate in Lombardia dalla Germania per dare man forte alla Spagna contro il Ducato di Savoia e la Francia, diffondendo il contagio. A causa della peste, Milano perde la maggior parte dei suoi abitanti; anche Renzo e Lucia si ammalano ma riescono a guarire.
Finalmente, dopo tante tragiche vicende, i promessi sposi si incontrano nel lazzaretto a Milano, il luogo dove vengono portati i malati di peste e dove Renzo, disperato, è andato a cercare Lucia.
Con l’ aiuto di frate Cristoforo riescono a superare gli ostacoli che ancora si frappongono al loro matrimonio e si sposano. Si stabiliscono in un paese del Bergamasco e l’ autore dice che la loro vita “fu, da quel punto in poi, una delle vite più tranquille, delle più felici e delle più invidiabili”: Renzo con il cugino acquista una piccola azienda tessile; Lucia, aiutata dalle madre, ha il suo da fare per allevare i molti figli che nascono dalla sua unione con Renzo. E il malvagio don Rodrigo? Colpito dalla peste, è morto tra atroci sofferenze.
Don Abondio è il personaggio principale, per viltà, che si trasforma, infine, in aiutante dell'antagonista (simboleggia chi, pur investito di responsabilità istituzionali, si piega al più forte); è il curato del paese, la sua vocazione non è spirituale ma di convenienza. È pavido, egoista, pauroso e codardo. Don Abbondio è succube del suo tempo, della sua epoca e delle ingiustizie presenti in essa; non riuscendo ad affrontarle tenta di scansarle, anche se inevitabilmente rimane travolto dalla vicenda. Renzo è il protagonista del romanzo,lavora come operaio tessile e contadino presso il suo paesino. È d’ animo buono, dai valori morali semplici e onesti; ma anche ingenuo e impulsivo, e per questo capace di cacciarsi nei guai, come accade a Milano. Lucia è la protagonista femminile del romanzo,anche lei,come Renzo lavora come tessitrice e contadina. È timorata di Dio, dotata di una morale solida, ma anche capace di sottili astuzie; come quando dà a fra Galdino una gran quantità di noci perché concluda prima la questua e torni presto al convento a chiamare Fra Cristoforo; o come quando, vedendo che l'Innominato comincia a commuoversi, esplode in accenti ancora più accorati, che lo inducono a capitolare. Il comportamento è umile, riservato, pudico. Lucia appare più equilibrata e coerente di Renzo e di Agnese, anche se talvolta cede alle loro pressioni e si lascia convincere ad agire contro i propri principi, come quando accetta di partecipare al matrimonio a sorpresa. Azzecca- garbugli è l’ aiutante dell’ antagonista ed è un avvocato trasandato. È meschino e al servizio dei potenti. Fra Cristoforo è l’ aiutante dei protagonisti, simboleggia un cristianesimo coraggioso,capace di prendere posizione in difesa dei più deboli. Don Rodrigo è l’ antagonista del romanzo. È un nobil uomo orgoglioso e maligno. L’ Innominato è l’ aiutante dell’ antagonista che poi, dopo una lunga notte passate con Lucia,passa a difendere i promessi sposi. È un nobile fuorilegge con una psicologia crudele, risoluta, inquieta e violenta.
Tutto il romanzo è percorso da temi fondamentali: la vita degli umili e la provvidenza divina.
Per la prima volta la gente comune vittima dei soprusi dei potenti, con i suoi problemi e con il suo bisogno di dignità e giustizia, diventa protagonista di un romanzo.
Nel momento in cui l’ Italia sta cercando la sua unità nazionale, Manzoni sembra lanciare un messaggio politico: il popolo, con la sua operosità e la sua speranza di giustizia, può dare un grande contributo al rinnovamento della società.
Riguardo alla Provvidenza divina, Manzoni ritiene che essa guidi la storia degli uomini non perché si sostituisca a loro e governi le loro azioni, ma perché la vicende umane si inseriscono in un concetto universale che coinvolge tutto il creato.
Coloro che sono umiliati e perseguitati cercano nella Provvidenza le ragioni del loro soffrire e, nei disegni divini, trovano non un motivo di rassegnazione, ma volontà di riscatto e forza per opporsi alle ingiustizie. Alla fine, la giustizia di Dio premia i deboli e sconfigge i potenti.
Ne “I Promessi Sposi” il problema della lingua appare particolarmente importante in quanto si collega con la questione dell’ unità italiana: l’ unità linguistica pone infatti le basi per un’ unificazione culturale; parlare la stessa lingua favorisce la presa di coscienza di un’ identità nazionale, di appartenere cioè allo stesso popolo.
L’ Italia dell’ inizio del secolo scorso è frammentata dal punto di vista politico e a tale frammentazione corrisponde una molteplicità di lingue parlate che si confondono con i diversi dialetti.
Per Manzoni la lingua unitaria deve essere comprensibile alla totalità degli Italiani e corrisponde alla realtà della lingua parlata dai ceti medi. Per questo il romanzo subì diverse stesure e revisioni linguistiche fino all’ edizione finale nella quale accanto al fiorentino compaiono anche espressioni non toscane, derivate dalla parlata lombarda e da diverse tradizioni culturali italiane e straniere.
Terminata la fase dei moti rivoluzionari e delle unificazioni nazionali (oltre all’Italia, anche la Germania si era costituita come stato autonomo), l’Europa è alla ricerca di un nuovo equilibrio. Grazie al cancelliere tedesco Bismark promotore di una fitta rete diplomatica di alleanze, fino all’inizio degli anni Novanta il continente visse una fase di relativa stabilità politica.
Per i paesi dell’Europa centro- settentrionale(Francia, Inghilterra, Germania), fu questo un periodo di profonde e rapide trasformazioni: Parigi e Londra divennero delle immense metropoli, l’industria assume ritmi frenetici (furono questi gli anni della “rivoluzione industriale”), la stessa vita di campagna si modificò. Nacque il mito borghese del progresso, che alimentava uno straordinario (e ingannevole) ottimismo. Una nuova classe si era definitivamente formata, il proletariato, composto dalle enormi masse di ex-contadini costretti per la loro estrema povertà a trasferirsi in città e a mandare i figli (la “prole”, appunto) a lavorare prima possibile. I nuovi ritmi della società industriale portarono a un forte aumento della produttività: le nazioni europee furono costrette a cercare nuovi spazi di commercio e investimento, che trovarono soprattutto nelle colone di Africa e Asia.
Intorno agli anni Novanta, le rivalità tra le potenze si accentuarono, anche per ragioni legate alla politica coloniale e sarebbero sfociate nell’esperienza sanguinosa della prima guerra mondiale.
Durante la seconda metà del secolo, all’indomani dell’unificazione, l’Italia si trovava a fronteggiare numerosi problemi di ordine politica, sociale, economico. A differenza del resto d’Europa, dove si andava affermando un’economia di tipo industriale, l’Italia restava un paese agricolo, dove forte era il divario tra un Nord più sviluppato e un Sud che viveva in condizioni arretrate. Nacque in questo periodo la cosiddetta questione meridionale.
Nonostante i gravi problemi interni, anche l’Italia tentò, sul volgere del secolo, l’avventura coloniale con il governo Depretis prima (1876-1887) e con il governo Crispi poi (1887-1896), riportando però soltanto insuccessi e sconfitte.
Le grandi trasformazioni sociali ed economiche portarono in Europa una nuova fiducia nel razionalismo e nella scienza. Il Romanticismo era degenerato nel sentimentalismo; lo sviluppo industriale e tecnologico, d’altro conto, aveva creato la convinzione che esistesse un mondo “oggettivo”, misurabile e comprensibile nei suoi meccanismi. Da un punto di vista filosofico, le nuove ragioni della scienza erano sostenute dal Positivismo, un movimento che attribuiva grande importanza alla conoscenza scientifica e sperimentale dello studio della realtà. Da esso derivò, in letteratura, il Naturalismo, un movimento nato in Francia che tendeva di adeguare i metodi della letteratura ai metodi di ricerca delle scienze naturali “positive”. E’ il periodo – soprattutto gli anni 1860-1890 – in cui la borghesia capitalistica si va rafforzando sia sul piano economico che sul piano politico.
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento il movimento letterario verista sostiene che la letteratura debba dedicarsi all’analisi della realtà: l’arte deve essere una rappresentazione del “vero” e quindi deve descrivere con precisione la società. La rappresentazione di uomini e vicende deve essere oggettivo e impersonale: lo scrittore deve lasciare che il fatto, l’evento, parli da sé, al di là delle sue idee e dei suoi giudizi morali e deve scrivere in modo quanto più possibile vicino al mondo dei suoi personaggi, utilizzando anche forme gergali e dialettali.
Secondo il verismo l’arte deve rappresentare il mondo reale, così come esso è, senza fronzoli o abbellimenti. L’artista deve lasciar parlare quelli che Verga definisce i “documenti umani”, vale a dire i sentimenti, i dolori, le passioni degli uomini. La realtà a cui più spesso si fa riferimento è quella delle classi proletarie; la narrazione della vita degli umili e degli esclusi è legata alla ricostruzione di ambienti e di culture regionali, dove è più vera e autentica la natura popolare.
Fra Verismo e Naturalismo esistono però alcune differenze: mentre la narrativa del Naturalismo descrive gli ambienti del proletariato industriale urbano, quella verista si rivolge agli ambienti rurali; inoltre, gli scrittori veristi non attribuiscono alla propria attività letteraria quel valore politico che gli riconoscevano invece gli autori francesi, vicini ai movimenti popolare e socialisti. Al programma di un’opera d’arte assolutamente impersonale (in grado “di farsi da sé”) si dedica anche il più grande scrittore italiano del periodo, Giovanni Verga, autore dei massimi capolavori del Verismo italiano. Giovanni Verga nacque nel 1840 a Catania, dove trascorse la sua infanzia e la sua giovinezza. Si trasferì quindi a Firenze. Nel capoluogo toscano pubblicò con successo alcuni romanzi, poi si trasferì a Milano dove frequentò i salotti letterari e conobbe la letteratura europea, in particolare le opere dei naturalisti francesi. Nel 1874 compose Nedda, prima novella di ambiente siciliano e d’ ispirazione verista. A queste ne seguono altre raccolte in “Vita nei campi” e in “Novelle rusticane”; poco dopo scrisse i capolavori: “I Malavoglia” e “Mastro Don Gesualdo” tutte queste opere a differenza delle prime, che avevano come sfondo la ricca società borghese, sono ambientate in Sicilia e con un linguaggio scarno ed essenziale narrano il dramma della sopravvivenza delle classi umili e indifese.
Verga tornò a Catania nel 1893 e lì visse fino alla morte sopraggiunta nel 1922.
Verga è il principale scrittore della corrente “verista”. Nella sua opera egli ha rappresentato la società siciliana di fine Ottocento, vista attraverso le neccesitudini delle classi più povere. I suoi protagonisti sono i “vinti”, come definì lui stesso, ovvero coloro che vengono sempre schiacciati dalla vita e dalla storia e che nonostante i tentativi non possono mai migliorare la propria sorte. Nella prefazione del romanzo”I Malavoglia” Verga spiega il suo progetto narrativo: dimostrare come l’ uomo sia sempre sopraffatto dalle necessità dell’ esistenza, che non gli può riservare che dolore e sofferenza. L’ uomo, a qualsiasi classe sociale esso appartenga è condannato all’ infelicità.
In Italia continuarono però anche altre esperienze letterarie: contro una letteratura troppo aderente al “vero”, priva di spiritualità e di grandi ideali, si pose l’opera di Antonio Fogazzaro (1842-1911), autore, tra gli altri, del romanzo Malombra che uscì nel 1881 come il capolavoro di Verga, I Malavoglia.
I Malavoglia è il titolo del romanzo più conosciuto dello scrittore Giovanni Verga, che lo dette alle stampe nel 1881. Quest'opera va inserita nel Ciclo dei vinti, insieme a Mastro-don Gesualdo ed a La Duchessa de Leyra, L'Onorevole Scipioni e L'uomo di lusso, opere che affrontano il problema del progresso. La Duchessa de Leyra rimane solo abbozzato, mentre gli ultimi due romanzi previsti del Ciclo non verranno neppure iniziati. Racconta la storia di una famiglia di pescatori che vive e lavora ad Aci Trezza, un piccolo paese della Sicilia situato nei pressi di Catania.
Il romanzo ha un aspetto corale e rappresenta i personaggi uniti dalla stessa cultura ma divisi da antiche rivalità. Lo scrittore adotta la tecnica dell'impersonalità, riproducendo alcune caratteristiche del dialetto e adattandosi quanto più possibile al punto di vista dei differenti personaggi, rinunciando così alla abituale mediazione del narratore. Presso il piccolo paesino di Aci Trezza nel catanese vive la famiglia Toscano che, nonostante sia decisamente laboriosa, viene soprannominata Malavoglia. Il patriarca è Padron 'Ntoni, vedovo, che vive presso la casa del nespolo insieme al figlio Bastiano detto Bastianazzo, sposato con Maria detta Maruzza la Longa, nonostante sia di statura tutt'altro che elevata. Bastiano ha cinque figli: 'Ntoni, Luca, Filomena detta Mena, Alessi e Lia. Il principale mezzo di sostentamento è la "Provvidenza" (piccola imbarcazione utilizzata per la pesca). Nel 1863 'Ntoni, il maggiore dei nipoti, parte per la leva militare. Per far fronte alla mancanza, padron ‘Ntoni tenta un affare comprando una grossa partita di lupini - peraltro avariati - da un suo compaesano, chiamato Zio Crocifisso per via delle sue continue lamentele e del suo perenne pessimismo. Il carico, affidato al figlio Bastianazzo perché li vada a vendere a Riposto, sfortunatamente naufraga, assieme a Bastianazzo. A seguito di questa sfortunata avventura, la famiglia si ritroverà con una triplice disgrazia: il debito dei lupini, la Provvidenza da riparare e la perdita di Bastianazzo e quindi di un membro importante della famiglia. Tornato del servizio militare, 'Ntoni tornerà molto malvolentieri alla vita laboriosa della sua famiglia, e non rappresenterà alcun sostegno alla già precaria situazione economica del nucleo familiare.
Purtroppo, le disgrazie per la famiglia non terminano. Luca, uno dei nipoti, muore nella battaglia di Lissa (1866) e questo determina l'annullamento delle nozze della figlia Mena con Brasi Cipolla. Il debito causerà alla famiglia la perdita dell'amata Casa del nespolo e via via la reputazione della famiglia andrà peggiorando fino a raggiungere livelli umilianti. Un nuovo naufragio della "Provvidenza" porta Padron 'Ntoni ad un passo dalla morte, dalla quale, fortunatamente, riesce a scampare. In seguito Maruzza, la nuora, muore di colera. Il primogenito 'Ntoni deciderà di andare via dal paese per far ricchezze, ma, una volta tornato ancora più impoverito, si dà al contrabbando e finisce in galera dopo aver accoltellato il Brigadiere don Michele, a causa della scoperta di una relazione amorosa con la sorella Lia. Padron 'Ntoni, ormai vecchio, muore senza riuscire a rivedere la sua vecchia casa. Lia, la sorella minore, vittima delle malelingue, lascia il paese e si abbandona all'umiliante mestiere della prostituta. Mena sceglie di rinunciare a sposarsi con compare Alfio, di cui è innamorata, e rimarrà in casa ad accudire i figli di Nunziata e di Alessi, il minore dei fratelli, che continuando a fare il pescatore ricostruirà la famiglia e potrà ricomprare la "casa del nespolo". Quando 'Ntoni, uscito di prigione, torna al paese, si rende conto di non poter restare a causa del suo passato di detenuto. I personaggi, a causa della loro condizione, sono imprigionati in una fascia economica da cui è impossibile uscire: è la politica chiusa di tutto il Sud Italia di quel periodo. Il mondo ad Aci Trezza non cambia e non cambierà nonostante le vicende dei Malavoglia, e a testimonianza di questo aspetto Giovanni Verga applica uno stile ripetitivo nella parte finale del racconto per creare l'idea di reiterazione nella mente del lettore. Giovanni Verga si prefigge di insegnarci che il progresso travolge le classi più umili, ancora legate ai valori arcaici; così soccombono perdendo le antiche usanze e senza riuscire comunque ad adeguarsi alla società moderna. Qualora insorga nell'animo il desiderio di miglioramento delle condizioni economiche, rappresentato nel romanzo dall'affare dei lupini, allora diventa impossibile la realizzazione poiché interviene il destino avverso: l'uomo lo sopporta e non si ribella. Ogni personaggio viene chiamato con un nomignolo attribuitogli dal popolo, e la famiglia stessa, la famiglia Toscano, veniva chiamata dai concittadini i Malavoglia. Verga usa così una serie di antifrasi. Attraverso tale tecnica il soprannome attribuito a ciascun personaggio indica una caratteristica opposta a quella reale del personaggio. Ad esempio i Malavoglia sono così chiamati paradossalmente per la loro volontà e la loro voglia di lavorare per poter sanare i loro debiti. Nel romanzo vi è una sorta di visione pessimistica della vita da parte dell'autore: egli sottolinea il fatto che le disgrazie debbano essere subite passivamente e vengano una dopo l'altra per affondare le sorti di una famiglia intera.
Quella in questione è una famiglia di tipo patriarcale con due capisaldi: padron ‘Ntoni e l'imbarcazione "La Provvidenza". Il primo è il senex, il galantuomo, custode della saggezza; si ricordino, a tal proposito, i tantissimi proverbi sciorinati in ogni momento. È possibile ipotizzare che l'autore, attraverso queste manifestazioni della cultura del popolo, esprima il proprio giudizio e le proprie opinioni: egli comunica con il lettore attraverso i detti e le sentenze. La seconda, la barca, è la fonte di guadagno, simbolo della vita: in essa sono racchiuse le speranze di una buona pesca, un guadagno, un futuro prospero; persino il nome è, di per sé, emblema di un'umile speranza
Padron ‘Ntoni: è il capofamiglia, il più anziano. È un uomo caparbio che non rinuncia mai a fare il suo dovere. Amante del mare e quindi del suo mestiere di pescatore. Inizialmente il narratore non descrive in modo dettagliato il personaggio, dice solo che è un vecchi curvo, ma in seguito, quando si ammala, lo descrive con maggiore attenzione, come se attraverso la descrizione fisica emergesse anche il profilo psicologico e affettivo. Padron ‘Ntoni  non si oppone alla società del suo tempo, né la subisce, la rispetta, con tutte le sue credenze e tradizioni.
Bastianazzo: è il figlio di Padron ‘Ntoni, è un uomo di buon cuore e lavoratore. Muore ancora giovane in mare durante una tempesta.
Maruzza (la Longa): è la moglie di Bastianazzo. Si dà da fare per contribuire al bilancio familiare. La sua serenità svanisce con la morte prematura del marito, e poi del figlio Luca. Il dolore per le numerose perdite la invecchia precocemente. La sua vita viene spezzata da una grave malattia: il colera.
‘Ntoni: è il figlio maggiore di Bastianazzo e Maruzza. È un ragazzo giudizioso, anche se a volte troppo impulsivo. Col passare degli anni, la sua voglia di lavorare diventa sempre minore, si ribella alla sua condizione di miseria e povertà, in un modo insolito: smette di lavorare e va a cercare guai all’osteria. Questa vita lo porterà a scontare cinque anni di galera. Dopo essere stato rilasciato, lascia il paese d’origine.
Mena: è una figlia giudiziosa e riservata. È soprannominata Sant’Agata per il suo assiduo lavoro al telaio. Dopo la morte della madre sa educare la sorella minore Lia e mandare avanti la casa. Le disgrazie e i dispiaceri la invecchiano assai precocemente: a soli ventisei anni le sembra già di essere vecchia. È molto influenzata dalla società del suo tempo, infatti decide di non sposarsi con Alfio Mosca, di cui era innamorata, perché questo avrebbe riportato sulla bocca di tutti la triste sorte della sorella.
Luca: “un vero Malavoglia”, giudizioso e di buon cuore, come il padre, muore prematuramente in guerra.
Alessi: è un bravo ragazzo, si dà da fare per tirare su la famiglia dopo la morte del nonno, del padre, della madre  e la “fuga” di ‘Ntoni . Riesce a riscattare la casa del Nespolo e ricostruisce la famiglia dei Malavoglia. Sposa una brava ragazza, Nunziata.
Lia: La più piccola della famiglia Malavoglia. Finisce sulle bocche di tutti dopo il processo del fratello, e per questo lascia Aci Trezza. Nessuno avrà più sue notizie. Solo Alfio Mosca sa la verità.
Il “secondo protagonista” del romanzo è l’intero paese, composto da personaggi uniti da una stessa cultura ma divisi da antiche rivalità, tipi che parlano e si confondono tra loro creando un effetto corale che nei primi capitoli quasi disorienta il lettore.
In polemica con il Verismo anche l’opera poetica di Giosuè Carducci, soprattutto per ragioni formali e morali: contro una letteratura che ammetteva al suo interno la lingua degli umili e il dialetto, per le esigenze di adeguamento al “vero”, Carducci sostenne la necessità di un ritorno alla tradizione dei classici; allo scrittore “fotografo” della realtà, oppose l’ideale del poeta-maestro e della funzione educativa e civile della poesia. Giosuè Carducci nacque nel 1835 a Valdicastello, in Versilia, ma trascorse l’ infanzia e l’ adolescenza a Bolgheri, in Maremma; questo periodo fu importante e significativo per la sua formazione e ispirò numerose sue liriche. Laureatosi in lettere presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, fu insegnante di liceo finché non occupò la cattedra di letteratura italiana all’ università di Bologna. In questa città compose le sue migliori poesie e i più importanti studi critici. Uomo assai colto, grande conoscitore della letteratura greca e latina, ottenne nel 1906 il premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1907. Carducci affermava che compito della poesia fosse sia confortare l’ animo degli uomini nella difficoltà dell’ esistenza, sia formare la coscienza civile di un popolo e accenderne l’ amor patrio. Per questo motivo nella sua opera a fianco a componimenti intimi e lirici, troviamo numerose poesia che celebrano le imprese degli eroi classici, considerati come un modello per gli uomini della sua epoca. Carducci fu pertanto definito “poeta –vate”, il poeta maestro, simbolo dell’ Italia. Dal punto di vista stilistico e metrico Carducci riaffermò i modelli della poesia classica greco- latina.
Gli ultimi anni del XIX secolo furono segnati da una forte crisi di valori. Gli imprenditori medio piccoli si trovarono schiacciati dalle grandi imprese; il divario fra ricchi e poveri aumentò a dismisura; si diffuse lo sfruttamento, specialmente nelle colonie. Si insinuarono nuovi pericolosi miti: la superiorità della razza bianca e l’esaltazione della forza e della violenza. Il Positivismo e le correnti letterarie a esso legate (Naturalismo, Verismo) entrarono in crisi: le ottimistiche previsioni e la fede dei positivisti della vittoria della ragione e del progresso si rivelarono infondate.
Si iniziò quindi a contrapporre l’intuizione e il sentimento (anche quello religioso) alla razionalità e si riprese, per certi versi, la polemica che aveva contrapposto illuministi e romantici. Si insinuò una crescente sfiducia nel progresso, nella ragione, nei sistemi democratici; si affermò un diffuso bisogno di evasione, di abbandono al sogno, al mistero, a ciò che è vago e indistinto.
La cultura di questo periodo prende il nome di “Decadentismo”.
"Decadentismo artistico":
In pittura si definisce Decadentismo, la corrente d'arte nata dalla scuola degli artisti simbolisti che operavano fra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo e di tutti quei pittori che rappresentavano soggetti artificiosi e strani. Il Decadentismo è un atteggiamento spirituale e artistico affermatosi come reazione al naturalismo e quindi con preferenza volto a problemi connessi con la vita interiore e con l'esplorazione del subcosciente. Spesso si esprime attraverso immagini simboliche o inusitate e forme preziose. Il decadentismo trova corrispettivi in correnti che presero nomi diversi a seconda del paese in cui fiorirono, come il Liberty in Italia, L'Art Nouveau in Francia, il Jugendstil in Germania e Secessione in Austria. Il Decadentismo rappresenta una reazione decisa agli aspetti ideologici, morali e letterari del Positivismo. Fu l'esasperazione di una delle due tendenze del Romanticismo, quella rivolta alla contemplazione di un mondo di mistero e di sogno, all'espressione di un soggettivismo estremo, mentre il realismo e il verismo ne avevano sviluppato la tendenza oggettiva. Il termine “decadente” ebbe, in origine, un senso negativo; fu infatti rivolto contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi di valori di fine Ottocento, sconvolto dalla rivoluzione industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, dal decadere dei più nobili ideali romantici.
I maggiori esponenti del Decadentismo artistico sono: Paul Cézanne, Paul Gauguin e Van Gogh.
Paul Cézanne usa spesso colori cupi dati a spatola oltre che a pennello, soprattutto per esaltare i volumi di figure e oggetti all’ intento di “solidificare”, come egli stesso dice, ciò che l’ Impressionismo aveva disfatto attraverso la luce. I suoi dipinti con l’ andare del tempo, si semplificano nelle forme e si allontano dalla rappresentazione realistica.
Paul Gauguin dapprima venne a contatto con gli impressionisti, poi stringe una grande amicizia con Van Gogh con cui condivideva gli studi sull’ espressività del colore. Proprio per l’ inesauribile ansia di sperimentare, di conoscere, di rinnovarsi, Gauguin non ha una produzione omogenea; la sue opere, ricche di nuove soluzioni formali, influenzano la nascita e lo sviluppo dei movimenti artistici successivi. Anche in seguito all’ influsso dell’ arte giapponese Gauguin elimina gli effetti di profondità, riducendo le sue immagini a sagome senza spessore e introduce nei fondali decorazioni da tappezzeria. Usa colori violenti, dati a campionature piatte, annullando i passaggi di chiaro – scuro. Nell’ ultimo periodo della sua vita l’ artista si trasferisce a Tahiti, dove realizza opere in cui confluiscono anche elementi della pittura polinesiana.
Van Gogh è figlio di un pastore protestante e svolge lui stesso inizialmente l’ attività d’ apostolato presso i minatori olandesi. In quest’ ambiente poverissimo nascono i primi disegni e i primi dipinti, caratterizzati da colori molto cupi. In seguito, a Parigi, viene a contatto con gli Impressionisti, dei quali assimila immediatamente la tecnica e i colori luminosi e brillanti. I suoi numerosi ritratti e autoritratti, le nature morte, i paesaggi sono caratterizzati dal segno marcato, determinato da gesti decisi ed energici, dall’ uso di colori intensi, fortemente contrastanti, sempre carichi di luce. La sua opera, che ha una forte tendenza espressionista proprio perché vuole esprimere i sentimenti più profondi, forti tensioni e stati d’ animo carichi di tragicità, influenza tutta la pittura del Novecento."Sulla scia dei progressi della società industriale, il mondo cominciava a “deformarsi”: il tempo era diventato troppo veloce; lo spazio si era modificato incredibilmente: i nuovi mezzi di trasporto, a iniziare dal treno, superavano rapidamente distanze che sembravano incolmabili. L’uomo si sentiva disorientato e smarrito. In questo universo privo di punti di riferimento poteva fargli da guida il poeta: era lui a poter interpretare intuitivamente i misteri del mondo, era lui il “veggente”, il “vate (ovvero quasi un profeta) capace di conoscere l’essenza profonda delle cose. La parola poetica, liberata dalla razionalità, tendeva a farsi magia e a comunicare per mezzo del ritmo e della forma piuttosto che attraverso il contenuto: l’arte sembrava rimanere il solo valore valido e quindi la vita, per acquisire un senso, doveva confondersi con l’arte. Ecco dunque il miraggio di “vite inimitabili”, di gesti e atteggiamenti stravaganti. Ecco le turbolente ed eccentriche biografie di Gabriele D’Annunzio, in cui l’estetica (cioè la ricerca del bello) prevaleva di gran lunga sull’etica morale.
Gabriele D’Annunzio nacque nel 1863 a Pescara. All’inizio degli studi liceali si destò in lui l’amore per la poesia; a sedici anni pubblicò una raccolta di versi, Primo vere, che gli diede subito una certa notorietà. Dal 1881 al 1891 visse a Roma, dove sposò Maria Hardouin, da cui ebbe tre figli.
Molti furono gli episodi eclatanti nella vita del poeta: amori, imprese belliche, duelli, clamorose iniziative politiche, tutto sotto il segno dell’ostentazione, del coraggio dell’esaltazione di sé.
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento scrisse opere in prosa (i romanzi Il piacere, Giovanni Episcopo, L’innocente, Il trionfo della morte, Le vergini delle rocce, Il fuoco; le raccolte di novelle Terra vergine, Novelle della Pescaral ) e opere in versi (Isotteo, La Chimera, Elegie romane, Odi navali, Il poema paradisiaco). Questa vasta produzione gli procurò onori e fama.
All’inizio del nuovo secolo si ritirò con la famosa attrice Eleonora Duse a Settignano, presso Firenze: qui compose alcune tra le sue più celebrate tragedie ((Francesca da Rimini, La figlia di Jorio) e Le Laudi (Maia, Elettra, Alcione – il suo capolavoro poetico – e, più tardi, Merope).
Le ottantotto liriche dell’Alcyone costituiscono una sorta di diario poetico di un’estate trascorsa in Toscana, dove campeggia l’immagine della grande estate, con la sua luce sfolgorante e radiosa, ma anche con i primi segnali dell’ombra malinconica dell’autunno. Trionfa il “panismo”, cioè il senso di comunione, di fusione dell’uomo con la natura. Alcune delle poesie di Alcione hanno per centro d’ispirazione la nostalgia dell’infanzia abruzzese, ma quelle più note (La sera fiesolana, Le stirpi canore, Versilia, Bocca di Serchio, Undulna) hanno come fulcro l’estate e la sua calura.
D’Annunzio concepiva la propria esistenza come un’<<opera d’arte>>: aveva domestici in livrea, dieci cavalli di razza, cinquanta levrieri, innumerevoli tappeti di Persia e oggetti esotici e affermava <<il superfluo mi è necessario>>. Accumulò però ingenti debiti e per sottrarsi ai creditori fuggì in Francia in quello che lui definì, fantasiosamente, un <<esilio volontario>>. Rientrò in patria allo scoppio della prima guerra mondiale e sostenne l’intervento dell’Italia nel conflitto. Partecipò quindi a famosissime azioni militari (il volo su Vienna, l’affondamento di una nave austriaca ancorata nella baia nemica, passato alla storia come la “beffa di Bùccari”). In una di esse perse un occhio e fu costretto inizialmente a uno stato di assoluta cecità e immobilità, durante il quale dettò il suo libro più sincero, il Notturno o Commentario delle tenebre, un diario che raccoglie sensazioni, impressioni, sogni, ricordi.
A guerra finita, ritenendo la vittoria italiana incompiuta (“mutilata”), organizzò con i suoi fedeli la marcia sulla città di Fiume, che governò sotto la propria presidenza per un anno. L’avvento del fascismo (1922), di cui era stato anche sostenitore, lo indusse a rinunciare ai suoi sogni politici. Si ritirò a Gardone, nella villa Cargnacco, che egli battezzò Il Vittoriale degli Italiani e arredò con gusto bizzarro e stravagante.
Morì nel 1938 sulle rive del Garda.
Ma ecco anche l’esperienza, intima e tormentata, di Giovanni Pascoli.
Giovanni Pascoli nasce nel 1855 a S.Mauro di Romagna, quarto di dieci fratelli. A Urbino, presso il collegio degli Scolopi, riceve una formazione classica che sta alla base della sua cultura.
Il 10 agosto 1867 un tragico evento mette fine alla sua infanzia, segnandolo irrimediabilmente nell’animo. Il padre viene infatti ucciso a fucilate, forse da chi spesa di sostituirlo nella sua funzione di amministratore della vasta tenuta dei principi Torlonia. Seguono inoltre, nel giro di pochi anni, le morti della sorella Margherita, della madre e del fratello Luigi. Avvilito dai lutti che l’hanno colpito e ferito dal fatto dell’assassinio del padre è rimasto impunito (le indagini sono state condotte in modo poco efficiente), il Pascoli passerà la vita nel tentativo di ricostruire il <<nido>> dell’infanzia perduta, sempre rimpianto.
Si avvicina alle idee del socialismo e, sospettato ingiustamente di attività clandestina antigovernativa, subisce l’arresto e l’incarcerazione (1879). Dopo questa dura esperienza si allontana dalla politica militante, limitandosi a un pacifico ideale di universale fratellanza fra gli uomini.
Ottenuta la laurea, si dedica all’insegnamento letterario e cerca di ricostruirsi una famiglia, con le sorelle Ida e Maria. Insieme affittano una casa a Castelvecchio di Barga, presso Lucca. Qui il poeta conduce vita appartata, allontanandosi esclusivamente per motivi di lavoro (è docente universitario, prima a Messina e poi a Bologna). Muore il 6 aprile del 1912.
Tra le sue opere ricordiamo le raccolte di poesie Myricae, Canti di Castelvecchio, Poemetti e i poemi latini riuniti col titolo di Carmina.
La visione del mondo del Pascoli risente, oltre che dei tragici eventi che rattristarono la sua infanzia, della crisi di valori e di certezza che colpisce la cultura europea nei primi anni del Novecento. La presenza oscura di una catastrofe imminente, l’infinità di un universo misterioso e incomprensibile, vite spezzate nel fiore degli anni e lo strazio della separazione dalle persone care sono presente frequentemente nei suoi versi. L’unico rifugio sembra la rappresentazione idealizzata della casa e degli affetti famigliari. Il nido in cui l’anima sofferente trova pace e protezione. Il nido è l’unica certezza che si può contrapporre all’ingiustizia e al dolore che avvelenano l’esistenza: pur ricorrendo frequentemente ad immagini cristiane, il poeta non trova nella fede religiosa una risposta definitiva ai suoi dubbi e alla sua angoscia.
La rappresentazione della realtà, nella poesia del Pascoli, è fortemente innovativa rispetto alla poesia precedente. Cade la descrizione compiuta e coerente di cose e sentimenti: in Pascoli predomina la successione di immagini, impressioni rapide e suggestive, accostamenti che non hanno un carattere logico ma puramente emozionale. E’ un mondo fatto di segreti richiami piuttosto che di organiche visione d’insieme, e il poeta è colui che sa cogliere ed esprimere queste parentele profonde tra le cose, che sfuggono all’uomo comune, troppo preso dagli interessi pratici, materiali, della vita quotidiana.
Secondo il Pascoli il senso metrico è nascosto in ognuno di noi, come il fanciullocce ancora dimora nell’uomo adulto, il quale però raramente è disposto ad ascoltarne la voce. Nella poesia c’è qualcosa del gioco del bambino, ma non si tratta di un gioco fine a se stesso: il poeta è colui che sa andare più a fondo nel mistero della realtà, proprio grazie al fatto di usare il linguaggio delle emozioni per rappresentarla, anziché tentare di spiegarla e dominarla come fa solitamente l’uomo adulto.
Il Decadentismo non segnò un periodo di regresso artistica, ma rappresentò solamente l’arte in un periodo di crisi della società. I suoi aspetti più evidenti si possono così sintetizzare:
coscienza di una considerevole spaccatura tra l’arte nuova e la precedente arte ottocentesca;
esasperazione dell’individualismo anche nelle forme deteriori del superomismo( il termine traduce il tedesco Ubermensch, usato soprattutto dal filosofo Nietzsche. Nel pensatore tedesco il Superuomo si presenta come un dominatore, che realizza la “propria volontà di potenza” in piena libertà di spirito, perché niente lo limita o lo può ostacolare. L’ unica regola che egli deve seguire è:” divieni ciò che sei”, realizzati pienamente, distinguiti dagli altri, facendo valere la tua eccezionalità. Il Superuomo disprezza la massa, “il gregge”, e rifiuta la vita borghese, considerata falsa e opprimente. Il Superuomo non segue alcuna legge morale, perché egli stesso crea i valori e non si sottomette a nessuno, né ai comandamenti di Dio né a quelli degli altri uomini. Purtroppo gli effetti tragici del superomismo furono sperimentati dolorosamente in Italia e in Germania, con le dittature di Mussolini e Hitler ) ;
culto della violenza;
sfiducia nella scienza e nella ragione:
evasione dalla società in cui rivive (considerata meschina e ristretta) e fuga in ciò che è anticonformista, sofisticato e snob;
ricerca di tecniche letterarie nuove che si basino sul rifiuto della logica, sulla suggestione fonetica, capaci di addentrarsi nelle zone misteriose del cuore e della mente.
In Italia i valori “decadenti” della bellezza, del sogno, dell’esaltazione dell’individuo in opposizione alla scienza, alla realtà e, in politica, alla democrazia, si unirono ben presto al mito del Risorgimento “inconcluso” : non tutta la penisola faceva ancora parte del Regno d’Italia. Molti intellettuali cominciarono ad auspicare “la gloria delle armi” e la guerra che permettesse l’annessione di altri territori e che potesse compiere le sue <<crudeli ma necessarie missioni per il progresso dello spirito umano>>. Proprio queste promesse avrebbero di lì a poco portato alla tragedia delle due guerre mondiali.
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