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Tra Solitudine ed Arte


Stato sofferto, molte volte ambito, motivo di stimoli positivi o di pensieri struggenti è la solitudine, la condizione che ogni essere umano almeno una volta nella propria vita sperimenta.

Percepita da numerosi artisti e letterati come unico porto franco in cui poter essere sé stessi, la solitudine è stata interpretata in innumerevoli occasioni, diventando il leitmotiv del romanticismo anglosassone nonché una linea guida per i secoli a venire.

“Vagabondavo solo come una nuvola/ che alta fluttua sulle valli e colline”, sono le parole del britannico William Wordsworth che nella sua poesia-manifesto trasmette attraverso scenari idilliaci, la frustrazione provata da un uomo che si ritrova a viver in una contesto storico-culturale che lo soffoca, privandolo della spettata libertà.
All’interno della poesia, l’autore trova conforto nella natura ed in particolar modo, nella visione di un tappeto aureo di preziosi narcisi “danzanti”, conferendo ai versi un’atmosfera di tranquillità.

Similmente ma secoli prima rispetto all’opera di Wordsworth, Petrarca esplicita il sentimento di solitudine imbevuto della facoltà di libera scelta. Sostenendo che la vita solitaria fosse sinonimo di libero arbitrio, il poeta si distacca dell’inglese ritenendo che solo in tal modo si possa“vivere come vuoi, andare dove vuoi, stare dove vuoi, […] essere padrone di te, e […]vivere con te stesso”.

Personalità completamente diversa e caratterizzata da una forte tendenza all’alienazione, all’estraniarsi dalla quotidianità, è il celebre pittore novecentesco Edward Hopper, il quale noto per l’essenzialismo e la staticità delle proprie opere, rappresenta la solitudine in tutte le sue possibili sfaccettature: emblema di questa concezione è la tela Automat, Tavola calda, che risulta essere la realizzazione tangibile dell’isolamento come fonte di afflizione. Al centro del quadro, una giovane donna dalle vesti pregiate siede solitaria a prendere una bevanda calda all’interno di un deserto caffè.

Lo sguardo della fanciulla rivolto verso il basso a guardare il contenuto della tazzina,il volto impassibile ed evidentemente pensieroso, la posizione incerta delle gambe, rendono palese l’accezione psicologica che l’autore ha voluto attribuire all’opera, quella di una ragazza che riflette, estraniandosi momentaneamente dal mondo circostante e rifugiandosi nel vortice della solitudine.

Stereotipando la figura della fanciulla, si potrebbe pensare che il motivo della sua meditazione possa essere di ragione sentimentale, intrecciando una relazione tra solitudine ed affettività, facilmente rintracciabile nei versi “solitudine mia, se mi trascina/l’amore, tornerò […]/i sentimenti cedono, tu resti”.

Tale sentimento di solitudine affettiva, appare evidente anche nei brani del celebre autore Giovanni Pascoli, la cui vita si caratterizza per i continui tentativi di ricreare il nido perduto in tenera età. Per una famiglia di stampo patriarcale quale quella del Pascoli, problematica è la scomparsa del padre nonché degli affetti più cari, i cui ricordi ne ostacoleranno il percorso di vita.

Non è da escludere il fatto che spesso la condizione di isolamento possa portare a sofferenze o addirittura, a patologie della psiche: basta pensare alla “Sera sulla via Karl Johann” di Much, il quale a causa della sua poca stabilità psichica si isola volontariamente dalla società indifferente.
Il flusso di borghesi spettrali, immortalati privi di espressione, appaiono non curanti della presenza della figura identificabile con quella del pittore che, solitaria al centro della carreggiata prosegue autonomamente il proprio percorso di vita.

Alla luce degli spunti proposti è dunque possibile cogliere la forte relazione che intercorre tra solitudine ed arte, la quale può essere considerata ella stessa un rifugio solitario in cui trovare riparo.
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