Ominide 413 punti
Questo appunto contiene un allegato
Suicidio, tema scaricato 4 volte

Il tema del suicidio in Foscolo

-introduzione: coordinate generali;
-il confronto con Goethe;
-il suicidio nelle Rime e di Aiace ne I Sepolcri.

« La vecchia generazione se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, professore, cavaliere, poeta di corte. [...] E non si sentì più una voce fiera, che ricordasse i dolori e gli sdegni e le vergogne fra tanta pompa di feste e tanto strepito di armi.
Comparve Jacopo Ortis. Era il primo grido del disinganno, uscito dal fondo della laguna veneta, come funebre preludio di più vasta tragedia. Il giovane autore aveva cominciato come Alfieri: si era abbandonato al lirismo di una insperata libertà. Ma quasi nel tempo stesso lui cantava l’eroe liberatore di Venezia, e l’eroe mutatosi in un traditore vendeva Venezia all’Austria. Da un dì all'altro Ugo Foscolo si trovò senza patria, senza famiglia, senza le sue illusioni, ramingo. Sfogò il pieno dell’anima nel suo Jacopo Ortis. La sostanza del libro è il grido di Bruto: “O virtù, tu non sei che un nome vano”. Le sue illusioni, come foglie di autunno, cadono ad una ad una, e la loro morte è la sua morte, è il suicidio».

(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Rizzoli, Milano 2013, pp. 939-940).

Introduzione – il pre-romanticismo

→ indica: le tendenza letterarie che in Europa alla fine del ‘700 anticipano il ROMANTICISMO;
→ dà importanza al sentimento, al senso drammatico della vita, ai temi esistenziali dominati da: mistero, immaginazione, fantasia;
→ in Inghilterra viene inaugurato con i Canti di Ossian dello scozzese MacPherson: si hanno riflessioni sulla morte e sui cimiteri;
→ in Francia con Jean-Jacques Rousseau si ha un nuovo eroe con più cuore e meno razionale;
→ in Germania gli intellettuali del movimento “Sturm und Drang” (“tempesta e assalto”) esaltano l’uomo al suo stadio primitivo, libero da regole e schemi: il maggior esponente è Goethe, autore de I dolori del giovane Werther, il cui personaggio principale (pessimista) si suicida così come accade nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo.

Foscolo rispetto alla tradizione

Il confronto con Goethe

→ Somiglianze:
- il genere: romanzo epistolare. L’Ortis è costituito da un insieme di lettere (62) scritte da Jacopo all’amico Lorenzo Alderani, che le introduce con una presentazione, interviene a colmare lacune e a raccontare la conclusione. Werther comprende le lettere che il protagonista scrive all’amico Wilhelm tra il maggio 1771 e il dicembre 1772. Un intervento introduttivo e conclusivo di un “editore” presenta la vicenda e ne racconta l’epilogo;
- l’elemento autobiografico. Nel personaggio di Teresa si possono identificare i tratti di molte delle donne amate da Foscolo, e alcune lettere del romanzo riproducono lettere reali, indirizzate ad Antonietta Fagnani Arese. Il personaggio di Jacopo presenta alcuni tratti del carattere di Foscolo stesso (così come il personaggio di Lorenzo), oltre che riferimenti al contesto storico-politico in cui l’autore si trovò ad operare. La materia del Werther è solo parzialmente autobiografica: si ispira all’amore dell’autore per Charlotte Buff, fidanzata di un suo amico, e al suicidio per amore di un altro amico;

- il sistema dei personaggi e l’amore impossibile. Jacopo scrive all’amico Lorenzo, Werther scrive all’amico Wilhelm. Jacopo si innamora di Teresa, da cui è riamato. Tuttavia, ella è costretta dal padre a sposare il ricco Odoardo, per ragioni economiche. Werther si innamora di Carlotta, ma è promessa in sposa ad Alberto. Molto simili sono poi i due protagonisti, che contrappongono la forza del sentimento alle convenzioni borghesi. Essi tuttavia hanno in comune anche l’impotenza, l’incapacità di modificare la realtà in cui vivono. Teresa e Carlotta sono entrambe fanciulle oneste e fedeli al fidanzato, che poi sposano, ma si accorgono di amare, rispettivamente, Jacopo e Werther; le due figure, di fidanzato e poi marito, di Odoardo e Alberto, sono borghesi onesti e razionali;

Il sistema dei personaggi nell’Ortis

- ambientazione principale. Jacopo scrive dai Colli Euganei, un luogo campestre dove accadono gli avvenimenti principali e dove J. si era rifugiato per consolarsi dalle recenti delusioni politiche. Werther scrive dal villaggio di Wahlheim, dove si era recato per sistemare alcune questioni familiari e dedicarsi all’otium letterarium;
- la tragica conclusione: il suicidio. Ambedue i romanzi si concludono tragicamente, con il suicidio dei due protagonisti dopo aver saputo dell’avvenuto matrimonio delle donne amate. In entrambi c’è tutto il tormento e l’insoddisfazione di chi non riesce a realizzare i propri ideali, di chi si vede continuamente perseguitato dalla cattiva sorte. C’è il senso dell’impotenza e dell’inutilità, della disperazione che porta al suicidio.

→ Differenze:
- l’elemento amoroso e l’elemento patriottico. In Werther è presente solo il primo, mentre il secondo si svela con una velata critica alla società aristocratica del tempo; nell’Ortis invece, il tema della patria appare fin dalla prima lettera, dove sono anticipati tutti i temi tranne quello amoroso: Teresa ancora non è apparsa;
- il motivo del suicidio. Qui risiede la più grande differenza tra i due romanzi: Jacopo si trafigge con un pugnale in seguito alla perdita dell’amore di Teresa, unico elemento salvifico rispetto al motivo principale del romanzo che risiede nelle vicende concomitanti al TRATTATO DI CAMPOFORMIO, con cui Napoleone cedette all’Austria Venezia (che perdeva così la sua indipendenza) e nelle delusioni di Jacopo, fervente patriota. Come molti altri italiani, egli è vittima di un “tradimento”. Werther si suicida con le pistole di Alberto, sposo di Carlotta, con il quale era nel frattempo divenuto amico. Il motore principale del romanzo è l’amore, constatazione della potenza dell’istinto e del sentimento nell’uomo;
- il racconto del suicidio. Nell’Ortis chi racconta il suicidio è Lorenzo, l’amico di Jacopo, e nella sua descrizione si può notare il grande dispiacere che prova per l’amico. Nel romanzo di Goethe il suicidio ci viene presentato secondo una doppia prospettiva: quella dell’io narrante, per il quale la scelta del suicidio è ormai inevitabile, e quella dell’ “editore”, che rilegge i fatti con sguardo critico, offrendoci la vera morale della storia. La narrazione dell’editore è più rapida, di taglio cronachistico.

Citazioni dai testi:
* incipit

→ (Werther, Lettera del 4 maggio 1771)
“Quanto sono lieto di essere partito! Amico mio carissimo, che cosa è mai il cuore dell’uomo! Aver abbandonato te che amo, tanto, di cui ero inseparabile, ed esser contento! Ma so che mi perdonerai. Ma non parevano tutti i miei altri legami davvero scelti dal destino per impaurire un cuore come il mio? Povera Leonore! Eppure io ero innocente”.

→ (Ortis, Lettera dell’11 ottobre 1797)
“Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre”.

* le motivazioni del suicidio: Werther confessa a Carlotta di uccidersi per lei; Jacopo perdona Teresa
→ (Werther, Lettera del 20 dicembre)
“Mille idee, mille propositi mi turbinavano nell’anima e alla fine, eccolo lì, chiaro, fermo, preciso, l’ultimo, l’unico pensiero: voglio morire! – Mi gettai sul letto e la mattina, nella calma del risveglio, il pensiero è ancora con me, forte e fermo nel mio cuore: voglio morire! – Non è disperazione, è la certezza di aver sofferto il mio dolore fino in fondo e di sacrificarmi per te. Sì Lotte! Perché dovrei tacerlo? Uno di noi tre doveva sparire e quello voglio essere io!”.

→ (Ortis, Lettera del 20 marzo)
“Che se taluno ardisse incolparti del mio infelice destino, confondilo con questo mio giuramento solenne ch’io pronunzio gittandomi nella notte della morte: Teresa è innocente. – Ora tu accogli l’anima mia”.

* l’ultima passeggiata
→ (Werther, Lettera del 20 dicembre)
“Dopo aver cenato ordinò al ragazzo di finire di preparare i bagagli, stracciò molte carte, uscì e andò a regolare ancora dei piccoli debiti. Ritornò a casa, tornò a uscire, andò fuori porta fino al giardino del conte, incurante della pioggia, errò a lungo nei dintorni e rientrò al calare della notte. Si mise a scrivere.

Wilhelm, per l’ultima volta ho visto i campi e i boschi e il cielo. Addio anche a te! Madre cara, perdonatemi! Consolala, Wilhelm! Dio vi benedica! Tutte le mie cose sono in ordine. Addio! Ci rivedremo più felici”.

→ (Ortis, ultima lettera a Teresa, 25 marzo 1799)
“Ritornato a casa dopo la mezzanotte, uscì tosto di stanza, e porse al ragazzo una lettera sigillata per me raccomandandogli di consegnarla a me solo. E stringendogli la mano: addio, Michele! Amami; e lo mirava affettuosamente – poi lasciandolo a un tratto, rientrò, serrandosi dietro la porta. Continuò la lettera per Teresa.
Ho visitato le mie montagne, ho visitato il lago de’ cinque fonti, go salutato per sempre le selve, i campi, il cielo. O mie solitudini! O rivo, che mi hai la prima volta insegnato la casa di quella fanciulla celeste! Quante volte ho sparpagliato i fiori su le tue acque che passano sotto le sue finestre! Quante volta ho passeggiato con Teresa per le tue sponde, mentre io, inebriandomi della voluttà di adorarla, vuotava a gran sorsi il calice della morte”.

* il motivo della sepoltura
→ (Werther, Lettera del 20 dicembre)
“Vorrei essere sepolto in questi vestiti, Lotte, tu li hai toccati, li hai consacrati; anche di questo ho pregato tuo padre. La mia anima si libra sopra la bara. Non voglio che mi frughino nelle tasche. Quei nastri rosa, che portavi sul seno, quando ti vidi la prima volta, in mezzo ai tuoi bambini – oh baciali mille volte per me e racconta loro il destino del loro infelice amico”.

→ (Ortis, ultima lettera a Teresa, 25 marzo 1799)
“Fa ch’io sia sepolto, così come sarò trovato, in un sito abbandonato, di notte, senza esequie, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la chiesa. Il ritratto di Teresa sia sotterrato col mio cadavere”.

* il suicidio e la chiusura (racconto di Lorenzo e dell’editore)
→ (Werther)
“Morì a mezzogiorno. La presenza del podestà e le disposizioni ch’egli prese fecero tacere lo scandalo. Lo seppellirono la sera, verso le undici, in un luogo che egli stesso aveva prescelto. Il vecchio seguì la salma insieme con i ragazzi. Albert non ne ebbe la forza. Si temeva per la vita di Lotte. Alcuni lo portarono a spalla. Nessun prete lo aveva accompagnato”.

→ (Ortis)
“Appena io giunsi da Padova ove m’era convenuto indugiare più ch’io non voleva, fui sopraffatto dalla calca de’ contadini che s’affollavano muti sotto i portici del cortile; ed altri mi guardavano attoniti, e taluno mi pregava che non salissi. Balzai tremando nella stanza, e mi s’appresentò il padre di Teresa gettato disperatamente sopra il cadavere; e Michele ginocchione con la faccia per terra. Non so come ebbi tanta forza d’avvicinarmi e di porgli una mano sul cuore presso la ferita; era morto, freddo. Mi mancava il pianto e la voce; ed io stava guardando stupidamente quel sangue: finché venne il parroco e subito dopo il chirurgo, i quali con alcuni familiari ci strapparono a forza dal fiero spettacolo. Teresa visse in tutti que’ giorni fra il lutto de’ suoi in un mortale silenzio. – La notte mi trascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de’ pini”.

Il suicidio nelle rime e di Aiace ne I Sepolcri

Tra il 1798 e il 1803 Foscolo, mentre lavora all’Ortis, compone anche dodici sonetti e due odi. I primi otto sono legati all’incandescente materia del romanzo e intrisi di sofferte esperienze autobiografiche: la denuncia degli invasori stranieri, i fremiti patriottici, le pulsioni amorose, l’angosciosa solitudine, il pensiero tormentoso del suicidio. Gli ultimi quattro invece (Alla sera, A Zacinto, Alla musa, In morte del fratello Giovanni) sono da ritenersi tra i momenti più felici e riusciti della poesia foscoliana, poiché qui la pur sempre oppressa vicenda autobiografica è filtrata dalla memoria e calata in un quadro compositivo di maggior equilibrio tra passione divorante e meditazione pacata.

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente; mi vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,

sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.

→ i temi del sonetto sono gli stessi dell’Ortis: l’esilio, la tomba (che prefigura anche il tema de I Sepolcri), la madre e madre-patria;
→ metro: sonetto con schema delle rime ABAB ABAB CDC DCD;
→ qui il suicidio è però diverso rispetto all’Ortis: nel romanzo esso era infatti la manifestazione estrema dell’animo romantico del protagonista e dell’autore, qui invece è un ideale classico di pace e serenità, che finalmente donerà pace a chi è in perenne lotta col mondo: il fratello, presenza muta, è il doppio del poeta. Li accomuna la coscienza di uno stesso destino di affanni e di suicidio realizzato per Giovanni e pensato per Ugo, di ritorno alla morte come porto sicuro all’angoscia del vivere. La preghiera dell’io poetico alle straniere genti di restituire le sue ossa alla madre, già nominata al v. 4, rappresenta il desiderio di unione finale (l’abbraccio) del poeta con il fratello e la madre (simbolo anche della madre-patria).

Dei Sepolcri, vv. 213-225

Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egée, d’antichi fatti
certo udisti suonar l’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retée l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto, né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.

→ la morte è giusta dispensatrice di gloria agli eroi: il passo fa riferimento alla contesa delle armi di Achille che oppone nel campo dei Achei Ulisse ad Aiace. Il mare agitato dagli Dei infuriati e vendicatori dell’oltretomba, tolgono le armi di Achille ad Ulisse e le riportano sulla tomba di Aiace, a cui solo spettavano in quanto eroe più degno dell’esercito acheo;
→ al pessimismo inconsolabile che induce Foscolo-Ortis al suicidio come estrema forma di protesta, succede il pessimismo di Foscolo-Aiace, mitigato dalla certezza che la morte compirà un atto riparatore delle ingiustizie subite in vita.

Hai bisogno di aiuto in Temi di Italiano Svolti?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email