Suicidio, tesina

Tesina di maturità sul suicidio che è un'azione che implica un rapporto profondo seppur conflittuale con la vita.

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  • 24-02-2015
E io lo dico a Skuola.net
Il suicidio è un'azione che implica un rapporto profondo se pur conflittuale con la vita. Riflettere sul significato della morte e quindi affrontarla volontariamente, infatti, è una scelta estrema che è stata interpretata diversamente nei secoli e nei differenti contesti sociali e culturali: il suicidio è stato visto ora come il disperato superamento del terrore per il nulla oltre l’esistenza, pur di liberarsi della vita, ora come il desiderio di una possibile rinascita in un contesto migliore. Secondo quest’ultima lettura, il suicida fa proprio il desiderio di non-esistenza come momento catartico e di riaffermazione del proprio sè: quest’ atto viene ritenuto l’unica via di liberazione; non esisterebbe dunque l'equazione suicidio = desiderio di morte perché il suicida rifiuta di vivere la sua vita, ma desidera viverne una diversa. Se valutiamo il suicidio relativamente all'autodistruzione, uccidersi è senz'ombra di dubbio un gesto disperato e irrazionale: è l’azione di chi non ha ormai più nulla da perdere, se non il proprio corpo, ritenuto ormai ingombrante. Se invece consideriamo il suicidio come riaffermazione del proprio sè, allora ci troviamo davanti al tentativo angoscioso di sopravvivere in modo diverso. Un atteggiamento di comprensione secondo il quale il suicidio è visto come unica via di liberazione, si può trovare nel pensiero stoico ellenistico ereditato a Roma in età imperiale. Il suicidio era ritenuto dagli stoici un atto di coraggio e non di viltà: la saggezza stoica non implica necessariamente il suicidio, ma afferma la libertà dell’individuo che è giudice del proprio “vivere o morire” seguendo la ragione. Non è l’atto esteriore del suicidio a essere celebrato,ma una certa libertà interiore che lo permette e lo impone in determinate circostanze.
Se almeno una parte del pensiero filosofico antico supporta la pratica del suicidio ritenendolo dunque un nobile atto finalizzato ad una nobile causa, quella della libertà dalle costrizioni terrene, con la diffusione del Cristianesimo la valutazione di quest’atto autodistruttivo muta necessariamente: la Chiesa lo considera peccato mortale e non ammette in nessun caso che esso sia giustificato; il suicidio è proibito dall’autorità divina. Per comprendere perché il cristianesimo si opponga al suicidio, bisogna ricordare che la Chiesa persegue l’imitatio Christi per sé e per tutti i suoi membri. Tale tentativo implica una trasformazione radicale dell’atteggiamento umano naturale: per natura l’essere umano ha orrore della sofferenza e cerca la felicità, dunque secondo la dottrina se l’uomo si uccide è quasi sempre per sfuggire alla sofferenza nel tentativo di acquisire un benessere fisico e psichico altrimenti sconosciuto. E su questo si concentra la sfida apparentemente paradossale del Cristianesimo: vivere ed accettare serenamente di soffrire. Se la felicità immanente fosse il senso della vita terrena, l’accettazione del dolore non avrebbe senso. Ma tutto cambia se la vita è a ritenersi una purificazione, se è il cammino verso una meta più grande, e se il suo senso si manifesta proprio nella sofferenza e si realizza attraverso di essa. La felicità cristiana, a differenza di quella stoica immanente, è “altrove”.
Il duro giudizio sul suicidio espresso dalla religione monoteista più diffusa in Occidente e le sue motivazioni non sono stati condivisi molto spesso dagli intellettuali europei moderni, i quali talora hanno elaborato sistemi “filosofici” e comportamentali diversi e alternativi a quello cristiano. Si vedano i giudizi sul suicidio di Leopardi e Schopenhauer, pur nelle posizioni opposte, talora hanno affrontato il tema in modo “divertito” e provocatorio (Rigaut). Leopardi pur giudicando irrazionale il rassegnarsi alla vita e ragionevole il suicidio, inteso come liberazione della sofferenza, tuttavia ritiene che l’uccidersi sia atto inumano, poiché non tiene conto del dolore altrui. Il suicidio è un atto d’egoismo, poiché il suicida cerca solo la propria utilità, disprezzando l’intero genere umano ed agisce come un disertore, che abbandona i compagni impegnati in una lotta impari contro la natura nemica. A differenza di Leopardi, secondo Schopenhauer l’obiettivo per liberarsi dal dolore dell’esistenza è superare la volontà di vivere, ma non attraverso il suicidio, il quale non è una soluzione ma una delle massime manifestazioni della volontà di vivere. Schopenhauer sostiene che proprio perché si ama troppo la vita e non la si vuole vivere in una condizione sgradevole ci si libera con il suicidio. Il tema del suicidio è stato poi affrontato in modo provocatorio da Jacques Rigaut, scrittore per nausea: lascia scritti disordinati, in parte leggendari e in parte ottimi per creare una leggenda. Pubblicati su riviste oppure scarabocchiati su carta d’hotel, ritagli, block notes. Però, all’alba del 5 Novembre 1929, lui che si considerava il principe degli inconcludenti, porta a compimento il progetto a cui pensava da quando aveva cominciato a pensare. Si chiude in camera, riordina le proprie cose, si stende sul letto indossando cravatta e completo impeccabili, si spara una revolverata al cuore. A tenerlo in vita fino alla trentina furono la noia e il disgusto: “ Certo che ho pensato ad ammazzarmi. Ma lo farei con la stessa scarsa convinzione con cui vivo!”.

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