La questione della lingua da Dante al Novecento


300: Dante
Dante individua 14 dialetti italiani e crea il concetto del volgare-modello, che li riunisce in un’unica lingua con quattro attributi:
1. Illustre, che dà lustro e fama a chi lo utilizza;
2. Cardinale, che, come attorno ad un cardine si muove una porta, così i vari dialetti italiani ruotano attorno al nuovo volgare;
3. Regale, se in Italia ci fosse stata in quel periodo una corte, la lingua parlata sarebbe stata il volgare-modello;
4. Curiale, se fossero esistite le curie nel 1300, si sarebbe parlato il volgare anche in ambito istituzionale.
400-500: Castiglione, Trissino, Bembo, Tolomei, Machiavelli
• Castiglione nel Cortegiano (1528) afferma che la lingua perfetta da dover utilizzare è quella parlata dal cortigiano, l’uomo colto e istruito che vive a corte e che non usa arcaismi o termini dialettali.
• Trissino dal 1514 conferma la teoria di Dante del volgare illustre, risultato dell’unione dei vari dialetti italiani. Si basa sul De Vulgari Eloquentia per dimostrare la perfezione del la lingua che prende il meglio da tutti i volgari italiani.
• Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525) propone di creare la nuova lingua unitaria basandosi sul modello storicamente più autorevole. Egli assume il Canzoniere di Petrarca come esempio di scrittura poetica e il Decameron di Boccaccio come modello linguistico di prosa letteraria. Bembo è un analogista, in quanto secondo il suo ideale, la lingua deve ispirarsi a modelli del passato e non deve subire cambiamenti sostanziali.
• Tolomei propose di utilizzare l’antico dialetto fiorentino, in quanto la letteratura sarebbe nata proprio a Firenze e quindi non esisteva il bisogno di apporre cambiamenti ad una lingua già ben strutturata da secoli.
• Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua afferma che Dante, Boccaccio e Petrarca non hanno utilizzato un linguaggio comune ma soltanto una lingua che riconoscevano come propria . Machiavelli è un anomalista e pensa che la lingua usata debba cambiare secondo i bisogni e le innovazioni del popolo.
600
Il 1600 è un periodo di grande crisi. La produzione in italiano è in prosa (opere scientifiche, storiche, politiche che servono a contrastare l’assolutismo temporale papale e il dominio spagnolo). Il lessico subisce svariati mutamenti di significato e riceve numerose aggiunte per soddisfare i bisogni del tempo.
700
I primi anni del 1700 sono caratterizzati da un fervore di opere e di studi importanti. Si guarda alla letteratura classica e alla letteratura straniera. Con l’Illuminismo la ragione viene messa al centro di tutto e si cerca quindi di costruire la società razionalmente. Verso la fine del 700 l’Illuminismo entra in crisi e si va verso il Romanticismo. A seguito di tutti questi cambiamenti e di questo bagaglio culturale cresciuto ulteriormente, scoppia nuovamente la questione della lingua. Il dialetto trova espressione nello scritto e, fatta eccezione per la Toscana, diviene la lingua parlata in tutta la penisola.
800: Manzoni, Foscolo, Leopardi
• Manzoni pensò al problema della lingua quando iniziò a comporre Fermo e Lucia (1812). La situazione della lingua in Italia era critica: da un lato la lingua parlata dal popolo, per la maggior parte analfabeta, e dall’altro la lingua delle composizioni scritte e dei dotti, pulita e lontana dalle esigenze popolari. A suo giudizio le radici della lingua italiana andavano cercate a Firenze, città in cui la lingua è un tutt’uno con il dialetto. Scelse quindi di scrivere l’opera in fiorentino.
• Secondo Foscolo, l’italiano era una “lingua morta”, perché pensava che non si poteva racchiudere una lingua in un vocabolario. Foscolo stimava il fiorentino come volgare illustre per eccellenza ma pensava che il trionfo delle tesi di Bembo avessero impoverito l’uso di take volgare e arbitrariamente impedito l’uso letterario degli altri volgari.
• Per Leopardi la questione della lingua era un mero problema di “stile”. Pensava che non si poteva adottare il fiorentino rinunciando ai termini divenuti importanti e nazionali. Inoltre riteneva che si dovessero valorizzare i miglioramenti che poteva offrire il linguaggio popolare. Per lui, in ogni caso, il primato andava concesso agli scrittori contemporanei più illustri, i quali, anche inferiori a quelli del 1300, erano gli unici che potevano dare un carattere di “modernità” alla lingua.
900
Questo secolo è segnato dalla convivenza della lingua italiana con i dialetti. La Prima Guerra Mondiale dà il suo apporto nel creare uno stato di analfabetismo e di dialettofonismo per più di tre anni. Non vi è distinzione fra lingua nazionale e dialetto, che resiste anche se si passa dall’agricoltura all’industria ed è usato sia nella lingua parlata, che in prosa e anche in opere teatrali.

Oggi i dialetti e la lingua italiana vengono accostati nella vita di tutti i giorni degli italiani.

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