doge99z di doge99z
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Chi può dirsi scevro da qualsiasi pensiero, idea o comportamento che non abbia sentore di razzismo? Chi davvero considera senza remore gruppi sociali differenti dal proprio per cultura, tradizioni e religione come portatori degli stessi diritti, con le medesime aspirazioni e uguale desiderio di riconoscimento e rispetto della propria identità?
Nel corso della storia i popoli hanno ripetutamente avvertito il bisogno di delimitare un “noi” e un “loro” di fronte all’incontro/scontro con realtà sociali differenti. Spesso si è fatto ricorso a luoghi comuni e pregiudizi per ignoranza o per inerzia mentale, o magari (e non è una rarità) perché non si può fare a meno di sentirsi in sintonia col proprio gruppo sociale di appartenenza.
Il germe del razzismo insito nell’essere umano si è manifestato nel corso della storia in forme diverse: nel passato era legato più a motivazioni culturali e religiose che a presunti fattori biologici. I romani consideravano barbare le popolazioni che ai loro occhi avevano una civiltà più arretrata, non conoscevano la scrittura, non possedevano un patrimonio tecnico, artistico e culturale degno di essere paragonato al loro. A partire dal Medioevo si rafforzò la visione del mondo basata sulla differenza religiosa tra cristiani e infedeli (che giustificò le crociate e le tante battaglie combattute per la difesa della Fede contro musulmani, ebrei, pagani) e sulla supremazia della Verità della religione cattolica su qualsiasi altra forma di culto o credenza che valse a sterminare intere popolazioni nel Nuovo Mondo e in Africa, durante i secoli della colonizzazione.

Ma la motivazione biologica che giustificasse la superiorità di una razza sulle altre, alimentando così l’ideologia razzista e in particolare l’antisemitismo, ha radici storiche ben definite: l’Europa dell’Ottocento. Sulla scia degli studi naturalistici settecenteschi e della teoria dell’evoluzione di Darwin, si diffuse in Europa un discorso razzista secondo il quale era lecito pensare all’esistenza di diverse razze umane e ad una gerarchia delle stesse in cui l’uomo bianco europeo occupava il vertice. Il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane di Gobineau sosteneva questa differenza di razze partendo dalle caratteristiche fisiche e somatiche per affermare una presunta disuguaglianza intellettuale e morale. Ciò servì a legittimare l’imperialismo della seconda metà dell’Ottocento e ad alimentare un odio crescente verso gli ebrei che da secoli vivevano in Europa. Epicentro del razzismo antisemita nel XIX secolo fu inizialmente la Russia dove viveva una comunità ebraica di diversi milioni di individui: qui si verificarono a più riprese i “pogrom”, vere e proprie devastazioni operate contro gli ebrei che iniziarono ad emigrare verso occidente. L’avversione nei confronti degli ebrei ha radici antiche nella cultura occidentale in quanto essi erano considerati il popolo deicida, ma si trattava di un pregiudizio religioso, il cosiddetto antigiudaismo. Esso assunse carattere razziale allorché si cominciò a ritenere gli ebrei una razza inferiore per le loro caratteristiche fisiche, psicologiche e culturali. Il fatto poi che svolgessero attività precluse ai cristiani come il prestito di denaro e l’usura li rese un facile bersaglio soprattutto nei momenti di crisi economica e di forti tensioni sociali negli stati occidentali. Di qui la privazione dei diritti civili e le leggi razziali fino al genocidio praticato dai nazisti: l’antisemitismo è cresciuto nel seno della civile Europa senza che nessuno abbia saputo porre un freno od opporsi all’ideologia dominante. Il silenzio e la tacita accettazione di tanti permise al regime tedesco di portare a termine lo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali ed altre minoranze, in nome di quella superiorità della razza ariana che piaceva a molti anche se non era apertamente dichiarata.
Oggi il discorso razzista non è più praticato su base biologiche perché confutato dalla scienza stessa, ma tuttavia permane negli individui la convinzione di appartenere ad un gruppo sociale migliore o superiore ad altri quando questi vengono percepiti come potenziale pericolo per la propria cultura e i propri valori, se non addirittura per la stabilità sociale del Paese.

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