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Verso il presente

Intellettuali e industria culturale

Caratteristica degli anni Cinquanta e Sessanta è la crescente “industrializzazione” della cultura. Superata la difficile fase della ricostruzione postbellica, diviene infatti sempre più capillare e rapida quella diffusione degli strumenti di comunicazione di massa, iniziata fin dagli anni Venti e Trenta con il cinema e con i rotocalchi, e che ha ora come elemento portante la televisione (in Italia, dal 1954). La straordinaria diffusione della televisione ha avuto un peso determinante nell’innalzare il livello culturale della popolazione. Un altro importante elemento di crescita culturale di larghi strati della popolazione è il generale incremento della scolarità.
In questo contesto si accentuò il processo di fusione tra comunicazione e intrattenimento, indispensabile all’uniformazione dei consumi, anche dei prodotti culturali.
Dagli anni Settanta in avanti, questo processo è stato poi enormemente velocizzato dalla rivoluzione informatica, che è alla base della cosiddetta terza rivoluzione industriale e che ha impresso una potente accelerazione alla globalizzazione dello stesso mercato culturale.

La diffusione delle reti di comunicazione telematica, infatti, se da un lato permette di annullare le distanze tra le varie parti del nostro pianeta e di mettere sempre più in contatto tra loro territori e popoli diversi (villaggio globale) dall’altro crea nuove e allettanti occasioni di investimento per i grandi capitali, sempre più interessati al campo dell’informazione, dell’intrattenimento e della cultura, nell’ambito sia della produzione sia della distribuzione.
Questi processi hanno ovviamente influito sulla condizione e sul ruolo degli intellettuali. Con l’incremento della scolarità aumenta il loro numero e parallelamente diminuisce il loro prestigio, soprattutto in una società dove sempre maggiore è il potere della tecnologia; con gli anni settanta, iniziano così ad evidenziarsi fenomeni fino ad allora sconosciuti di dequalificazione e di disoccupazione intellettuale.

La cultura italiana

Anche l’Italia conosce nella seconda metà degli anni Cinquanta quei rapidi e radicali mutamenti che divengono la cifra caratteristica dell’intera società occidentale.
Anche in Italia quindi gli intellettuali sono investiti dalle nuove problematiche connesse a quei mutamenti. Alla scoperta della nuova realtà neocapitalista, si unisce nel nostro paese una crisi politica che crea una frattura, facendo crollare i punti di riferimento e la fiducia che avevano dato vita all’entusiasmo neorealistico, e gli scrittori italiani si trovano di fronte a un bivio.
Alcuni, producono opere in fondo adatte alle richieste del mercato editoriale che si è fatto determinante e che richiede testi di buon livello ma facilmente fruibili dal pubblico. Altri, invece, non volendo rinunciare al proprio ruolo, propongono scritti di denuncia.

Testimoni di questo dibattito sono numerose riviste che nascono in Italia. Ricordiamo le più significative come: Officina, Rendiconti, il Verri e il Menabò che merita un’attenzione particolare.
Essa viene fondata nel 1959 e nasce come una rivista di consuntivo e di ricerca, si propone di fare il punto sulla panoramica letteraria degli anni Sessanta, cercando di distinguere il filone della produzione di consumo da quello impegnato nella denuncia e nella ricerca di nuovi strumenti espressivi. I temi trattati sui dieci numeri pubblicati riguardano appunto la nuova realtà socio-culturale, come l’analisi del rapporto lingua-dialetto e il tema letteratura e industria.
Per quello che concerne l’analisi lingua-dialetto si può affermare che hanno avuto grande importanza le migrazioni di inizio secolo. Aumentano i parlanti italiano ma, nel contempo, si assiste alla modificazione dei dialetti a opera di quei bilingui che tendono a inserire espressioni italiane nella parlata dialettale diffondendo capillarmente la lingua comune.
Il tema letteratura e industria, invece, affronta la situazione che si viene a creare con la diffusione del cinema e della televisione, che contribuiscono a formare la lingua. Anche l’innalzamento dell’obbligo scolastico ha avuto rilevanti effetti soprattutto dagli anni Sessanta quando è stata inserita nei programmi delle scuole medie anche una particolare attenzione alla dizione.
Estremamente importante è inoltre negli ultimi decenni l’ingresso nella lingua comune di una ricca terminologia tecnologica dovuto al progresso.
Un discorso analogo si può fare per i settori politico, economico e burocratico che, tramite il supporto giornalistico, hanno notevolmente influenzato la realtà linguistica del paese.
Sul piano dei costrutti le ultime tendenze letterarie e lo stile giornalistico spingono verso il periodo breve, l’uso di coordinate. Si diffonde inoltre l’uso della frase nominale.
Riguardo al lessico, in questi ultimi decenni si è assistito a un notevolissimo potenziamento provocato dal gigantesco progresso tecnico e scientifico; la conseguente organizzazione industriale, la rapidità dei rapporti internazionali, l’interesse per i problemi politici e sociali e l’apertura della cultura letteraria e dei mass media agli apporti linguistici provenienti da dialetti o gerghi. Infine sono innumerevoli i neologismi che seguono l’invenzione e la diffusione dei nuovi ritrovati della tecnica. Basta pensare al linguaggio connesso all’uso del computer come le chat-line, le e-mail o ancora i diffusissimi messaggi scritti nel telefono cellulare, ovvero gli sms, che rappresentano frammenti di testo per i quali si coniano vere e proprie espressioni concise.

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