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I diversi volti della solitudine nell'arte e nella letteratura


Due facce della stessa medaglia


Il tema della solitudine ha caratterizzato l’ambito letterario e artistico per molti secoli soprattutto a partire dagli inizi del Medioevo, trovando la sua massima espressione nell’Ottocento, il secolo del Romanticismo, con opere iconiche come il “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich.
Il dipinto rappresenta l’immensità della natura, a volte schiacciante, contemplata, ammirata e compresa in solitudine. Per numerosi artisti, infatti, la solitudine è sempre stata una sorta di condizione necessaria per poter creare le proprie opere, un rifugio in cui rintanarsi per isolarsi dal mondo esterno, che spesso non riesce a comprendere i tormenti di un animo creativo. Frequentemente, di fatto, pittori, scrittori e poeti non trovano altro conforto se non l’isolamento, dove possono rimanere soli con i loro pensieri e le loro emozioni, poiché nessun altro riesce a capirli.
Francesco Petrarca, nella “Vita solitaria”, elogia questa condizione di solitudine perché essa “si basa su di un ozio sereno”, poiché puoi “vivere come vuoi, andare dove vuoi, stare dove vuoi”, senza nessuno che possa porre freni alla persona e, come dice dopo, alla sua incompresa creatività, in quanto l’isolamento porta l’artista a “spinger l’animo tra le cose celesti innalzandolo sopra di sé”, e quindi a mettere a nudo l’io artistico per permettergli di elevarsi a creare la poesia, l’arte, la letteratura, una condizione che naturalmente “chi non l’ha gustato non l’intende”.
Anche Alda Merini nei “Piccoli Canti” descrive la solitudine come una catena alla caviglia, poiché per quanto tu possa allontanarti, tornerai sempre da lei, perché “i sentimenti cedono, tu resti”. Tra le numerose sue accezioni, quindi, la solitudine può recare conforto agli animi creativi che non trovano sollievo tra le restrizioni della società o tra i sentimenti instabili come l’amore, ma che si sentono in pace ad ascoltare i propri pensieri, il caos di emozioni che trovano un ordine quando vengono messi su tela o su carta.
Ma essa ha due facce, come una medaglia o una moneta, ha una parte “buona” e una “cattiva”, così logorante da portare spesso all’autodistruzione. Questo lato demolitore ha una triste continuità nella storia che si può vedere sia negli artisti moderni che in quelli del passato. Edvard Munch, per esempio, nella “Sera sul viale Karl Jordan”, ritrae presumibilmente se stesso affianco a numerosi passanti, che vanno tutti in una direzione, contraria alla sua, e lui, alienato, cammina solo. La sua esperienza angosciante di solitudine è trascritta nel suo diario personale in cui sottolinea che “tutti i passanti lo guardavano in modo così strano e singolare e lui sentiva che lo guardavano così”, un’anima solitaria, che si sente diverso, in mezzo a tante persone dirette verso le loro vite, ignare del vuoto dei suoi pensieri e del suo cuore.
E lo stesso capita anche agli artisti dei giorni nostri, geni incompresi che trovano conforto in espressioni radicalizzate dell’emarginazione come abuso di droghe, alcool e, infine, morte, come Kurt Cobain, il cantante dei Nirvana; egli, preoccupato che la sua musica venisse strumentalizzata o mal interpretata, finì per spararsi.
Questa condizione di solitudine, quindi, è stata definita dagli artisti stessi sia come compagna che come nemica, indispensabile ma allo stesso tempo distruttiva. Ed essendo, appunto, una sorta di medaglia dalla doppia faccia, è un’amica pericolosa con cui convivere, poiché non tutti sono abbastanza forti per poter reggere sia il lato luminoso, che quello oscuro di questa incredibile moneta.
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