Gaiaa97 di Gaiaa97
Ominide 350 punti

Gli storici sono stati sollecitati ripetutamente negli ultimi decenni a porre in discussione quel che sembrava ovvio, chiedendosi: si può davvero parlare di un fenomeno rivoluzionario? Esistono due diverse scuole di pensiero su quest'ultimo interrogativo: i continuisti, che collocano il fenomeno in un secolo di trasformazioni economiche e sociali e tendono perciò a non enfatizzarlo e i discontinuisti, che invece ne esaltano il carattere di rottura storica radicale.
La prima tesi ha ricavato argomentazioni dagli studi sulla cosiddetta "protoindustrializzazione", concetto proposto nel 1972 da Mendels: chiamata anche domestic system o industria a domicilio, consisteva nel possedere attività manufatturiere sviluppatesi nel corso dell'età moderna. Il sistema interessava prevalentemente il settore tessile: prevedeva un mercanteimprenditore che acquistava materie prime, le affidava in lavorazione a famiglie contadine per poi ritirare e vendere il prodotto finito. Rispondeva sia alle necessità dei contadini, che potevano così integrare i redditi, sia alla convenienza dell'imprenditore, che sfruttava manodopera a basso costo.

In Inghilterra, nella seconda metà del Settecento, però, la protoindustria andò in crisi: la dispersione territoriale, la manodopera non specializzata, gli alti costi di trasporto e la difficoltà di controllo sulla forza-lavoro portarono ad un difficile aumento di produzione nella misura richiesta da un mercato ed una popolazione in crescita. Questo portò gli imprenditori a rischiare ed affrontare i rischi di investimento legati all'affitto o all'acquisto di fabbriche, favorendo in questo modo l'industrializzazione.
Di conseguenza, la tesi continuista appoggia l'idea che il fenomeno non fu frutto di una trasformazione stoica radicale, bensì di un processo di lenta industrializzazione cominciata con il Domestic System fino ad arrivare allo sviluppo del settore tessile con la navetta volante, il filatoio meccanico ed idraulico ed il telaio meccanico, in campo siderurgico ed estrattivo con l'introduzione del carbon fossile per la produzione di ghisa ed infine con la nascita delle linee ferroviarie dovute all'invenzione della macchina a vapore, usata precedentemente solo per l'estrazione di coke.
Questa primo punto di vista, in realtà, non viene condiviso dalla grande maggioranza degli storici contemporanei: quella di "rivoluzione" potrà anche essere una metafora utilizzata per sintetizzare fenomeni complessi, ma è sicuramente ben fondata su una realtà indiscutibile con mutazioni economiche, tecnologiche, sociali e culturali irreversibili ed ancora oggi visibili nella vita di tutti i giorni. Questa tesi viene sostenuta in particolare dallo storico italiano Luciano Cafagna ne "La rivoluzione industriale" del 1998, il quale sostiene che la metafora alluda ad una straordinaria trasformazione della vita dell'uomo: << La verità è che il linguaggio è creativo. E la "rivoluzione industriale", non a caso, ha proprio contribuito ad affermare un particolare significato storico del termine "rivoluzione" come passaggio complessivo, ancorchè graduale, da uno stato ad un altro assai diverso, piuttosto che come mero atto (magari provvisorio) di rottura >>.
Secondo lo storico discontinuista Bairoch, la trasformazione è all'origine della società contemporanea non solo per le modifiche applicate nel modo di produrre e vivere in Occidente, ma anche per i suoi effetti a livello mondiale; afferma ne "Sviluppo/sottosviluppo" del 1981 che:<<[...]una rivoluzione che impiega dai sessanta agli ottant'anni per modificare realmente un regime non merita in politica questa definizione[...]la rivoluzione industriale è la più importante delle rotture della storia dell'umanità >>. Secondo lo studioso, è con la rivoluzione industriale che si forma la realtà del "sottosviluppo": l'industrializzazione non avvenne ovunque negli stessi tempi; secondo la cronologia, ebbe luogo prima in Belgio e Francia, poi Germania ed infine Russia ed Italia, estendendosi a cerchi concentrici dal centro verso la periferia d'Europa. Vi furono anche regioni che si deindustrializzarono, cioè che videro decadere la loro produzione manufatturiera tradizionale senza svilupparne una moderna (Catalogna ed Italia meridionale) ed aumentando il gap tecnologico.
Tuttavia, le ricerche dei continuisti hanno contribuito a stimolare un'analisi sempre più dettagliata del fenomeno; è stata abbandonata l'idea di una società preindustriale statica, destinata a venire sconvolta dalla rivoluzione industriale. Oggi la questione delle "cause" viene affrontata cercando di capire esclusivamente i processi di tipo economico, tecnologico, politico e culturale maturati durante il domestic system. Lo storico David Landes nel "Prometeo liberato" del 1993 sottolinea l'importanza che ebbe il particolare contesto sociale inglese, più moderno e meno rigido degli altri, nel favorire uno sviluppo industriale; in particolare si sofferma sull'importante ruolo coperto dalla nobiltà: << L'Inghilterra non aveva una nobiltà nel senso degli altri Paesi europei. Aveva una peerage, dei Pari, una classe composta di un piccolo numero di persone titolate, la cui prerogativa essenziale e pressoché unica era di sedere nella Camera dei Lord[...]Gli stessi pari avevano privilegi molto modesti: per esempio di essere giudicati da nobili loro eguali nei processi penali, o di avere accesso diretto al sovrano. Non godevano di immunità fiscale >>. Un altro aspetto fondamentale di questa classe sociale è sicuramente che avevano una mentalità più aperta, erano più propensi ad arrischiarsi nell'investire sulle nuove tecnologie e si preoccupavano di portare avanti le loro produzioni, partecipando attivamente per esempio ai lavori nei campi:<<[...] recintavano la terra, concentravano i loro possedimenti, introducevano, o trovavano fittavoli che introducessero rotazioni di colture e tecniche di coltivazione migliori, contribuivano a diffondere le nuove idee nel paese >>.
Altri storici, come Joel Mokyr, sottolineano la programmatica durezza con cui il potere politico stroncò ogni tentativo di resistenza all'innovazione: venne fatta resistenza contro le nuove macchine, gruppi si rivolgevano al
Parlamento richiedendo di applicare i vecchi regolamenti o introdurre leggi nuove che ostacolassero l'avanzata della tecnologia; la resistenza al progresso fallì in larga parte perché il governo britannico scelse di reprimere con la forza i disordini, deportandone i leader e garantendo alle nuove macchine la protezione necessaria.
Per concludere, la mia opinione coincide con quella dei discontinuisti ed in particolare con l'idea di Baiorch, il quale sostiene che la rivoluzione industriale sia stata una delle più importanti rotture nella storia dell'umanità, << tuttavia una simile rottura non è stata possibile se non grazie alle conquiste già realizzate precedentemente e non solo dalle civiltà europee ma anche da quelle del resto del mondo >>.
Hai bisogno di aiuto in Saggi brevi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email