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Saggio breve sulla Rivoluzione francese


Le discussioni e le diverse interpretazioni della rivoluzione francese hanno inizio ancora prima della conclusione della stessa e sono tuttora in corso.
Le prime posizioni presero parte all'inizio dell'Ottocento, ancora "caldi" di rivoluzione: i critici severi degli avvenimenti francesi, come l'inglese Burke, vi scorgevano esclusivamente l'esempio di ciò che ogni rivoluzione conduce nello sconvolgere e mutare profondamente l'ordine e la tradizione, prendendo perciò le distanze dall'avvenimento; i liberali, come Madame de Staёl e Constant, sostenevano attivamente l'abbattimento dell'assolutismo, disapprovando però gli eccessi democratici e le eccessive violenze del periodo del Terrore; posizione ulteriormente contrapposta rispetto alle prime due fu quella dei giacobini e dei primi socialisti ottocenteschi, i quali vedevano proprio nella repubblica giacobina il momento più importante di una rivoluzione democratica cui tutti avrebbero dovuto guardare come ad un esempio per la costruzione di una società più corretta.
Qualche decennio dopo agli studiosi liberali di professione, che consideravano la rivoluzione un'affermazione dei diritti di libertà ad opera della borghesia, si contrapponeva l'interpretazione del repubblicano Michelet, il quale mise al centro degli eventi rivoluzionari il popolo, visto in positivo come una grande forza storica che recava su di sé gli ideali di ingiustizia, libertà e riscatto dalla schiavitù della fame. Storico influenzato dal pensiero romantico, Michelet rivalutava profondamente il genio individuale e l'unità nazionale.
Vent'anni più tardi, lo storico conservatore Taine, ne rovesciava completamente l'impostazione: considerava la rivoluzione francese un periodo di anarchia e violenza, unione della diffusione degli ideali illuministici astratti e la follia collettiva ed irrazionale di masse sollecitate ed indirizzate da minoranze senza scrupoli.
A questo pensiero si oppose il socialista Jaurès, consigliando una lettura della rivoluzione "dal basso", mirata all'osservazione della posizione di protagonismo del popolo, il cui intervento aveva consentito la vittoria di una rivoluzione guidata dal ceto borghese. L'appoggiare e sostenere l'idea che la borghesia avesse contribuito in prima persona all'abbattimento dell'Antico Regime, rappresentò lo schema di base di una tradizione storiografica che dominò nella prima metà del Novecento, di orientamento prevalentemente marxista. Il sostenitore principale fu Soboul, il quale credeva che la rivoluzione fosse il frutto dell'alleanza fra la borghesia, desiderosa di conquistare e sviluppare il potere politico ed economico ed i contadini, stanchi di vivere nella miseria; riteneva inoltre la dittatura giacobina una necessità in un momento di grave crisi, cui va riconosciuto il merito di aver salvato la rivoluzione.
Nella seconda metà del Novecento, l'interpretazione marxista venne messa completamente in discussione dalla storiografia revisionista, in particolare dal principale esponente Cobban, uno storico liberale britannico. Basava la sua opinione sul ridimensionare la portata innovativa della rivoluzione francese, sostenendo che non esistevano né una feudalità da abbattere, né una borghesia capitalistica rivoluzionaria in contrapposizione con l'aristocrazia: fu un evento promosso e guidato da una classe dirigente di Antico regime interessata ad affermare su basi più solide il proprio potere. Ne "Il mito della rivoluzione francese" del 1954 Cobban puntualizza che non voleva suggerire che << la rivoluzione di per sé sia mitica e che nulla di significativo sia accaduto in Francia a quell'epoca >>, semplicemente negava il carattere rivoluzionario e l'esistenza di una reale discontinuità nella storia francese e la presenza di << una classe di funzionari e di uomini delle professioni >> che aveva deposto i favoriti di una corte ormai logora e che si era spostata dai posti minori a quelli maggiori del governo.
Queste tesi diedero vita ad una polemica accesa da parte di Soboul che, con "La rivoluzione francese" del 1962, ricostruì il passaggio rivoluzionario della Francia dal feudalesimo al capitalismo, difendendone il carattere borghese ed antifeudale. Pertanto, in contrapposizione con la tesi revisionista, scrisse: << ..gli iniziatori di un movimento sociale non ne sono necessariamente i beneficiari: non si può argomentare a partire dalla constatazione che molti capi della rivoluzione borghese non furono dei borghesi. >> e concluse : << Per quanto si riferisce alla rivoluzione francese, il fatto essenziale è che l'antico sistema di produzione fu distrutto e che la rivoluzione stabilì senza alcuna restrizione la libertà d'impresa e di profitto, aprendo così la via al capitalismo >>.
Le tesi "revisioniste" trovarono alimento negli studi di Furet e Richet: insieme firmarono nel 1965 un'opera chiamata "La rivoluzione francese", la quale presentava la rivoluzione stessa come risultato del lavoro di un élite riformatrice, trasversale ai tre ordini e profondamente impregnata di spirito illuministico ed intellettualmente più avanzata. Secondo il loro pensiero, il periodo giacobino costituì non un momento di massima democrazia ma una sorta di dérapage della rivoluzione dal suo corso naturale, dovuto all'incapacità del sovrano di terminare prima la rivoluzione ed accettare i principi di uguaglianza voluti dal popolo; << Dal 10 agosto 1792 la Rivoluzione è stata trascinata, dalla guerra e dalla pressione della folla parigina, fuori della via maestra tracciata dall'intelligenza e dalla ricchezza del XVIII secolo. E' affiorata in superficie una passione egualitaria che, al di là della povertà delle formule elaborate, rivela il potere dirompente delle umiliazioni secolari ed i colori di cui si animano le visioni popolari >>.
L'interpretazione attuale sulla rivoluzione francese si basa sull'indagarne le molte dimensioni e sfaccettature rispetto a contrapporre modelli storiografici. Siamo nel periodo del pensiero debole, nel quale gli storici si astengono dal prendere una posizione, preferendo analizzare la dimensione simbolica del lessico, delle feste e delle mentalità rivoluzionarie; un testo che approfondisce questi aspetti è "la mentalità rivoluzionaria" di Vovelle, il quale afferma che un elemento importante è dato sicuramente dal senso di comunità, << unita da una solidarietà rinforzata dalla lotta ma che raccoglie l'eredità di un lungo passato, cristallizzandosi intorno alla chiesa, al campanile, al buon prete e alla difesa contro le prevaricazioni del nuovo Stato rivoluzionario >>.
Un'altra studiosa attuale è sicuramente Anna Maria Rao, che analizza invece il significato della rivoluzione nella costruzione del mondo contemporaneo: << ..emersero il linguaggio e le pratiche che avrebbero connotato la lotta politica moderna: destra e sinistra, rappresentanza nazionale e partiti, democrazia rappresentativa e referendaria, diritto di voto e modalità elettorali, rapporti tra potere civile e militare e pratica del colpo di Stato, divisione dei poteri e garanzie costituzionali. Emersero, infine, rivendicazioni di libertà, eguaglianza, fratellanza che sarebbero rimaste come principi ispiratori della lotta per la democrazia nei tempi a venire. In questo senso storici come Albert Soboul e Daniel Roche hanno potuto dire che la Rivoluzione francese non è mai terminata. >>
La discussione sulla Rivoluzione è durata cosi a lungo ed ha avuto posizioni duramente contrapposte per il semplice motivo che si tratta di "un dibattito intorno alla nostra madre"; gli storici hanno sempre guardato a questo evento con gli occhi rivolti al presente, concependo che le radici della nostra contemporaneità vanno ricercate e derivano dalla Rivoluzione francese, un avvenimento che ha permesso la modificazione di molti ideali fino ad allora considerati corretti e che ha toccato tutti i Paesi in maniera più o meno profonda.
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