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Titolo: Il Consumismo, una risorsa e un male inevitabile

Consegna: Rivista Focus

Il consumismo è un fenomeno che contraddistingue tutti i paesi maggiormente sviluppati e industrializzati. Esso consiste nel desiderio di accaparrarsi sempre nuovi beni e prodotti di consumo, in ciò invogliati all’acquisto da martellanti campagne pubblicitarie, presenti sempre di più su tutti i canali d’informazioni, che tendono a farci apparire come reali e indispensabili dei bisogni per lo più fittizi, al solo scopo di incrementare continuamente la produzione industriale. Questa corsa sfrenata e indiscriminata agli acquisti non è però esente da rischi ed effetti negativi. Il prezzo da pagare per quest’agiatezza rimane poi il degrado e l’inquinamento sempre maggiore dell’ambiente in cui viviamo. Anche l’uomo finisce per rimanerne contagiato non comprendendo che, il progresso non può essere dato unicamente dallo sviluppo della tecnologia e dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, ma deve essere volto piuttosto a una crescita più equa ed ecosostenibile.
In Italia le basi del consumismo di massa si hanno, dopo la fine della seconda guerra mondiale, con l’avvento del boom economico che caratterizzò gli anni che vanno dal 1959 al 1963. Fino allora l’agricoltura era predominante, i valori riconosciuti erano quelli di consumare unicamente i prodotti che si riuscivano a produrre in proprio; vi era un grande spirito di sacrificio per ricostruire tutto ciò che era andato distrutto con la guerra. Le famiglie erano perlopiù monoreddito e vi era grande propensione al risparmio. Dopo la fine della guerra, in Italia come nel resto dell’Europa, seguì un periodo di grande trasformazione sia nel campo sociale sia in quello economico e culturale. La grande disponibilità di mano d’opera a basso costo favorì il grande sviluppo delle industrie, soprattutto meccaniche e siderurgiche, facilitate anche dalla migrazione di lavoratori dal sud sottosviluppato al nord dove erano ubicate le fabbriche. I risultati di queste trasformazioni crearono un vero e proprio miracolo economico; s’incominciò ad avvertire un diffuso benessere. I simboli di questo boom economico furono le prime automobili di piccola cilindrata e in genere gli elettrodomestici, così come lo sviluppo del turismo di massa. Questo fenomeno diventa anche un nuovo modello di vita, un mezzo per socializzare, tutti comprano gli stessi prodotti, i cui modelli sono pubblicizzati dalla televisione. Carosello diventa un cult, un vero e proprio fatto di costume. Il consumismo consisteva nel possesso di questi prodotti e nella loro ostentazione per non sentirsi esclusi ed emarginati.
Con l’avvento della crisi economica-finanziaria, iniziata nel 2008 e i cui effetti si percepiscono ancora adesso, si sono modificate drasticamente le abitudini al consumo. Parecchi acquisti sono stati sostituiti con diversi stili di vita. Si riducono i consumi alimentari con particolare riferimento ai generi voluttuari e a quelli facilmente sostituibili con il casalingo: si mangiano meno carne, pesce, frutta e verdura. Un italiano su due oggi compra solo beni essenziali, insostituibili, è attento alle promozioni e offerte riscoprendo, in non pochi casi, i vantaggi della cucina casalinga e dell’orticello sotto casa. Se da un lato quest’atteggiamento comporta un certo virtuosismo, evitando gli sprechi e il ricorso massiccio ai cibi industriali, dall’altro presenta non pochi aspetti negativi per i singoli cittadini consumatori e per le imprese produttrici. C’è frequente ricorso ai servizi che permettono la compartecipazione e lo scambio dei beni, ad esempio passaggi in auto, scambio di appartamenti per le vacanze, la crescita di Uber stesso che permette il noleggio di auto con conducenti. Non compro: condivido, scambio, baratto. Tramontata la società dei consumi di massa ad ogni costo, nasce la sharing economy; l’economia della condivisione, dello scambio; si ritorna alla forma del baratto. Si acquista solo l’indispensabile. In conclusione, sulla base delle gravi ripercussioni causate dalla recentissima crisi economica, non è sbagliato ipotizzare una futura società che riesca a superare il concetto del consumismo di massa; una società in cui tutti sono più dediti all’autoproduzione, all’associazionismo spontaneo in modo da creare meccanismi di risparmio, relazioni di scambio per far in modo di non essere più completamente schiavi dei mercati e delle loro logiche di profitto. Come teorizzato dall’economista Serge Latouche con il suo movimento “decrescita felice”, potremmo assistere a un incremento della qualità della nostra vita materiale diminuendo contemporaneamente il PIL. Come afferma la scrittrice inglese Sophie Kinsella nel suo romanzo “I love shopping”, si potrebbe pensare a un nuovo stile di vita e di cultura, completamente diverso dai precedenti. Sostituire gli acquisti compulsivi e sconsiderati, che determinano un grande spreco di denaro e di risorse, con una visione di vita, probabilmente utopista allo stato attuale, semplice, ordinata, essenziale, parsimoniosa, nella quale spendere poco o nulla. Tutti, in parte inconsapevolmente, ci siamo ridotti a essere vittime del materialismo capitalista. Liberarsi da questa tagliola richiede certamente uno sforzo incredibile e una volontà ferrea propria di un elefante.
Al contrario di quanto scritto in precedenza, qualcuno potrebbe obiettare che il modello di vita zen, se applicato su larghissima scala, porterebbe a un notevole calo degli acquisti con conseguente arretramento dei livelli produttivi, crescente disoccupazione, scarsità di risorse monetarie. Tutto questo avrebbe come ripercussione una società frustrata, composta di giovani disoccupati, esodati, pieni di rabbia e di livore, sempre meno tutelati. Vale la pena di arrivare a questo punto? Il progresso della civiltà umana può arretrare o arrestarsi?
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