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Professionisti della pietra

Tra i primi strumenti usati dai nostri progenitori per la difesa e l’offesa figura la pietra. Con i ciottoli che la natura gli metteva a disposizione, l’uomo inizialmente colpiva le prede e le triturava. Probabilmente per caso, dal distacco di una scheggia dal ciottolo,, egli si rese conto di aver ottenuto uno strumento assai più tagliente ed efficace: fu così che iniziò la scheggiatura intenzionale della pietra. Già l’Homo habilis aveva imparato a realizzare il cosiddetto “chopper”, ossia un ciottolo scheggiato sommariamente su un solo lato che veniva impiegato soprattutto per la caccia e per la macellazione delle carni. Il passaggio dallo strumento che l’uomo trova in natura a quello artificiale fu decisivo. L’intenzionalità dell’atto presuppone infatti un notevole sviluppo intellettivo: l’uomo deve pensare al manufatto finito, dosare la propria forza, scegliere il punto su cui esercitarla, in una parola, deve saper progettare.
Nel corso del Paleolitico la scheggiatura fu perfezionata: all’Homo erectus si deve, molto probabilmente, la realizzazione dell’amigdala, un utensile di pietra scheggiata su due facce, e dunque appuntito. La tecnica di lavorazione si era fatta più complessa ed essa fu affidata alla trasmissione culturale, perché si conservasse nelle generazioni future. Con il passare del tempo da un medesimo nucleo di pietra si impararono a ricavare innumerevoli schegge di pietra, più leggere e sottili, che, a seconda della forma, erano destinate a usi differenti. Alcune di esse, applicate ad aste di legno, costituirono le prime punte di freccia. Alla fine del Paleolitico risale il bulino, una specie di scalpello capace, grazie alla sua resistenza, di incidere anche le ossa ricavandone aghi, usati per curare tra loro le pelli degli animali. Il bulino, dunque, oltre a essere uno strumento di lavoro, rese possibile, a sua volta, la realizzazione di altri strumenti di lavoro.
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