Mongo95 di Mongo95
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A partire dal Settecento, lo Stato spagnolo può essere definito nei modi più vari. Assoluto, dispotico, illuminista anche. Sicuramente tende all’accentramento, opponendosi ad ogni potere sovrastatale (come la Chiesa), ricominciando a riprendersi quei pezzi di sovranità che si era alienato, rinnegando libertà, privilegi e particolarismi di ogni tipo. Per rafforzare la sua sovranità, il potere centrale vuole eliminare le identità intermedie, come i ceti, le autonomie territoriali. Lo Stato spagnolo procede con una logica totale, attirando a sé il potere politico e esercitandolo in forma incondizionata, proiettandolo in modo uniforme e centralizzato su tutto il territorio. Il passo finale è la riduzione della società ad una polverizzazione di individui, in cui si incontra meno resistenza rispetto che in corpi organizzati. Tale processo, agli inizi dell’Ottocento, si accompagna alla modernizzazione in stato liberale, attraverso la razionalizzazione degli strumenti di potere e nell’organizzazione del territorio. Modernizzazione resa possibile perché messa in atto da un sovrano assoluto. In Spagna si assiste quindi al passaggio dallo Stato assoluto a quello liberale, due tipi di stato che partono da presupposti molto diversi di organizzazione del potere politico: sovranità della nazione con divisione dei poteri e diritti dei cittadini e principio di legalità nello stato liberale. Però entrambi hanno la necessità di trattare con individui uguali e dominabili, non corpi sociali che ostacolano l’esercizio della sovranità. La concezione liberare pone tipicamente attenzione all’individuo, con al vertice lo Stato che riesce a mantenersi nella sua forza proprio poggiando sulla scomposizione e atomizzazione della società. Come anche fa lo Stato assoluto.

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