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Rivoluzione industriale

industriale: tipo di sistema produttivo di società con caratteristiche ben determinate e molto diverse da quelle dell’economia preindustriale
capacità del prodotto interno di crescere in maniera stabile e duratura più in fretta della popolazione, con un aumento effettivo del prodotto medio pro capite
distinzione delle attività economiche nei tre settori: primario (sfruttamento diretto del suolo e delle acque), secondario (industria e trasformazione delle materie prime) e terziario (servizi)
L’industrializzazione implica che il settore secondario cresca più rapidamente dell’economia complessiva, divenendone una quota percentuale più rilevante.
maggiore produttività del lavoro consentita dalla meccanizzazione dei processi di produzione
accesso a risorse (materie prime e fonti di energia) disponibili in quantità maggiore e a costi più bassi di quelle tradizionali (fibre di cotone) e anche la produzione mineraria è stata soggetta a processi industriali

1760-80: inizio della rivoluzione industriale
precondizioni:
uso del carbon fossile in diversi processi produttivi
mutamento radicale delle strutture produttive, con implicazioni che riguardano l’intera società, avvenuto in tempo breve e irreversibile
1783-1802: decollo dell’economia industriale inglese

L’agricoltura europea impiegava la rotazione triennale che lasciava ogni anno il maggese con lo scopo di restituire fertilità ai terreni e di solito si praticava nei villaggi “a campi aperti” (openfield). Esso procurava ai contadini una quantità supplementare di foraggi per il bestiame, ma non bastava, per questo alcune terre comune dovevano essere lasciate incolte per il pascolo.
Questa trasformazione portò alla rivoluzione agricola:
scomparsa dei pascoli naturali
introduzione della coltivazione continua al posto dei maggesi periodici
affermazione dell’agricoltura capitalistica contro l’openfield e l’agricoltura collettiva
I prati artificiali seminati con piante foraggere le cui radici rilasciavano nel terreno scorte d’azoto sostituirono i pascoli su maggesi e terre incolte e al posto dell’alternanza fra semina e incolto periodico ci furono cicli pluriennali di colture che miglioravano la fertilità del suolo. La scomparsa dei maggesi determinò un aumento della superficie coltivabile e l’abbondanza dei foraggi che le maggiori aziende potevano ricavare dai prati artificiali rese arcaico il sistema agricolo delle terre comuni. In questo modo cessò la concorrenza fra allevamento e cerialicoltura.

fine del XVII: l’agricoltura è vista come un settore degno di consistenti investimenti e fonte di profitti. L’importanza del rapporto fra i beni agricoli e mercato era legata all’aumento della produzione di grano o di carne da destinare alla vendita.
Si può dire che la rivoluzione agricola inglese si può considerare il passaggio tra la gestione familiare di piccoli fondi contadini alla gestione capitalistica di aziende agrarie di grandi dimensioni.
XVII: l’openfield si indebolisce a causa delle enclosure e questo movimento delle recinzioni entrò in una nuova fase:
accorpando le singole proprietà in proprietà più vaste
sottraendo le proprietà ai villaggi comuni
rivoluzione sociale nelle campagne: viene distrutta la base dell’economia di villaggio e familiare e si fu costretti ad affrontare la proletarizzazione
il parlamento, sotto le pressioni dei grandi proprietari terrieri che costituivano la gran parte della camera, emana degli interventi legislativi
Nel Settecento la tendenza all’aumento dei prezzi dei cereali e dei prodotti dell’allevamento e l’espansione dell’agricoltura intensiva generarono una domanda crescente di forza lavoro.
Le due rivoluzioni si influenzano reciprocamente con progressi agronomici, soprattutto nell’aratura e nella semina. In Inghilterra si introdussero due tipi di macchine agricole prodotte dall’industria e mosse da cavalli per la semina e per la trebbiatura.
L’affermazione dell’agricoltura capitalistica comportò la formazione di contadini poveri e molti di loro emigrarono verso i centri urbani.
Nei primi decenni dell’Ottocento nelle campagne ci furono delle agitazioni a causa dell’introduzione delle macchine agricole che minacciavano la riduzione dell’occupazione e nacquero delle lotte nelle classi sociali.
L’industria tessile nacque grazie all’invenzione della spoletta volante, che velocizzava i lavori di tessitura, che aumentava la domanda di filato, che però era limitata per la lana, perché la meccanizzazione dà un prodotto di scarsa qualità. la spoletta era utile per il settore cotoniero e portò all’invenzione delle filatrici automatiche, facilitate dall’applicazione dell’energia idraulica e del vapore e in questo modo si ottenne l’industrializzazione della manifattura del cotone.
Gli inventori inglesi erano in grande maggioranza privi di cultura scientifica universitaria e le esigenze della rivoluzione industriale non garantivano di per sé il moltiplicarsi degli inventori e delle invenzioni. La capacità inventiva è stata così riconsiderata come un fattore autonomo e si è data la giusta importanza ai legami indiretti che si stabilirono fra tecnologia e scienza attraverso le società locali e le opere di divulgazione delle conoscenze scientifiche. Raramente gli inventori di macchine industriali dimostrarono una vocazione per l’attività imprenditoriale. Gli inventori inglesi ebbero un ruolo nell’imprenditoria solo quando si unirono a un industriale disposto a finanziare la produzione delle loro macchine.
1733: John Kay, spoletta volante, velocizzazione nei processi di tessitura
1765-79, filatrici meccaniche, velocizzazione dei processi di filatura e produzione di filati più omogenei, sottili e resistenti
1769-1785, James Watt, messa a punto della macchina a vapore e sua applicazione alla filatura, meccanizzazione della filatura, essa è “simbolo” della rivoluzione industriale
Era figlio di un mercante scozzese e senza aver compiuto studi regolari, dimostrò una precoce attitudine per la matematica e la fabbricazione si strumenti di precisione. La sua competenza fu apprezzata dall’università di Glasgow che, lo assunse fra i suoi collaboratori. Dal 1776 fu chiamato a svolgere funzioni di ingegneria civile e a dirigere la costruzione di canali e ponti.
1786, Edmund Catwright, telaio per la lana, meccanizzazione del processo di tessitura
1801, Jacquard, telaio meccanico, riproduzione dello stesso disegno e intreccio di fili di colore diverso
Il progresso tecnologico dipese dal talento e dalla tenacia degli inventori, che provenivano dal mondo della produzione e nacque, così, l’interesse di un imprenditore ad associarsi con l’inventore:
1774 fra Watt e Matthew Boulton (proprietario a Birmingham di una fabbrica che produceva i più diversi oggetti metallici) nasce un’associazione. Questa portò a tre brevetti e si associarono anche con John Wilkson, proprietario di un’industria metallurgica.
Le miniere di carbon fossile erano diventate in Inghilterra una alternativa comune al legname delle foreste, perché il legno offre un combustibile diretto e non grande potere calorico, mentre il carbone di origine minerale ha più vantaggi economici ed energetici, reggeva la concorrenza con quello vegetale e i costi di produzione del carbone di legna erano più elevati di quelli della semplice estrazione di una sostanza già minerale. Una gran parte di questo era destinato al riscaldamento e alla cottura di cibi e alla fine venne utilizzato anche nelle industrie.
Il carbone andava estratto e via via che pozzi e gallerie erano aperti più in profondità si incontravano maggiori quantità di acqua da prosciugare e per queste si utilizzavano delle pompe efficienti. Thomas Savery costruì e brevettò nel 1698 una macchina che produceva vapore portando a ebollizione l’acqua in una caldaia, lo faceva condensare così da ridurre bruscamente la pressione all’interno di un serbatoio e crearvi il vuoto.
1765 James Watt introdusse un’innovazione, separando la camera di raffreddamento e condensazione ed il cilindro di produzione del vapore, che poteva restare sempre caldo ed evitare lo spreco di energia. Questo fu più versatile nel trasformare il calore in energia meccanica, utilizzata per produrre la forza motrice dei filatoi meccanici.
Si consolidò il rapporto di interdipendenza fra la stessa macchina a vapore e l’industria carbonifera, un rapporto che produsse lo sviluppo simultaneo di entrambi i fattori.
Lo sviluppo delle infrastrutture viarie e il ricorso alla macchina a vapore consentirono la produzione di carbon fossile a prezzi sempre più bassi. Esso venne impiegato anche nelle industrie, tranne in quelle che producevano il ferro, perché i gas che liberava danneggiavano la lavorazione della ghisa al momento della fusione.
Furono anche compiti i primi tentativi di trasformare il carbon fossile in coke e, una volta avviato il processo, gli altiforni a coke sostituirono quello a carbone a legna e nel 1800 quasi tutto il ferro inglese era stato prodotto in questi altiforni. La macchina a vapore venne adattata ai tempi di riscaldamento del coke, sostituendo i mulini, e questo fece ottenere un risparmio di combustibile, abbassando i costi di produzione.
L’Inghilterra è stata favorita dalle sue risorse naturali di carbone e ferro.
Per l’industria cotoniera, però, dovette importare per intero la materia prima e, dato che la domanda delle imprese di oggetti di metallo era sempre maggiore, fu costretta ad importare carbone da paesi come la Svezia e la Russia, perché le risorse del paese non bastavano.
Il limite dello sviluppo si pone a causa dell’elevato costo dei trasporti su terra per le materie prime, pesanti e voluminose dalle quali dipendeva l’industrializzazione e a causa anche della scarsità dei fiumi navigabili. Per esempio, l’industria metallurgica doveva collocarsi in prossimità di miniere ferrose e abbondanti riserve di legno e a corsi d’acqua.
Le città portuali e quelle lungo i fiumi erano favorite perché i trasporti via acqua erano più economici, le altre dovevano accontentarsi di strade strette e impraticabili ed era molto importante la comunicazione per formare un mercato nazionale, ostacolato soltanto dai corsi di trasporto elevati.
1738 in Francia viene lanciato un grande piano di ristrutturazione della rete viaria terrestre, che permetterà di viaggiare in tempi minori con diligenze trainate da sei o otto cavalli
Si svilupparono i trasporti delle merci, vennero utilizzati i bacini carboniferi più vicini alle vie d’acqua, come ad esempio quella del Tyne, che ai principi del Settecento rappresentava poco meno della metà della produzione britannica e, quando si creò una rete artificiale di navigazione interna, il carbone poté affermarsi.

La società cambia molto con la rivoluzione industriale. La società si divide in proletariato e borghese e le città nascono vicino ai fiumi soprattutto.
Il proletariato non ha mezzi di produzione. Egli produce solo lavoro lavorando per i borghesi capitalisti. Per questo Engels e Marx vedono il problema: la classe operaia deve uscire da questa situazione di alienazione e la lotta tra classi è l’unica soluzione.
Molti contadini senza lavoro lasciavano le campagne per andare in città industriali e lavorare nelle fabbriche. In esse lavoravano anche donne e bambini.
Si sviluppano città e se ne sviluppano in tutta la Gran Bretagna dove il clima ed il terreno lo permettono.
forza lavoro: la persona che lavora
l’operaio diventa merce che produce merce
MDM (merce denaro merce) operaio
DMD’ (denaro merce denaro) ricava merce ricavando capitale aumentato

La popolazione si distribuisce nelle zone industriali, si verifica una crescita demografica che però si distribuì in maniera diseguale nelle varie contee inglesi.
Londra era la più grande città europea, capitale e maggiore porto dell’Inghilterra e anche il centro del più complesso ed esteso sistema mercantile e finanziario del mondo. La sua popolazione incrementò grazie all’immigrazione ed il suo tasso di urbanizzazione era più elevato di quello del resto dell’Europa e accoglieva la metà della popolazione inglese. Bristol era la seconda città d’Inghilterra e Newcastle, entrambe erano porti, ma all’epoca in Europa l’economia agricola continuava a prevalere.
Molti centri industriali nascevano dal nulla, venendo a costruire una rete urbana del tutto diversa da quella delle epoche precedenti e questi avevano raddoppiato la loro popolazione.
1850: l’Inghilterra era in pieno processo industriale, che la urbanizzava e la trasformava in prima nazione industriale e la fabbrica creò la città industriale moderna. Si concentrarono le attività produttive (tessuti, lavorazione di metalli ferrosi, fabbricazione di oggetti in metallo).
Città in rilancio come centri industriali:
Bristol, Sheffield
Birmingham, che produceva attrezzi metallici
Manchester, futura capitale del cotone
Liverpool, sede della flotta impegnata nel commercio triangolare con l’Africa e l’America
Glasgow, primo centro industriale tessile e metallurgico
Le industrie crearono il proletariato moderno, una classe composta da chi non possiede mezzi propri di produzione e percepisce un salario come remunerazione del lavoro fornito. Il lavoratore salariato esisteva anche prima dell’industria, ma non era la figura sociale più comune. Nei villaggi a campi aperti dell’Europa occidentale i contadini possedevano diritti consuetudini sull’impiego delle acque, delle foreste e dei pascoli collettivi; essere membro riconosciuto di una parrocchia assicurava una qualche forma di protezione nei confronti dei rischi di povertà. Gli artigiani e i tessitori avevano perduto il prestigio sociale e la piena indipendenza economica, ma alla loro proletarizzazione si opponeva il fatto che essi mantenevano un importante possesso, le loro abilità di lavoratori qualificati.
Il lavoro salariato dominava nei casi in cui non era richiesta una specializzazione, lasciando i lavoratori isolati di fronte ai proprietari e alle forze del mercato. Questa si era sviluppata nel settore agricolo sostituendo i braccianti e fu anche favorito dalla diffusione delle macchine.
La forza lavoro divenne merce ed il livello del salario fu determinato dall’equilibrio fra la domanda e l’offerta.
La crescita demografica e i processi di urbanizzazione spingevano verso il basso i salari, e nella stessa direzione andava l’azione delle macchine, che dequalificava il lavoro e ne riduceva il valore. Particolarmente esposti erano le donne e i bambini, il cui lavoro, privo di specifiche abilità, era considerato particolarmente adatto alle esigenze della fabbrica e delle macchine.
L’impiego nelle fabbriche doveva apparire come una grave forma di degradazione sociale e morale, cui poteva adattarsi solo chi si trovava privo di alternative.
Si pensa che il primo proletariato industriale fosse in gran parte composto dalla popolazione contadina espulsa dalle campagne, ma non si sa se anche le recinzioni contribuirono alla trasformazione dei contadini in salariati.
Nella prima fase dell’industrializzazione inglese (1770-1820), l’aumento della popolazione fornì la manodopera industriale e questo favorì la scomparsa della vecchia filatura rurale e per questo le nuove generazione abbandonarono i villaggi per spostarsi nelle città.
La crescita del mercato di tessuto di cotone provocò sia la crescita del proletariato che aumentare il numero dei tessitori a mano.
Solo tra il 1830-40 la disoccupazione tecnologica provocata dall’introduzione delle macchine rende definitiva e irreversibile la crisi e la proletarizzazione dei tessitori tradizionali.
Nuovi termini:
industriali / manifatturieri / fabbricanti: proprietari delle industrie
capitalista
L’estrazione degli industriali del Settecento fu modesta, quasi tutti venivano da famiglie modeste.
Per avviare imprese servivano investimenti molto consistenti per acquistare materie prime e per edifici e macchinari. Fino al 1810 gli investimenti per le industrie furono minori rispetto a quelli agricoli, perché preferivano investire su fondi “sicuri”. Gli imprenditori, però, potevano reinvestire i guadagni nei settori in sviluppo. Dal 1830-40 questi investimenti aumentarono quando si avviarono le costruzioni ferroviarie (incominciano ad investire le banche).
Processi che favorirono l’industria:
accesso a materie prime e a fonti di energia meno care di quelle tradizionali
ampia disponibilità dei mercati ad assorbire prodotti di media e bassa qualità, rendendoli disponibili agli operai
crescente disponibilità di una forza lavoro a buon mercato
Fino al 1780-85 i salari operai restarono più o meno immobili.
I salari nominali ebbero qualche miglioramento, ma non corrispondevano con i salari reali, perché se aumentavano i salari aumentavano anche i prezzi, quindi questi non bastavano per vivere.
Nelle fabbriche lavoravano uomini, donne e bambini, perché dovevano solo supervisionare i macchinari (lavoro monotono) e avevano lunghe giornate lavorative, di circa 12 ore al giorno in ambienti malsani e poco confortevoli che obbligava a mantenere a lungo il corpo in posizioni innaturali e penose ed erano soggetti a lunga disciplina e in più c’era l’insicurezza del posto di lavoro, che non godeva di alcun genere di protezione.
Il capitalismo industriale fu caratterizzato dalla periodicità di crisi economiche, provocate dagli eccessi di investimenti in questo o in quel settore e dalla sovrapproduzione che ne derivava. L’alimentazione si deteriorava e la vita nei quartieri e nelle case operaie, entrambi malsani e sovraffolati, assumeva aspetti di disperazione.
Nel 1826 si ha la prima crisi economica, dovuta al fatto che cessa la richiesta di manodopera e la disoccupazione porta alla formazione di proletarizzazioni rurali e urbane e per questo nasce il fenomeno del vagabondaggio.
In Gran Bretagna venne promulgata la Poor Lax, una le e sui poveri che istituiva in loro favore una speciale tassa gestita dalle parrocchie e da questi benefici erano esclusi i vagabondi, i mercanti e i poveri idonei a lavorare. Questa crebbe a causa della guerra contro la Francia. Venne deciso che una parte di questa era destinata anche ai salariati in condizioni disagiate e per questo testimoniò la proletarizzazione dei ceti rurali e per sottrarli al mercato del lavoro. Questo sistema, definito sistema Speenhamland, si applicò in contee inglesi. Infiammato dibattito:
favorire la formazione di famiglie numerose
indurre proprietari e imprenditori a tenere artificialmente bassi i salari, lasciando che essi fossero integrati grazie alla legge dei poveri
questa legge era accompagnata da leggi sulla residenza che riconoscevano il diritto alle sovvenzioni solo a chi fosse ufficialmente residente in una parrocchia, quindi questa legge era contro la mobilità geografica della forza lavoro in cui essa era fondamentale per lo sviluppo industriale
1834 nuova legge sui poveri che introduceva un mercato di lavoro assolutamente libero. eliminando il sistema Speenhamland e ammettendo l’assistenza solo all’interno delle Workhouses.
La meccanizzazione semplificava molto le operazioni di lavoro, nell’industria tessile si fece ricorso a donne e bambini, l’intera industria delle confezioni era riservata alle donne, mentre nell’estrazione mineraria gli uomini erano spesso affiancati da bambini. Questo venne definito in seguito “questione operaia”.
I centri industriali divennero sempre più inospitali, con gli edifici perennemente ricoperti dalla coltre di fumo.
I rifornimenti d’acqua, le fognature, i servizi di pulizia delle strade e l’aumento improvviso della popolazione, determinarono la diffusione di patologie ed epidemie (tifo, tubercolosi, colera) ed i tassi di mortalità urbana restarono piuttosto elevati.
Si crearono opposizioni, inizialmente nel luddismo (ricolta contro la disoccupazione, nel quale si ritenevano le macchine le cause della disoccupazione), che consisteva nella distribuzione delle macchine, accusate di produrre disoccupazione e bassi salari. Poi ebbe tre diverse ondate:
settore della lana
crisi economica
campagne: distribuzione di trebbiatrici e altre macchine da parte dei salariati agricoli
1800 una legge vieta qualunque forma organizzata di pressione sugli industriali volta a ottenere aumenti di salario, diminuzioni dell’orario di lavoro o un qualunque controllo sulle condizioni di impiego.
1802 il parlamento regolamenta il lavoro degli apprendisti e dei minori
1824-25 fu abrogata la legge del 1800 e fu riconosciuto il loro diritto di associarsi per motivi economici e assistenziali, ma lo sciopero continuò ad essere vietato.

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