Mongo95 di Mongo95
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Il periodo della monarchia britannica che coincide con la Rivoluzione francese è caratterizzato da molte problematiche, come l’enorme debito pubblico figlio della guerra contro le Colonie. È questa una delle sfide fondamentali per Pitt. Personaggio che diventa ancora più centrale quando dal 1788 si hanno i primi segni della malattia mentale di Giorgio III, che però resiste sul trono fino al 1820, proprio grazie alla “reggenza” di Pitt. Il cui impegno a nascondere i vuoti di potere causati dalla malattia aveva anche un tornaconto personale, considerando che l’erede al trono era sostenitore di Fox. In questo periodo, gli ideali dei livellatori (poi “cartisti”) diventano sempre più difficili da portare avanti, con il Primo Lord che fa emanare leggi che li equiparano ai rivoluzionari francesi, un rischio per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. Le libertà dei singoli sono molto limitate: limitato il diritto di unione, associazione, viene sospeso l’habeas corpus. La Rivoluzione francese è vista come una minaccia, con l’Inghilterra impegnata in prima persona nelle guerre di coalizione, e quasi in solitaria dal 1801. Si ha quindi la prima tassa sulle entrate (income tax) e non più soltanto imposte sulla terra, differenziando ulteriormente i cespiti d’imposta, con l’affermarsi di nuovi settori economici. La guerra con la Francia rivoluzionaria e poi con Napoleone inasprisce i rapporti con l’Irlanda cattolica, i cui moti di ribellione erano spesso sostenuti dai francesi. Quindi nel 1801 Giorgio III si vede costretto a creare un nuovo legame statale: la fondazione del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, siglato dal Act of Union, e la successiva confluenza dei deputati irlandesi a Westminster.

Pitt, nonostante veda spesso bocciate le sue proposte, resta in sella con la fiducia di Re e Camera dei Lords. Tranne che la parentesi tra 1801 e 1804, è di nuovo al Governo fino al 1804, ma è un secondo “premierato” debole. La critica al sistema elettorale è sempre più accesa, esso è difeso soltanto da chi affermava che i deputati erano sì espressione di voto corporativo, ma poi nel loro insieme parlamentare formavano una rappresentanza politica unica e unita. Si, ma la rappresentanza di un popolo virtuale. Ma le posizioni di volontà di una rappresentanza reale non riescono ad imporsi.

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