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Erasmo da Rotterdam: L'Elogio della Pazzia

Nel 1509 Erasmo da Rotterdam, uno dei più influenti rappresentanti dell'Umanesimo, intraprese la composizione della sua opera più famosa, l'Elogio della Pazzia. In essa, con un pretesto scherzoso, denunciò impietosamente il malcostume imperante, prendendo di mira soprattutto gli ambienti universitari ed ecclesiastici, usando toni molto duri di cui peraltro si sarebbe pentito.
E' la pazzia stessa che tesse il proprio elogio, descrivendo le forme in cui si manifesta negli uomini. Sono pazzi i grammatici, "sempre affamati, sempre ripugnanti nelle loro scuole", e i poeti, pieni di amor proprio e sempre pronti ad adulare i potenti per ingraziarsene i favori. Sono pazzi tutti coloro che credono di guadagnarsi fama immortale pubblicando libri, i legislatori, che producono leggi sempre nuove e sempre meno comprensibili, e i filosofi, i quali credono "di esser soli a possedere il sapere e che tutti gli altri mortali non siano che ombre vaganti".

Ma più pazzi di tutti appaiono i teologi che, abbandonata la semplicità evangelica, interpretano a loro piacimento i misteri della fede; seguono i monaci, quasi sempre ignoranti, che recitano i salmi senza capirli e sono pronti ad adulare i ricchi per ottenere qualche elemosina. Infine vengono i cattivi papi. Erasmo esclama: "Ma ci son nemici della Chiesa più dannosi degli empi pontefici?", accusandoli di aver accumulato un ingente patrimonio, dimenticando le parole del Vangelo: "Abbiamo abbandonato tutto e abbiamo seguito te".
Con questa dura denuncia Erasmo introduce il tema della religiosità autentica, quella di chi è capace di trovare nella propria interiorità la forza di "lasciarsi rapire verso l'esterno, l'invisibile, lo spirituale", la follia di chi comprende che "tutto è vanità" e scopre nelle Sacre Scritture la fonte a cui attingere i veri valori.

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