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La profonda crisi demografica ebbe forti ripercussioni a livello economico: iniziò un periodo di recessione e vi fu una diminuzione della richiesta dei prodotti e si assistette a un rialzo dei prezzi dei cereali. La principale conseguenza fu l’abbandono delle terre meno produttive, accompagnato dallo spopolamento di interi villaggi. Alcuni storici hanno definito questo fenomeno desertificazione delle campagne in quanto nessuno occupò delle pratiche idriche: l’assenza di irrigazione e l’incuria causarono un progressivo inaridimento anche delle terre fertili. Lo spopolamento delle campagne in alcune regioni favorì una riorganizzazione della produzione agraria e un aumento della desertificazione delle colture. Contemporaneamente aumentarono le coltivazioni legate all’attività artigianale, come le pianti tessili (lino, canapa), quelle legate alla produzione di tessuti (il gelso) o quelle per la produzione di colori utilizzati per stoffe e dipinti come il guado o lo zafferano.

La riorganizzazione delle attività agricole fu caratterizzata dall’introduzione, anche nelle campagne di una mentalità imprenditoriale. Campi e terre erano stati acquistati da mercanti e artigiani con notevoli disponibilità economiche, che intendevano diversificare i loro investimenti. Ciò fu possibile perché la crisi aveva contribuito ad affossare ancora di più la situazione economica degli enti ecclesiastici e degli aristocratici. L’aumento dei costi e il calo dei profitti costrinsero questi grandi proprietari terrieri a vendere le loro terre ai ceti urbani. I cittadini acquistarono così parti delle vecchie proprietà ormai in declino e beni di piccoli proprietari.

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