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Società carolingia: i viaggi

Viaggiare non era facile in epoca carlingia: e tuttavia era necessario, per vari motivi. Viaggiavano imperatori e re, sovrani senza dimora fissa, in continuo spostamento da una parte all’altra dei loro regni, per garantire con la propria presenza l’esercizio del potere, per controllare l’effettiva esecuzione dei loro ordini nei vari territori, e anche per recarsi in pellegrinaggio ai santuari più rinomati.
Quando il re si recava in una località in cui possedeva nessuna residenza, toccava al vescovo, all’abate o a un vassallo l’obbligo di accogliere lui e il suo seguito, che poteva essere anche di centinaia di persone: ospitare il re era certamente un grande onore che al tempo stesso costava assai caro. Anche gli agenti del re e in particolare i missi dominaci erano in continuo movimento. E, come tutti i gradi del tempo, avevano il diritto di requisire ciò che era necessario per loro stessi e per il seguito. Esisteva anche una categoria di viaggiatori professionali al servizio dei potenti: i corrieri, portatori di messaggi, che in generale viaggiavano sotto buona scorta per motivi di sicurezza.

C’erano poi i viaggi della gente comune: uomini liberi convocati a far parte dell’esercito, contadini alla ricerca di nuove terre, schiavi fuggitivi, pellegrini mercanti, artigiani ambulanti. Questi ovviamente non avevano alcun diritto di requisizione, ma anche essi sapevano di poter contare sull'ospitalità di qualcuno: un monastero li avrebbe, infatti, accolti a ogni tappa, poiché i viandanti facevano parte dei doveri degli ecclesiastici, espressamente sanciti da Carlo Magno.
I viaggi si svolgevano lungo la rete delle antiche strade romane, di cui si voleva preservare la manutenzione. Non si effettuavano inoltre viaggi comodi. Le strade erano per lo più semplici piste ricoperte di fango e, d’inverno, di ghiaccio; bisognava fare i conti con gli ostacoli naturali quasi insormontabili, come le Alpi. I corsi d’acqua, dotati di ben pochi ponti e di altrettanto pochi servizi regolari di traghettamento ( come quello sul Po a Piacenza), dovevano perlopiù essere attraversati a guado, con il rischio di annegare o almeno di perdervi animali e bagagli. Avventurarsi nei boschi ( e l’Europa era allora letteralmente ricoperta di foreste) era sempre molto rischioso; infatti, ci si poteva facilmente perdere lungo i sentieri mal segnalati o si potevano fare brutti incontri, sia di animali feroci (lupi e orsi erano numerosissimi) sia di malfattori di ogni genere.
Ci si serviva abbastanza spesso delle vie d’acqua: grano, sale, vino, viaggiavano su battelli lungo il Rodano, la Senna, la Loira, il Reno, il Danubio; abbazie e monasteri possedevano flottiglie di imbarcazioni per il trasporto delle merci, perlopiù stivate in botti anche di grandi dimensioni.
Di solito i viaggi comportavano percorsi composti: un tratto di strada romana, il traghettamento di un corso d’acqua, un sentiero attraverso una foresta, un tratto di navigazione fluviale. In ogni caso, sia che si viaggiasse a piedi, sia che ci si potessero permettere carri e cavalli, la coscienza dei rischi da affrontare era tale che chi doveva partire per un lungo viaggio vi si preparava – per esempio facendo testamento – sapendo che sarebbe potuto non tornare.

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