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Quando i signori diventarono tiranni


“Che le città d’Italia tutte pien son di Tiranni” scriveva Dante nel Purgatorio, specchio del paese a metà Trecento, che lo scrittore conosceva bene, esule da Firenze era stato ospitato dai della Scala, i Malaspina, e di Polenta, per i quali fece da diplomatico. Dante si chiedeva se potesse il potere imperiale risolvere questo grande problema, i signori erano diventati tiranni e le libertà comunali e cittadine scomparse, così come il consenso verso di loro. Le contestazioni esistevano anche in passato, ma erano rivolte ai Signor[math][/math]i e alle loro azioni politiche, ora invece si attaccava il sistema, non più portato alla difesa e alla crescita del territorio, ma agli interessi del tiranno, termine utilizzato nell’antica Grecia per indicare la degenerazione della monarchia (Aristotele), e rispuntato solo nel primo Trecento. Anche Tommaso d’Aquino (secondo Duecento) ne parlò identificandola come “regime non disposto al bene comune ma al proprio”. A scatenare la polemica anti-tirannica fu il fallimento della spedizione di Enrico VII nel 1310-1313, che invece che restaurare i vecchi ordinamenti legittimò quelli esistenti con titoli vicariali, prima invece erano regimi “illegali”. Il repubblicanesimo fu individuato come l’antagonista di tale sfracello delle libertà. Il processo di Treviso del 1314-15 è un documento di straordinario interesse in quanto contiene testimonianze di cittadini di diversa estrazione sociale contro il dominio dei da Camino, titolari dei castelli intorno alla città.

Bibliografia

Le signorie cittadine in Italia, Zorzi

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