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Rapporto tra il Papato e l'Impero nel Medioevo


Comparazione del pensiero di Dante Alighieri e Marsilio da Padova


Anche nel '300 quella crisi dei due sommi poteri medioevali, il Papato e l'Impero, già in atto nel secolo precedente: non è soltanto crisi del Papato, teocraticamente inteso, ma crisi della Chiesa stessa come guida religiosa.
In questa cornice storico-culturale si inserisce il pensiero di Dante Alighieri: nella popolazione fiorentina nella seconda metà del `200 vi si trovarono due schieramenti: i Ghibellini e i Guelfi. I Ghibellini erano quelle famiglie aristocratiche che avevano le proprie origini nella Germania e, sia in Italia che in Germania, erano soliti parteggiare per l'Imperatore; mentre il partito dei Guelfi (proveniente anch'esso dalla Germania dove era solito combattere per l'Imperatore) in Italia divenne espressione del Papato e parteggiava per il Papa.L’esperienza politica di Dante si sviluppò in un clima di aspre lotte tra fazioni, dominato da tradimenti e rivalità personali in cui il poeta stesso prese parte.
Nello stesso contesto nasce l'opera di Marsilio da Padova: lui vive una precoce esperienza nelle vicende di un piccolo Stato autonomo, tipico centro comunale dell’Italia, governato da una aristocrazia mercantile, ma diviso da contrasti economici e politici che rendevano insicura la garanzia della pace. La coscienza della fragilità istituzionale e della necessità di un potere più solido e superiore alle «partes» porteranno Marsilio a difendere l’autorità imperiale nella sua opera principale Defensor Pacis.
I due autori trattano, quindi, nello stesso periodo storico, della necessità di trovare un modo per risolvere il conflitto ormai divenuto secolare, maturando però due soluzioni simili ma idealmente pressoché opposte.

Soluzione e pensiero di Dante – De Monarchia


Il De Monarchia è un trattato in latino, di argomento storico-politico, scritto da Dante probabilmente tra il 1310-1313 in concomitanza con la discesa in Italia dell'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo.
La Monarchia è l'unica opera ad essere stata completata da Dante. In essa l'autore raccoglie la somma delle idee del suo pensiero politico.
Il tema affrontato è la necessità di una monarchia universale, che riunisca sotto il suo dominio tutta l'Europa, e al di fuori dal dominio della monarchia rimangano solo le realtà spirituali. Dante sogna, infatti, un'Europa dominata da un solo imperatore, che estenda la sua autorità politica su tutte le nazioni e al quale i sovrani nazionali si debbano assoggettare, pur mantenendo il potere nei loro rispettivi Stati.
L’obiettivo è il medesimo: “rivelare una Veritas rimasta fino a questo momento nascosta”. 
Questo trattato è suddiviso in tre libri nei quali Dante pone in discussione principalmente tre questioni riguardanti la monarchia:
1. Se essa sia necessaria per migliorare la condizione del mondo;
2. Se sia stato di diritto che il popolo romano attribuì a se steso il compito di monarca;
3. Se l’autorità del monarca derivi direttamente da Dio o sia mediata da un ministro o vicario.

Per Dante l'importante è che l'impero sia voluto dalla provvidenza, e si formi attraverso l'eroismo della Roma dei re e dei consoli, e oppositori e nemici sono destinati alla sconfitta.
I due poteri sono dunque reciprocamente autonomi e indipendenti l'uno dall'altro, anche se l’imperatore deve riverenza al papa, quella stessa riverenza che il figlio deve al padre.
Dante nel suo trattato De Monarchia vuole, dunque, fornire una rappresentazione di una società ideale in grado di garantire pace e concordia alla comunità degli uomini e capace di permettere ai singoli individui di raggiungere la felicità intellettuale, e quindi la Veritas che si può ottenere sulla terra.

Marsilio di Padova – Defensor Pacis


Marsilio, nato nel 1275, proviene dalla famiglia di notai e giuristi Mainardini. Egli, però, non segue la tradizione familiare e si iscrive alla Facoltà delle Arti conseguendo la qualifica di “Magister Artium”. Si sposta a Parigi, per dissidi con il Comune di Padova, e proprio nella captale francese ha potuto osservare direttamente l’ambito delle istituzioni e dell’operato politico: momento particolare quello parigino, nel quale era iniziata e continuava una lenta opera di trasformazione di un Paese feudale in uno Stato centralizzato ed assoluto. Dunque, proprio come Dante, viene coinvolto direttamente in alcune importanti vicende riguardanti i rapporti tra il sommo pontefice e l'imperatore. Marsilio opera in un contesto in cui l'imperatore del tempo, Arrigo VII (in realtà Enrico VII di Lussemburgo, ma chiamato così da Dante) morì improvvisamente nel 1313. La decisione sulla successione ad Arrigo VII, secondo gli usi dell'epoca, sarebbe dovuta spettare alla dieta imperiale, la quale elesse come successore Ludovico il Bavaro; la sua candidatura non fu ben accolta da pontefice dell'epoca, Clemente V, il quale a sua volta avrebbe dovuto proclamarlo imperatore. Così si aprono nuove dispute tra pontefice e il nuovo Imperatore.
Da qui prende il via la riflessione filosofico-politica di Marsilio, codificata nella sua maggiore opera - Defensor Pacis, nata da un intenso travaglio teorico e da una partecipazione appassionata alla lotte del tempo, e dedicata non a caso a Ludovico di Baviera.
L’opera si propone di individuare la causa della discordia civile, poiché impedisce il libero e pieno esercizio dell’azione propria del governante; l’analisi, dunque, si sviluppa in tre discorsi (dictiones): la prima ha un’impostazione teorica ed è elaborata secondo il metodo scientifico aristotelico, richiamandosi ai principi non solo della politica, ma anche della fisica; la seconda è dedicata all’esposizione delle tesi che, presenti nella Scrittura o nella tradizione esegetica, convalidano quanto dimostrato nella dictio precedente; la terza è un riepilogo degli scopi e delle conclusioni raggiunte nelle due sezioni precedenti. Nell’ambito della sua analisi, Marsilio proceda sempre con un metodo sillogistico che, muovendo da un principio indiscutibile e certo, possa procedere alla costruzione di un “edificio” politico di carattere puramente razionale.

Confrontando il pensiero politico di Dante Alighieri e Marsilio da Padova, risulta evidente che le principali discontinuità caratterizzanti le due filosofie riguardino il metodo che ha portato alla formazione del loro pensiero e il fondamento che legittima l’autorità imperiale.
iI pensiero dei due autori presi in considerazione, siano stati influenzati dalle vicende storiche a loro coevi. Infatti, l’ingerenza della sfera religiosa in quella politica e viceversa è la questione prevalente nelle opere in questione ed una costante che si protraeva ormai da secoli richiedendo quindi una soluzione. I due autori giungono alla stessa soluzione: il mondo ha bisogno di un unico sovrano terreno che governi per raggiungere e poi mantenere la pace tra gli uomini, affinché questi, di conseguenza, possano aspirare alla beatitudine eterna. Le due sfere di potere vengono dunque nettamente separate e investite di due compiti distinti, non in conflitto l'uno con l'altro, ma proprio per questo con un'importanza peculiare.

Ciò che però li contraddistingue è il fondamento dell'autorità del sovrano: infatti si può evidenziare che mentre Dante legittima il potere dell'imperatore per la sua natura divina, in quanto è proprio Dio ad attribuirgli questa missione, Marsilio ha una visione del tutto laica e affine alle moderne teorie del diritto naturale, basando così l'investitura sovrana sulla concorde volontà di tutti gli uomini, l'universitas civium.

Si può comprendere che l'Italia del XIV secolo, ma in generale il mondo cattolico, era afflitta da crudeli lotte di potere che fungevano da pretesto ai pensatori più illustri per una personale presa di parte e formazione di nuove teorie politiche. Risulta evidente, però, che la sfera spirituale veniva messa sempre di più in secondo piano, obnubilata dalla necessità di un ordine legislativo e amministrativo di impronta puramente civile, di matrice moderna.

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