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Le immunità ecclesiastiche

Le chiese e i monasteri erano spesso oggetto di donazioni o di lasciati di terreni, fatti dai fedeli in punto di morte “ a garanzia” della salvezza della propria anima. In questo modo erano venuti a formarsi dei vasti latifondi ecclesiastici che dovevano servire a mantenere i chierici e a finanziare le attività della Chiesa.


I sovrani carolingi cercarono di tutelare queste ricchezze, che dovevano essere utilizzate a fin di bene. Fu così che molte istituzioni ecclesiastiche – vescovadi, monasteri, abbazie (che dipendevano direttamente dal papa, e non dal vescovo della diocesi) – ottennero per intervento dei re alcune “immunità” (ossia privilegi) che vietavano di imporre loro tributi o prestazioni di manodopera e impedivano l’alienazione (vale a dire il trasferimento ad altri) dei loro beni. Per la propria difesa, gli enti ecclesiastici potevano inoltre contare sui vassalli che abati e vescovi legavano a sé, ricompensandoli con la concessione in beneficio di terre tratte dal patrimonio fondiario dell’abbazia o del vescovado.

Anche la Chiesa, quindi, all’interno del nuovo Impero assunse un’importanza economica, politica e sociale – oltre che religiosa e culturale – grandissima, ma soprattutto seppe inserirsi pienamente nel sistema vassallatico del mondo feudale.


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